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	<title>Au Lapin Agile &#187; Scrittori</title>
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	<description>Storie, frammenti, cronache, appunti</description>
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		<title>Leonardo Sciascia: il coraggio, l’impegno, la signora Maria e gli spaghetti alle vongole.</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 20:23:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Immagino che l’avrete notato anche voi: le trasmissioni di cucina imperversano sulla televisione di Stato, ma anche, e forse di più, sul canale satellitare di Sky (immagino che anche Mediaset abbia la sua parte di cuochi, ma per evitare di inquinare il mio televisore nuovo di zecca ho programmato il telecomando in modo che salti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Immagino che l’avrete notato anche voi: le trasmissioni di cucina imperversano</strong> sulla televisione di Stato, ma anche, e forse di più, sul canale satellitare di Sky (immagino che anche Mediaset abbia la sua parte di cuochi, ma per evitare di inquinare il mio televisore nuovo di zecca ho programmato il telecomando in modo che salti automaticamente i canali di partito 4, 5 e 6).</p>
<p>Il mondo globalizzato che appare sugli schermi al plasma, nello splendore dell’alta definizione più o meno digitale, sembra riflettersi nel cibo e nel tourbillon di improbabili ricette transculturali. Sembra essere morbosamente ossessionato da pietanze più o meno esotiche, da salse, spezie e bombe caloriche che ti sfondano il fegato solo a sentirne parlare. Sembra essere passato dalle “vacanze intelligenti” di buona memoria a viaggi alla ricerca del Graal culinario. Anche volendo, durante lo zapping serale, pomeridiano o mattutino, è praticamente impossibile non imbattersi in una di queste trasmissioni.</p>
<p>Così, è stata la visione di un piatto di spaghetti alle vongole – apparso su non ricordo quale canale satellitare mentre saltabeccavo da un documentario sul medico del Fuhrer a un telefilm della serie Perry Mason – che mi ha riportato alla mente Leonardo Sciascia. E sua moglie, Maria Andronico.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-838" title="Leonardo Sciascia con la moglie Maria Andronico" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/03/20091120elpepicul_1-220x300.jpg" alt="Leonardo Sciascia con la moglie Maria Andronico" width="220" height="300" /></p>
<p><strong>Rewind. È il novembre del 1977.</strong> All’inizio di quell’anno l’avventura politica di Leonardo Sciascia nel Partito comunista era finita con un divorzio non proprio amichevole (lo scrittore era stato eletto al consiglio comunale di Palermo, da indipendente, nelle liste del Pci nel giugno del ’75). Quasi a voler sottolineare la fine di un’utopia, di lì a poco avrebbe pubblicato il polemico <em>Candido. Ovvero un sogno fatto in Sicilia.</em></p>
<p>Lo scrittore riprende così a viaggiare sempre più spesso fra Palermo e Parigi, come a voler rinsaldare i suoi legami con la cultura illuminista d’oltralpe. È durante uno di questi suoi spostamenti che lo intercetto a Milano, di ritorno dalla capitale francese. Ci eravamo sentiti al telefono (all’epoca le mail ce le sognavamo) e ci eravamo dati appuntamento al centralissimo hotel Manzoni di via Santo Spirito, un albergo che, pur situato nel cuore del quadrilatero della moda, aveva, almeno allora, un’anima intima e poco mondana che piaceva molto a Sciascia.</p>
<p>All’epoca abitavo a Firenze e anch’io prenotai al Manzoni. La sera dell’incontro decidemmo di continuare l’intervista, o quanto meno le chiacchiere sul suo passatempo preferito – costruire cornici – al ristorante. La scelta cadde su Bice, il celebre locale toscano di via Borgospesso, a pochi metri di distanza dall’albergo. Sciascia era un fedele habitué delle sorelle Mungai (una delle più famose dinastie di ristoratori toscani trapiantati a Milano): di Cesarina e del suo “Girarrosto” di corso Venezia e naturalmente di Bice, di cui amava il clima familiare e soprattutto la vicinanza al Manzoni.</p>
<p>Di quella cena ho netto il ricordo della signora Maria, e degli spaghetti alle vongole ordinate, con voluttà, da Sciascia, evidentemente memore di altri spaghetti alle vongole delibati da Bice. Quando il cameriere depositò il piatto fumante davanti all’autore di <em>Todo Modo</em>, la signora Maria, con tecnica evidentemente assodata nel tempo, se ne impossessò e pulì, con una velocità sorprendente e con una tecnica ancor più sbalorditiva, una ad una, tutte le vongole, togliendo la polpa dal guscio, e rimettendo dopo qualche attimo il piatto ancora caldo davanti al marito che, spenta la sigaretta (allora si poteva ancora fumare nei locali pubblici) attendeva il termine dell’operazione tenendo la forchetta a mezz’aria.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-839" title="Leonardo Sciascia" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/03/4-25_leonardo-sciascia-481x300.jpg" alt="Leonardo Sciascia" width="481" height="300" /></p>
<p><em>Quella che segue è l’intervista fatta a Leonardo Sciascia – prima  di quegli spagheti alle vongole – e pubblicata sul mensile </em>Critica  Sociale<em> nel gennaio 1978 con il titolo “Sciascia, Candido, il  coraggio, l’impegno”</em></p>
<p><span id="more-836"></span></p>
<p><strong>Leonardo Sciascia se non avesse fatto lo scrittore avrebbe voluto fare il falegname </strong>(«È un mestiere che mi ha affascinato fin da bambino, anche per gli odori: del legno, della colla»). Raccoglie stampe, acqueforti (e le mette in cornice) soprattutto del periodo 1880, 1930, francesi in modo particolare. È un bibliofilo («Ma soltanto un po’» e raccoglie tutto quello che riguarda Stendhal. Non ama i fumetti. Dice: «Non sono mai riuscito a leggerne uno. Per me è come una lingua ignota, indecifrabile». Detesta la fantascienza. Ne ha una specie di superstizione che tutto quello che immaginiamo e scriviamo finisca col realizzarsi. In questo senso il fascino che esercita su molti la fantascienza può anche essere, invece che ammirazione del futuro, terrore. In treno e d’estate, legge invece molti gialli.</p>
<p>Da qualche anno, più che leggere, preferisce rileggere. Dice: «Rileggo Stendhal quasi in perenne rotazioe. Tolstoi e i grandi russi. Diderot e Volaire. Degli scrittori d’oggi amo molto Carpentier, Manuel Scorza, Kundera. Degli italiani, Soldati e Calvino».</p>
<p>Leonardo Sciascia che incontriamo a Milano, in transito da Parigi per Palermo, ha d’altronde attinto molto spesso alla tecnica del giallo per i suoi libri. Basti pensare a <em>Il giorno della civetta</em>, scritto quando ufficialmente si negava l’esistenza della mafia, in cui l’applicazione della tecnica del giallo coincideva col tema fondamentale che è quello della “catena”, la catena gerarchica della mafia e della complicità mafiosa.</p>
<p><em>Sciascia, lei come si definirebbe?</em></p>
<p>«Uno che cerca di semplificare, secondo verità».</p>
<p><em>Lei ha scritto molto sulla mafia, i suoi romanzi sono ben più pungenti di certi saggi specialistici. Ha mai ricevuto avvertimenti mafiosi?</em></p>
<p>«No, mai. Ma in questo momento li sento nell’aria».</p>
<p><em>Cos’è per lei la mafia?</em></p>
<p>«Ho cercato, anni addietro, di darne una definizione da dizionario: “La mafia è un’associazione per delinquere, con fini di arricchimento per i propri associati, che si pone come intermediazione parassitaria, ed imposta con mezzi di violenza tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato”».</p>
<p><em>Esiste ancora, fra i giovani sicilani, il “comune senso dell’onore”?</em></p>
<p>«Non esiste più. Decisamente».</p>
<p><em>Dei libri che ha scritto qual è quello a cui è più affezionato?</em></p>
<p>«È <em>Morte dell’Inquisitore</em> perché lo considero come non finito».</p>
<p><em>È vero che lei non rilegge cose sue stampate per paura di trovarci errori tipografici?</em></p>
<p>«È vero. Ma forse la paura di trovarvi errori di stampa maschera il fatto che quello che ho scritto, una volta pubblicato, non mi interessa più».</p>
<p><em>Da un po’ di tempo si nota un certo ritorno alla cultura di provincia. Crede che riusciremo a trovare una “via nazionale alla cultura”?</em></p>
<p>«Sono sempre dell’opinione che l’Italia non abbia, né può avere una capitale culturale se non nel senso di una concentrazione di una concentrazione di istituti, di strumenti (e in questo senso Milano lo è ancora). La cultura italiana è stata ed è provinciale – cioè decentrata, eccentrica. Provinciale in senso deteriore forse è da considerare invece quella che si propone di non essere provinciale, di assumere come oggetto la città, la grande città».</p>
<p><em>Si dice che i comunisti non sarebbero più di moda, fra gli intellettuali, dopo il grande amore di due anni fa. Cosa ne pensa?</em></p>
<p>«Non credo. Fintanto che il Partito comunista apparirà come il cavallo che sta per arrivare al traguardo del potere, molti intellettuali l’ameranno ed applaudiranno».</p>
<p><em>Dopo l’esperienza come consigliere comunale del Partito comunista a Palemo, se la sentirebbe di andare al parlamento come deputato dello stesso partito?</em></p>
<p>«Non me la sarei sentita nemmeno prima. Ancora voglio scrivere qualche libro, voglio avere il tempo di scriverlo».</p>
<p><em>Cosa pensa del “compromesso storico”?</em></p>
<p>«Tutto il male possibile. Per dirla con una battuta: è un errore storico. E lo sconteremo tutti, per almeno vent’anni».</p>
<p><em>Cos’è rimasto per lei dell’intervista di Amendola all’</em>Espresso<em> in cui affermava che il coraggio civico non è mai stato una qualità ampiamente diffusa in larghe sfere della cultura italiana e opponeva il suo ottimismo al presunto psssimismo, soprattutto suo, di Montale e di Bobbio?</em></p>
<p>«Amendola ha detto una grande verità: solo che bisognava e bisogna rivolgerla veso coloro – verso quegli intellettuali – che si sono dichiarati d’accordo con lui. In quanto all’essere ottimisti o pessimisti non credo si possa, nel pessimismo, andare al di là del “compromesso storico”. Credere che non si possa governare l’Italia se non insieme alla Democrazia cristiana è toccare il fondo del pessimismo».</p>
<p><em>In un dibattito-scontro con Edoardo Sanguineti, lei disse di essersi ritrovato, dopo un anno e mezzo di esperienza in Consiglio comunale a Palermo, a fare la parte della “sentinella” dei tempi fascisti, quella che montava la guardia ai bidoni di benzina e che, nel suo caso, si è oltretutto accorto che il bidone che avrebbe dovuto custodire era vuoto. È stato dunque ingenuo credere nel cambiamento con l’avanzata del Pci?</em></p>
<p>«L’immagine della sentinella era sua, di Sanguineti. Io mi assegnavo un compito meno umile: volevo far parte di una pattuglia di guastatori. Ma non credo di essere stato un ingenuo: in fondo era un compito utopistico. Si trattava semplicemente di far certe cose e di non farne fare certe altre. Cose concrete. Poiché si doveva stare in consiglio comunale soltanto per lasciare fare le cose che non si dovevano fare, me ne sono andato. L’esperienza mi è servita. Moltissimo. Il guaio della sinistra in Italia è quello di aver seminato una doppia morale: una cosa è giusta se fatta da un uomo di sinistra o da un gruppo o un partito di sinistra; sbagliata o cattiva se fatta da un uomo di destra, o dalla destra. Poiché presto o tardi si raccogie quel che si semina, già si comncia a vedere che la sinistra non avrà un buon raccolto».</p>
<p><em>Alla vigilia del 15 giugno 1975, e dopo, si è sviluppato un grosso dibattito sul “pluralismo”. Il tema è stato preso a simbolo del nuovo volto del Partito comunista. A distanza di tempo di pluralismo non si parla quasi più. Che fine ha fatto?</em></p>
<p>«Il pluralismo era una specie di invenzione dell’ombrello, come nel famoso monologo di Gandolin. A un certo punto qualcuno si è dato ad inventare la democrazia. Ora, lei dice, non se ne parla più. Forse perché si sono accorti che il pluralismo – cioè la democrazia – esisteva già da prima: almeo formalmente».</p>
<p><em>Qual è il suo giudizio su Bernard-Henri Lévy, André Glucksmann e, in generale, sul fenomeno dei “nuovi filosofi”?</em></p>
<p>«Ho scritto una nota di introduzione all’edizione italiana del libro di Bernard-Henri Lévy (<em>La barbarie dal volto umano</em>, Marsilio). L’ho fatto più per rompere il conformistico rifiuto della sinistra nei riguardi dei “nuovi filosofi” che per adesione alla loro filosofia. Comunque a me non pare siano da relegare nella destra. Credo anzi che servano a ricordare alla sinistra la necessità di muoversi, di non sclerotizzrsi, di liberarsi di certi miti e di tornare ad essere creativa».</p>
<p><em>La figura dell’intelletuale “dissidente” all’interno di un partito di sinistra è talvolta contestata da certi marxisti. I “nuovi filosofi” teorizzano al contrario la necessità del dissenso. Cos’è per lei il dissenso?</em></p>
<p>«Definirei il dissenso come il bisogno di stare in un partito che non esiste, in una chiesa che non c’è. Appunto perché non ci sono, si sta dentro il vecchio partito, dentro lantica chiesa, a tentare di rinnovarle. Fatica forse inutil – ma la sola possibile, oggi».</p>
<p><em>Chi le ha proposto di entrare nelle liste del Partito comunista?</em></p>
<p>«Achille Occhetto. E ho accettato, ma dopo lunga esitazione, la sua proposta perché mi pareva che la sua gestione della segreteria regionale del Partito comunista fosse, nella critica e autocritica all’esperienza “milazzista”, la linea giusta per un rinnovamento del partito in Sicilia».</p>
<p><em>Quali sono i suoi rapporti personali e politici con Renao Guttuso?</em></p>
<p>«Con Guttuso ho rapporti di profonda amicizia, mai incrinati dalla sua ortodossia e dal mio dissenso. In questo siamo enrambi molto siciliani».</p>
<p><em>Nel campo delle arti visive, lei è d’accordo con l’estetica del “realismo socialista”?</em></p>
<p>«No, e del resto per un artista vero – qual è per esempio Guttuso – il “realismo socialist” non esiste. Guttuso è un grande pittore più quando fa “I tetti di Sicilia” che quando dipinge <em>I funerali di Togliatti</em>. Le etichette esistono in senso deteriore e per la parte deteriore».</p>
<p><em>Il Partito comunista nel campo della sperimentazione artistica ha ora abbandonato un atteggiamento di aperto conrasto.</em></p>
<p>«La politica culturale del Partito comunista è tutta una storia di ritardi, di disguidi, di qui pro quo. Credo che l’unico modo di far politica culturale, per un partito come il Partito comunista, sia quello di non farla».</p>
<p><em>Cosa avrebbe voluto che le avessimo chiesto e che non le abbiamo chiesto?</em></p>
<p>«Se ho delle inquietudini religiose. Le avrei risposto, come le rispondo, che le ho: il he rafforza la mia avversione a tutto quello che in Italia deriva dal cattolicesimo».</p>
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		<title>Oriana (Fallaci) ed io. Trent&#8217;anni fa.</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 12:41:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
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		<description><![CDATA[Febbraio 1980. Sono passati trent’anni esatti. La casa editrice Rizzoli aveva da poco pubblicato il libro “Un uomo” che Oriana Fallaci aveva dedicato al suo compagno Alekos Panagulis, conosciuto nel 1974, l’uomo da lei più amato, leader della Resistenza greca contro l’allora regime dei colonnelli che morirà in un misterioso incidente stradale il 1 maggio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Febbraio 1980. Sono passati trent’anni esatti. </strong>La casa editrice Rizzoli aveva da poco pubblicato il libro “<em>Un uomo</em>” che Oriana Fallaci aveva dedicato al suo compagno Alekos Panagulis, conosciuto nel 1974, l’uomo da lei più amato, leader della Resistenza greca contro l’allora regime dei colonnelli che morirà in un misterioso incidente stradale il 1 maggio 1976. La storia di Alekos verrà appunto raccontata dalla scrittrice fiorentina nel romanzo ”<em>Un uomo</em>” destinato a diventare un best seller.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-825" title="Oriana Fallaci con Alekos Panagulis (Collezione privata Oriana Fallaci)" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/03/700_dettaglio2_27.-OF-Panagulis.jpg" alt="Oriana Fallaci con Alekos Panagulis (Collezione privata Oriana Fallaci)" width="320" height="244" /></p>
<p>In quel febbraio del 1980 ero un fresco praticante assunto all’Editoriale del Corriere della Sera (si chiamava così allora). Nonostante la qualifica professionale di (apparente) neofita del mestiere (alle spalle avevo la pubblicazione di diversi libri e la partecipazine, nel 1975, alla nascita del primo quotidiano italiano in formato tabloid, stampato a Firenze, che purtroppo ebbe vita breve), ero stato nominato responsabile della pagina culturale del <em>Corriere Medico</em>, quotidiano nato da una costola del Corrierone. Si occupava del mondo della medicina e della scienza in generale (dai problemi sindacali, all’aggiornamento scientifico, alle scoperte). La pagina della cultura era un’oasi di pace e una fucina di idee solo perché non occupandosi di medicina non sottostava a pressioni politiche, pubblicitarie o semplicemente giornalistiche. C’erano, sì, i soliti medici scrittori che chiedevano di apparire sulle nostre colonne – che proprio in quei giorni passavano dal piombo alla fotocomposizione – ma venivano facilmente tenuti a bada.</p>
<p>Ogni uscita di un libro della Fallaci mandava in fibrillazione la casa editrice. Tutti i direttori venivano allertati per coprire l’evento al meglio. Alcuni venivano anche precettati per intervistare il “mostro sacro”. Compreso il mio direttore: Paolo Pietroni con cui, negli anni a seguire, condividerò l’avventura della rinascita di <em>Amica</em>, della nascita di <em>Max</em> (per cui mi manderà negli Stati Uniti come corrispondente), di <em>Sette</em>.</p>
<p>Quella mattina fatidica io arrivo in redazione soddisfatto di aver parcheggiato in via Solferino (già, allora, si poteva persino trovare posto davanti al Corriere e nelle strade adiacenti) e subito mi chiama Pietroni che, con aria distratta, butta lì che quel pomeriggio aveva qualcosa di estremamente importante da fare e che alle 15 non poteva andare a incontrare Oriana, come già organizzato. «Vacci tu» disse. Glielo feci ripetere. Lui ripetè: «Vacci tu».</p>
<p>L’unica cosa che mi venne in mente di replicare fu se era proprio importante il suo appuntamento. Lui bofonchiò qualcosa che assomigliava a “dentista” o forse era “dietista”. Poi riprese a leggere le carte che aveva davanti facendo così capire che il colloquio era finito. Tentai un’ultima disperata difesa: «Non ho con me il registratore». «Prendi un taxi», disse «e vai a casa a prenderlo». Non faceva una piega.</p>
<p>L’incontro era fissato per le 15 in casa editrice, in via Rizzoli. Corro a casa a recuperare il registratore e cercare di fissarmi in testa delle domande. Cosa diavolo avrei chiesto alla regina delle interviste, a quella che aveva infinocchiato l’Ayatollah Khomenei, che aveva innervosito Henry Kissinger, che poteva incontrare indifferentemente Indira Ghandi o Neil Armstrong, Mohammed Reza Pahalavi o Deng Xiao Ping, solo alzando la cornetta del telefono (all’epoca i cellulari erano fantascienza)?</p>
<p>«Un’intervista medica», si era raccomandato il direttore prima di sgusciare velocemente al suo appuntamento dal dentista o dalla dietista. Sì, certo, un’intervista medica.</p>
<p>Alle 15 spaccate ero in Rizzoli e ecco l’Oriana spuntare da uno di quei corridoio chilometrici del vecchio palazzo, quello che adesso è stato venduto e stanno buttando giù per farci, dicono, un centro commerciale.</p>
<p>Lei fiorentina, io quasi fiorentino, riusciamo a sintonizzarci parlando male di un amico comune. Nel senso che lei, chinandosi verso di me con aria cospratrice e soffiandomi un faccia una zaffata di fumo, se ne uscì con: «Quello stronzo è un agente della Cia». Ah, davvero, credevo fosse un professore universitario. «Certo, ma la John Hopkins è una copertura». Davvero? «Davvero». Altra zaffata di fumo. «Allora, cominciamo?». Sì, cominciamo. Meglio che cominciamo.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-828" title="&quot;Caro Castellaccio&quot;" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/03/Oriana-bis-500x166.jpg" alt="&quot;Caro Castellaccio&quot;" width="500" height="166" /></p>
<p>Quello che segue è dunque il testo dell’intervista pubblicata il 28 febbraio 1980 nelle pagine della cultura del <em>Corriere Medico</em>. Il titolo: “Una donna”.</p>
<p><span id="more-824"></span></p>
<p><strong>Quando il centralino passò la telefonata, il dottor Richard Kaufman si stupì che la sua amica Fallaci lo chiamasse durante il turno in ospedale.</strong></p>
<p>«Dick, sono malata, stò male», lo investì. «Credo di avere il cancro, che si fa?».</p>
<p>Dick Kaufman pensò che, tutto sommato, era proprio difficile essere amici di quella furia di italiana. Pensò anche che se non le avesse fatto subito un check up non avrebbe avuto più pace. Le disse quindi di andare da lui.</p>
<p>«Ci vado, faccio le radiografie e il cancro non c’è. Ne sono contenta, ovvio, ma anche un po’ mortificata per il caos che ho causato».</p>
<p>Oriana Fallaci si accende una sigaretta. «Dio quanto fumo! Troppo, troppo», dice quasi a se stessa.</p>
<p>«Quante?», le chiedo.</p>
<p>Almeno sessanta risponde con imbarazzo.</p>
<p>A sentire lei è un ospedale viaggiante, il ritratto al femminile del protagonista del romanzo di Jerome “tre uomini in barca”, quello che andando un giorno alla biblioteca per documentarsi su un lieve malanno, scopre di essere affetto da tutte le malattie ad eccezione del “ginocchio della lavandaia” e se ne sente offeso, quasi fosse un affronto, una menomazione.</p>
<p>«Dev’essere perché ho incominciato molto presto ad avere pessimi rapporti coi medici e perché i medici hanno cominciato ancora più presto a farmi le prepotenze. Un giorno, ero una bambina, avevo male alla pancia. Un normalissimo mal di pancia. Fui portata dal medico e subito lui mi tolse l’appendice. Poi mi mostrò una garza con su un pezzetto di Oriana roseo e chiaro, pulito e disse: “Non ce l’aveva l’appendicite, non si trattava di quello. Ma non importa, tanto è sempre meglio levarla. E in ricordo di quella bella impresa m’è rimasta una brutta cicatrice. E il complesso di essere malata anche quando non lo sono».</p>
<p>Ma cos’altro ti hanno fatto questi medici, a parte il crimine di aver preso un pezzetto di Oriana tutto roseo e pulito?</p>
<p>«Mi hanno preso trenta dollari dopo che mi ero visitata da sola. Senti questa. Un giorno mi ammalo a New York e mi metto a letto con la febbre e un mucchio di dolori. Chiamo il medico e lui mi risponde di andare al suo studio. “Non posso – mi lamento – sono a letto, ho la febbre”. E lui: “prenda uno specchio, si guardi la lingua”. Prendo lo specchio, mi guardo la lingua. “La vedo”, dico. E lui: “Com’è?”. E io: “Brutta, brutta”. E lui: “Ho capito. Ora si tocchi il fegato”. “Dov’è”, chiedo io. Me lo spiega, lo localizzo. Lo pigio e lo ripigio. “Le fa male?”, chiede il medico. “Sì, tanto”. “Ho capito”, dice lui. “Cosa ho”, dico io. “È malata”, dice lui. “E cosa devo fare?”. “Stia a letto”, dice lui. “Ci sono già”, dico io. “Ci rimanga”, risponde lui. Poi posa il ricevitore e il giorno dopo mi arriva una lettera espresso che mi costringe ad alzarmi dal letto. Dentro indovina che c’è?».</p>
<p>La ricetta.</p>
<p>«No, il conto di trenta dollari».</p>
<p>Eppure a sedici anni, cioè con due anni di anticipo sui suoi coetanei, avendo superato l’esame di maturità e dovendo scegliere la facoltà universitaria a cui iscriversi, Oriana si iscrisse a medicina per diventare psichiatra.</p>
<p>«La medicina è lo studio più umanistico che esista», dice lei. «È il più bello in assoluto. Resta in me un grande rammarico per non aver studiato medicina. Il fatto è che mio padre non poteva mantenermi all’università per sei anni e dovevo lavorare, e lavorare significava per me lavorare in un giornale. Non erano già trascorse due settimane dall’iscrizione che già facevo la cronista. Di notte. Tornavo a casa col camioncino che portava i giornali alla stazione. Durante la lezione di anatomia, che era alle otto e mezzo del mattino, finivo sempre con l’addormentarmi. Dopo un anno di questa vita ero ridotta a trentotto chili. E dovetti scegliere tra la medicina che non mi pagava e il giornalismo che già mi pagava. E beninoi. Finì così il mio sogno di diventare psichiatra».</p>
<p>E i tuoi rapporti con la medicina continuarono nel ruolo di paziente.</p>
<p>«Ho il corpo coperto di cicatrici che sembro un torero», dice tutta contenta di essere un soggetto clinicamente interessante. E racconta con umorismo di un male all’orecchio che divenne mastoidite dopo essere transitato per tutti i vari stadi dell’otite, e il relativo intervento chirurgico che lasciò una di quelle cicatrici.</p>
<p>E poi ci sono quelle del Messico, quando ti hanno sparato addesso, le ricordo.</p>
<p>«Già, tre pallottole mi presi. Ma solo tre. Fui fortunata. Una fortuna che in Vietnam chiamavano “la bonne blessure”, cioè la ferita che non ti ammazza, non lede gli organi vitali, ma che ti permette di tornare a casa. Uhm! Temevo che mi tagliassero la gamba, invece, lì, la pallottola era entrata educatamente tra l’arteria e i nervi senza lederli. Un’altra era approdata fra la dodicesima e la tredicesima vertebra sfiorando il midollo spinale. Una fortuna sfacciata, ti dico».</p>
<p>E si accende un’altra sigaretta. Ormai, nel portacenere le cicche non si contano più.</p>
<p>Io dico che non stai male come dici e devi essere molto forte per resistere al ritmo convulso di vita che tieni.</p>
<p>Esita un attimo per chiedersi se è un complmento o un’offesa. Poi cede. Confessa: «In effetti sono piuttosto forte. Se pensi che vivo sulla tensione continua, il tipo di tensione che fa venire l’infarto agli uomini d’affari. La vita che faccio. E poi il mio carattere. Senza contare il continuo spostarmi tra i due continenti. L’America e l’Europa. Ogni volta ciò provoca in me un malessere fisico. Non mi sono mai abituata a superare il trauma delle sei ore di differenza tra New York e Roma. Eppure faccio quella vita da quasi diciotto anni. Be’, sì, hai ragione. Devo essere molto sana per resistere a una routine simile. Se fossi davvero malata come dico, a quest’ora sarei morta e sepolta. Ma lo sai che fra ottobre e gennaio ho attraversato l’Atlantico sei volte? E a questo aggiungi la continua tensione di cui parlavo prima. Il mio carattere».</p>
<p>Cioè?</p>
<p>«Il carattere di una persona molto emotiva che si sforza continuamente di controllare la sua passione col raziocinio».</p>
<p>Una sorta di dottor Jeckyll e mister Hyde.</p>
<p>«Pù o meno. Voglio dire, è sempre la parte raziocinante che vince in me. Però attraverso uno sforzo quasi disumano.È molto stressante dominare le proprie emozioni, incanalarle sui sentieri della ragione, ma lo è ancora di più in un individuo che come me ignora l’indifferenza. Io partecipo sempre a tutt e in modo eccessivo: nella gioia come nel dolore. Sono esagerata, diceva Alekos. E va da sé che anche lui lo era. Per questo ho potuto descriverlo così bene. Alekos era me. Uomo».</p>
<p>Cerca una sigaretta. Mormora: «La gente come me e come Alekos è sempre troppo felice o tropo infelice», poi sorride divertita: «Dev’essere per questo che ingrasso poco».</p>
<p>Forse mangi poco.</p>
<p>«Poco, ma di tutto. Inclusi i piatti grassi e dolci. Ho un grande rispetto per il cibo, una grande curiosità. Pensa che una volta o viaggiato con un cavolo in braccio, da Hanoi a Firenze. Sì, un cavolo vietnamita che volevo portare a mio padre perché ne cavasse il seme e lo piantasse. Da Hanai l’ho portato in Cambogia, a Phnom Phem, da lì a Bankog, poi a Nuova Delhi, a Karachi e così via. Ad ogni scalo il cavolo puzzava sempre più. Perciò io lo chiudevo sempre più in buste di cellophane. Quando sono arrivata era quasi marcio e mio padre mi ha chiesto se ero impazzita. Oltretutto si trattava di un cavolo che in Toscana si trova dovunque».</p>
<p>Ma tu sai cucinare?</p>
<p>«Certo, e bene».</p>
<p>Quale cucina preferisci?</p>
<p>«Non esiste una cucina che preferisco. Mi incuriosiscono tutte. Ho una raccolta ragguardevole di libri di cucina. E va da sé che non li leggo quasi mai perché mi piace inventare».</p>
<p>E bere, ti piace?</p>
<p>«Meno che mangiare. Soprattutto i liquori. Detesto il whisky. Non sono mai riuscita a inghiottire un sorso di whisky. Sa di medicina. Puzza. La bevenda che preferisco  il vino- Quello lo bevo, sia pure in quantità ridotte, durante i pasti. Infatti non so concepire una cena senza il vino. Non digerisco se non ho il mio bocchiere di vino mentre mangio. Per noi toscani il vino non è alcol, è cibo. Ricordo che quand’ero bambina, spesso, mia madre mi dava per merenda una fetta di pane inzuppata nel vino e coperta di zucchero. Posso sostituire il vino con la birra e basta purché ciò avvenga d’estate. Ma la birra è una scoperta molto recente, l’ho fatta in America dove viene consumata assai più del vino».</p>
<p>Semti, parliamo un attimo di tutto questo in rapporto al tuo lavoro di scrittore. Quello dello scrittore è un lavoro sedentario. Come tratti la tua salute nei periodi in cui lavori su un libro?</p>
<p>«Male, malissimo. Non la tratto, la maltratto. Prendi l’esempio dei tre anni durante i quali ho lavorato a quest’ultimo libro. Tre anni vissuti dentro una stanza come dentro una gabbia, senza uscirne mai. Mai. Neanche per fare una passeggiata, respirare un po’ì d’aria pura. Ed ero in campagna, pensa. Il fatto è che quando scrivo mi chiudo in uno stato di ipnosi, autoipnosi, che mi estranea dalla vita. Dal mio stesso corpo. Mi concentro talmente sullo sforzo che non mi chiedo neanche se mi sento bene o male. Così la mattina verso le otto bevevo un caffè doppio e andavo avanti senza mangiare fino alla sera, fino alle sette. A volte, verso mezzogiorno, masticavo distrattamente una scheggia di parmigiano. Insomma, mangiavo la sera e basta. Il che non mi capita spesso, del resto. Non mangiare a mezzogiorno è un’abitudine che ho maturato in America dov’è raro che la gente affronti il pasto completo a metà giornata. Il vero pasto è quello serale. E a me piace arrivare alla cena affamata come un lupo. Il cibo ha più sapore così- Diventa una gioia sensuale».</p>
<p>E lo sport, ginnastica, ne fai?</p>
<p>«Io no. Si dura fatica a fare la ginnastica. Si suda, e poi, magari, vengono gli strappi muscolari. Per carità! In quel senso sono molto pigra, pigrissima. La mia sola ginnastica è andare in fretta. Vado sempre di fretta, corro sempre. Il mio portiere a New York mi rimprovera: ma che corre? Perché corre? Calma, calma».</p>
<p>E tu allora ti calmi?</p>
<p>«No, non ho il tempo di andare piano, di camminare da signora. La giornata è così breve, soltanto ventiquattro ore. E non bastano mai. Inoltre la calma mi annoia. Mi fa sbadigliare».</p>
<p>Capisco. Ma permettimi di insistere. Non hai mai fatto uno sport?</p>
<p>«Con lo sport ho chiuso a ventitré anni quando sciando all’Abetone mi ruppi un piede. Me ne offesi a morte. Buttai via gli sci e da quel giorno non voglio più vedere neanche la neva, le montagne e gli edelweiss».</p>
<p>Nonostante questo tuo peregrinare fra un continente e l’altro traspare, dal tuo ultimo libro, un grande amore per la casa. Per un luogo stabile. Come si concilia?</p>
<p>«Io quando viaggio mi porto dietro la casa, come le lumache. Viaggiare con una borsa e lo spazzolino da denti è una delle cose che non ho mai imparato. Riempio la valigia fino all’inverosimile, senza contare i fogli, i libri, i giornali, le fotocopie e, a volte, anche i quadri. Se potessi mi sposterei con le pentole. L’attaccamento alla casa, agli oggetti della casa, forse è tipico delle persone che non hanno un punto fisso».</p>
<p>Ti piaci?</p>
<p>«Io?». La sua risata è un’esplosione. «Se mi piacessi sarei un po’ più serena. Io sono sempre arrabbiata con me stessa. Mi maltratto sempre. Mi accuso. Quando una cosa va male, prima di berciare contro gli altri, bercio contro me stessa. Del resto quale persona con un po’ di cervello, di senso critico piace a se stessa? No, no, guarda: io non mi piaccio, mi rispetto. È diverso».</p>
<p><strong>Una nota a margine di quest&#8217;intervista:</strong><em> Mentre Oriana parlava io continuavo a adocchiare un libro nero con i bordi rossi che sembrava uno di quei breviari dei parroci di campagna che spuntava dalla sua borsa. Finita l’intervista le chiedo di che libro si trattasse.  «È la mia agenda», dice lei. La prende e me la mostra. Non le sfuggì il mio sguardo di fanatico di paraphernalia da cartoleria: «Quando torno a New York te ne compro una e te la mando», disse. Certo, grazie. </em></p>
<p><em>Figurati se Oriana Fallaci torna a New York, va in cartoleria, compra un’agenda e ma la spedisce. Comunque, grazie del pensiero.</em></p>
<p><em>Be’, non ricordo quanto tempo passò, ma di lì a poco mi arriva un pacchetto in redazione. Lo apro e dentro c’è una piccola agenda verdolina, con un biglietto attaccato con del nastro adesivo. Diceva: «N.Y. Feb. 80. Caro Castellaccio (aveva preso a chiamarmi così) l’agenda come la mia era finita. Così ho preso questa che non mi pare brutta. Oriana Fallaci». Rimasi senza parole. Anche perché, nonostante la sua estrema carineria, l’agenda era proprio brutta.</em></p>
<p><em><img class="aligncenter size-medium wp-image-827" title="&quot;Caro Castellaccio&quot;: bigliettino di accompagnamento inviato da Oriana insieme all'&quot;agenda americana&quot;" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/03/IMG_11011-400x300.jpg" alt="&quot;Caro Castellaccio&quot;: bigliettino di accompagnamento inviato da Oriana insieme all'&quot;agenda americana&quot;" width="400" height="300" /><br />
</em></p>
<p><em>Tre anni più tardi feci il mio primo viaggio negli Stati Uniti, a Los Angeles: la prima cosa che feci è andare in cartoleria a comprare l’agenda dei miei sogni.</em></p>
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		<title>Philip Kerr: ritratto di scrittore scozzese nel suo interno</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 17:57:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che fine ha fatto Philip Kerr? Scrive, direbbe il suo agente. In effetti se si dà un’occhiata alla sua produzione (cliccate qui) scrive e tanto. Peccato che non scriva più romanzi con Bernhard Gunther, detective privato le cui avventure si svolgono nella Berlino degli anni Trenta. Qui di seguito, un’intervista di qualche tempo fa.

“Esistono due [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Che fine ha fatto Philip Kerr? Scrive, direbbe il suo agente. In effetti se si dà un’occhiata alla sua produzione (</em><a href="http://www.unilibro.it/find_buy/findresult/libreria/prodotto-libro/autore-philip_kerr_.htm" target="_blank">cliccate qui</a><em>) scrive e tanto. Peccato che non scriva più romanzi con Bernhard Gunther, detective privato le cui avventure si svolgono nella Berlino degli anni Trenta. Qui di seguito, un’intervista di qualche tempo fa.</em></p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-803" title="Philip Kerr, courtesy El Mundo" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/02/1251997628_1-463x300.jpg" alt="Philip Kerr, courtesy El Mundo" width="463" height="300" /></p>
<p><strong>“Esistono due tipi di libri: quelli che si devono leggere e quelli che si vogliono leggere”</strong> teorizza Philip Kerr, enfant prodige della narrativa d’avventura anglosassone, avvocato di formazione, pubblicitario di mestiere, scozzese di nascita. “Io scrivo quelli che la gente vuole leggere”. Semplice.</p>
<p>Philip Kerr è uscito allo scoperto nel 1989, pubblicando un insolito libretto, “<em>Violette di marzo</em>” che lo scaraventò nell’olimpo delle migliori giovani promesse inglesi. È la storia di un detective privato tedesco, Bernhard Gunther, che svolge la professione più antica della narrativa poliziesca nella Berlino anni Trenta, in una Germania che si appresta ad indossare la divisa nera delle SS e che, di lì a poco, sarebbe precipitata nell’abisso della guerra. Il successo è immediato. I romanzi diventano tre e vengono raccolti in un omnibus dal titolo “<em>Berlino nera</em>”. In Italia le storie di Bernie Gunther sono pubblicate dall’editore Passigli.</p>
<p>Bernhard Gunther è un detective che, in gioventù, ha combattuto sul fronte turco. Prima guerra mondiale. Croce di ferro al valore. Di seconda classe, proprio come quella del Führer. Anche perché la prima classe la davano praticamente solo a quelli che abitavano già al cimitero. Le similarità con Adolf Hitler, però, finivano lì.</p>
<p>Bernie era stato anche nella polizia, col grado di Kriminalinspektor, ma aveva lasciato la Kripo &#8211; la Kriminalpolizei &#8211; per diventare investigatore privato. Un lavoro ingrato nella Germania del Terzo Reich. Anche se lui il cappello di feltro grigio scuro lo portava proprio come quelli della Gestapo, con la falda anteriore più bassa di quella posteriore, in modo che coprisse gli occhi. Una tecnica imparata in polizia. Ma anche in questo caso le similarità finivano lì.</p>
<p>Herr Gunther si occupa di tutto ad eccezione dei divorzi. “La gente ha strane reazioni quando si tratta di corna”, dice. La sua specialità sono le persone scomparse e, neanche dirlo, con l’avvento al potere dei nazional socialisti”, i suoi affari hanno avuto un notevole miglioramento.</p>
<p><span id="more-802"></span>Questo era il primo Kerr, poi sono arrivate avventure fanta-medico-archeo-tecnologiche. Come <em>Esaù</em>, un minestrone condito di scienza, sesso, scalate e abominevoli uomini delle nevi. Già, perché Esaù non è altri che uno Yeti che vive sull’Annapurna, uno dei più alti picchi del Nepal, in una sorta di valle degli orti nascosta a cui si accede saltando da un crepaccio e soprattutto cercando di non farsi uccidere da un agente segreto pazzo sfuggito di mano alla Cia.</p>
<p>Quello che è certo è che a Kerr non si riesce a dare un’etichetta. Letteraria, ma anche fisica. Siamo a Wimbledon, a sud di Londra. Suoniamo il campanello della palazzina a mattoncini rossi, a tre piani, dove abita (al pianoterra) e lavora (lui nel seminterrato, la moglie nell’attico) e ti si para davanti uno che diresti più iraniano che scozzese e che, difficilmente, immagineresti con indosso il gonnellino dei fucilieri di Sua Maestà. Per di più veste tutto di nero &#8211; probabilmente per fare il paio con i capelli corvini.</p>
<p>Racconta: “Sono nato a Edinburgo, nel 1956. Sono scozzese. I miei genitori sono entrambi scozzesi”. Kerr ci tiene a chiarire subito da che parte sta. “Ho vissuto lì fino a 15 anni. Forse 16. Dopo di allora ho sempre vissuto in Inghilterra”.</p>
<p>Scusi, ma la Scozia non sta in Inghilterra? Kerr sospira. “È difficile per altri europei capire come gli scozzesi si percepiscano diversi da tutti. Vede, gli scozzesi sono sempre stati molto nazionalisti e molto orgogliosi di essere tali”.</p>
<p>E lei? “Oggi non penso a me come a uno scozzese, anzi il più delle volte non mi piacciono neanche. Mi irritano”.</p>
<p>Come definirebbe uno scozzese? “Aggressivo. Uno pieno di amarezza e risentimento nei confronti degli inglesi. In un certo senso è come per gli irlandesi, con la sola differenza che gli scozzesi sono molto più creativi e industriosi e troppo intenti a fare soldi per riuscire a tradurre il loro nazionalismo in qualcosa di violento. La loro ribellione è solo teorica”.</p>
<p>Impensabile quindi, a parte lei, trovare uno scozzese all’estero. “Guardi, quelli che lasciano la Scozia, scappano. Robert Louis Stevenson se ne andò a Samoa e Muriel Spark vive in Toscana. Edinburgo è una città piccola e seducente ed è facile credere di essere al centro del mondo. Quando, poi, scopri che non è così, finisce che ritieni Edinburgo responsabile delle tua delusione. La Scozia è un mondo di piccolezza, di ristrettezza mentale da cui vuoi scappare. Io se, da una parte, non riuscirò mai a sfuggire dal fatto di essere scozzese, dall’altra non ho nessun desiderio di ritornare là, vivere là o, persino, scrivere sulla Scozia”.</p>
<p>Con tutto quello che mi dice, come si giustifica il fatto che il più famoso agente segreto di Sua Maestà Britannica, quello con licenza di uccidere, l’immortale 007, sia stato portato sullo schermo da uno scozzese d’origine controllata come Sean Connery? “Ian Fleming aveva fatto frequentare al suo personaggio una famosa università scozzese, una che pensa di essere la “<em>Eton del nord</em>”, dove sono stato anch’io, ma credo che l’unico allievo famoso di quella scuola sia stato proprio James Bond. Con questi precedenti era verosimile che l’attore che lo avrebbe impersonato potesse venire da Edinburgo: ecco il perché della scelta di Sean Connery, tipico scozzese, soprattutto ora che sta invecchiando, con quei tatuaggi che fanno tanto classe operaia e senza il minimo senso dell’eleganza, perché per uno scozzese fare attenzione ai vestiti è considerato effeminato. Assomiglia sempre più a mio nonno”.</p>
<p>Lasciamo perdere gli scozzesi e parliamo di come lei è diventato scrittore. “Ho studiato legge all’università, ma solo perché mio padre voleva che avessi un lavoro serio. Anche il padre di Robert Louis Stevenson aveva costretto il figlio a studiare legge. Poi mio padre morì, giovanissimo, a 47 anni, poco dopo che mi ero laureato. Rimasi colpito. Mi dissi: se anch’io dovessi vivere così poco voglio almeno inseguire i miei sogni. E i miei sogni erano diventare scrittore. Tutto quello che facevo, anche i miei impieghi erano sempre in funzione della scrittura. Lavoravo in un’agenzia di pubblicità perché mi lasciava abbastanza tempo libero per scrivere. Non dovevo presentarmi prima delle 10 del mattino, la pausa di pranzo era assolutamente elastica e non era necessario restare in ufficio fino a tardi. Così lavoravo a un romanzo prima di andare a lavorare, facevo le ricerche durante la pausa che non era mai meno di due ore e mezzo, e ci lavoravo la sera. Ho fatto questa vita fino al mio trentesimo compleanno. Ho scritto tre o quattro libri pessimi che fortunatamente non sono stati pubblicati, ma la scrittura è artigianato ed era come se mi fossi allenato per imparare un mestiere. Adesso sono contento di non essere stato pubblicato così presto, perché probabilmente sarei andato in un’altra direzione. Il primo libro segna il territorio letterario che finisci per abitare. All’epoca ero molto influenzato da Martin Amis che scriveva di giovani letterati che vivevano a Londra e che volevano partorire un romanzo. Ne ero quasi ossessionato, fin quando una mattina mi svegliai e mi chiesi: ma chi diavolo vuol leggere romanzi di romanzieri che fanno la fame? Così la smisi”.</p>
<p>E arrivò Berlino nazista. Un bel salto dalla <em>Swinging London</em>. “Io non sono mai stato un grande lettore di polizieschi, ma avevo fatto un corso post-laurea in filosofia legale tedesca, roba assolutamente arida, ma che mi fece interessare alla storia economica della Germania negli anni Trenta. Fu così che pensai che sarebbe stato interessante scrivere un libro sulla vita quotidiana di quel periodo usando la tecnica del romanzo giallo”</p>
<p>Mai stato a Berlino? “Mai. Berlino la conosco solo dai libri. Ho passato 18 mesi a fare ricerche storiche. Volevo sapere tutto quello che c’era da sapere sulla Berlino pre-bellica che è un po’ come fare il detective visto che, da allora, ormai tutto è cambiato. Per fortuna l’agenzia di pubblicità per cui lavoravo era in St.James Square dove, dall’altra parte della piazza c’è la London Library, una delle più antiche biblioteche della città, se non del mondo. Avevano una grande sezione di libri che erano stati comprati negli anni Venti e Trenta, proprio il periodo che mi interessava. E ho cominciato da lì”.</p>
<p>I romanzi su Berlino sono fortemente caratterizzati da minuziosi dettagli d’epoca che creano un’atmosfera coinvolgente. “Era quello il mio obiettivo. Volevo che la mia Berlino fosse come la Los Angeles di Chandler. Mi chiedevo: cosa avrebbe scritto Chandler se avesse ambientato un romanzo nella Germania degli anni Trenta? E come trama ho evitato come la peste quelle storie dove si vuole uccidere Hitler, rubare l’oro tedesco e stupidaggini del genere. Volevo creare un’indagine intorno a un crimine ordinario che avesse una sua dignità pur essendo circondato dal Grande Crimine che si stava perpetrando nel paese. Così scrissi “<em>Violette di Marzo</em>”. E il mio agente mi fece notare che dopo tutto lo sforzo fatto per quelle ricerche potevo anche scriverne un altro. Così feci. E poi un altro ancora. Arrivato al terzo mi divertivo molto, ma decisi di non andare avanti per non diventare pigro e soprattutto per non dare al lettore qualcosa di scontato. Eppoi, diciamocelo chiaramente, se il mio Bernie Gunther avesse avuto lo stesso successo di James Bond, lasciarlo sarebbe stato molto difficile, ma, all’epoca, non è che la gente facesse la fila per comprare i miei libri e allora perché non percorrere altri territori?”</p>
<p>I suoi editori, i suoi recensori la paragonano sempre a qualcuno. Ieri lei era Dashell Hammett. Oggi lei è Michael Crichton. Non si secca mai? “Essere paragonato a uno dei migliori, se non il migliore scrittore di best-seller del mondo è un onore, ne sono felice”.</p>
<p>Cosa cambia nella vita di uno scrittore che entra nella lista delle migliori giovani promesse inglesi, anno 1993? “Non cambia molto. La gente, per fortuna continua a non riconoscermi per strada, non sopporterei di avere una faccia famosa e riconoscibile. Certo, allora, è stato molto lusinghiero e il vantaggio è che, dopo, sono stato preso un po’ più sul serio. Però nell’ambiente letterario londinese il fatto che io faccia anche soldi è ritenuto pressochè criminale”.</p>
<p>Invidia? “Appunto. Tutti sono molto interessati ai soldi, ma nessuno lo ammette. È la storia della volpe e dell’uva. È chiaro che se uno scrive per vent’anni e non è pubblicato, finisce col dire che scrive solo per alti ideali e parla male di chi i soldi li fa”.</p>
<p>Fra lei e Hollywood è stato amore a prima vista, o quasi. Ma che ne è stato della trilogia su Berlino? “Anche quella è stata venduta, ma a una casa di produzione tedesca che non so cosa ne abbia fatto. A volte la gente compra un libro e poi si accorge che è difficile e costoso tirarne fuori un  film. Il cinema è un’area che non mi interessa più di tanto. Mi piace essere coinvolto alla periferia di Hollywood e finora ce l’ho fatta ad evitare di esserne risucchiato”.</p>
<p>Quindi niente prossimi trasferimenti a Los Angeles. “Non vivrei mai a Los Angeles. Se devo andarci, da Londra, sono dieci ore di aereo. Faccio quello che faccio più facilmente qui. E poi, ad essere onesto, vivrei molto più volentieri in Italia o in Francia che in America anche se il mio prossimo romanzo, ancora allo stadio di matita, è ambientato nell’America degli anni Sessanta”.</p>
<p>Allo stadio di matita? “Sì, io scrivo con una matita, ad essere più esatti, una penna porta mine. Lo trovo più fluido e manuale. Poi quando ho finito, ribatto il tutto al computer e nel frattempo faccio degli aggiustamenti. Non riuscirei mai a scrivere direttamente alla macchina. Ho bisogno di tempo, cambio. Il computer ti dà una libertà infinita. Pensi a quando si usava la carta carbone. Un incubo”.</p>
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		<title>Robert Harris e i fantasmi della storia</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 21:09:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Robert Harris è uno scrittore inglese che di fantasmi della storia se ne intende. Ha cominciato la sua carriera di romanziere, nel 1992, con uno strepitoso “Fatherland”, in cui l’ombra del fantasma di Hitler si allunga su un’Europa che ha visto, nella seconda guerra mondiale, la vittoria della Germania nazista, i cui tentacoli si dipanano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Robert Harris è uno scrittore inglese che di fantasmi della storia se ne intende.</strong> Ha cominciato la sua carriera di romanziere, nel 1992, con uno strepitoso “<em>Fatherland</em>”, in cui l’ombra del fantasma di Hitler si allunga su un’Europa che ha visto, nella seconda guerra mondiale, la vittoria della Germania nazista, i cui tentacoli si dipanano da Berlino verso Mosca, l’Inghilterra, la Francia, l’Olanda governate da regimi ossequiosi verso il Reich. L’azione &#8211; un’indagine in cui si intrecciano agenti della Gestapo e giornalisti americani, degna della migliore tradizione della detective story &#8211; si svolge a Berlino nel 1964, alla vigilia del settantacinquesimo compleanno del Fuhrer. Con questo libro, di cui sono state vendute quattro milioni di copie e ne è stato tratto un film televisivo prodotto dalla HBO, Robert Harris, all’epoca editorialista per il “<em>Sunday Times</em>” di Londra, è entrato a pieno titolo nel girone di serie “A” dei maestri della suspense, al fianco dei John Le Carre, dei Len Deighton, dei Martin Cruz Smith.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-790" title="Rober Harris" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/02/robert-harris-300x300.jpg" alt="Rober Harris" width="300" height="300" /></p>
<p>Il fantasma di Hitler si allunga anche sul secondo romanzo di Harris, “<em>Enigma</em>” (del 1995). Il titolo prende nome dalla potente macchina crittografica in possesso dei nazisti che sembrava essere assolutamente inviolabile. “<em>Enigma</em>” racconta &#8211; dal punto di vista di uno degli scienziati coinvolti nel progetto, asserragliato nel leggendario quartier generale di Bletchley Park &#8211; la storia di  come gli alleati riuscirono a penetrare i codici segreti nazisti e a contribuire alla vittoria finale. Di questo libro ne sono state vendute un altro paio di milioni di copie che hanno permesso a Harris di abbandonare definitivamente il giornalismo per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura creativa e nello stesso tempo di trasferirisi con la famiglia &#8211; moglie e figli – in una casa di campagna, fuori dalla pazza folla di Londra.</p>
<p>Harris ha poi continuato a lavorare sui fantasmi. Con “<em>Archangel</em>”, si è confrontato con un altro fantasma della nostra storia recente, Iosef Stalin, il dittatore sovietico che, secondo Robert Harris si è macchiato di crimini sanguinari più efferati della sua controparte tedesca. “<em>Archangel</em>” è la storia di un ricercatore inglese, Fluke Kelso, in visita a Mosca in occasione di un convegno internazionale sulla gestione degli archivi storici che viene avvicinato da un vecchio militante che asserisce di aver assistito alla morte di Stalin e alla “copertura” organizzata da Lavrentij Pavlovic Berija, il lugubre capo della polizia segreta, che non solo avrebbe preso tempo nell’annunciare la morte del dittatore nel tentativo di consolidare il proprio potere, ma avrebbe fatto sparire un certo libretto nero appartenuto a Stalin su cui chissà quali misfatti, quali segreti furono registrati. E qui siamo su un terreno friabile: invenzione letterararia o realtà? Harris dà voce alle teorie che il libretto era esistito veramente e lancia alla ricerca il suo personaggio. Man mano che ci si inoltra nella lettura si scoperchia un mondo di intrigo che va ben al di là di quello becero, buzzurro e violento delle storie di mafia russa. Il libretto di Stalin porta diritto a un progetto di controllo del mondo che neanche Hitler, nei suoi momenti di delirio di potere aveva teorizzato.</p>
<p><span id="more-785"></span>L&#8217;intervista che segue è stata fatta all&#8217;epoca della pubblicazione di “<em>Archangel</em>”.</p>
<p>Robert Harris è, all’apparenza, un signore inocuo che non diresti attraversato da visioni letterarie impetuose. Si presenta al nostro appuntamento, al bar del Ritz di Londra, in doppiopetto scuro, cravatta a pallini, fazzoletto a pallini. Si guarda intorno e l’ambiente è turisti giapponesi con telecamere e signore incipriate e impellicciate che prendono il tè, anche se sarebbe più esatto dire che si abbuffano su vigorosi pasticcini annaffiati da tè emaciati. Optiamo per un più popolare pub, in fondo alla strada, impregnato di schiamazzi umani, musicali e birreschi. Segno del destino, ci sediamo di fronte a un manifesto pubblicitario di una vecchia fabbrica di birra: “Archangel Ale”. Il lampo negli occhi di Harris non lascia prevedere niente di buono. Ne tasta la cornice, ma per fortuna il manifesto è avvitato al muro. Siamo salvi, anche se lui si lascia scappare un <em>«damn it</em>».</p>
<p><em>Allora, chi è Robert Harris?</em></p>
<p>«Sono nato il 7 marzo 1957 a Nottingham. Mio padre era uno stampatore. Sono andato a Cambridge che avevo 18 anni, dove ho preso un diploma di inglese. Dall’università sono entrato direttamente alla BBC. Ho cominciato come ricercatore per dei documentari, poi sono passato ai programmi giornalistici e nell’86 ho fatto il salto nella carta stampata. Sono diventato editorialista politico dell’Observer, prima e del Sunday Times, dopo. Nel ’91 ho cominciato a scrivere “Fatherland” e, da allora, come nelle fiabe, ho vissuto felice e contento».</p>
<p><em>Parliamo un po’ di Russia che è l’argomento intorno a cui ruota il suo romanzo. Lei ha scritto recentemente sul </em>Daily Mail<em> che fu Stalin e non Hitler il più efferato personaggio storico che abbia attraversato il nostro secolo. Cosa l’ha portato a questa conclusione?</em></p>
<p>«Negli anni passati, per una serie di motivi professionali, mi sono occupato, quasi a tempo pieno, di Hitler. Nell’immaginario collettivo Hitler è sinonimo di malvagità. Ma a un certo punto mi sono chiesto se puntando tutta la nostra attenzione su un unico uomo non finivamo per perdere di vista il quadro più generale. Mi sono anche chiesto se concentrandoci esclusivamente sulle vittime del nazismo non ci dimenticavamo di quelle del comunismo. E sono giunto alla conclusione che il vero fantasma da cui dobbiamo difenderci è quello di Stalin e non quello di Hitler di cui ormai sappiamo praticamente tutto. Stalin è uno che in un solo giorno, l’8 dicembre del 1938, firmò 30 liste di condannati a morte contenenti 5000 nomi e, dopo, se ne andò tranquillamente a teatro. Stalin è uno che avallò la fucilazione di 13.500 uomini per tentata diserzione durante la battaglia di Stalingrado. Stalin era uno sterminatore di massa il cui motto era: “chi vince non è giudicato”. Il fatto è che Stalin vinse e Hitler perse. E finisce che le nostre coscenze cercano di dimenticarsi dei crimini di Stalin contro l’umanità perchè, nonostante lui e Hitler fossero stati alleati fra il 1939 e il ’41, il suo apporto bellico, una volta passato dalla parte alleata, fu fondamentale per portare la Germania nazista alla sconfitta».</p>
<p><em>È per questo che, secondo lei, le vittime dei nazisti godono di maggior rispetto di quelle della repressione staliniana? Che differenza c’è fra morire a Dachau e morire in un Gulag sovietico?</em></p>
<p>«Questa è una materia complicata. Penso che sono molte le ragioni per cui ci soffermiamo più sui crimini dei nazisti che su quelli staliniani. Il motivo principale, credo, è che la Germania, essendo al centro dell’Europa, è parte della nostra tradizione occidentale, mentre la Russia è percepita come una nazione asiatica molto lontana da noi. I crimini del presidente Mao, poi, sono ancora più lontani. Secondo, durante la guerra, come dicevo prima, i russi combatterono dalla parte degli alleati e, in piccola parte, dobbiamo le nostre libertà anche a Stalin e alla sua spietatezza. Certo non è confortante. Anche quelli che Stalin ha ucciso erano essere umani, ma non hanno nessuno che parli per loro. Non c’è nessuno Spielberg che decide di tenere viva la loro memoria. Le vittime di Stalin sono vittime senza nome. Stalin era uno psicopatico serio, altro che Hitler, mentre per noi Hitler è diventato un cliché, una strada semplice per indicare il concetto di “cattivo”. Concentrarsi su Hitler ha fatto sì che l’attenzione venisse distratta da Stalin».</p>
<p><em>In Russia sembra ci sia di nuovo voglia di comunismo. Si respira un aria del tipo: si stava meglio quando si stava peggio. Lei pensa che il paese sia in cerca di un nuovo Stalin?</em></p>
<p>«Gli elementi ci sono tutti. C’è molta gente che sogna di avere un presidente con le palle. È un elemento molto radicato nell’anima russa. Stalin poi gode di una particolare ammirazione nell’immaginario collettivo di quel paese. Pensi che in un recente sondaggio è venuto fuori che un russo su sei non ha dubbi che Stalin sia stato il loro più grande leader. La situazione in Russia, da qualunque parte la si guardi, è spaventosa. È spaventoso che in quell’enorme paese ci siano diecimila testate nucleari sparse qua e là, è spaventoso che non ci sia nessuno a comandare veramente, che abbia in mano il controllo della situazione. Per la maggior parte dei russi la vita era decisamente meglio prima. Oggi il paese è impoverito e umiliato. Sì, molti, oggi, sono ricchi, ma la libertà incontrollata ha portato seri problemi soprattutto di crimine, di aids, di prostituzione. La situazione fuori Mosca, poi, è senza speranza. La maggior parte dei turisti si ferma nella capitale e non sa cosa c’è fuori le mura. Mosca è la città del boom, ma quando arrivi in periferia ti accorgi di cos’è la Russia veramente. In Occidente ne abbiamo un’impressione decisamente distorta».</p>
<p><em>Lei prevede una fine prossima a tutta questa follia o pensa che la situazione peggiorerà?</em></p>
<p>«È molto difficile dirlo. Anche perchè, la tendenza, quando si parla di Russia, è di essere un filo apocalittici. Ogni momento si dice: quest’inverno ci sarà il crollo. E la cosa si ripete dai tempi di Gorbaciov ma, alla fine, non è mai successo niente. Da questo punto di vista sono ottimista, ma lo scenario globale è sinistro. Viene da ridere che l’Occidente si preoccupi delle armi biologiche e chimiche di Saddam Hussein, uno scherzo in confronto alla potenza di fuoco nucleare della Russia, gestita, fra l’altro, da gente che non riceve lo stipendio da mesi».</p>
<p><em>Qualcuno ha paragonato la Russia di oggi alla California della corsa all’oro, un posto dove le opportunità si sprecano. È d’accordo?</em></p>
<p>«No. L’idea che la Russia attraversi una fase iniziale di capitalismo come era stato per la California del secolo scorso è assolutamente irreale. In Russia non c’è neanche l’ombra di una tradizione di proprietà privata: è una società più selvaggia del selvaggio West».</p>
<p><em>È possibile che il libretto nero protagonista del suo romanzo sia esistito veramente?</em></p>
<p>«Sì, è possibile, anzi probabile. Quando ho cominciato a scrivere il libro non sapevo di questa storia. L’ho scoperta facendo delle ricerche. C’era veramente un libretto che è scomparso come sono scomparse le lettere dal carcere di Bukarin. Le lettere di Bukarin, alla fine, sono state ritrovate e pubblicate ed è molto possibile che anche il famoso libretto di Stalin esista».</p>
<p><em>Lei ha scritto tempo fa su “</em>The Independent”<em> dell’influenza che suo padre ha avuto su di lei. Aggiungendo: “Ho sempre cercato di scrivere per gente come lui, non per i critici letterari”. Come descriverebbe la “gente come lui”?</em></p>
<p>«Un uomo intelligente che non aveva studiato molto, un autodidatta che leggeva Georges Simenon e Graham Greene, che sceglieva autori semplici, ma intelligenti con storie da raccontare».</p>
<p><em>Come scrive Robert Harris?</em></p>
<p>«Scrivo con una stilografica e poi ribatto il testo sul computer. Cerco di avvicinarmi il più possibile alla stesura finale perché non mi piace ritornare sul testo. Mi piace il silenzio anche se non potrei mai scrivere in un cottage deserto. Mi piace il rumore della casa».</p>
<p><span style="color: #808080;">NOTA:</span></p>
<p><span style="color: #808080;">Tutta  l&#8217;opera letteraria di Harris, in Italia, è pubblicata da Mondadori ed è reperibile <a href="http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&amp;xy=robert+harris" target="_blank">qui</a><br />
</span></p>
<p><span style="color: #993300;"><span style="color: #808080;">Dopo <em>Archangel</em> Harris ha scritto una serie di romanzi storici &#8211; <em>Pompei</em>, <em>Imperium</em> e recentemente <a href="http://www.librimondadori.it/web/mondadori/scheda-libro?autoreUUID=dda2aefc-9ea9-11dc-9517-454a8637094f&amp;isbn=978880459381" target="_blank"><em>Conspirata</em></a>. Questi ultimi due fanno parte di una trilogia dedicata alla vita di Cicerone vista attraverso i ricordi di Marco Tullio Tirone suo schiavo, ma anche segretario e confidente, una sorta di dr. Watson dell&#8217;antichità. Nel 2007 Harris aveva abbondonato, per un attimo, la storia antica per dedicarsi alla storia contemporanea scrivendo <em>Il ghostwriter</em>, una storia in cui si immagina un ex primo ministro britannico perseguitato dai fantasmi di un&#8217;impopolare guerra dichiarata per far piacere all&#8217;alleato americano e che ora rischia di costargli un&#8217;accusa di crimini di guerra a cui deve rispondere davanti al tribunale internazionale dell&#8217;Aja. Per questo si barrica negli Stati Uniti, paese che non riconosce quel tribunale, e decide di scrivere le sue memorie aiutato da un altro fantasma, quello di un ghost writer, appunto. Ogni riferimento a Tony Blair, dice Harris, è puramente casuale. <em>Naturalmente!</em> Il libro è stato portato sullo schermo dal regista Roman Polanski che presenta il film in concorso alla 60esima mostra internazionale del cinema di Berlino 2010 (11-21 febbraio). In Italia uscirà con il titolo &#8220;L&#8217;uomo nell&#8217;ombra&#8221;. Ecco il trailer:</span></span></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="450" height="242" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="wmode" value="transparent" /><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="src" value="http://www.traileraddict.com/emd/18140" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="450" height="242" src="http://www.traileraddict.com/emd/18140" allowfullscreen="true" wmode="transparent" allowscriptaccess="always"></embed></object></p>
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		<title>James Ellroy: un&#8217;adolescenza ai margini del crimine</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 13:30:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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		<description><![CDATA[Esce in Italia a gennaio 2010 l’ultimo romanzo di James Ellroy, Il sangue è randagio (Mondadori, traduzione di Giuseppe Costigliola, titolo originale: Blood’s a rover). Quella che segue è un’intervista a James Ellroy fatta qualche tempo fa a Los Angeles. La scheda del libro si trova in fondo al testo.


James Ellroy intascò per il suo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Esce in Italia a gennaio 2010 l’ultimo romanzo di James Ellroy, </em><strong>Il sangue è randagio</strong><em> (Mondadori, traduzione di Giuseppe Costigliola, titolo originale: </em>Blood’s a rover<em>). Quella che segue è un’intervista a James Ellroy fatta qualche tempo fa a Los Angeles. La scheda del libro si trova in fondo al testo.</em></p>
<p><em><img class="aligncenter size-medium wp-image-774" title="James Ellroy (da Wikipedia)" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/01/475px-JamesEllroy-237x300.jpg" alt="James Ellroy (da Wikipedia)" width="237" height="300" /><br />
</em></p>
<p><strong>James Ellroy intascò per il suo primo romanzo, <em>Brown&#8217;s Requiem</em>, tremilacinquecento dollari. </strong>Steve Erickson, suo biografo, racconta che il neo-scrittore saldò le mensilità arretrate dell&#8217;affitto, si comprò una Chevrolet del &#8216;64 e portò la sua ragazza fuori città per il fine settimana. Finiti i soldi, le chiese in prestito cinque dollari per un paio di hamburger e se ne andò da Los Angeles per trasferirsi nei sobborghi di New York e diventare uno dei più affermati autori di letteratura poliziesca contemporanea.</p>
<p>Un&#8217;adolescenza ai margini del crimine, quella di Ellroy. Prima la tragedia della madre, assassinata quando James aveva dieci anni (i fantasmi di quel lutto sono stati trasportati in <em>Black Dahlia</em>, il romanzo che lo ha assurto agli onori della notorietà internazionale), poi una saltuaria attività di piccola delinquenza: dai furtarelli nelle case degli amici a più impegnative ruberie con scasso.</p>
<p><em>Ellroy, quale impatto ha avuto questa sua pratica criminale nella sua professione di scrittore?</em> «C&#8217;e&#8217; un tema ricorrente nei miei romanzi: il furto con scasso. Io non ne ho fatti molti. I miei misfatti erano di tipo dilettantesco. Ero un maldestro e finivo per rubare oggetti marginali di nessun valore. L&#8217;eccitante era trovarsi dentro la casa di qualcuno, di immaginarne le abitudini, i vizi. A volte lo facevo solo per il piacere di guardarmi intorno e non toccare niente. E&#8217; per questo che i miei libri sono pieni di ladri voyeur. Mi piace rivivere il brivido dell&#8217;effrazione sulla pagina».</p>
<p><span id="more-772"></span><em>Che tipo di accoglienza hanno avuto i suoi primi romanzi negli Stati Uniti?</em> «A quel tempo non ero conosciuto. Alcuni critici erano infastiditi dalla violenza e dal sesso, ma in generale non e&#8217; andata male. <em>Brown&#8217;s Requiem</em> e <em>Clandestine</em> entrarono in finale per premi letterari di categoria. Il terzo libro, <em>Blood on the Moon</em>, e&#8217; diventato invece un film: <em>Cop</em>, con James Woods, nella parte del detective Lloyd Hopkins, il personaggio che e&#8217; poi ripreso in <em>Because the Night. </em>Lloyd, badi bene, non e&#8217; un eroe di tipo tradizionale, e&#8217; solo un poliziotto che tenta di controllare il caos della propria vita mettendo ordine nel caos della vita degli altri».</p>
<p><em>Perche&#8217; dopo quell&#8217;avventura ha deciso di abbandonare Lloyd Hopkins? </em>«Volevo scrivere opere di più ampio respiro letterario, con radici storiche. Per anni ero stato ossessionato dalla vicenda della Black Dahlia &#8211; la donna uccisa, l&#8217;assassino mai scoperto &#8211; il cui collegamento con la morte di mia madre era evidente, e quello e&#8217; diventato il mio libro successivo. Hopkins, in fondo, mi aveva annoiato».</p>
<p><em>Quali altri suoi romanzi sono stati portati sullo schermo? </em>«Molti di loro sono opzionati come progetti, ma non so a che stadio siano. E neanche mi interessa. Come non mi interessa scrivere sceneggiature. Con Hollywood non ho niente da spartire».</p>
<p><em>Quali sono le sue abitudine di scrittura? </em>«Sveglia alle otto. Lavoro fino all&#8217;una e mezzo. Palestra. Ancora due ore di lavoro nel tardo pomeriggio. Vita di famiglia, poi di nuovo lavoro dalle otto e mezzo alle undici di sera. Non so battere a macchina, scrivo a mano su blocchi di carta comune con una biro da due soldi, inchiostro nero. Le correzioni le faccio in rosso».</p>
<p><em>Tutti i suoi romanzi sono ambientati a Los Angeles. Come quelli della maggior parte degli autori di polizieschi. Perché quest&#8217;ossessione comune? </em>«Colpa di Raymond Chandler. Lui ha dato il via alla moda. Io, poi, vengo da Los Angeles, ci ho vissuto 33 anni. Anche se la città che descrivo io è antitetica a quella di Chandler. C&#8217;era una bellezza intrinseca nella sua Los Angeles che non si ritrova assolutamente nei miei romanzi».</p>
<p><em>Le sue storie sono attraversate dal terrore. Qual é la  differenza, ad esempio, con Stephen King? </em>«Io non credo nel soprannaturale, di nessun tipo»</p>
<p><em>Lei ha detto, una volta, di scrivere per fare colpo sulla gente. E&#8217; ancora così? </em>«Assolutamente. Adoro il successo. Adoro fare colpo sulla gente. Scrivo, poi, perche&#8217; ho storie da raccontare che bruciano dentro di me. Diventerei pazzo se non potessi metterle su carta».</p>
<p><em>Quando si è reso conto di essere un vero scrittore?</em> «Dal primo momento. Anche se il mio <em>Brown&#8217;s Requiem</em> non fu un successo, sapevo che lo sarebbe stato il successivo e poi quello dopo, e poi quello dopo ancora».</p>
<p><em>Qual è stata la peggiore recensione che ha mai avuto?</em> «Per <em>The Big Nowhere,</em> una critica del <em>New York Times</em> &#8211; una femminista, lesbica, radicale &#8211; ha scritto che ero fascista, razzista, antisemita. Che il signore l&#8217;abbia in gloria».</p>
<p><span style="color: #ff0000;">NOTA: A proposito di Ellroy date un occhiata anche a questo link: <a href="http://www.claudiocastellacci.com/libri/il-vicolo-cieco-dei-viagliacchi/" target="_blank">Il vicolo cieco dei vigliacchi</a></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-775" title="copertina originale del libro &quot;Il sangue è randagio&quot;" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/01/bloodsarovedijamesellroy.jpg" alt="copertina originale del libro &quot;Il sangue è randagio&quot;" width="198" height="300" /></p>
<p><span style="color: #808080;"><strong>Scheda del libro Il sangue è randagio (fonte: ufficio stampa Mondadori)</strong></span></p>
<p><span style="color: #808080;"><em>Estate del &#8216;68. Dopo gli omicidi di Martin Luther King e Robert Kennedy, gli Stati Uniti sembrano sul punto di esplodere. Disordini, speculazioni politiche e teorie del complotto scuotono dalle fondamenta la stabilità sociale. Una squadra di sabotatori si prepara a creare disordini durante la convention del partito democratico a Chicago. Le organizzazioni di militanti afroamericani sono sul piede di guerra nel southside di Los Angeles. J. Edgar Hoover, capo dell&#8217;FBI, prepara drastiche contromisure. E il destino ha piazzato tre uomini in un punto nevralgico della Storia.<br />
Dwight Holly, laureato a Yale, è l&#8217;uomo di fiducia di Hoover, incaricato di fomentare contrasti fra i gruppi del potere nero e ossessionato dalla figura di una comunista ebrea di nome Joan Rosen Klein. Wayne Tedrow, ex poliziotto e trafficante occasionale di droghe, lavora per il miliardario Howard Hawks alla costruzione di una rete di case da gioco nella Repubblica Dominicana. Il giovane Don Crutchfield, guardone e investigatore privato di mezza tacca, coinvolto in cose più grandi di lui.<br />
È un destino crudele e inesorabile a intrecciare le loro vite, trascinate in un vortice troppo violento per poter resistere. Con al centro un unico fulcro attorno a cui tutto ruota: Joan Rosen Klein, la Dea Rossa, autentica </em><em>femme fatale.<br />
Ellroy attraversa un quadriennio infuocato della storia americana mescolando la crudezza di eventi realmente accaduti alle vicende di personaggi le cui esistenze minime sono la sintesi di un&#8217;epoca di corruzione e malaffare. In una progressione da tragedia greca, nessuno scampa a questa dimensione catastrofica: non i militanti radicali, tossici e corrotti, non le loro controparti inviate dal potere, un branco di assassini pervertiti e psicotici accecati dal delirio di onnipotenza.<br />
Terza tappa di un viaggio cominciato con </em>American Tabloid<em> e proseguito con </em>Sei pezzi da mille, Il sangue è randagio<em> è un noir di rara profondità, spaventoso e magnetico, l&#8217;aspro ritratto di un mondo che ha perduto le linee di confine tra bene e male, giusto e ingiusto, dove nessuno può reclamare redenzione né tantomeno resurrezione.</em></span></p>
<p><span style="color: #808080;"><em>I libri di James Ellroy sono disponibili <a href="http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&amp;xy=james+ellroy" target="_blank">qui.</a><br />
</em></span></p>
<p><em><img class="aligncenter size-medium wp-image-776" title="Coperina di &quot;Il sangue è randagio&quot;, edizione italiana, Editore Mondadori" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/01/Cover_GRA-194x300.jpg" alt="Coperina di &quot;Il sangue è randagio&quot;, edizione italiana, Editore Mondadori" width="194" height="300" /><br />
</em></p>
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		<title>Michael Crichton: «Com&#8217;è divertente uccidere le spie nemiche»</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2009 17:50:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È da poco in libreria Pirate Latitudes, l’isola dei pirati, il romanzo postumo di Michael Crichton – l’autore di best seller come Congo, Andromeda, Jurassic Park – rinvenuto nel computer dello scrittore morto nel novembre del 2008. La storia, pubblicata in Italia da Garzanti, è ambientata nei Caraibi del secolo XVI e narra del complotto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>È da poco in libreria <em>Pirate Latitudes</em>, l’isola dei pirati, il romanzo postumo di Michael Crichton </strong>– l’autore di best seller come <em>Congo, Andromeda, Jurassic Park</em> – rinvenuto nel computer dello scrittore morto nel novembre del 2008. La storia, pubblicata in Italia da <a href="http://www.garzantilibri.it/default.php?page=news&amp;NEWSID=813" target="_blank">Garzanti</a>, è ambientata nei Caraibi del secolo XVI e narra del complotto tra il governatore della Giamaica e un pirata, Hunter, per rapinare il tesoro di un galeone spagnolo.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-756" title="L'isola dei pirati è il romanzo postumo di Michael Crichton pubblicato in Italia da Garzanti" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/LISOLA_DEI_PIRATI_micheal_crichton_garzanti_romanzo_postumo-198x300.jpg" alt="L'isola dei pirati è il romanzo postumo di Michael Crichton pubblicato in Italia da Garzanti" width="198" height="300" /></p>
<p>Conoscevo Michael Crichton. L’avevo incontrato più di una volta all’epoca in cui abitavo a Los Angeles: stavamo neanche troppo distanti: lui a Santa Monica, io a Pacific Palisades. Quello che segue è la cronaca di un’intervista e il ritratto di uno dei più grandi scrittori contemporanei mancato troppo presto.</p>
<p><strong>Innanzi tutto il nome. Si scrive Crichton, si pronuncia <em>Craiton</em>. </strong>Un’eccezione fonetica. Poi l’altezza. Io sono alto un metro e ottantotto, ma quando parlo con lui devo alzare la testa al cielo: saremo nell’ordine dei due metri e dieci buoni. Per fortuna ci mettiamo seduti e ci livelliamo ad un’altezza intermedia. Poi il modo di parlare: fai una domanda e ti risponde il silenzio, al silenzio ti subentra l’imbarazzo, ti schiarisci la gola e tenti con un’altra domanda, ma non fai in tempo a formularla che lui risponde a quella di prima; capito il ritmo ti adegui, ma le palpitazioni restano alte e ad ogni domanda ti chiedi: dio mio, risponderà o non risponderà? Poi c’è la sua passione per i computer che risale agli albori dell’elettronica. Alla fine dell’intervista, tanto per fare due chiacchiere, butto lì se aveva visto l’ultimo modello di un certo tipo di microportatile, dice: no, chi lo vende? Un certo importatore dalle parti di Beverly Hills, dico io. Andiamo, dice lui. Mi carica sulla sua Cadillac coupe dove le ginocchia gli arrivano in bocca. Sicuro che non vogliamo prendere la mia Jeep? si sta più comodi. Sicuro. Attraversiamo Los Angeles, da Santa Monica a Beverly Hills. Io prego solo che l’importatore abbia un esemplare di quel computer da fargli vedere: avevo letto la notizia su un giornale specializzato, ma non avevo approfondito. Arriviamo, lo riconoscono &#8211; difficile non riconoscerlo &#8211; per fortuna hanno un esemplare del palmare in questione, lui ci smanetta sopra un po’, poi, scuotendo la testa, dice: tastiera troppo piccola e esce. Io faccio dei sorrisi di convenienza ai commessi perplessi e lo seguo.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-757" title="Michael Crichton" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/michaelcrichton-480x300.jpg" alt="michaelcrichton" width="480" height="300" /></p>
<p>Michael Crichton è anche ER. Non solo, ovviamente. È anche <em>Jurassic Park, Congo, Sol Levante, Andromeda, Sfera</em>, è l’autore dei più grossi best-seller degli ultimi vent’anni. Nel 1994 qualcuno aveva calcolato che il contacopie delle sue vendite aveva, allora, superato quota cento milioni. Poi nessuno ha più tenuto il conto. Crichton è, comunque, uno scrittore anomalo ed eclettico, nel senso che a differenza dei suoi colleghi Turow, Clancy o Grisham, reclusi nell’orto della scrittura, non si dedica solo ed esclusivamente ai libri, ma fa altre  mille cose: dirige film, inventa soggetti cinematografici e televisivi, scrive dottissimi articoli di scienza del computer, sceneggiature per serie televisive, come ER, appunto, abbreviazione che sta per <em>Emergency Room</em>. Anche in Italia si è preferito tenere la dizione inglese perchè altrimenti avremmo dovuto chiamarla PS, Pronto Soccorso, e si sarebbe potuto equivocare con Pubblica Sicurezza o Post Scriptum.</p>
<p><span id="more-754"></span>ER ha avuto una gestazione travagliata e lunghissima. Nacque anni fa, nel 1965, nella mente di Michael Crichton, all’epoca studente di medicina alle prese, appunto, con il tirocinio in sale di pronto soccorso e voglioso di sfondare non tanto in uno studio medico bensì in uno studio cinematografico. Erano anni ancora ingenui, quelli, erano gli anni dei telefilm in bianco e nero del <em>Dottor Kildare</em>, quelli in cui per risparmiare sui costi di produzione di un telefilm, gli attori parlavano lentamente e si giravano lunghe sequenze di qualcuno che parcheggiava la macchina e poi si avviava, camminando, altrettanto lentamente, verso casa. «Io volevo cambiare tutto questo», dice Crichton. «Io volevo che ER, la serie che avevo in mente, si svolgesse a velocità più sostenuta di come accadono le cose nella vita. Volevo anche spezzare altre convenzioni televisive come il fatto che alla fine della storia, la telecamera sostasse sull’espressione compassata dei protagonisti o altre cretinate del genere. Ma la vera grande differenza era nelle storie: volevo che ER raccontasse storie vere e i fatti mi hanno dato ragione. Il successo è dovuto proprio al fatto che la gente si immedesimi in problemi reali, plausibili, veri, appunto.</p>
<p>La sceneggiatura originale di ER fu scritta nel 1974. Perchè la serie non fu, quindi, prodotta prima? «Semplice, perchè nessuno la voleva. Le obiezioni erano tutte le stesse: troppo veloce, troppo puntato sulla professione medica e poco sui pazienti, il dialogo è troppo tecnico». A salvare ER arrivò Steven Spielberg &#8211; la cui stella in celluloide brillava ormai già alta sull’orizzonte hollywoodiano &#8211; che convinse la NBC a tentare l’avventura. Era il 1989. Spielberg era personalmente desideroso di creare una serie televisiva di argomento medico e in attesa che i burocrati degli studios si dessero una mossa, si dedicò con Crichton al progetto <em>Jurassic Park</em> (1993).</p>
<p>Il retroterra culturale, la laurea in medicina conseguita con lode presso la facoltà di Harvard, hanno certamente aiutato Crichton nell’impresa ER. Il salto fra le due carriere così diverse fu però meno repentino di come si pensi. Con il passare del tempo, mentre la passione per la scienza medica si andava affievolendo, si rinfocolava il vecchio amore per la scrittura, amore probabilmente trasmessogli dal padre giornalista con cui, ironia, non aveva mai avuto un buon rapporto, anzi. Nel suo libro autobiografico <em>Viaggi</em>, Crichton descrive il padre, addirittura, come “<em>a first-rate son of a bitch</em>”, un figlio di puttana di prima grandezza. Ciononostante ammette che entrambi i genitori non lo hanno mai limitato in niente.</p>
<p>Crichton coltivava la passione per la scrittura già al tempo del College: collaborava ai quotidiani locali, al giornale della scuola; poi arrivò James Bond: spie e sesso, fughe e ammazzamenti, bambole che indossavano camicette di seta trasparente e uomini che portavano la pistola sotto la giacca dello smoking. I racconti di Ian Fleming erano creati sulla base di una formuletta ben identificabile e Crichton la prese come una sfida il riuscire a replicarli. Fu così che, di punto in bianco, fra una lezione di anatomia e l’altra, passò a ideare romanzi di spionaggio. Dice: «Confesso che trovavo più divertente uccidere, sulla carta, spie nemiche che salvare il prossimo in sala operatoria». Crichton scrisse e pubblicò ben otto di questi romanzi, uno dei quali, poi, <em>A case of need</em>, letteralmente, “Un caso di bisogno”, vinse l’ambitissimo Edgar Award, come miglior thriller dell’anno. Tutti erano firmati con rigorosi pseudonimi. Perchè? «Perchè il consiglio di facoltà dell’università di Harvard non avrebbe visto di buon occhio questa mia attività collaterale non propriamente ortodossa e che, nella loro ottica, avrebbe finito col distrarmi dagli studi».</p>
<p>Laureato con lode, con una tesi sulle discendenze razziali nell’antico Egitto, a 23 anni, Crichton ottenne l’incarico di insegnare antropologia all’Universitê di Cambridge, poi per un anno seguì i corsi di dottorato di ricerca presso il prestigioso Salk Institute: fu allora che prese la decisione storica di lasciare la medicina per dedicarsi esclusivamente alla scrittura. «La medicina è missione e a quel punto mi accorsi che la missione non era fatta per me». Reazioni? «I miei genitori, ma anche molti miei colleghi, erano orripilati. Il peggio fu spiegare non che lasciavo la professione, ma che me ne sarei andato a Los Angeles, proprio nel cuore del mondo del deprecato spettacolo. A quell’epoca un medico era considerato, che so, a livello di un giudice della corte costituzionale, il massimo della scala sociale. E, all’improvviso io lasciavo il trono per correre dietro a delle ballerine di fila».</p>
<p>Coincidenza, proprio in quel periodo aveva appena finito di scrivere il suo primo romanzo, <em>Andromeda</em>, pubblicato con il suo vero nome e che diventerà, da subito, un best seller e Hollywood se ne accaparrerà i diritti. Ricorda Crichton: «Quando <em>Andromeda</em> uscì, l’editore mi chiamò e mi disse: hai fatto un ottimo lavoro, è un buon libro, ma non ti deprimere per quello che succederà: venderemo si e no duemila copie e non so neanche se avremo una recensione».</p>
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		<title>JFK: il caso è (davvero) chiuso?</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Mar 2009 15:14:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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E se Lee Harvey Oswald fosse veramente l’attentatore solitario di John Fitzgerald Kennedy, il 35esimo presidente degli Stati Uniti assassinato a Dallas, Texas, il 22 novembre 1963? E se quarantotto ore dopo Jack Ruby avesse veramente ucciso Oswald in un momento di follia vendicativa? Insomma, e se avesse ragione il tanto deprecato rapporto Warren e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="530" height="420" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/TpicOfFajNE&amp;hl=en&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="530" height="420" src="http://www.youtube.com/v/TpicOfFajNE&amp;hl=en&amp;fs=1" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>E se Lee Harvey Oswald fosse veramente l’attentatore solitario di John Fitzgerald Kennedy,</strong> il 35esimo presidente degli Stati Uniti assassinato a Dallas, Texas, il 22 novembre 1963? E se quarantotto ore dopo Jack Ruby avesse veramente ucciso Oswald in un momento di follia vendicativa? Insomma, e se avesse ragione il tanto deprecato rapporto Warren e dietro gli angoli bui del mistero del secolo non ci fosse alcun complotto?<br />
Questa la tesi “rivoluzionaria” sostenuta da Gerald Posner, ex avvocato passato al giornalismo investigativo, in “<em>Case Closed</em>”, Il caso è chiuso, un volume di 608 pagine edito da Random House.<span id="more-423"></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><img class="aligncenter size-medium wp-image-427" title="John e Jacqueline Kennedy arrivano a Dallas, Texas, il 22 novembre 1963" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/kennedys_arrive_at_dallas_11-22-63-301x300.jpg" alt="John e Jacqueline Kennedy arrivano a Dallas, Texas, il 22 novembre 1963" width="301" height="300" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Da quel novembre del ‘63</strong>, nei soli Stati Uniti, sono usciti qualche migliaio di libri che dibattono l’argomento: la stragande maggioranza deride le conclusioni a cui era arrivata la commissione d’inchiesta governativa guidata dall’allora capo della Corte Suprema, Earl Warren e sposa la tesi del complotto dietro al quale ci sarebbe ora la CIA, ora l’FBI, poi la mafia, poi i cubani anticastristi. A volte Oswald fa parte della congiura, a volte è una vittima innocente, o è un eroe che ha invano tentato di salvare il presidente. Raramente è l’assassinio solitario.<br />
Certo è che i retroscena biografici dei personaggi chiave coinvolti nella vicenda non aiutano a fare chiarezza: Lee Harvey Oswald era un ex marine filo comunista che, a 19 anni, nel bel mezzo della guerra fredda, cerca asilo politico in Unione Sovietica e dopo aver assaggiato le delizie del socialismo reale strepita fin quando non lo fanno ritornare negli Stati Uniti; Jack Ruby era un  proprietario di night con sotterranee connessioni mafiose, omosessuale, patriota dichiarato, ebreo non praticante, ma apparentemente ossessionato dall’idea che forze oscure volessero gettare la colpa dell’assassinio sulla comunità ebraica di Dallas.<br />
Buffo, come dopo tutto questo tempo, nonostante giornali, televisione, libri abbiano tenuta calda l’attenzione del pubblico, certi dettagli fondamentali dell’inchiesta si siano persi per strada. Un po’ per pigrizia, un po’ per assecondare questo o quel complotto. Ed è per sgombrare il campo da tutte le forzature, le inesattezze, le partigianerie, che Gerald Posner si è posto un compito ingrato: ripercorrere, passo passo, l’inchiesta ufficiale alla luce di nuove verifiche, nuove testimonianze: straordinaria quella rilasciata da Yuri Nosenko, l’ex alto funzionario del KGB passato all’occidente nel gennaio del 1964 che, a suo tempo, aveva, seguito la pratica per la richiesta di Oswald di asilo politico a Mosca. A parte rarissime eccezioni, nessuno prima di Posner era mai riuscito a parlare con Nosenko e soprattutto a raccogliere tutte quelle informazioni. E il risultato è un manuale del perfetto investigatore, scritto in tono secco, senza la sbavatura di un aggettivo di troppo, dove anche le note a piè di pagina sono fonte di interesse. Un grande omaggio alla memoria di John Kennedy. In pratica, quello che il rapporto Warren avrebbe dovuto essere e non è stato.<br />
<strong>Allora, il caso è veramente chiuso? </strong><br />
«No, al di là del titolo ambizioso non ho l’arroganza di possedere la verità. Ho solo voluto fare chiarezza sui fatti, ripulirli dalla stratificazione del tempo e delle inesattezze».<br />
<strong>Come è nata l’idea di “<em>Case Closed</em>”? </strong> «Sono sempre stato un lettore accanito di libri che sposavano la teoria del complotto e ad un certo punto mi sono accorto che troppo spesso uno contraddiva l’altro, non su tesi generiche, ma su fatti specifici. Così ho pensato di mettere da parte i cosiddetti documenti storici e di ripartire con l’indagine da zero. Il risultato è un libro basato su informazioni primarie e non su degli “hanno detto” e “hanno scritto”. Non pretende, ripeto, di avere la verità assoluta, ma è da raccomandarsi prima di intraprendere qualsiasi altra lettura sul caso Kennedy. Il lettore avrà a disposizione uno strumento per giudicare l’attendibilità o meno di certe prove che si pretendono di spacciare per storiche».<br />
<strong>Lei prende seriamente in esame l’ipotesi di un coinvolgimento della mafia nell’assassinio, mentre non sembra dare molto peso alle teorie del complotto governativo. </strong><br />
«Non ho mai pensato che il governo fosse coinvolto. È gente troppo inefficiente. Se mai qualcuno fosse riuscito ad organizzare un complotto del genere non sarebbe riuscito a tenerlo segreto per 30 giorni, si figuri per 30 anni. L’unica eventuale pista seria mi sembrava quella della mafia, a causa dei legami con Jack Ruby».<br />
<strong>In pratica lei dice che c’è stato un insabbiamento e un tentativo di inquinamento delle prove ma solo in relazione all’inettitudine di FBI e CIA? </strong><br />
«Assolutamente. L’FBI ha incasinato l’inchiesta. Hanno distrutto un appunto di Oswald per cercare di minimizzare  i contatti che avevano avuto con lui. La CIA se la faceva sotto all’idea che la commissione Warren scoprisse e rendesse pubblica l’alleanza stopulata con la mafia con l’obiettivo di uccidere Fidel Castro. Viene da ridere pensando che una delle più popolari teorie vedrebbe la CIA e la mafia complottare contro Kennedy. Ma se lo immagina: da tre anni e mezzo cercavano di far fuori Castro e non ne azzeccavano una. Vorrei stendere un velo pietoso sul tentativo di rifilargli sigari esplosivi. Sembravano la Banda Bassotti. E si vorrebbe far credere che, all’improvviso, con precisione inaudita, uccidono il presidente degli Stati Uniti e insabbiano le prove in modo tale che per 30 anni sono riusciti a sfuggire a cani mastini di investigatori».<br />
<strong>Lei descrive Oswald come uno molto attento ai dettagli. L’attentato di Dallas sembra invece un episodio estemporaneo. Come lo spiega? </strong><br />
«Kennedy è un bersaglio assolutamente casuale. Se Oswald fosse stato a Mosca, probabilmente il bersaglio sarebbe stato Nikita Kruscev. Questa per lui era un’occasione per azzoppare il sistema, per dare uno schiaffo a uno di questi due paesi &#8211; gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica &#8211; che ormai odiava e disprezzava perché avevano deluso le sue aspettative. Il caso vuole che Kennedy gli attraversi la strada. Certo non è una missione suicida. Se ci fosse stata un minimo di sicurezza nel palazzo, se i suoi colleghi avessero fatto, come al solito, colazione sparpagliati nei diversi piani del deposito di libri, Oswald avrebbe ripreso il fucile e se ne sarebbe ritornato a casa. L’attentato è talmente improvvisato che Oswald arriva sul posto con solo 4 colpi nel caricatore invece dei sei che poteva contenere. Più abborracciato di così. E poi, guardi, il 26 settembre quando Kennedy decide di visitare Dallas, Oswald è in viaggio verso Città del Messico dove cerca disperatamente di ottenere dall’ambasciata cubana un visto per l’isola. Se i cubani  lo avessero accontentato, la strada di Oswald non avrebbe mai incrociato quella di Kennedy. E quando torna a Dallas, in ottobre, non c’è ombra di contatti con nessuno. Oswald non incontra nessuno, non telefona a nessuno, non parla con nessuno se non con la moglie. In 30 anni di indagini non è mai emerso niente. E se non ci sono contatti non c’è complotto».<br />
<strong>Sapremo mai la verità? </strong><br />
«Dopo 30 anni di pasticci chi crede più al governo. Se domani rendessero pubblici, senza censura alcuna, tutti i documenti dell’inchiesta e non si trovasse traccia di complotto, ci sarebbe sempre qualcuno che direbbe: hanno distrutto le prove».<br />
<strong>In tutta questa storia la famiglia Kennedy è sempre rimasta nell’ombra, in silenzio. Perché? </strong><br />
«I Kennedy sono la più potente &#8211; direi l’unica vera dinastia politica in America. Hanno il paese e la stampa dalla loro parte. Il silenzio, secondo me, indica che anche loro non credono ci sia molto di più di Lee Harvey Oswald dietro la morte del presidente. In caso contrario ci sarebbero stati i fuochi d’artificio e le assicuro delle teste sarebbero cadute».</p>
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		<title>Il vicolo cieco dei vigliacchi</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Mar 2009 11:14:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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James Ellroy è uno scrittore duro. Abrasivo. Scostante. A James Ellroy, bambino, hanno strangolato la madre e lui non perde occasione per raccontare storie di donne squartate nel corpo e nell’anima. James Ellroy è l’erede post-moderno della hard-boiled school. Suoi maestri lontani sono Dashiell Hammett e Raymond Chandler. “Il mio mondo, dice Ellroy, è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-117 aligncenter" title="James Ellroy" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/james_ellroy_01_500x-199x300.jpg" alt="James Ellroy" width="199" height="300" /></p>
<p><strong>James Ellroy è uno scrittore duro. Abrasivo. Scostante. </strong>A James Ellroy, bambino, hanno strangolato la madre e lui non perde occasione per raccontare storie di donne squartate nel corpo e nell’anima. James Ellroy è l’erede post-moderno della hard-boiled school. Suoi maestri lontani sono Dashiell Hammett e Raymond Chandler. “Il mio mondo, dice Ellroy, è quello di Hammett. Hammett scriveva dell’uomo che aveva paura di essere, mentre Chandler scriveva dell’uomo che avrebbe voluto essere”. Anche se, poi, come Chandler, il mondo di Ellroy gravita tutto intorno a Los Angeles dove ha vissuto 33 anni. “La città che descrivo io è, però, opposta a quella di Chandler. C’era una bellezza intrinseca nella sua Los Angeles che non si ritrova assolutamente nei miei romanzi”.<br />
“A Los Angeles arrivi spregiudicato, riparti pregiudicato”, è la battuta preferita di Ellroy che riprende anche in uno dei saggi che fanno parte di “Corpi da reato”, un libro (Bompiani) che sembra messo insieme da uno che si è fatto di Lsd. Roba che se non arrivasse dall’America, col cavolo, che in Italia qualcuno lo avrebbe pubblicato. Il fatto è che i pezzi che compongono il volume sono articoli giornalistici scritti per il mensile GQ fra il 1994 e il 1998, frutto della collaborazione sincronica con Art Cooper direttore del prestigioso periodico americano. Anche se il termine “articoli giornalistici” non rende l’idea di cosa si tratti esattamente. <span id="more-115"></span><strong>Infamie inedite, le chiama Ellroy</strong>. Del tipo: “Howard Hughes sballa per una squillo detta Dusky Deelite. Rin Tin Tin si è scopato allo spasimo Lassie in un recente raduno di ragazzini. Mickey Cohen fatica a finanziare quella cagna in calore di Candy Barr. Candy partecipa a pellicole porno e manovra montagne di marijuana. Mickey è in penuria e postula prestiti persino ai suoi scherani, Stompanato ha piantato Mickey. Lana Turner è in lacrime e lutto per l’ex, Lex Barker. Ma ecco che Stompanato si stampa estemporaneamente nella sua esistenza: la bistratta, l’abbindola, l’abbuffa di banana, e adesso Lana con la lingua lisa e la bocca imbottita biascica: Lex chi? Bob Mitchum si monta una mulatta in un malfamato night di negropoli. Porfirio Rubirosa ha piroettato la proboscide a un party per Bill Bendix. Rock “Roccia” Hudson predilige prenderlo e porgerlo con giovani garzoni giunchiformi: glieli procura, previa pecunia, una checca chic che fa il cameriere al Delorès Drive-In. Lenny Bruce denuncia drogati alla Divisione Narcotici”,<br />
E in questo mondo, Ellroy, ci pesca a piene mani. Nei suoi racconti le bambole sono bionde veneri vistose vestite da puttane come i manichini delle vetrine di Frederick’s di Hollywood. E anche le dive del calibro di Lana Turner non sono da meno. Racconta Ellroy come Johnny Stompanato, alias Johnny Valentine, ex guardia del corpo del gangster Mickey Cohen e famoso gigolò, strapazza sboccatamente Lana. Lana risponde per le rime. Sprizza disprezzo. Vomita vetriolo. Gela Johnny giocando sulle sue glorie di gigolò, lo pela sulla pochezza del suo penuncolo, lo irride per la sua incommensurabile ignoranza. Gli dà del manigoldo mezzo mafioso, sfruttore di finocchi, lenone di lesbiche e magnaccia di mignotte. Lo accusa di passare il suo patetico pistolino a quella lavandaia di Yolanda, di farle da pappa e prostituirla previo agghindarla in ghingheri con la sua gonna di Givenchy. Un delicato declamare, come lo chiama Ellroy, che distoglieva dalle delizie della colazione vicini come Dino De Laurentiis, John “il duca” Wayne, Walt Disney.<br />
Nella versione letterario-revisionista di Ellroy a far fuori Stompanato non è, come nella realtà, Cheryl Crane, la figlia quattordicenne di Lana Turner che lo sbudella per difendere la madre dall’ennesima aggressione, ma è Yolanda, quella della gonna Givenchy. Licenza letteraria.<br />
Nella serie dei ritratti di questo “Corpi da reato”, da non perdere è il capitolo dal titolo “L’assassinio di mia madre” che è l’aperitivo giornalistico da cui è, poi, nato il libro “I miei luoghi oscuri”, scritto in collaborazione con il detective Bill Stoner, uscito l’anno scorso in Italia, sempre da Bompiani.<br />
La storia della vita di Ellroy è un romanzo giallo legato indissolubilmente alla città degli angeli. “Los angeles è il luogo dove vai se vuoi diventare qualcun altro”, dice. Los Angeles è bella e spietata e, soprattutto è carica di un’energia che annienta e che fa passare a chiunque la voglia di interrogarsi sulla ragione che lo ha spinto a Los Angeles.<br />
Lui a Los Angeles c’è direttamente nato. La seccatura della migrazione se l’erano sobbarcata i suoi genitori. “Mio padre arrivò a Los Angeles a metà degli anni Trenta. Era alto, bello e dotato di un notevole bagaglio di stronzate. Si era guadagnato un paio di medaglie durante la Prima Guerra Mondiale e questo lo spingeva a vantarsi di eroismi inventati di sana pianta. Saltava addosso a qualunque donna glielo permettesse e quelle che non glielo permettevano le giudicava irrimediabilmente lesbiche. Rita Haywoerth lo ingaggiò come contabile nonchè, a detta di mio padre, come occasionale ma efficiente prodigatore di minchia.<br />
“Mia madre vince un concorso di bellezza organizzato dalla casa di cosmetici Elmo e nel dicembre del ’38 volò a Los Angeles per incassare il premio. Conobbe un coglione che non s’è mai capito se era o no l’ereda della fortuna degli Spalding degli articoli sportivi. Lo sposò e ne divorziò nel giro di qualche mese. Conobbe mio padre nel ’40 e perse la testa per quanto era bello e per il suo bagaglio di stronzate. Mio padre piantò la moglie e andò a vivere con mia madre. Si sposarono sette mesi prima della mia nascita.<br />
“Mi portavano al cinema e mi incitavano a leggere libri. Sono cresciuto all’epoca del film noir. Mio padre diceva che Rita Hayworth era ninfomane. Johnnie Ray era checca. Lizabeth Scott era lesbica. I musicisti jazz erano tutti dei tossici. L’Algiers Hotel era un rinomato scopatoio. Un nano carogna di nome Mickey Cohen controllava i racket di Los Angeles dalla sua cella nel penitenziario. In realtà Rin Tin Tin era femmina. In realtà Lassie era maschio. Los Angeles era un inferno fuligginoso. Un abitante su tre era guardone o ladro o omosessuale o truffatore o fiutamutande o prostituta o strafatto di ero o magnaccia. Gli altri due terzi della popolazione erano composti di culistretti che cercavano di resistere all’impulso di sbirciare, rubare, truffate, omosessuare, strafarsi, fiutare mutande.<br />
“A nove anni conobbi una versione concentrata di quanto sopra. La conobbi perché il 22 giugno 1958 qualcuno trucidò mia madre e riuscì a passarla liscia”.<br />
Un altro che è riuscito a passarla liscia è O.J.Simpson a cui Ellroy aveva dedicato un ritratto su GQ, scritto quando il processo contro l’ex star del football accusato di aver ucciso l’ex moglie e un presunto fidanzato di lei, era ancora in corso e fa parte di questa antologia con il titolo “Sesso, lusso e soldi”.<br />
L’analisi di Ellroy è lucida e spietata. Mentre la stampa dozzinale e le televisioni spazzatura si gettavano sul processo come iene affamate, lui scriveva: “In fondo il doppio omicidio Simpson/Goldman è un delitto dozzinale. Se togliete la celebrità del sospetto omicida e il fascino dell’ambiente dello spettacolo vi resterà un crimine improvvisato”. È un affresco rinascimentale la descrizione che Ellroy fa di O.J. Simpson, uno che ha sistematicamente e brutalmente pestato la moglie per tutti gli ultimi cinque anni della sua vita, dandole in cambio il privilegio di guidare una Ferrari.<br />
“Il caso O.J.Simpson è un gigantesco romanzo russo ambientato a Los Angeles”, scrive Ellroy. “La storia si svolge a Los Angeles perché è il miglior posto sulla faccia della terra dove farsi gonfiare le tette o l’uccello. Il sogno di O.J. Simpson era diventare bianco. Il sogno di Ron Goldman era diventare attore. A Nicole bastava quella celebrità di seconda mano che deriva dall’andare a letto con uomini famosi. Il rapporto fra Nicole e O.J. fu equivoco e collusivo sin dall’inizio. Lui prendeva  bordo l’esatto tipo di bionda mozzafiato su cui cinquant’anni di cultura popolare gli avevano insegnato a sbavare. Lei prendeva a bordo un bell’uomo famoso e ricco, per di più immaturo e quindi, secondo lei, facile da dominare. Entrambi si avviarono verso Hollywood. O.J. portò con sè Nicole e la fece diventare celebrità dipendente con lo stesso principio per cui i papponi fanno diventare droga-dipendente le loro puttane. La portò in un mondo dove lui era un cittadino di seconda classe. I suoi amici non avevano di meglio da offrirgli che ruoli marginali in filmetti comici di quart’ordione. Era impossibile fare di lui una star del cinema, non tanto per la gamma espressiva degna di una tartaruga, quanto perché a Hollywood la sua immagine era quella di leccaculo di potenti”.<br />
E anche la sua immagine durante il processo non è che fosse tanto diversa. “O.J. si è ficcato nel vicolo cieco dei vigliacchi, dice secco Ellroy, non ha cuore di cambiare vita e per togliersela ci vuole immaginazione: devi trovarti in uno stato di dolore talmente intollerabile da farti preferire qualunque cosa alla sofferenza. E per fare questo lui non ha le palle&#8221;.</p>
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		<title>J.D. Salinger e la giovane Holden</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2009 16:12:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Facile fare della morale stando, al sicuro, al di qua della pagina scritta. Facile prendere le difese della scrittrice indifesa di turno, vittima, come questa volta, di avances epistolari e autrice di memorie al peperoncino che se fossero fra due camionisti, col cavolo che verrebbero prese in considerazione dal Gotha dell’editoria mondiale. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-218 aligncenter" title="Joyce Maynard" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/jmaynard06sm-224x300.jpg" alt="Joyce Maynard" width="224" height="300" /></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Facile fare della morale stando, al sicuro, al di qua della pagina scritta. </strong>Facile prendere le difese della scrittrice indifesa di turno, vittima, come questa volta, di avances epistolari e autrice di memorie al peperoncino che se fossero fra due camionisti, col cavolo che verrebbero prese in considerazione dal Gotha dell’editoria mondiale. Ma quando il porcello di turno, o presunto tale, è una leggenda letteraria vivente che ha scelto di scomparire dal raggio dei riflettori della celebrità e per di più si chiama J.D.Salinger, non c’è scampo.<br />
Così, ecco uscire “At Home In The World”, a casa nel mondo (348 pagine, Picador), libro di ricordi in salsa morale, scritto da Joyce Maynard, 44 anni, signorina che vanta al suo attivo una rara convivenza di un anno proprio con quel Salinger, l’autore di <em>A Catcher in the Rye</em> (in italiano <em>ll giovane Holden</em>, editore Einaudi), romanzo in cui si specchiò un’intera generazione e che fu &#8211; ed è tuttora &#8211; fonte di dannazione eterna per il suo autore.<span id="more-101"></span><br />
<strong>Questa, in breve, la storia:</strong> Joyce Maynard è matricola a Yale e scrittrice precoce. A 18 anni &#8211; è il 23 aprile 1972 &#8211; il supplemento domenicale del New York Times pubblica un suo saggio: <em>An Eighteen Year Old Looks Back On Life</em>, ovvero: una diciottenne fa il punto sulla sua vita. In copertina un ritratto di Joyce: gli occhi troppo grandi su un corpo sbarazzino. Con una mano si regge la testa, con l’altra si aggrappa a un piede calzato in scarpe da ginnastica innocenti, pre-moda grundge.<br />
Prima di allora, annota nel suo articolo Joyce la categoria dei teen-ager, quella fascia giovanile che va dai 13 ai 19 anni, non esisteva: esistevano solo gli adolescenti che poi diventavano subito giovanotti. I teen agers (in inglese i numeri dal 13 al 19 hanno la desinenza “teen” e, da qui, nasce il termine teen-ager, appunto) sono un’invenzione del dopo guerra, un’invenzione che, appena concepita, è stata fregata. “Ci avevano promesso che quando saremmo cresciute avremmo potuto metterci il rossetto”, lamenta Joyce “ma quando abbiamo avuto l’età, il rossetto non era più di moda. Quando saremo grandi balleremo il twist come Chubby Checker, ma quando siamo stati grandi la nostra musica non aveva passi speciali da imparare e siamo rimasti a saltellare su noi stessi. Aspetta che arrivi il giorno che potremo votare, che potremo cantare, con Joan Baez, “<em>We shall Overcome</em>” e vi faremo vedere noi. Quando è arrivato il tempo di votare, tutto sembrava ormai avere perso interesse”.<br />
Quella di Joyce è stata la prima generazione cresciuta con la Tv e non è un caso che la ragazza fosse una televisione-dipendente dichiarata, che passasse le sue giornate scanalando da una soap-opera ad un’altra, che la sua vita si misurasse su quella di Ozzie and Harriet, del Dik Van Dyke Show o dell’Andy Griffith Show. A otto anni Joyce scrisse al presidente della catena televisiva CBS per informarlo della sua disponibilità a rimpiazzare Angela Cartwright, la bambina-attrice protagonista del Danny Thomas Show, nel caso quella parte si fosse resa disponibile. A quindici anni scrisse ai produttori di Sesame Street suggerendo di introdurre un personaggio teen-ager nel loro show che, nel caso, lei avrebbe potuto interpretare perfettamente.<br />
Lo stesso anno in cui si autocandida a Sesame Street, Joyce scrive alla redazione del giornale <em>Seventeen </em>proponendosi come collaboratrice e accludendo un esempio dei suoi scritti. Il giornale è interessato e acquista un suo pezzo. Per posta, a casa, Joyce riceve un assegno di 100 dollari. È l’inizio di una carriera nel mondo della scrittura.<br />
Dopo l’uscita dell’articolo sul <em>New York Times</em> Joyce è inondata di posta di lettori che si congratulano, criticano o vogliono confrontare le proprie esperienze con quelle della coetanea. Fra le lettere ce n’è una speciale. L’indirizzo sulla busta è scritto a mano. La carta è un foglio singolo del tipo ultraleggero, quasi trasparente, di quelli usati per la corrispondenza via aerea. Dal tipo di battitura a macchina è possibile dedurre che il testo non è stato scritto da una segretaria. La spaziatura è irregolare. Alcune lettere non sono allineate. Altre galleggiano nella pagina. L’indirizzo del mittente non lascia trapelare indizi e indica soltanto: Cornish, New Hampshire. La lettera comincia con un formale “Cara signorina Maynard”. Il contenuto loda la qualità della scrittura di Joyce, dà consigli su come coltivarla e su come evitare le trappole che gli sciacalli dell’editoria avrebbero, d’ora in avanti, disseminato sul suo cammino di enfant prodige. Attenzione anche a non farsi troppo coinvolgere dal deprecato giornalismo, corruttore di qualità letterarie. Lo scritto, infine, termina con delle scuse per aver espresso una visione così pessimistica della vita, ma il motivo è: “anch’io ci sono passato, anch’io conosco i pericoli e le lusinghe del successo giovanile”. La firma: J.D.Salinger.<br />
Un brivido. Ma, ironia, Joyce Maynard, era probabilmente l’unica matricola di Yale a non aver letto, fino ad allora, <em>Il giovane Holden</em>. O, se per quello, nessun altro scritto di Salinger. Sì, certo, lo conosceva di fama &#8211; come poteva non conoscerlo &#8211; ma confessa: “Se avessi ricevuto una lettera da una rock star come Bob Dylan, da un presentatore televisivo come Johnny Carson o anche da un regista come Peter Bogdanovich, che allora andava forte, mi sarei emozionata molto di più”.<br />
Joyce, da una parte, è felice, dall’altra è presa da attacchi di ansia. Cosa scriverà a Salinger? Come? Dovrà soppesare ogni parola, ogni frase? La prima stesura della risposta è scritta a mano, su un blocco di carta gialla formato protocollo. Quando il risultato la soddisfa, ribatte il tutto a macchina. Per conservarne una copia usa la carta carbone come le aveva insegnato la mamma, ardente archivista epistolare.<br />
Scrivere la conforta. Scrivere è uno scudo nei confronti del mondo esterno. Scrivere le evita il turbamento dell’essere ancora vergine. Già, perchè, fino ad allora non ha conosciuto uomini e la condizione di illibatezza le  rovina la vita. È un tarlo continuo. Per esorcizzarlo non trova niente di meglio che scrivere della sua esperienza su un giornale femminile. L’articolo si intitolerà: “L’imbarazzo di essere vergini”. Annota Joyce: “Sono troppo timida per rivolgere la parola a un ragazzo che mi piace, giù in mensa. Non riesco neanche a trovare il coraggio di sedermi accanto a qualcuno che non conosco, eppure posso benissimo scrivere un articolo, che sarà letto da decine di migliaia di persone, in cui ammetto candidamente di non avere mai avuto esperienze sessuali. La mia è una vita vissuta sempre più sulla carta”.<br />
Anche con Salinger, scrivere le viene facile. Eppoi ci sono  due cose che l’hanno colpita nel biglietto che ha ricevuto. Una è il fascino della “voce letteraria” che si sprigiona dallo scritto. L’altra è che lo sconosciuto ammiratore sembra conoscerla alla perfezione. Scrive Joyce a Salinger: “Ricorderò i suoi suggerimenti finche vivrò. Leggo e rileggo la sua lettera, la porto sempre con me. A dire la verità, adesso, non ho neanche più bisogno di leggerla: la conosco a memoria. Non solo le parole, ma i sentimenti che esprimono”.<br />
“Non avevo neanche bisogno di apparire troppo letteraria nella mia risposta a J.D.Salinger”, scrive oggi Joyce nelle sue memorie “anche perchè quello che lo aveva attratto di me era proprio la mia mancanza di interesse nel mondo letterario. Gli scrivo che mi piace andare in bicicletta che non ho molti amici, che ascolto musica, che disegno, che mi piace recitare e che spero, un giorno, di diventare attrice. Gli racconto del mio mondo quotidiano: del dormitorio universitario, delle lezioni di inglese, della mensa, della commedia in cui recito. Gli dico anche di non sentirmi totalmente a mio agio qui a Yale. Buffo come possa dire a questo sconosciuto, cose che non direi mai a un ragazzo della mia età. Buffo come, con lui, di cui non so niente, possa parlare con la mia vera voce”.<br />
La prima lettera di Salinger è datata 25 aprile. La successiva porta il timbro 2 maggio. È scritta mentre è in volo verso New York e trasuda le solite paranoie: attenzione alla fama che può distrarre dalla scrittura, attenzione a quei tipi dell’editoria nuovaiorchese. E, a proposito, va bene che lei lo chiami “signor Salinger”, ma, se lo desidera, può chiamarlo Jerry.<br />
“In superficie siamo molto diversi”, riflette Joyce. “Lui ha trentacinque anni più di me. Entrambi siamo, sì, mezzi ebrei, ma lui è cresciuto a New York in una famiglia bene; io vengo da un paesino di campagna. Lui ha combattuto nella seconda guerra mondiale, veterano dello sbarco in Normandia; la mia unica esperienza politica è stata quella di distribuire adesivi della campagna elettorale di Lyndon Johnson. Lui è stato sposato due volte e io ho, forse, baciato un solo ragazzo in vita mia. Lui, a trent’anni, era all’apice del successo e ha scelto volontariamente di lasciarsi tutto dietro le spalle. Lui ha bisogno di quiete e solitudine per leggere, meditare e studiare senza essere distratto; io, invece, voglio andare a feste piene di gente famosa, voglio vestirmi bene, andare a pranzo al ristorante, rilasciare interviste, farmi fotografare, ballare al Plaza. Voglio andare a Hollywood: già mi vedo sul palcoscenico del Dorothy Chandler Pavillon mentre accetto l’Oscar. Mi vedo recitare a Broadway, posare per <em>Vogue</em>. Voglio avere soldi e riconoscimento internazionale e bei vestiti”.<br />
E a Yale, neanche a farlo apposta, si respira carrierismo, a Yale, in quella primavera del 1972, c’è la più alta concentrazione di giovani brillanti e ambiziosi che potevi trovare negli Stati Uniti. Tanto per non fare nomi ci sono Bill Clinton e Hillary Rodham. Per la cronaca c’è anche Meryl Streep.<br />
Le lettere di J.D.Salinger non contengono mai accenni riconducibili a sottintesi sessuali. Non accenna mai a nessuna donna nella sua vita passata o presente, nemmeno alla madre dei suoi figli. Joyce, dal canto suo, si guarda bene dal dire di non avere mai avuto un fidanzato. Eppoi questa relazione letteraria ben le si addice. Il fatto che Jerry Salinger non sia una presenza fisica le dà un senso di sicurezza. Si sente rassicurata dal non aver a che fare con la “meccanica dei corpi, dei baci, dei corpi nudi”.<br />
Alla fine del trimestre di primavera Joyce si decide ad acquistare una copia del Giovane Holden. “È una strana sensazione vedere il nome che conosco come una firma in fondo a una lettera, stampato a lettere gialle su una copertina rossa”. Dopo averlo letto chiederà a Jerry come gli sia venuto in mente quel buffo nome per il protagonista del romanzo: Holden Caulfield. Lui le risponde che aveva mescolato il nome di William Holden con quello dell’attrice Joan Caulfield. Pura attrazione cinematografica. Le dice anche che, per anni, Jerry Lewis aveva cercato disperatamente di acquistare i diritti del libro per poter produrre un film e recitare nella parte di Holden. Naturalmente le risposta è stata un deciso no.<br />
In maggio Salinger le dà il suo segretissimo numero di telefono e Joyce, sempre così timida nei rapporti con gli altri, questa volta non perde un istante e chiama. “Lui ha una voce meravigliosamente ricca e profonda. Nessuna traccia di accento dell’est, parla con intelligenza, humor e grande sicurezza”.<br />
Le telefonate, come le lettere, diventano giornaliere. Jerry Salinger è interessato a qualsiasi cosa Joyce abbia da dire. Vuole anche sapere cosa ha mangiato per cena. Di solito sono broccoli e yogurt. Ci sono però anche piccoli segreti che Joyce non rivela: che il suo corpo le sembra, come sempre, inadeguato e che ha messo gli occhi, naturalmente non ricambiata, su uno studente che segue il corso di disegno, che si chiama Garry Trudeau, che aveva appena raggiunto la celebrità con una nuova striscia che si chiamava Doonesbury.<br />
È tempo d’estate, tempo di vacanze, tempo di progetti, tempo di digerire una fantastica offerta di lavoro alla pagina degli editoriali del <em>New York Times</em>. Ma prima di tutto è tempo di passare due giorni a Cornish, New Hampshire dove, finalmente, incontrerà il leggendario J.D.Salinger. Ovvero, Jerry.<br />
“Ho sempre cercato di immaginare cosa passasse nella testa dei miei genitori quando sono venuti a prendermi all’autobus da Yale, prima che andassi a Cornish”, scrive Joyce che aveva  raccontato loro dell’avventura che stava vivendo con un uomo di 35 anni piu’ vecchio di lei. “Possibile che nessuno di loro abbia pensato che questa non era proprio una grande idea. Possibile che non si siano chiesti cosa passasse nella testa di un cinquantenne che invitava una diciottenne a passare da lui il fine settimana. Ma, se per quello, i genitori di Joyce non si erano mai preoccupati che la figlia facesse l’autostop o che, all’improvviso, perdesse peso in modo vistoso o che il suo corpo non fosse quello di una normale diciottenne.<br />
Anzi, la madre è orgogliosa che la figlia abbia attirato l’attenzione di un uomo così famoso e brillante. La madre le cuce persino l’abito da indossare per l’occasione. Tanto per restare in tema letterario le cuce le lettera A e Z sulle tasche davanti. Poi, siccome il padre non ama guidare in autostrada, è il suo ex insegnante di inglese ad accompagnarla all’appuntamento che segnerà per sempre la vita della ragazza.<br />
L’appuntamento è davanti ad un motel. “Anche se conoscevo la sua faccia per averla vista solo su vecchie copie di <em>Life</em>, lo riconosco immediatamente”, ricorda Joyce. “È alto e la sua altezza è ancora piu’ notevole a causa della sua magrezza”. Indossa blue jeans e una maglia a girocollo. A dispetto dei capelli ormai grigi,  Joyce rimane colpita dall’aspetto da ragazzino che si sprigiona dalle sue gambe lunghe, dalle lunghe braccia, dalle lunghe dita della mano. Eppoi gira su una BMW che guida con svogliata, veloce ed elegante noncuranza. Le sue prime parole sono: “I can’t believe you’re finally here”, non ci posso credere che sei finalmente qua.<br />
L’incontro fra i due è da manuale d’amore. Come quello, a suo tempo teorizzato da Roland Barthes nei celebri “<em>Frammenti</em>” (di un discorso amoroso, naturalmente). “I due non si conoscono ancora. Bisogna quindi che si raccontino”, scrive Barthes. E Joyce e Jerome che non si conoscono, subito si raccontano: lei della sua famiglia, della storia del suo vero nome che e’ Daphne, ma tutti la chiamano Joyce. Lui racconta le sue manie di cibo che deve essere naturale, non raffinato, cotto in un certo modo, ad una certa temperatura; racconta anche dei suoi studi di medicina omeopatica di cui e’ un profondo conoscitore. “È il piacere narrativo, quello che appaga”, aveva annotato con saggezza Barthes.<br />
In quel primo fine settimana prendono forma le prime schermaglie amorose. Lui le prende la mano mentre passeggiano. Lei dorme nella camera della figlia di Jerry e lui passa a rimboccarle le coperte. Lui cucina per lei. La porta in paese per il rito mattutino dell’acquisto del giornale. Al ritorno, nel cortile di casa, in auto, lui le passa un braccio dietro le spalle e la bacia. “I kiss him back”: Joyce restituisce il bacio.<br />
Da questo momento in poi la relazione prende un ritmo accellerato. “Jerry Salinger vive nella mia testa. Parliamo al telefono tutte le sere e, a volte, anche durante il giorno, dal mio ufficio al <em>Times.</em> Non faccio che pensare a lui”. I fine settimana sono duri da passare separati. Non passano dieci giorni che Salinger guida cinque ore fino a New York per andarla a prendere e, via, altre cinque ore per tornare in campagna nel New Hampshire. “Questa volta, quando entro in casa, so come finirà”, dice lei.<br />
La relazione sessuale fra Joyce e Jerry è complessa. Tutto quello che la ragazza sa sul sesso lo ha appreso da articoli letti sulla stampa femminile riguardanti soprattutto le relazioni prematrimoniali e le malattie veneree. Il disastro incombe. “Sono in piedi accanto al letto, indosso un abito da ragazzina. Lui me lo sfila dalla testa. Non indosso reggiseno. Non ne ho bisogno: non ho seno. Indosso solo mutandine di cotone che lui mi sfila. Buffo, penso che praticamente fino all’altro giorno giocavo ancora con le Barbie”.<br />
Il problema è che Joyce non aveva fatto i conti con i muscoli vaginali che le fanno cilecca. Sono così tesi e duri che impediscono qualsiasi tentativo di rapporto sessuale. Salinger si dimostra comprensivo: tenteremo di nuovo domani. Domani, però, è uguale, se non peggio. E i giorni seguenti lo stesso. Joyce torna a New York, ma la vita non è più la stessa. Da una parte la vergogna è infinita, dall’altra la vicenda la lega ancora di più a Salinger che è l’unica persona con cui può confidarsi e con cui riesce a vedere un futuro in comune.<br />
Lo vede così tanto che il successivo anno accademico decide di lasciar perdere Yale e mettere un freno alla sua carriera giornalistica. Il tutto per amore di J.D.Salinger e per quel maledetto vaginismo recidivo.<br />
Salinger riversa su di lei tutte le sue paranoie. Lei è già anoressica e lui le insegna a disfarsi del cibo non macrobiotico eventualmente ingerito, cacciandosi due dita in gola. Lei indossa una minigonna e lui: non hai niente di meglio da indossare? Non vedi che sei ridicola? Joyce, invece, non riesce minimamente a scalfire la corazza del recluso letterario piu’ famoso del mondo.<br />
Fra i due non succede praticamente nulla di interessante o di piccante fatta eccezione per del sesso orale sotto le coperte e il continuo tentativo di Salinger di guarirla da quel fastidioso vaginismo. Ma sempre senza successo. In un’intervista rilasciata da Joyce Maynard al San Francisco Chronicle all’indomani dell’uscita di questo suo libro negli Stati Uniti, ammette che in una situazione come quella non c’e’ mai una persona che è totalmente responsabile e una che è del tutto innocente. “Il fatto è”, dice “che io ero estremamente sensibile alla droga Salinger”.<br />
La vita insieme, poi, cambia le prospettive. Intorno non è più grandi tramonti e foreste rigogliose. Le foglie degli alberi, ora, appassiscono anche. I pomodori muoiono per il gelo e l’unica luce che brilla intorno a loro è quella della televisione, davanti alla quale i due siedono per ore in silenzio. Lui comincia a non sopportare più che lei lasci la biancheria umida nella lavatrice. Brutto segno. Quando l’editore di Joyce &#8211; che sta per pubblicare il suo primo libro, Looking Back, memorie di una teen-ager &#8211; le chiede se pensa che J.D.Salinger vorrebbe fare una dichiarazione in favore del libro, la risposta di lui e’ “I think I’ll pass”, magari un’altra volta. E quello che la colpisce di più è l’espressione di orrore che Salinger non riesce neanche a nascondere. Looking back esce e lei si rende conto che sarà un altro motivo di scontro tra di loro. Il libro è, infatti, un concentrato di tutto quello che Salinger odia.<br />
Lui, comunque, fa un ennesimo tentativo per cercare di avere un rapporto sessuale con lei: la porta da un medico di fiducia che, però, come gli altri, non ha la bacchetta magica per risolvere il problema. Per di più, Joyce vorrebbe avere un figlio da lui. Ma J.D.Salinger è stanco. “Non voglio avere più figli. Ne ho abbastanza di tutto questo”. Una pausa e poi: “È meglio che ora vai a casa e porti via tutte le tue cose”. Scaricata, così, su due piedi.<br />
Un quarto di secolo dopo questi fatti, il Salinger che esce dal racconto di Joyce è, certo, un misantropo, uno che non sopporta la biancheria sparsa per casa, uno un filo odioso perchè non fa niente per aiutare il lancio del libro della fidanzata quando gli sarebbe bastato alzare un dito per farlo diventare il best-seller dell’anno, ma che diritto abbiamo noi di giudicare questi peccati, tutto sommato, veniali? Eppoi anche Salinger ha diritto di vivere come vuole. O no? A questa domanda Joyce è solita rispondere che, allora, lui non avrebbe dovuto scrivere delle lettere a una ragazzina e invitarla ad andare a casa sua. Però, oggi, ammette, non sente rancore anche perchè sono molte le cose che ha imparato da lui, soprattutto sul piano della scrittura. Ma allora cos’è &#8211; o meglio, chi è &#8211; per lei Salinger? “So solo quello che non è: non è un dio”.</p>
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