<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Au Lapin Agile &#187; D-Day</title>
	<atom:link href="http://www.claudiocastellacci.com/tag/d-day/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.claudiocastellacci.com</link>
	<description>Storie, frammenti, cronache, appunti</description>
	<lastBuildDate>Tue, 04 Oct 2011 17:46:08 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.8.6</generator>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<item>
		<title>La guerra fotografica del soldato Avery</title>
		<link>http://www.claudiocastellacci.com/articoli/la-guerra-fotografica-del-soldato-avery/</link>
		<comments>http://www.claudiocastellacci.com/articoli/la-guerra-fotografica-del-soldato-avery/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 14 Mar 2009 16:27:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[D-Day]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.claudiocastellacci.com/?p=384</guid>
		<description><![CDATA[Il problema furono i piccioni. Accidenti a loro: neanche uno, uno, che avesse ritrovato la strada di casa. Fu per la sbadataggine di quei pennuti che tutta la documentazione fotografica della prima ondata dello sbarco anglo-americano in Normandia, il 6 giugno 1944, è andata persa. Probabilmente finirono impallinati, probabilmente finirono arrostiti, probabilmente a causa della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il problema furono i piccioni. </strong>Accidenti a loro: neanche uno, uno, che avesse ritrovato la strada di casa. Fu per la sbadataggine di quei pennuti che tutta la documentazione fotografica della prima ondata dello sbarco anglo-americano in Normandia, il 6 giugno 1944, è andata persa. Probabilmente finirono impallinati, probabilmente finirono arrostiti, probabilmente a causa della potenza di fuoco scatenata dalla flotta alleata, persero l’orientamento e chissà dove finirono.<br />
Fatto sta che un solo rullo fotografico si salvò. E non grazie ai piccioni. Ma solo perché un tale capitano Herman Wall fu prematuramente ferito a una gamba e reimbarcato per la terra ferma. Prima di entrare in sala operatoria, il capitano Wall, nonostante fosse mezzo moribondo e mezzo dissanguato, afferrò un chirurgo e gli consegnò una macchina fotografica che qualcuno durante lo sbarco gli aveva affidato e che lui aveva tenuto stretta a sè tutto quel tempo. “Dottore”, disse “deve consegnare subito queste foto al 162esimo Signal Corps. Il medico non sapeva neanche cosa fosse il Signal Corps, ma quelli erano tempi in cui non ci si facevano troppe domande. Chiamò un motociclista e gli ordinò di volare al 35 di Davey Street, un palazzo di cinque piani proprio di fronte al mitico Claridge’s dove a ricevere il motociclista ci sarebbe stato un sottufficiale, il sergente maggiore Sid Avery. Il sergente Avery, preso in consegna il rullo fotografico lo fece immediatamente sviluppare e, di lì a poco, le prime immagini del D-Day venivano rilanciate sulla stampa di tutto il mondo libero.<span id="more-384"></span><br />
<strong>Fino allo scoppio della guerra Sid Avery era stato un aspirante fotografo</strong> che aveva imparato i trucchi della camera oscura da zio Max che viveva ad Akron, Ohio, dove anche Sid era nato. “Avevo sette anni, era sotto Natale e zio Max doveva fotografare una fabbrica di gomme. Mi chiese se, dopo, volevo andare con lui in camera oscura. Io non sapevo neanche cosa fosse una camera oscura. Così mi ritrovai in una stanza illuminata da una fioca lampadina gialla con vassoi pieni di acqua su dei tavoli a cui arrivavo soltanto salendo su uno sgabello. E lo zio Max immerge delle carte bianche nelle vasche e all’improvviso i fogli si trasformano in fotografie. Pura magia. Non esagero a dire che quella sera la mia vita prese una svolta decisiva. Sarei diventato fotografo anch’io”.<br />
A ritardare la strabiliante carriera fotografica di Sid Avery che, negli anni Cinquanta, diventerà uno dei più ricercati fotografi della Hollywood degli anni d’oro, ci si mette la seconda guerra mondiale.<br />
“Io non sono un guerriero, lo sai. Non ho mai avuto l’anima del soldato. Nello sbarco in Normandia mi ci sono trovato per caso. Io sono un fotografo, uno che lavorava con Stanlio e Ollio e che, all’improvviso, si ritrova a fianco del generale Eisenhower nella più grande operazione bellica mai organizzata dai tempi di Alessandro il Macedone”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’anno era il 1940 </strong>e l’America si preparava a ristrutturare il proprio esercito chiamando alle armi tutti i giovani più o meno abili. Sid fu fra i primi ad essere chiamato. “Ricevetti nella posta una lettera che mi diceva che ero stato scelto per servire la Patria e che dovevo presentarmi il tal giorno nel tal posto. Lì mi chiesero cosa facevo nella vita civile e io risposi: il fotografo. Mi impacchettarono e mi spedirono a Fort McArthur per insegnarmi a rifare il letto, lucidare le scarpe, farmi il nodo alla cravatta e, occasionalmente, saltare le siepi. Quando furono certi che sapevo fare tutta questa roba mi dissero che ero stato assegnato al 162esimo Signal Photo Company di stanza a Little Rock, Arkansas, la prima unità dell’esercito che si occupava di propaganda militare. Ringraziai il cielo perchè almeno avrei fatto qualcosa che sapevo fare”.<br />
“Quando arrivai alla stazione di Little Rock l’ufficiale che smistava il personale mi gelò: non c’è nessuna 162esima Signal Photo Company qui. E io che faccio? Per il momento ti assegniamo ad un reparto di artiglieria in attesa che si scopra cosa diavolo è questo 162esimo. Fu così che finii fra i “Big Guns”, come i ragazzi chiamavano i cannoni. Rimasi là per tre o quattro settimane fin quando giunse la chiamata dalla mia compagnia. Vennero a prendermi con una jeep, erano in sei ed erano praticamente tutta la compagnia. Erano tutti graduati: ufficiali, sergenti, caporali, tutta gente di carriera, gente che aveva vissuto tutta la loro vita in divisa. Io ero l’unico soldato semplice, Private Avery. Tutti volevano darmi ordini: lo chef, in cucina, voleva che pelassi patate e cipolle; il sergente dell’approvvigionamento voleva che lo aiutassi a consegnare brande, materassi, cuscini a tutta la caserma; il sergente furiere voleva che lo aiutassi in ufficio e quello addetto ai servizi che scavassi dei canali intorno alle baracche che se si fosse messo a piovere a dirotto l’acqua avrebbe potuto scorrere via. Cominciavo a non poterne piu’.<br />
Fortunatamente, piano, piano, cominciò ad arrivare altra gente e i lavori cominciarono a diluirsi. La 162esima compagnia arrivò ad avere tre o quattrocento militari divisi in varie specialità: scrittori &#8211; alcuni erano sceneggiatori hollywoodiani &#8211; fotografi, stampatori esperti di camera oscura, proiezionisti. La maggior parte arrivava da Los Angeles ed ognuno nel suo campo, erano tutti grossi professionisti. Di lì a poco fui promosso al grado di sergente e, dopo neanche qualche mese, passai sergente maggiore. Giravo con tutta una serie di strisce sulle maniche della giacca e pensavo che, per me, il tempo della naja stava per finire. Mi mancava solo un mese a lasciare l’esercito. Ero sovraeccitato. Quando una mattina, una domenica di Dicembre, mentre stavamo giocando a volleyball, uno dei ragazzi che era rimasto alle tende corse verso di noi gridando come un forsennato. “Hanno attaccato Pearl Harbor. I gialli hanno attaccato Pearl Harbor”. “Chi diavolo è Pearl Harbor?”, chiesi. Non avevo alcuna idea di cosa stesse parlando. “Hanno attaccato le Hawaii”. Addio congedo. Era l’inizio della fine&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8220;Quella stessa mattina il comando scelse cinque di noi</strong> e ci spedirono immediatamente a New York assegnati alla redazione di “<em>Life</em>” perchè imparassimo l’abbici del lavoro redazionale, che tipo di storie richiedevano i giornali, che tipo di fotografie dovevamo fornire, perché il nostro compito sarebbe stato quello di documentare la guerra. Lavorammo in camera oscura, in redazione ed infine fummo assegnati, come assistenti, ai fotografi di Life. Io finii con Alfred Eisenstadt e il mio primo incarico fu di accompagnarlo all’accademia militare di West Point. Eisenstadt era uno con un caratterino che te lo raccomando: una volta, pensando di fargli un favore, andai a recuperargli una macchina fotografica che lui aveva lasciata in un’altra stanza. Mi assalì con il suo inconfondibile accento tedesco urlandomi: non toccare la mia Roloflex”.<br />
“Alla fine di quest’ultimo addestramento venimmo caricati sulla Queen Mary e spediti in Inghilterra. Fu un viaggio durissimo. La Queen Mary era attrezzata per portare poco più di un migliaio di passeggeri e noi eravamo in mille e ottocento questo voleva dire che in ogni cabina adibita ad ospitare due persone ce ne stavano dieci o quindici. Persino la piscina fu riempita di amache, le amache spuntavano dappertutto. Il peggio era che l’Atlantico brulicava di sottomarini tedeschi a caccia di navi e convogli da affondare e la Queen Mary era il boccone piu’ appetibile. E purtroppo la Marina non poteva assegnarci dei caccia di scorta sulla rotta e così eravamo in balia di noi stessi. Sì, avemmo un minimo di supporto aereo per le prime centinaia di miglia in mare aperto, ma era tutto quello che umanamente il comando militare poteva fare. E come se non bastasse beccammo la più grande tempesta che la Queen Mary avesse mai dovuto affrontare nella storia della sua esistenza. La nave era scossa come da un martello d’acciaio. Tutto e tutti venivamo sbattuti contro le pareti, oggetti e uomini. Io e altri quattro militari fummo gli unici a non soffrire il mal di mare e per sopravvivere ci guardammo bene dall’andare sottocoperta per via dell’odore di vomito che ormai aveva appestato ogni angolo della nave. Ci sistemammo a prua, dormendo lì, bevendo acqua e mangiando nient’altro che cracker. A tre o quattrocento miglia dalla costa inglese le cose cominciarono ad andare meglio e soprattutto arrivò la scorta aerea che ci indirizzò verso il porto di Grinnick in Scozia. Ricordo che quando misi piede a terra pensai che eravamo sbarcati in uno studio cinematografico della MGM. Tutto era così perfetto che non credevo ai miei occhi. Credevo di essere piombato in un film. Da lì ci spedirono a Londra e io fui incaricato di scegliere la sede per il quartier generale. Così, mappa alla mano andai diretto a occupare un palazzo di cinque piani che stava proprio di fronte al Claridge’s al 35 di Davey Street. I problemi piu’ grossi non li avevamo con i bombardamenti tedeschi, ma con l’indolenza degli inglesi. Questi non facevano altro che fare colazione, fare la siesta per il tè, per i biscotti, per quello e per quell’altro. I tedeschi ci bombardavano e quelli bevevano tè. La compagnia era costretta a stare nelle baracche in attesa che gli operai inglesi si ingozzassero di pasticcini e si decidessero a lavorare. Alla fine se dio volle riuscimmo a entrare in possesso del palazzo. Io avevo il comando delle operazioni e coordinavo un centinaio di uomini che lavoravano nei laboratori, ventiquattro ore su ventiquattro divisi in tre turni”.<br />
“Il materiale delle altre compagnie Signal Photo &#8211; la 163, 164, 165  e 166esima &#8211; sparse nei diversi teatri di guerra convergeva su di noi a Londra per essere poi rimesso in circolazione sui giornali. La mia vita era tutta lì. Sviluppare, stampare, spedire, controllare, gestire, l’intera baracca. Fin quando un giorno fui chiamato da funzionari dell’intelligence che mi dissero che avrebbero avuto bisogno di me per una missione segretissima per cui avrei ricevuto il massimo grado di security clearance. Praticamente lo stesso tipo di accesso ai documenti segreti di quello del generale Eisenhower. Io cominciai a preoccuparmi: come potevo incastrare i crucchi stando seduto nel mio ufficetto a sviluppare fotografie?&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8220;Tutto quello che devi fare è costruire una mappa, dissero. </strong>Una mappa? Già. Della Normandia. Dovrai procurarti tutte le guide turistiche possibili e immaginabili, tutti i depliant che regalano alle stazioni di servizio, tutti gli atlanti geografici che usano a scuola, dovrai sapere dove sono alberghi, ponti, incroci, chiese, fontane. Tutto. Sulla base di questo materiale dovrai ricostruire la piu’ precisa e perfetta mappa della Normandia. E posso sapere perché proprio la Normandia. I due tizi con l’impermeabile bianco e il bavero alzato mi guardarono in silenzio, poi, visto che ero stato appena promosso al massimo grado di segretezza, dissero: perché è lì che sbarcheremo in Europa.<br />
“Fu così che iniziò l’operazione D-Day. Al laboratorio cominciarono ad arrivare quintali di materiale, da ogni parte e con ogni mezzo, compresi i piccioni viaggiatori. Fu allertata la resistenza francese e le informazioni che avemmo sul terreno dello sbarco erano così dettagliate che avremmo potuto ricostruire la Normandia da quest’altra parte del canale.<br />
Eppoi arrivò il giorno fatale. Assieme al generale Eisenhower, al primo ministro inglese Wiston Churchill, al presidente degli Stati Uniti, ero uno dei pochissimi che conosceva la data e i dettagli dello sbarco. Una responsabilità immensa. Cosa ricordo di quella mattina? Poco. Ricordo che nessuno dei piccioni viaggiatori che avrebbero dovuto riportare indietro le pellicole con le immagini dello sbarco tornò indietro. Se non fosse stato per quel capitano ferito che riportò indietro un rullino oggi non avremmo niente per documentare il primo giorno dello sbarco”.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.claudiocastellacci.com/articoli/la-guerra-fotografica-del-soldato-avery/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

