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	<title>Au Lapin Agile &#187; Hippy</title>
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		<title>Topanga Canyon</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Mar 2009 16:24:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I figli dei figli dei fiori abitano a Topanga Canyon, California. Sono annidati sulla collina omonima che sovrasta l’Oceano Pacifico a metà strada fra Santa Monica e Malibu. Sono oltre diecimila, anche se gli indirizzi ufficialmente registrati sono solo tremila. Topanga non è neanche una municipalità, è solo un codice postale nella mappa della California [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>I figli dei figli dei fiori abitano a Topanga Canyon, California. </strong>Sono annidati sulla collina omonima che sovrasta l’Oceano Pacifico a metà strada fra Santa Monica e Malibu. Sono oltre diecimila, anche se gli indirizzi ufficialmente registrati sono solo tremila. Topanga non è neanche una municipalità, è solo un codice postale nella mappa della California e un codice postale neanche illustre come il 90210 di Beverly Hills. Con Beverly Hills divide, però, il truce primato di aver ospitato Charles Manson e i seguaci della setta che da lui prende nome. A Beverly Hills, Manson e i suoi avevano trucidato Sharon Tate, allora moglie del regista Roman Polanski; a Topanga, avevano torturato e ucciso un meno noto musicista di nome Gary Hinnman con cui Manson e compagni avevano condiviso una casa sulla collina. Il motivo? Hinnman si era rifiutato di finanziare una scampagnata di Manson e compagni alla Valle della Morte.<br />
Il dottor Gerald Haig, psichiatra, residente di Topanga dal lontano 1963, fondatore del celebre Istituto Esalen, di Big Sur e dell’Istituto per lo Sviluppo Umano, di Topanga – il corrispettivo adulto delle comuni giovanili – ci tiene a mettere in chiaro che nonostante Manson e i suoi siano sempre stati considerati degli hippies, Manson non fosse altro che uno psicopatico che viveva ai margini del  movimento dei figli dei fiori.<span id="more-381"></span><br />
<strong>Il fatto è che la bellezza di Topanga</strong>, il suo isolamento &#8211; nonostante la vicinanza immediata a Los Angeles – hanno sempre fatto da calamita per gli artisti, le anime libere, ma anche per i balordi irrecuperabili. Ed è per questo fascino di comunità eterogenea, con punte di estremo snobismo metropolitano e  sciattume rurale, che a Topanga hanno affibbiato il soprannome di “Greenwich Village delle colline”, dal nome del quartiere degli artisti di New York.<br />
A Topanga gli anni Sessanta non sono mai finiti. Agli hippies sono subentrati i neo-hippies che, però, a differenza dei predecessori sono meno etichettabili. Poco o niente sanno di controcultura, si riempiono la bocca di parole d’ordine come amore e pace senza, comunque, averne assimilato le radici profonde. A dire il vero più che far parte del movimento hippie, fanno parte del movimento new age, anche se il termine “movimento” è, in questo caso, probabilmente ambizioso perché la new age è un’entità amorfa e i suoi stessi seguaci sono decisamente confusi su dove tirare la linea di confine. New age e neo-hippie sono due movimenti che finiscono col sovrapporsi e che si connotano a secondo del territorio. Se sei a Sedona, Arizona e vai scalzo, con gonna a fiori o jeans sdruciti e T-shirt scolorita fai parte della new age, se val scalzo con gonna a fiori o jeans sdruciti e T-shirt scolorita a Topanga sei un neo-hippie. Potere del contesto culturale e geografico.<br />
I neo-hippie-new-age sono lontani mille miglia dal movimento di protesta hippie targato anni Sessanta. Questi nuovi arrivati sono solo massaggi e danze, meditazione e poesia, avvistamenti di oggetti volanti non identificati e teosofia, cristalli e piramidi, filosofia indiana e religioni pre-cristiane, psicologia transpersonale e magia acquatica, energia alternativa e riciclaggio delle lattine. Le comuni oggi si chiamano “intentional communities”, comunità intenzionali. Solo l’esteriorità del modo di vivere è la stessa: abitazioni immerse nella natura, condizioni igieniche ai limiti del Bangladesh, la mia casa è la tua casa.<br />
Poi ti chiedi come viva questa gente visto che, parcheggiate, lungo la strada, accanto a sacchi maleodoranti di spazzatura ci sono Jaguar coupè decappottabili, Porsche Carrera e altri simboli del capitalismo rampante che per gli hippie degli anni Sessanta sarebbero stati oggetti blasfemi. Ma poi ti informano che il 23 per cento degli abitanti di Topanga guadagna più di 150mila dollari l’anno – poco meno di 300 milioni di lire – mentre la media generale è sugli 84mila dollari l’anno – sui 150 milioni di lire. Non male per una comunità di gente che quando chiedi, scusi lei cosa fa nella vita? ti risponde: “Ballo e insegno yoga” (Michelle Broussard). “Medito e faccio danze sacre”. Danze sacre? “Sì, danze sacre” (Dina Fraboni). “Studio cultura tibetana” (Chandra Easton). “Dipingo e scrivo poesie” (Ildiko Sinnappan). Ci può fare un esempio di poesia che scrive lei? E Ildiko recita: “<em>Green</em>. Verde. <em>I live on the hill of purple and green,</em> vivo su una collina purpurea e verde, <em>where some aspire but few have seen where birds coo, soaring in fast flight</em>, dove alcuni desiderano vivere, ma pochi hanno visto dove gli uccelli tubano, volando veloci, <em>where the coyotes laugh</em>, dove i coyote ridono, <em>and howl into the night</em>, e ululano nella notte, <em>and the crickets chirp and sing for our hearts delight, </em>e i grilli cinguettano e cantano per la gioia dei nostri cuori.”   Tutto qui? “Ci sarebbe anche “<em>Liquid dreams</em>”, sogni liquidi. Sentiamo. “<em>Past the magic of night where lay dreams of fright,</em> passata la magia della notte dove vivono i sogni di paura, <em>shadows cast away rainbow threads of light bring bright dawn of day</em>, le ombre gettano via i fili di luce dell’arcobaleno portando l’alba del giorno, <em>streaming promise and hope where all the colors twirl and sway</em>, trascinando promessa e speranza dove tutti i colori piroettano e oscillano”. Mai pubblicato qualcosa? Ildiko mi guarda con la sua faccia d’angelo, il sorriso dolce come il miele: no, certo che no. Che razza di domande fai, mi fulmina Stacy, divertita dal fatto che avessi potuto pensare che le poesie si scrivono per essere pubblicate. Già, qui siamo a Topanga. My fault. Colpa mia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Stacy è Stacy Gordin, la nostra guida di Topanga.</strong> La nostra producer. Il nostro filtro con la comunità hippie. Stacy si definisce una neo hippie, ma con distacco. Ha 26 anni, vive a Topanga dal 1993, divide la casa con Jay, studente di filosofia che si sta specializzando in agopuntura, è fidanzata con Felix, indiano dell’India, genio del computer – tra le altre cose è quello che ha disegnato e istallato il network di comunicazione dello studio cinematografico Sony-Columbia – e che si è ritirato da queste parti perché ha scoperto che il livello della scuola di Topanga è più alto che nei dintorni e voleva che i figli frequentassero un buon ambiente.<br />
Naturalmente Stacy ha fatto tutto quello che un post hippie deve fare: viveva a Parigi dove imbiancava le pareti per conto di un pittore di murali e decide di andare a cercare la verità in India dove gira un documentario sui bambini monaci del Tibet vivendo per 6 masi n un monastero, insegnando inglese e studiando lingua e filosofia tibetana. Rientrata a Topanga, che poi non dista così tanto in linea d’aria da Hollywood, si è messa a lavorare come produttrice cinematografica. E nel suo lavoro è bravissima.<br />
Jay Treat è il suo roommate, quello con cui divide le spese della casa. Dice: &#8220;ho 27 anni e sono nato in Minnesota. Sono in California da 8 anni e a Topanga da 2 e mezzo. Sono laureato all’università di San Diego con una tesi di filosofia comparata, sul filo che unisce l’induismo, il buddismo e la cristianità che io ho indicato nel misticismo. Dopo la scuola me ne sono andato in India per toccare con mano la definizione sperimentale di misticismo – ovvero “l’esperienza diretta con l’assoluto, il divino” – perché sentivo di essere pieno di conoscenze accademiche puramente sperimentali. Il fatto è che dopo otto mesi in India mi sono accorto che ero dovuto andare la’ per capire che non avrei avuto bisogno di andare in India. Mi accorsi che tutto quello di cui avevo bisogno era già in me, cosa che è vera per ognuno di noi. Tornato negli Stati Uniti, ero senza il becco di un quattrino e angosciato di capire cosa fare della mia vita: è così che ho cominciato a studiare massaggio. Finito il corso, non ero ancora soddisfatto e sono passato a studiare agopuntura e medicina erbaria cinese. Frequento il college di Santa Monica e avrò finito l’anno prossimo, nel 2000, data fatidica. L’agopuntura era quello che mancava al mio curriculum: mi permette di entrare in contatto con l’intera persona, corpo, mente e spirito. Cerco di passare più tempo possibile a Topanga, sia a sedere sulla terrazza davanti a casa, sia che vada in giro a cercare erbe locali, su per la collina. C’è qualcosa di imperscrutabile in Topanga che me la fa sentire “casa” anche se sono nato a più di tremila chilometri da qui. È l’unico posto nella zona di Los Angeles che abbia un così forte senso della comunità, forse grazie alla sua geografia e al fatto che ci siano solo un paio di negozi e un campo di calcio. A proposito, sai che  il calcio è una parte importante dell’attività sociale di Topanga?”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche il semaforo ha una parte importante nelle relazioni sociali dei topanghesi.</strong> Già, perché l’anno scorso i residenti neo-hippie della comunità si sono praticamente scannati sull’opportunità di far mettere un semaforo lungo il Topanga Canyon Boulevard, la strada che taglia la comunità da sud a nord, all’incrocio con la locale scuola elementare. Roba di normale amministrazione in una normale comunità: chi non vorrebbe un semaforo davanti a una scuola? Già, ma Topanga non è un posto normale. Gli oppositori del semaforo strillavano che  il governo voleva snaturare la vera natura libertaria di Topanga che non può essere regolata da luci rosse, gialle o verdi. E che l’arrivo del semaforo, a Topanga, avrebbe segnato l’inizio della fine del dominio della controcultura. Il fatto era che, negli ultimi anni, su quel Canyon il traffico è aumentato del 40 per cento in quanto Topanga è praticamente la scorciatoia per raggiungere, da Malibu, la San Ferdinando Valley e viceversa e qualche genitore ha cominciato a preoccuparsi che qualcuno stendesse sull’asfalto i loro figli. Il fatto che i neo hippie vedessero il semaforo come un simbolo della repressione governativa poteva fregare di meno. Gli addetti alla manutenzione stradale dissero che era la prima volta, a memoria d’uomo, nella storia del loro dipartimento, che qualcuno aveva protestato contro l’istallazione di un semaforo. Negli anni Sessanta gli hippies protestavano contro la guerra in Vietnam, oggi protestano contro i semafori. La loro unica giustificazione è l’amore per lo splendido isolamento del loro pezzo di montagna e per il loro giornale locale, “<em>The Messenger</em>” che esce due volte la settimana, il cui compito è quello di mitizzare la controcultura locale.  Il giornale ha circa 1800 abbonati che pagano 13 dollari per ricevere il foglio che ha sede nell’unico mall di Topanga, fra lo studio di yoga e un negozietto di oggetti da regalo. Fra i soci proprietari del giornale c’è Ian Brody, inglese, corrispondente del Times di Londra da Seattle che, anni fa, ha investito nell’impresa diecimila dollari e che lascia ai suoi direttori il più ampio spazio di trattare gli argomenti che più piacciono. I preferiti sono gli avvistamenti di dischi volanti.<br />
Il nostro giro alla ricerca dello stile di vita dei neo-hippie di Topanga continua. Stacy ci porta al negozio di moda locale dove si vendono reliquie del passato prossimo e dove, se mai ti si dovesse fermare la macchina, è il posto a cui rivolgersi per l’assistenza meccanica. Confesso di non aver voluto approfondire questo lato del business. Un cartello invita a non far entrare cani perché all’interno ce ne sono già due, di razza carlina. Al soffitto sono appese grandi farfalle. Fiona Nagel, la direttrice del negozio, spiega che sono di gran moda: farfalle finte e pavoni veri sono il massimo dello chic a Topanga. Fiona è neozelandese, viso d’angelo, accento del Sud Pacifico, è sposata a un olandese. Lei non è mai stata in Olanda, lui non è mai stato in Nuova Zelanda. Zero pari. Fiona è stata una modella e si vede. Anche lei neo hippie? No, dice, le piace l’aria campestre di Topanga. Le ricorda la Nuova Zelanda.<br />
Ci spostiamo sul  lato musicale dei residenti di Topanga. Ecco MJ (si pronuncia <em>emgei</em>), look da guru, anima zingara, batterista, folk singer è il co-fondatore della prima scuola indipendente di musica e danza di Los Angeles, Sangeet. MJ si è esibito un po’ dappertutto, con i più grandi nomi della musica mondiale. La sua enfasi è sull’aspetto spirituale e di guarigione della musica e per questo colleziona musiche di cerimonia e di devozione di ogni parte del mondo. La sua carriera commerciale, quella con cui si mantiene, comprende invece tre colonne sonore da film: “Omaha”, “Killers”e “Just add love”. Attualmente sta registrando con un gruppo chiamato “Artificial Intelligence” (legato alla Dreamworks) che sarà, dicono gli esperti, il successo dell’estate. MJ è anche il coordinatore dei gruppi folk americani che si riuniranno per il primo raduno mondiale, a marzo dell’anno 2000, in Australia. MJ suonerà, poi, per il 30esimo anniversario di Woodstock. Perché Topanga? “Perché è vicino a Los Angeles e così posso lavorare nei ghetti, con ragazzini delle gang per cercare di tirarli fuori dal circolo vizioso della loro vita”.<br />
L’altro musicista famoso a Topanga è Kim Carroll, irlandese, di Cork. Vive in un camioncino in affitto rasformato in abitazione, su uno spuntone di roccia su cui è difficilissimo arrivare. E dire che lui si è portato dietro anche il pianoforte su cui sono appoggiati spartiti di Bela Bartok, sonate di Beethoven e invenzioni di Bach. Kim compone pezzi per orchestra, ha al suo attivo 15 dischi, è stato chitarrista con Michael Jackson, ha suonato con i Men at Work. Tutto questo nei due anni che vive a Topanga. “Il posto mi porta fortuna”, dice. “Ero a Los Angeles, avevo finito i soldi, non sapevo cosa fare. Presi un autobus che mi portò giù lungo l’oceano e sono salito a Topanga a piedi, una scalata. Ho dormito nel parco. Avevo il biglietto di ritorno per l’Irlanda ma non volevo tornare, non volevo ricadere nella routine da cui ero scappato. Adesso l’Irlanda è un posto dove c’è più vita, anche musicale, e posso andarci senza angosce, ma solo perché so che posso ritornare qui quando voglio”. Sulla porta di ingresso della casa-camioncino un cartello, in gaelico, annuncia “One Hundred Welcomes”, cento benvenuti.<br />
La padrona di casa di Kim abita nella casa accanto. Si chiama Marcia e vive nel canyon da 29 anni. Si è costruita la casa da sola e ne ha viste di cotte e di crude. Forse per questo non vuole parlare. Però si lascia fotografare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E poi, a Topanga, c’è la casa dei Marvin,</strong> appollaiata su sessanta acri, sulla punta di Tuna Canyon, che Louis B. Marvin aveva acquistato nel 1957 e reso popolare fra il movimento hippie anni Sessanta. È stata battezzata “Moonfire”. Il posto è raggiungibile solo col fuoristrada. Il corpo principale della casa – diciamo, il salotto buono – è stato realizzato all’interno di una cisterna in disuso. Dentro c’è di tutto: dalle sedie appartenute a Liberace a tonnellate di marmi che arrivano da un convento di suore; da pezzi recuperati in teatri in disuso a vetri colorati. Barbara Marvin ci vive con i figli Louis Lewis IV, che si occupa del giardino e tiene a bada i cactus che hanno la tendenza a invadere i vialetti, Henze Louise, aspirante ballerina che oggi è in compagnia dell’amica del cuore, Rebecca Boyle – vestono uguale e a volte è difficile distinguerle. Rebecca fa l’attrice, vorrebbe interpretare Lady Godiva in una prossima produzione di David Ross. Cos’hai fatto prima? “Sono apparsa in un video con gli Smushing Pumpkins”. Sorride e se ne va mentre entra Maximillian, il più piccolo della tribù Marvin. L’aria generale è un filo annoiata. Chiediamo: cosa fanno i ragazzi nella vita? Risponde Barbara: “Lunghe passeggiate in giardino, costruiscono cose, conducono un’esistenza naturale. La bellezza di Topanga è così forte che non abbiamo televisione, vogliamo essere isolati dai mezzi di comunicazione di massa. Niente computer. Siamo strettamente vegetariani. Gli animali che girano per la proprietà sono un simbolo di compassione”. Anche Barbara scrive poesie. Ce ne regala una senza titolo: “Time we do not believe in. Tempo in cui non crediamo. Magic is our way to superimpose one pattern upon another. La magia è il nostro modo di sovrapporre uno strato sull’altro. Timelessness is to enjoy a landscape of rare ecstasy. L’assenza di tempo ti fa godere di un panorama di rara estasi. The visual flight of butterflies rise to consumate love in a sense of oneness with the sun.Il volo delle farfalle sorge per consumare l’amore in un senso di unità con il sole. Thrill of gratitude, genius is simply human fate, watching the wonderful, wonderful, wonderful of every God creation. Brividi di gratitudine, il genio è semplicemente il fato umano che osserva l’aspetto meraviglioso di ogni creatura di Dio.<br />
Scendiamo di nuovo in città e incontriamo Megan e Willow Geer Alsop, sorelle che, neanche dirlo, studiano arte e recitano. Il padre delle ragazze ha appena finito di girare un film, “After Romeo”, dopo Romeo, e gli attori sono la famiglia al completo. Stasera, da qualche parte, c’è la prima. Vogliamo andare? No, grazie, abbiamo appuntamento con Sarah e Courtney. Sarah Wadsorth è inglese. È da un anno a Topanga e anche i suoi genitori si sono trasferiti in zona, dove possiedono una casa. Attività? Yoga, dipingo, fotografo, surf. Faccio solo quello che mi diverte, cerco di lavorare il meno possibile. Voglio fare cose mie. Mi interessano i film 8 millimetri”. Come sei messa con il permesso di soggiorno? “Non so, ci pensa il mio avvocato”. Ecco questa è una bella differenza fra gli hippies anni Sessanta e i neo-hippie. I neo hippie hanno l’avvocato che fa le carte per loro. Gli altri avrebbero mandato la burocrazia al diavolo perche “The answer, my friend, is blowing in the wind”, perché la risposta, amico mio, soffia nel vento. Ma i tempi cambiano. L’amica, Courtney, è californiana, di Calabasas, un ghetto di lusso periferico. Dice: “Topanga non è molto diversa da Calabasas, ma qui mi piace di più lo stile di vita. Studio musica, flauto, chitarra, percussioni, scrivo testi per canzoni pop rock”. Eppoi? “Eppoi niente”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Che giorno è oggi?”</strong>, chiede Stacy. Mercoledi, perché? “Perché oggi dovrebbe essere luna piena”. Cosa c’entra la luna piena. “Perché oggi è una coincidenza astrale che non si ripeterà per i prossimi 20 anni, è l’ultima del secolo. E le dee della terra onorano questo giorno”. Le dee della terra? Non voglio sapere altro. È così che finiamo a casa di Star (Oakland) dove è in corso una cerimonia di pittura del corpo a cui partecipano le amiche Azura (Farren) e Jenna (Sillarch) e un numero non precisato di figli e figlie. Star, 33 anni, è la madre di Carmell e Zumbe, 7 e 6 anni. Professione? Energy worker &#8211; come dire? &#8211; lavora l’energia del corpo. E poi fa massaggi. Ecco questa è un’altra caratteristica di Topanga. Se non fanno gli artisti fanno massaggi. A volte fanno tutti e due. Oggi Star è ispirata e ci dice: “Nella vita si devono sostenere e proteggere gli amici, la famiglia. La vita è esperienza. Si vive per la propria anima. È importante toccarsi. Toccare i propri figli, stare in comunione con loro, stare a casa con loro. Le scelte della vita devono essere basate sulle relazioni e sulla crescita. Le cose materiali non contano. Parla molto con la gente. Sii importante, ma soprattutto sii te stesso”.<br />
Jenna ha 29 anni e insegna “conflict resolution”, come risolvere i conflitti, in una scuola privata della zona. Il resto del tempo fa yoga. Perche’ vive a Topanga? “Topanga è il lato spirituale di Los Angeles. Qui c’è libertà e nessuno ti giudica. Essere hippie oggi non riguarda il mondo della ribellione bensì quello della spiritualità. Siamo contro il materialismo”. Azura non ama rivelare l’età. Vive nel canyon da 10 anni, ha una figlia, ma non un marito. Fa l’attrice e la musicista. Ama la gentilezza, le risate, l’arte. Dice: “Comminiamo tutti insieme sulla strada della verità”.<br />
È stata una lunga giornata. Ma non si può lasciare Topanga senza una sosta al ristorante del villaggio: The Inn of the Seventh Ray, la locanda del settimo raggio. E non si può certo perdere il piatto forte, le lasagne new age: lasagne vegeteriane ripiene di spinaci, ricotta, pesto di basilico e funghi. Ci vuole stomaco, ma si sopravvive. Stacy suggerisce l’insalata della casa: il condimento, si legge sul menu, è una ricetta segreta del maestro alchimista Saint Germain. Chissà se l’ufficio d’igiene ne è al corrente. Tanto oggi è mercoledi. Luna piena. Qualcuno avvisterà sicuramente un disco volante. Qualcuno danzerà. Qualcuno suonerà le percussioni. Qualcuno si dipingerà il corpo. Qualcuno scriverà poesie. Domani è un altro giorno. Ma a Topanga sarà lo stesso giorno.</p>
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		<title>John Peck, la leggenda del surf</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 15:32:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="530" height="400" data="http://www.youtube.com/v/VT-0OVETeHQ&amp;hl=en&amp;fs=1" type="application/x-shockwave-flash"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/VT-0OVETeHQ&amp;hl=en&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>In quell’estate del 1962, in California, la vita per i giovani era ancora molto semplice. </strong>Stavi con i greasers o con i surfers. I primi li riconoscevi per i capelli scuri, impomatati, l’aria pallido metropolitana, i giubbotti preferibilmente di pelle. I secondi li identificavi per i capelli biondi bruciati dal sole, la perenne abbronzatura, bermuda e camicia svolazzante di due taglie più grande. I greasers guidavano auto superlucide, supercromate, super rombanti; i surfers giravano con giardinette arrugginite dal salmastro, con tavole da surf che spuntavano dai finestrini posteriori.<br />
All’inizio era tutto molto semplice, appunto. La colonna sonora era <em>Good Vibrations</em> e, intorno, la vita era in stile graffiti americani, come quella immortalata, anni dopo, da George Lucas nel film omonimo. I capelli dei ragazzi erano corti, le gonne delle ragazze erano lunghe e svolazzanti. La verginità era ancora un valore morale.<br />
L’America, la verginità la perderà l’anno seguente a Dallas, Texas, quando John Kennedy, il presidente ragazzo, verrà ucciso non si sa ancora da chi. I capelli dei ragazzi si faranno sempre più lunghi e le gonne delle ragazze sempre più corte. La guerra in Vietnam farà il resto. La ribellione dilagherà per tutto il Paese e niente sarà più come prima. La rivoluzione avrà l’aspetto dei figli dei fiori, delle droghe, dell’acido e delle tavole da surf in fiberglass, sempre più facili da maneggiare, sempre più economiche. <span id="more-270"></span></p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-272 aligncenter" title="John Peck" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/sp-peck-2-400x273.jpg" alt="John Peck" width="400" height="273" /></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>John Peck, leggenda vivente nel mondo del surf californiano</strong>, era il tipico rappresentante di quella nuova razza che sposava la cultura hippy e la cultura della spiaggia. A 15 anni scoprirà che il surf ce l’aveva nel sangue. La sua prima onda l’aveva cavalcata, appunto, nel 1959 con una tavola di legno di balsa sulla spiaggia di Coronado, a San Diego. E fu la rivelazione della sua vita. Subito dopo, suo padre, militare di carriera, fu trasferito alla base navale di Waikiki, nelle Hawaii e la famiglia Peck si stabilì accanto alla mitica spiaggia di Queen Surf. Il ragazzo si ritrovò, all’improvviso, immerso nella più avanzata e sofisticata cultura surfistica al mondo. «Waikiki era il paradiso», ricorda John Peck che incontriamo a Malibu a bordo del suo furgone Volkswagen giallo, reliquia del periodo dei figli dei fiori. «Allora non c’erano molti turisti e neanche troppe costruzioni. La spiaggia era tutta nostra. Buddy Boy Kaohe era il re di Queen Surf. E potevi incontrare miti come Ah Choy, BK, Rabbit e Joey Cabell».</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-271 aligncenter" title="John Peck" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/sp-peck-1c-400x257.jpg" alt="John Peck" width="400" height="257" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il mito, oggi, è lui, John Peck, surfista mistico, hippy gitano, guru non violento</strong>, che dice di parlare con Dio, pratica lo yoga, vive con un sussidio statale e per arrotondare le entrate dà una mano ad un amico che ripara auto. E dire che negli anni Settanta era finito al quinto posto nella lista dei dieci maggiori ricercati dalla polizia federale americana. Di quei guai con la giustizia non ama parlare molto, resta sul vago, dice cose sconnesse, come il fatto che Nixon avesse messo una taglia sulla sua testa perché, all’epoca, viveva in una comune maoista e il potere lo voleva vivo o morto. Dice: «Facevo tutte quelle cose che la polizia federale considerava comuniste, rivoluzionarie, sovversive, roba da alto tradimento». Una volta viene arrestato per aver “liberato” un’intero carico di pane che era stato depositato di fronte ad un fornaio di Wailuku per distribuirlo alla gente del paese. Un’altra volta “libera” un carico di droga e lo regala alla comunità hippy della zona. Questa volta non sono solo i federali ad avercela con lui, ma anche gli spacciatori. Come fece a cavarsela? John si trincera dietro: «Ero protetto dallo scudo di Cristo». E quando non è Cristo è Dio direttamente a proteggerlo o a parlargli come una volta ad un concerto di Jimi Hendrix o come quando Dio gli disse che doveva uscire dalla prigione di massima sicurezza dove lo avevano rinchiuso i federali. Lui dice di essere scappato cinque volte di prigione usando tecniche yoga che lo rendevano invisibile. Fatto sta che, alla fine, John Peck finì all’ospedale per malattie mentali  dove fu deciso di ritirare tutte le accuse contro di lui e far partire la richiesta per una pensione di invalidità come disabile mentale.</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Se John Peck avesse continuato sulla strada del surf professionistico</strong> oggi sarebbe probabilmente miliardario grazie alle sponsorizzazioni del settore e all’invenzione di un tipo particolare di tavola da surf che porta il suo nome: “<em>Peck penetrator</em>”. La stoffa del campione ce l’aveva fin dal primo momento. Lo stesso anno in cui aveva imparato a scorazzare sulle onde arrivò quarto nella gara annuale di Makaha, nelle Hawaii, mentre nel 1964 in una gara che si teneva a Malibu, arrivò secondo dietro Joey Cabell, un campione locale. Come se non bastasse i lettori della più importante rivista di surf lo votarono fra i primi dieci migliori surfisti della California. Il problema, però, era che John Peck presentava segni sempre più evidenti di insoddisfazione esistenziale. «Fu allora che entrai nel mondo della controcultura, Scoprii la marijuana e le altre droghe. Non ero esattamente dal lato giusto della società».<br />
Oltre al surf e alle droghe l’altra grande scoperta di John Peck fu l’allora emergente movimento di “espansione della coscienza” e l’incontro con uno dei suoi esponenti, un guru locale: «Era l’immagine di Cristo. Rimasi folgorato dall’espressione profonda dei suoi occhi. Gli chiesi di andare a vivere da lui e finimmo per trovare un accordo: gli avrei insegnato a fare surf in cambio di una stanza».</p>
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<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-314 aligncenter" title="La &quot;Woody&quot;, l'auto dei surfisti" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/auto-400x264.jpg" alt="La &quot;Woody&quot;, l'auto dei surfisti" width="400" height="264" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In questo periodo John fu introdotto all’esperienza dell’Lsd </strong>e di altri acidi che rafforzarono sempre di più la sua esperienza mistica. Era anche il tempo in cui John si unì alla “fratellanza” – <em>The Brotherhood</em> &#8211; un network internazionale nato a Laguna Beach, California a metà degli anni Sessanta e che si chiamava originariamente “<em>The Brotherhood of Eternal Love</em>”, la fratellanza dell’amore eterno. Membro di spicco era Timothy Leary, il guru dell’Lsd recentemente scomparso. I fratelli facevano largo uso di sostanze psichedeliche che mischiavano a ideali di vita presi in prestito da religioni orientali, il tutto cementato da un codice di amore universale e di mutuo soccorso. Molti membri della fratellanza erano surfisti che, all’occorrenza, durante i loro viaggi alla ricerca dell’onda perfetta si trasformavano in corrieri della droga, attività con cui si mantenevano e che permetteva loro di non fare altro nella vita che cavalcare onde. Col tempo la fratellanza degenerò in una vera e propria rete di distribuzione di droghe pesanti il cui obiettivo non era  l’amore universale ma il più prosaico far soldi.</p>
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<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-277 aligncenter" title="John Peck in posizione Yoga" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/sp-peck-2c1.jpg" alt="John Peck in posizione Yoga" width="205" height="300" /></p>
<p><strong>John, cosa vuol dire oggi essere un surfista e in particolare un surfista hippy? </strong>«Un surfista, questo vale per tutti, vive la propria vita in relazione ai flussi dell’oceano, in particolare le onde e il movimento dei fondali causato dalle onde stesse in pieno oceano. É uno stile di vita che si basa sulla consapevolezza della relazione che c’è fra il vento, l’acqua e le maree. É l’essere in sincronia con tutto questo. É esserci quando le onde migliori cominciano a dipanarsi, accompagnate dalle migliori condizioni di vento. E tu cavalchi la cresta dell’onda. È uno stile di vita in sintonia con il creatore, uno stile di vita salutista e, cosa da non disdegnare, estremamente divertente. I surfisti, per loro caratteristica, sono molto territoriali e difendono aggressivamente le loro zone di costa e non amano troppo che gente estranea invada il loro territorio. Sono capaci di crearti problemi se non rispetti il loro regno. Questi, però, non hanno niente a che vedere con gli hippies. I surfisti hippie discendono, come ideali, dai primi surfisti, gente che viaggiava e si spostava in continuazione da un posto all’altro nella ricerca delle onde migliori e abbandonavano certe zone diventate troppo popolari, affollate di gente che non aveva niente a che vedere con il loro stile di vita. Tutto questo peregrinare avvicinava il loro stile di vita a quello degli zingari. Che è poi anche il mio stile di vita. Qui intorno a Los Angeles, per esempio, andavamo d’inverno a Rincon, a sud di Santa Barbara, e d’estate battevamo le spiagge di Malibu. Io sono stato uno di quei surfisti zingari che viaggiava dalle Hawaii al Perù e dal Messico alla costa dell’est degli Stati Uniti alla ricerca delle onde migliori. É così che sono diventato il primo campione mondiale di surf. A quel tempo c’era molta oppressione nelle coscienze della gente e c’era grande bisogno di liberazione. Era una cosa che sentivamo molto soprattutto qui in California. Fu sempre a quel tempo che cominciai la mia ricerca spirituale, volevo capire cosa lega l’universo alle cose che ci circondano. Girai sempre di più, diventando sempre più zingaro. Ad un certo punto ho persino abbandonato il surf e la posizione di influenza che avevo, a quell’epoca, sul movimento. Molta gente che mi stimava seguì il mio esempio. Io volevo arrivare a vivere come gli Hindu dell’Himalaya tanto che, ad un certo punto, tutto quello che possedevo era un costume da bagno. E io andavo in giro proprio così, con solo un costume da bagno. Capitava che qualcuno mi offrisse in prestito la sua tavola da surf e, allora,  mi buttavo in acqua, cavalcavo le onde ed ero felice. Fu questo mio stile di vita che mi mise in serio contrasto con il governo perché, dicevano, non davo il buon esempio. La gente lasciava il lavoro, le case e si riversava a vivere nelle strade e il sistema veniva bellamente scavalcato, la gente non comprava più, ma barattava le cose. Fu così che nacque la cultura delle comuni e io ero un po’ al centro di tutto questo. In fondo non era che fossi contro il governo. Ero piuttosto un disilluso, uno a cui non piaceva troppo quello che stava succedendo nel Paese. Io ero contrario ad andare in giro per il mondo a uccidere la gente, ma non ho mai protestato contro il Vietnam, a dire la verità non credo nel concetto di protesta. Credo che non serva a niente, che sia una totale perdita di tempo. Penso piuttosto che uno debba seguire le proprie estasi, fare ciò che lo rende felice ed essere un esempio per la comunità». Oggi cosa ti rende felice? «Essere di aiuto agli altri. Fare surf e yoga dove, come e quando posso!».</p>
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