Manzanar

La temperatura oggi oscilla fra i 45 e i 48 gradi centigradi. Il traffico sulla statale 395, a est dell’altipiano della Sierra Nevada, nella California orientale, contea di Inyo, è praticamente inesistente: solo locali e qualche turista che cerca refrigerio più a nord, a Mammoth Lake. Del campo di internamento di Manzanar, dichiarato monumento nazionale, rimane una lapide, il bunker d’ingresso e un paio di altre costruzioni in pietra a forma di pagoda. Il resto è deserto. Nessuno si ferma qui. È troppo imbarazzante. Il campo fu costruito cinquant’anni fa, all’indomani dello scoppio della guerra fra Stati Uniti e Giappone, per internare chiunque lungo la costa dal Canada al Messico, avesse gli occhi a mandorla – americano o non americano. Manzanar era costituito da 504 baracche che, alla fine di ottobre del 1942, avrebbero ospitato 10.271 cosiddetti “sfollati”. Il calvario degli americani di origine giapponese era cominciato, ufficialmente, il 19 febbraio 1942, due mesi e mezzo dopo l’attacco di Pearl Harbour, quando il presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, firmò la circolare 9066 che ordinava, per necessità militare, l’internamento indiscriminato di tutti i “Japs” abitanti negli Stati prospicenti il Pacifico. Il fatto che molti di loro fossero ormai americani di seconda e terza generazione passò deliberatamente inosservato. Continua a leggere »
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