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	<title>Au Lapin Agile &#187; Cambridge Five</title>
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		<title>Studiare all’estero. Studiare a Oxbridge. Note a margine della polemica Celli</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Dec 2009 21:01:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Ma insomma, qual è la vera aristocrazia inglese: quella di sangue blu o quella neanche tanto sotterranea che si forma nelle scuole di élite del Regno Unito? Scuole che si chiamano Oxford e Cambridge, tanto per essere chiari, quelle dove è stata educata gran parte della classe dirigente del Paese. La domanda se la [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;"><strong>Ma insomma, qual è la vera aristocrazia inglese: quella di sangue blu o quella neanche tanto sotterranea che si forma nelle scuole di élite del Regno Unito?</strong><span> </span>Scuole che si chiamano <a href="http://www.ox.ac.uk/" target="_blank">Oxford</a> e <a href="http://www.cam.ac.uk/" target="_blank">Cambridge</a>, tanto per essere chiari, quelle dove è stata educata gran parte della classe dirigente del Paese. La domanda se la pongono, da sempre, gli stessi inglesi ed è stato argomento di una approfondita inchiesta dello storico quotidiano della domenica <a href="http://observer.guardian.co.uk/" target="_blank">The Observer</a>. Storico perché la sua prima edizione – domenicale, appunto – vide la luce nel lontano 1791 e questo suo affondare le radici nel passato gli permette di mettere becco – autorevole, se per questo – in una disputa che coinvolge la società, il futuro di migliaia di giovani e la stessa politica. Ma non solo. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-718" title="Oxbridge" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/schermata-2009-12-06-a-220001-436x300.png" alt="Oxbridge" width="436" height="300" /><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;">Già, perché l’argomento, al di là dei suoi risvolti accademici<span> </span>– in un’epoca di “<em>politically correct</em>” – è diventato una patata politicamente bollente soprattutto dopo il “caso Laura Spence”. Laura era una diciassettenne maturanda della Monkseaton Community High School, una scuola pubblca come tante, che, ai colloqui di ammissione del 2000, si vide respingere la domanda per entrare al Magdalen College di Oxford nonostante un curriculum scolastico trionfante, costellato dal massimo dei voti. Motivazione? «La ragazza non dimostra di avere le giuste qualità». La storia esplose inaspettata sui media britannici. Inaspettata perché fino ad allora era dato quasi per scontato che ad iscriversi a Oxbridge (parola composta con cui gli inglesi indicano in un tuttuno le due leggendarie università di Oxford e Cambridge, entrambe con alle spalle 750 anni di storia) fossero soltanto i figli di papà, quelli che vantano santi in paradiso, quelli che possono sfoggiare quarti di nobiltà, insomma, quelli socialmente giusti. Cosa diavolo voleva una Laura Spence qualsiasi che poi, per la cronaca, fu ammessa con tutti gli onori al corso di biochimica dell’Università americana di Harvard, che nella graduatoria delle istituzioni accademiche è considerata la prima al mondo, e dove, a scorno di Oxbridge, le fu persino assegnata una borsa di studio di 65mila sterline.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;"><span id="more-715"></span>A dichiarare guerra di classe contro questo sistema fu, all’epoca del “caso Laura Spence”, l’attuale Primo Ministro laburista Gordon Brown che allora ricopriva, nel governo Blair, la carica di Cancelliere dello Scacchiere, una sorta di nostro Ministro delle Finanze. Le parole scandite allora da Gordon Brown: «An absolute scandal», uno scandalo inaudito, risuonano ogni qualvolta si avvicina per gli studenti il tempo delle sessioni di colloqui per l’ammissione a Oxbribge e ripartono le polemiche sui meriti e i demeriti dei criteri di selettività da cui, se da una parte, deriverebbe l’eccellenza delle due istituzioni, dall’altra si rischierebbe di tenere lontani dalle selezioni candidati potenzialmente brillanti che neanche si presentano perché «tanto è inutile». Come è il caso, oggi, di Sadaf Aslam, di Natalie Webber, di Faith Oyerokun e di molti altri. «Quella è roba che si può permettere chi ha frequentato il college di Eton, non noi che veniamo da scuole pubbliche più o meno sconosciute», dicono. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;">Ma proviamo a leggere i dati della polemica attraverso i numeri forniti da una rigorosa ricerca condotta dal Sutton Trust, una fondazione filantropica presieduta da Sir Peter Lampl, il cui scopo è quello di fornire opportunità scolastiche a ragazzi provenienti da famiglie economicamente svantaggiate. Dall’indagine risulta che da Oxbridge sono usciti l’81 per cento dei magistrati e l’82 per cento degli avvocati di grido, il 45 per cento dei giornalisti “Grandi Firme”, il 34 per cento di politici di primo piano, fra ministri e leader dell’opposizione facenti parte dei cosiddetti “governi ombra”. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;">Se si considera che il 93 per cento dei liceali britannici frequenta scuole pubbliche, come accade, ci si chiede, che poco più del 50 per cento degli ammessi a queste università (54 per cento a Oxford, 57 a Cambridge) proviene da elitarie scuole private? La risposta è abbastanza semplice: le scuole private godono di privilegi economici che a loro volta permettono il reclutamento dei migliori insegnanti, la possibilità di usufruire di numerose e sofisticate risorse didattiche che, a loro volta, permettono di sfornare un maggior numero di studenti preparati per superare con facilità gli esami di ammissione delle più prestigiose università del Paese. E questa catena, ovviamente, si perpetua di padre in figlio: buone scuole, buoni risultati, buon ambiente sociale, buone università: la ruota continua. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;">«Sì, è vero. I dati riguardanti le professioni legali sono scioccanti», ammette Lee Elliot Major, capo ricercatore del Sutton Trust. «Il fatto è che i laureati di Oxbridge hanno un vantaggio competitivo che non ha prezzo: quello di conoscere la gente giusta. E soprattutto per fare carriera nel campo del giornalismo e della politica conta chi conosci». Eppoi c’è un altro vantaggio non contabilizzabile: a differenza dei comuni mortali, vivere all’interno della cittadella della classe che domani sarà quella che conta, permette di demistificare l’aura di impenetrabilità che l’avvolge. Aver condiviso il dormitorio con un futuro Primo Ministro e averlo visto in mutande, aiuta nella vita. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;">E su questo sono d’accordo sia Will Hutton &#8211; presidente della Work Foundation, organizzazione senza scopo di lucro improntata a far incontrare<span> </span>i diversi soggetti del mondo del lavoro, e ex direttore dell’Observer, per cui il sistema di interdipendenza che lega le scuole private al duopolio universitario di Oxbridge è un «passaporto sicuro per le alte sfere della società britannica» &#8211; sia<span> </span>l’ex ministro laburista dell’Educazione Charles Clarke, un ex Cambridge, che ha difeso da sempre l’elitarismo del sistema ribattendo al compagno di partito Gordon Brown che «elitismo non è una parolaccia e che, anzi, le elite hanno un importante ruolo nella società».</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;">Ruolo che spesso, in quelle istituzioni universitarie, viene svolto in modo sotterraneo, all’interno di società “segrete” come quella celebre degli Apostoli, fondata a Cambridge nel 1820, il gruppo più esclusivo ed elitario che si possa immaginare, paragonabile alla Skull and Bones, emanazione dell’università americana di Yale. Alla Società degli Apostoli sono appartenuti filosofi come Bertrand Russell e John Keynes, ma anche spie sovietiche come Guy Burgess e Anthony Blunt –<span> </span>che con Kim Philby, Donald MacLean e John Craincross formarono il cosiddetto gruppetto dei Cambridge Five, i cinque di Cambridge, una formidabile rete di spie che passò informazioni sensibili all’Unione Sovietica a partire dalla Seconda Guerra Mondiale fino agli anni Cinquanta. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;">Nel caso di Blunt la storia proseguì e si concluse nel novembre del 1979 quando un’allora imbarazzata Margaret Tatcher ammise davanti alla Camera dei Comuni l’appartenenza di Blunt allo spionaggio sovietico. Imbarazzata perché Sir Anthony Blunt era nientemeno che il curatore della collezione d’arte della Regina. </span><span style="font-size: 10pt;">Dal canto suo per Blunt il peggio non fu essere esposto al pubblico ludibrio, bensì essere privato del titolo nobiliare e essere costretto a dimettersi dalle prestigiose istituzioni culturali che dirigeva. Blunt l’intoccabile, Blunt il laureato di Cambridge era divenuto un paria. Quello stesso giorno il Primo Ministro Margareth Thatcher c<span style="color: black;">omunicò anche che a Blunt era stata garantita l’immunità in cambio di informazioni.<span> </span>E poi dicono che chi conosci non conta.</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"> </span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Il &#8220;quarto uomo&#8221; dei &#8220;cinque di Cambridge&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Mar 2009 10:38:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Il primo giorno di una nuova vita ha luci, sapori, suoni, frenesie diverse. Sia che si tratti di un nuovo amore, che della diagnosi di una malattia incurabile. Quella mattina del 15 novembre 1979, a settantadue anni, per sir Anthony Blunt, il primo giorno di nuova vita deve essere stato a dir poco febbrile. Il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-232 aligncenter" title="Anthony Blunt (Courtesy of the Courtald Institute, from &quot;Anthony Blunt: His Lives&quot;)" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/bluntpic1200.jpg" alt="Anthony Blunt (Courtesy of the Courtald Institute, from &quot;Anthony Blunt: His Lives&quot;)" width="200" height="251" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il primo giorno di una nuova vita ha luci, sapori, suoni, frenesie diverse</strong>. Sia che si tratti di un nuovo amore, che della diagnosi di una malattia incurabile. Quella mattina del 15 novembre 1979, a settantadue anni, per <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Anthony_Blunt" target="_blank">sir Anthony Blunt</a>, il primo giorno di nuova vita deve essere stato a dir poco febbrile. Il fatto era che, per sir Anthony, nuovi amori non se ne prospettavano e la malattia incurabile gliel’avevano già diagnosticata e lui, per tutta risposta, l’aveva affogata nel gin.<br />
Era la pubblica ignominia che non riusciva a gestire. Già, perché quella mattina l’allora primo ministro, signora Margaret Thatcher, si apprestava ad annunciare alla nazione inglese che sir Anthony Blunt, durante la seconda guerra mondiale, era stato una spia russa, un traditore. Proprio quel Blunt curatore della collezione personale dei dipinti della Regina, una delle massime autorità mondiali su Poussin, direttore dell’istituto  Warburg, nonché della fondazione Courtauld &#8211; due delle più influenti istituzioni mondiali in campo artistico. <span id="more-107"></span><br />
<strong>Sir Anthony Blunt, dirà la signora Thatcher, era reo confesso, </strong>ma il governo che l’aveva preceduta gli aveva garantito l’immunità in cambio di collaborazione. Sì, sir Anthony era stato il fantomatico “Quarto uomo” del circolo di spie conosciuto come “i cinque di Cambridge” – tutti provenivano dai circoli più elitari di quell’università &#8211; dove gli altri compari erano: Guy Francis de Moncy Burgess, figlio di un ufficiale di marina; Harold Adrian Russel Philby, meglio conosciuto col nome di battaglia di Kim; Donald Duart MacLean, figlio di un ministro liberale; John Cairncross, che era l’unico vero proletario del gruppo, uno che parlava con un rozzo accento scozzese che lo avrebbe tenuto lontano dai circoli aristocratici, uno che detestava Blunt anche se fu proprio Blunt a segnalarlo allo spionaggio sovietico per riconosciute qualità professionali. Cairncross  era il “Quinto uomo”, l’ultimo a venire scoperto e il più pericoloso del gruppo: documenti segreti recentemente declassificati indicano che fu lui a fornire ai russi le informazioni su come costruire la loro prima bomba atomica.<br />
Le imprese spionistiche del gruppo risalivano ai primi anni Trenta e andarono avanti ben dopo la fine della seconda guerra mondiale. Nessuno dei cinque fu mai sottoposto a processo perché, a parte Blunt, restio ad abbandonare il suo mondo di privilegi e, nello stesso tempo, sicuro di avere garantita l’immunità, tutti gli altri ripararono in Unione Sovietica dove furono accolti da eroi.<br />
La decisione di Blunt di collaborare con il controspionaggio britannico risaliva al 1964 e prevedeva un accordo di totale immunità. Il tutto sarebbe rimasto fra le mura dell’MI5, lo spionaggio inglese se, nell’estate del 1976, il giornalista radiofonico della BBC, Andrew Boyle, non avesse avuto l’incarico, dall’editore Hutchinson, di scrivere una storia sulle spie di Cambridge che uscì tre anni più tardi con il titolo “The Climate of Treason”. Boyle era al corrente delle voci che giravano intorno al nome di Blunt e prese a lavorare alla tesi che sir Anthony fosse, appunto, il quarto uomo. Non riuscendo a trovare delle prove conclusive, nel libro, Blunt veniva indicato col nome di “Maurice” &#8211; citazione da un romanzo di E.M.Forster dove il protagonista è un accademico omosessuale di Cambridge che, come Blunt, aveva tradito gli ideali della sua classe privilegiata.<br />
A ridosso dell’uscita del libro cominciarono, sulla stampa, le prime indiscrezioni, le prime domande imbarazzanti: chi è Maurice? Maurice è Anthony Blunt? A queste domande Boyle, temendo possibili ritorsioni legali, rispondeva che l’unica fonte autorizzata a rispondere era il governo. E, visto che anche il governo non riusciva più a tenere lo scandalo soffocato, così fu.<br />
Per Blunt il peggio non era essere esposto al pubblico ludibrio, bensì essere privato del titolo nobiliare, essere costretto a dimettersi dalle prestigiose istituzioni culturali che dirigeva, dover abbandonare l’incarico di curatore della collezione d’arte della regina. Blunt, l’intoccabile, era divenuto un paria.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-106 aligncenter" title="L'intoccabile, un romanzo di John Banville" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/lintoccabile.jpg" alt="L'intoccabile, un romanzo di John Banville" width="140" height="220" /></p>
<p><strong>È proprio dalla figura di Blunt,</strong> che John Banville, raffinatissimo scrittore irlandese, ha preso spunto per il suo ultimo romanzo dal titolo “<em>L’intoccabile</em>” (Guanda editore), un gioco semi-biografico dove l’uomo Blunt si trasforma nel suo doppio Victor Maskell: entrambi spie per noia, spie per gioco; entrambi omosessuali – nel gruppo lo erano tutti meno Philby. Certo Banville si permette piccole licenze letterarie rispetto al suo modello umano, e il risultato è, comunque, più forte e devastante della biografia canonica, piena di dati e note a margine, come lo fu, per esempio, “Conspiracy of Silence: la vita segreta di Anthony Blunt”, scritto, a metà degli anni Ottanta, dai giornalisti Barrie Penrose e Simon Freeman.<br />
Victor Maskell, come sir Anthony, viene smascherato come spia e traditore. Annota Victor, nelle pagine del libro: «Mi sento come un bambino alla fine di una festa: una palpitazione nella regione del diaframma e una sorta di frenesia in tutto il corpo. L’eccitazione unita al terrore è una miscela inebriante. La pubblica ignominia è una strana cosa. Non mi riconosco nella versione pubblica di me che viene messa in giro proprio adesso. Oggi ho mantenuto la calma davanti a quel branco di sciacalli dei giornalisti. Sono stato grandioso. Gelido, asciutto, equilibrato. Sono un grande attore, è questo il segreto del mio successo». Entra in scena il personaggio di Miss Vandeleur, giornalista che vuole scrivere un su Maskell e chiede: «Perchè l’ha fatto? ». La risposta è identica a quella realmente data da Blunt ad un amico, membro della fondazione Coultard, che gli aveva chiesto la stessa cosa: «Cow-boy e indiani, mio caro, cow-boy e indiani».  Bisogno di divertirsi, paura della noia, un grande gioco in cui i sentimenti politici c’entravano ben poco. Più che l’attrazione verso l’Unione Sovietica, dietro quelle scelte, c’era piuttosto l’odio che l’aristocrazia inglese nutriva verso i barbari americani. Spiega Maskell a Miss Vandeleur: «Per l’odio per l’America, naturalmente. Deve capire, l’occupazione americana dell’Europa era per molti di noi una calamità peggiore di un’eventuale vittoria tedesca. I nazisti, almeno, erano un nemico chiaro e visibile».</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-108 aligncenter" title="John Banville" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/john-banville-300x288.jpg" alt="John Banville" width="300" height="288" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Banville, come spiega il fascino che l’ideologia populista comunista riusciva ad avere su un gruppo così sofisticato di aristocratici e intellettuali inglesi? Era veramente, come dice il suo personaggio, una reazione contro la crescente egemonia americana? Era una reazione incolsunta di gente cresciuta per governare un impero che, all’improvviso, si ritrova in uno stagno in cui a comandare sono gli americani?</strong><br />
«Sì, credo che la loro sia stata, fondamentalmente, una reazione anti-americana. Vedevano l’invasione americana dell’Europa non certo migliore di quella dei nazisti. Come dice Maskell, sarebbe stato meglio che la Germania avesse vinto la guerra perché, almeno, avremmo trattato con un nemico di cui conoscevamo le caratteristiche. Ma c’era anche qualcos’altro. Questa era una generazione di giovani che aveva scampato la prima guerra mondiale, non erano morti, come molti loro coetanei e come tutti i giovani nell’Inghilterra degli anni Venti si consideravano dei sopravvissuti e convivevano con forti sensi di colpa. Si sentivano traditi dalla generazione precedente, quella dei generali, dei padri e l’unico modo di rivalsa era uccidere i padri, passando ad una religione, ad una ideologia totalmente opposta a quella in cui loro credevano. La cosa di cui sono quasi certo è che nessuno di loro fosse, comunque, marxista convinto».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sir Anthony Blunt non fu mai processato nonostante molti indizi di colpevolezza puntassero diritto su di lui. Come mai?</strong><br />
«Fin dall’inizio degli anni Sessanta il controspionaggio inglese sapeva che sir Anthony era una spia. Io credo che quando lui fu confrontato riuscì a strappare un accordo di cui, tuttora, nessuno conosce i termini. Io credo che tutto risalga ad una sua missione in Germania nel 1945, poco dopo la sua nomina a curatore della collezione privata dei dipinti di casa reale che avvenne il 28 aprile, due giorni prima del suicidio di Hitler nel bunker di Berlino. Su diretta richiesta di re Giorgio VI, Blunt, fu spedito al castello di Schloss Kronberg, nei pressi di Francoforte, residenza del principe Filippo von Hesse. Il re era sicuro che fra le carte che venivano conservate al castello ci fossero lettere scritte dalla regina Vittoria alla figlia primogenita, l’imperatrice Federica, moglie di Federico di Prussia e lettere della Regina Mary ai suoi parenti tedeschi. Ma questo era il pretesto. La missione vera era un’altra. Esisteva il forte sospetto dell’esistenza di lettere e documenti che avrebbero provato le simpatie filo naziste del fratello del re, il Duca di Windsor, che aveva abdicato per sposare la divorziata americana Wally Simpson. E l’idea che carte di questa importanza potessero cadere in mano americana e magari sulle prime pagine dei loro giornali, era più che sufficiente per giustificare una missione segreta. Il castello di Schloss Kronberg veniva allora usato come un club dell’esercito americano. Blunt riuscì a trovare la contessa Margaret von Hesse che alloggiava in una casa del villaggio e le mostrò la lettera di re Giorgio VI in cui si chiedeva di consegnare le famose carte al suo emissario. La contessa scrisse una nota all’ufficiale americano iresponsabile del castello, ma questi, per nulla impressionato da quelle missive con tanto di stemmi reali, decise di chiedere l’autorizzazione a un suo superiore. Blunt capì immediatamente che quelle carte non sarebbero mai uscite di lì e decise di prendere l’iniziativa: mentre l’ufficiale era al telefono si precipitò in soffitta e se la svignò con due scatole che contenevano i documenti incriminati prima che gli americani si accorgessero di niente.<br />
Il fatto era che quei documenti avrebbero dimostrato un accordo fra Hitler e il Duca di Windsor che se e quando i tedeschi avessero invaso l’Inghilterra, lo avrebbero rimesso sul trono. Io sono quasi certo che Blunt tenne per sè alcuni di quei documenti e con quelli ricattasse il governo inglese altrimenti non vedo come possa aver ottenuto l’immunità».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come le è nata l’idea di scrivere un romanzo su Anthony Blunt?</strong><br />
«Sono sempre stato interessato dalla vicenda delle spie di Cambridge. Ricordo perfettamente la conferenza stampa che Anthony Blunt tenne il giorno dopo essere stato smascherato da Margaret Thatcher. Ero assolutamente affascinato dalla sua freddezza, dal suo autocontrollo, dall sua gelida ironia. Ricordo che mia moglie mi disse: avresti potuto inventarlo tu un personaggio così. Risposi: credo proprio che dovrò inventarlo».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come si è documentato per scrivere un romanzo che è una biografia, ma che è essenzialmente un’opera di fantasia?</strong><br />
«Le confesso di non avere letto molto sulle spie di Cambridge. Alla fine del mio libro cito alcuni titoli per coloro che volessero approfondire l’argomento, ma è tutto lì. In narrativa più ricerche fai e peggio: rischi di far inaridire l’immaginazione. Sapevo abbastanza di Anthony Blunt per poterlo dimenticare e andare avanti con il mio personaggio. L’importante, per me, è trovare il ritmo. Le confesso che ho passato un anno per scrivere il primo paragrafo e due anni per le seguenti venti pagine. Ricominciavo ogni volta daccapo. Non riuscivo a prendere il ritmo, non lo sentivo nella testa, poi, a un certo punto, il racconto ha cliccato e ho scritto il resto del libro in un anno circa».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quello che appare straordinario, nel suo romanzo, ma anche nelle cronache reali della vicenda delle spie di Cambridge, è il dilettantismo del loro comportamento. Nessuno di loro, poi, se non Cairncross è stipendiato dai russi e Cairncross accettò i soldi solo perché doveva pagare i conti del dentista. Un atteggiamento che fa venire alla mente quella figura tipicamente britannica del “dilettante vittoriano”.</strong><br />
«Certo. Il “dilettante vittoriano” è un elemento prezioso per la Gran Bretagna che proprio sul dilettantismo ha costruito uno dei più grandi imperi della storia. Il dilettante vittoriano fa parte della società britannica dove il potere è nelle mani di una classe rarefatta di uomini che hanno sì il potere, ma non devono far vedere di prenderlo troppo seriamente. In modo curioso, guardi, il governo Blair è un governo di dilettanti vittoriani. Blair è la quintessenza del dilettantismo, del felice entusiasta, Blair non è un politico cinico, crede veramente nelle cose che dice. Fra qualche anno forse cambierà, ma per il momento è così. Comunque tornando alle nostre spie dilettanti per i loro controllori sovietici la vita non doveva essere facile. Burgess era uno che si girava tutti i pub di Londra dicendo a tutti che faceva la spia e a volte entrava anche nei dettagli e la gente intorno pensava quanto era divertente. I russi diventavano matti, ma, con loro, era prendere o lasciare».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Victor, il suo personaggio si descrive come un marxista at a distance. Era lo stesso per Blunt? </strong><br />
«Certo è un atteggiamento aristocratico. Il gruppo si identificava come una società segreta, non per nulla tutti avevano cominciato insieme a Cambridge nella società segreta degli Apostoli, una società di gentiluomini, erano loro contro il resto del mondo. Eppoi fra di loro avevano molte cose in comune: l’educazione, il retroterra sociale, la sessualità: non dimentichiamoci che, a parte Philby, erano tutti omosessuali che vivevano in un loro mondo segreto e credo che lo spionaggio desse loro quella patina di serietà che sentivano mancare. Finalmente avrebbero potuto bere tutto lo champagne che volevano, sedurre tutti gli uomini che volevano: dietro avevano questa ideologia che li faceva automaticamente diventare gente seria. Se ci pensa è un grande modo di vivere».</p>
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