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	<title>Au Lapin Agile &#187; America</title>
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		<title>Le Cine sono tante</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Dec 2009 21:54:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Le Cine sono tante: c’è quella di Pechino e c’è quella di Taiwan</strong>; c’è la Cina comunista e la Cina capitalista; c’è la Cina emergente di Shenzen e c&#8217;è la Cina di Hong Kong. C’è persino una Cina americana, ben adagiata nella baia di San Francisco, che è, poi, la più vecchia comunità cinese ospitata sul territorio americano e anche la più numerosa con, ufficialmente, 8500 residenti.</p>
<p>La storia d’amore e di emigrazione fra la Cina e l’America era cominciata intorno al 1840. Dapprima era solo per sfuggire alla carestia, poi per mettersi al riparo dalla guerra dell’oppio che insanguinava la madrepatria. Fin quando queste avanguardie scoprirono che il nuovo continente era affamato di manodopera fresca che contribuisse alla messa in opera della propria spina dorsale ferroviaria. E fu così che San Francisco divenne il porto di sbarco di frotte di cinesi diseredati desiderosi di ripagare con il proprio lavoro il paese che li ospitava. Nello stesso tempo San Francisco divenne il luogo dove affondare e ricostruire le proprie radici etniche.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-749" title="L'ingresso a Chinatown, San Francisco" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/800px-Tor_Chinatown_San_Francisco-450x300.jpg" alt="L'ingresso a Chinatown, San Francisco" width="450" height="300" /></p>
<p>L’area occupata dai nuovi immigrati divenne ben presto affollata e stipata né più né meno come le periferie delle città cinesi che si erano lasciate alle spalle. Quella che è oggi <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Grant_Avenue" target="_blank">Grant Avenue</a>, la strada principale di accesso a Chinatown, un bazar di straripante di souvenir cinesi, allora si chiamava Dupont Street ed era pattuggliata dai membri delle <em>tong</em>, le sette segrete formatesi intorno al 1870/80, dapprima per combattere le ondate di razzismo anticinese, poi trasformatesi in una vera e propria mafia dedita allo spaccio di oppio, al controllo della prostituzione, del gioco di azzardo e delle solite attività più o meno criminali.</p>
<p><span id="more-748"></span>Oggi, come allora, Grant Avenue sbuca su Portsmouth Square, il cuore pulsante di Chinatown, il primo storico insediamento cinese, all’epoca conosciuto come <em>Little Canton</em>, ma anche luogo significativo della storia civile americana perché questa era l’area dove, all’epoca dell’occupazione messicana, sorgeva il villaggio di Yerba Buena che fu conquistato e annesso agli Stati Uniti nel 1846 e da dove, due anni più tardi Sam Brannam, direttore e proprietario del primo giornale californiano, il <em>California Star</em>, annunciò la scoperta dell’oro dando così il via alla frenetica conquista dell’ovest.</p>
<p>Nel 1850, a San Francisco, erano censiti 787 cinesi. Due anni più tardi erano 20.025. Oggi come allora a Chinatown è fiorente l’industria della farmacopea stabilita dai primi emigranti a causa della mancanza di personale medico. Visitare uno di questi locali è un’esperienza da non mancare anche per il turista frettoloso e occasionale.</p>
<p>Per chi fosse interessato ad approfondire la storia dell’emigrazione cinese in America si consiglia una visita al locale <a href="http://www.chsa.org/" target="_blank"><em>Chinese Historical Society Museum</em></a> che si trova al 965 Clay Street. Non erano tempi facili, quelli. Scendete per Wentworth Alley e siete nella strada che un secolo fa era nota come <em>Salted Fish Alley</em>, il vicolo del pesce salato, dove &#8211; vista la mancanza di frigoriferi &#8211; si salava il pesce e lo si metteva a seccare sui tetti dei palazzi, così come le uova venivano conservate sotto sale per più di 40 giorni.</p>
<p>Chinatown è un set cinematografico naturale e non è un caso che qui siano stati girati tutti i film di Charlie Chan, ma è stato girato anche l’omonimo <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Chinatown_%28film%29" target="_blank"><em>Chinatown</em></a> di Roman Polanski con Jack Nicholson e Faye Dunaway. Il quartiere fa poi da sfondo regolare ai romanzi di Amy Tan ed è stato il set di un violentissimo episodio della serie <em>X-Files</em></p>
<p>La Chinatown che vedete oggi è, comunque, un’invenzione scenica pura e semplice. Già, perché le costruzioni “cinesi” del quartiere furono disegnate e costruite da architetti non cinesi dopo la terribile distruzione del terremoto e del conseguente incendio del 1906. Un uomo d’affari locale, tale Look Tin Eli, assunse architetti americani per ricostruire i palazzi come se fossero pagode fantasmagoriche come gli europei immaginavano che fossero i palazzi dove abitavano i cinesi. In pratica la Chinatown di oggi fu ricostruita come se fosse stata una Disneyland avanti lettera.</p>
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		<title>Joe Kennedy: l&#8217;immagine è realtà</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Dec 2009 21:06:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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A scoprire l’importanza dell’immagine e la forza politica dei mezzi di comunicazione di massa fu per primo Joseph P. Kennedy, il padre del presidente degli Stati Uniti assassinato a Dallas. Una recente biografia (Joseph P.  Kennedy presents. His Hollywood years, editore Knopf) ne rivela il carattere visionario e astuto. Un uomo per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--[if gte mso 10]> <mce:style><! /* Style Definitions */ table.MsoNormalTable {mso-style-name:"Tabella normale"; mso-tstyle-rowband-size:0; mso-tstyle-colband-size:0; mso-style-noshow:yes; mso-style-parent:""; mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt; mso-para-margin:0cm; mso-para-margin-bottom:.0001pt; mso-pagination:widow-orphan; font-size:12.0pt; font-family:"Times New Roman"; mso-ascii-font-family:Cambria; mso-ascii-theme-font:minor-latin; mso-fareast-font-family:"Times New Roman"; mso-fareast-theme-font:minor-fareast; mso-hansi-font-family:Cambria; mso-hansi-theme-font:minor-latin; mso-bidi-font-family:"Times New Roman"; mso-bidi-theme-font:minor-bidi;} --> <!--[endif]--> <!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><em><span style="font-size: 10pt;">A scoprire l’importanza dell’immagine e la forza politica dei mezzi di comunicazione di massa fu per primo Joseph P. Kennedy, il padre del presidente degli Stati Uniti assassinato a Dallas. Una recente biografia</span></em><span style="font-size: 10pt;"> (</span><span style="font-size: 10pt;">Joseph P.  Kennedy presents. His Hollywood years</span><em><em><span style="font-size: 10pt;">, <em>editore Knopf</em></span></em></em><span style="font-size: 10pt;">)</span><em><em><span style="font-size: 10pt;"> </span><em><span style="font-size: 10pt;">ne rivela il carattere visionario e astuto. Un uomo per cui niente contava nella vita se non il proprio tornaconto.</span></em></em></em></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><strong>Prima di Silvio Berlusconi e Rupert Murdoch c’era Joseph Patrick Kennedy.</strong> Ad affermare per primo che «l’immagine è realtà» non è stato, come si potrebbe credere, il patron di Mediaset e dintorni o il mega magnate australiano di News Corporation, bensì proprio quel Joseph, capostipite della dinastia Kennedy, padre di un presidente degli Stati Uniti (John, ucciso a Dallas, Texas), di due senatori (Robert e Edward) e nonno di una mancata senatrice (Caroline, la figlia di John, che ha rinunciato a ereditare il feudo nuovaiorchese che era stato di suo zio Robert e recentemente lasciato libero da Hillary Clinton salita a più alti incarichi governativi). </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-740" title="Joseph Kennedy" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/josephkennedy-432x300.jpg" alt="Joseph Kennedy" width="432" height="300" /><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;">L’interesse di Joseph (“Joe”) Kennedy per la nascente industria cinematografica risale al 1919, al tempo in cui, per conto della banca per cui lavorava, aveva scoperto che quel business poteva trasformarsi, con un’oculata gestione, in una miniera d’oro. La televisione non era stata ancora inventata e la Hollywood dei film muti muoveva i suoi primi incerti passi in un panorama sociale appannaggio di emigrati ebrei tedeschi della diaspora: Carl Laemmle, Louis B. Mayer, Marcus Loew, Adolph Zuckor. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;">Joe Kennedy piantò tutto e si buttò anima e corpo nell’avventura che la maggior parte dei suoi colleghi banchieri guardava dall’alto in basso senza prenderla sul serio: troppa improvvisazione, troppa mancanza di regole. Ma era proprio questo vuoto normativo che affascinava Kennedy. Certo era che prima di allora nessuno era mai sbarcato a Hollywood proveniente nientemeno che da Wall Street. La sorpresa di tutti fu riassunta dall’uscita di Marcus Loew, futuro magnate della MGM: «Un banchiere? E dire che pensavo che questo mestiere fosse roba da pellai».</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><span id="more-737"></span>Questa e altre storie sono raccontate da Cari Beauchamp in un libro uscito settimana scorsa negli Stati Uniti dal titolo “<em>Joseph P. Kennedy presents. His Hollywood years</em>”, editore Knopf. Sugli anni hollywoodiani del patriarca è sempre stato scritto poco, vuoi perché i biografi hanno finito per soffermarsi con più attenzione sulle altre sue attività &#8211; è stato, fra l’altro, il primo presidente della commissione di Borsa, ambasciatore in Gran Bretagna, nonché padre di un presidente &#8211; vuoi perché quasi tutte le notizie che lo riguardano, compresa la storia che avrebbe trafficato in contrabbando di alcolici nel periodo del proibizionismo, erano basate su fonti secondarie, articoli di giornale su cui Joe aveva avuto possibilità di intervenire, censurare, suggerire, inventare. Il suo amore per la segretezza è riassunto in una sua celebre uscita: «Non lasciare mai niente di scritto che un giorno non vorresti vedere ripreso sulla prima pagina del <em>New York Times</em>». Non solo: qualsiasi traccia cartacea Joe Kennedy si fosse lasciato dietro nel corso della vita è stata accuratamente messa sotto chiave e in seguito consegnata alla gestione della John F. Kennedy Library che solo recentemente ha permesso che alcune di queste carte riapparissero dall’oblio. Anche se col contagocce e sotto stretto controllo. Quello che Beauchamp è riuscita a sbirciare rivela il profilo di un uomo d’affari tanto visionario e astuto quanto guardingo &#8211; e perchè no, un po’ gaglioffo &#8211; per cui niente contava nella vita se non il proprio tornaconto personale.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-741" title="Gloria Swanson fu per anni l'amante di Joseph Kennedy" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/427px-gloria_swanson-james_abbe_1921-213x300.jpg" alt="Gloria Swanson fu per anni l'amante di Joseph Kennedy" width="213" height="300" /><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;">Sbarcato a Hollywood, Joe Kennedy acquisterà per 1.1 milioni di dollari lo studio FBO (Film Booking Offices) e comincerà la scalata nel mondo della celluloide senza guardare in faccia nessuno: fosse Fred Thomson, il cow boy che spopolava sugli schermi dell’epoca, a cui rovinò la carriera e distrusse la vita con un contratto capestro, o fosse Gloria Swanson, la diva del muto sposata con il marchese Henri de la Falaise de la Coudraye (il terzo dei suoi sei mariti), per anni sua amante che Joe, di punto in bianco, piantò lasciandola con debiti (fatti da lui, ma imputati alla società dell’attrice) per quasi un milione di dollari. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><img class="aligncenter size-full wp-image-738" title="FBO" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/fbologo27.jpg" alt="FBO" width="100" height="104" /><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;">Kennedy, dopo aver fatto il bello e il cattivo tempo, dopo essere arrivato a gestire contemporaneamente tre studi e una catena di sale cinematografiche &#8211; caso unico nella storia di Hollywood &#8211; aveva fiutato l’aria che cambiava: si era alla vigilia dela Grande Depressione e del crollo di Borsa del 1929. Se ne era così tornato sulla costa dell’est dopo essersi disfatto, con grande acume e preveggenza, delle partecipazioni azionarie nello neo-nato studio RKO (quello che produrrà capolavori come King Kong e Citizen Kane), creato nell’ottobre del 1928, da una fusione della sua FBO con altre due società. Incassati 5 milioni di dollari, era ormai tempo di occuparsi di altro. Come acquistare il Chicago’s Merchandise Mart, il più grande edificio di uffici al mondo il cui attuale presidente è un suo nipote, Christopher Kennedy. Come diventare, nel 1937, su incarico del presidente Franklin D. Roosevelt, ambasciatore presso la corte d’Inghilterra finendo però per essere richiamato a causa di una serie di gaffe diplomatiche che gli precluderanno qualsiasi futura velleità politica: si era dichiarato a favore dell’isolazionismo, cercava di promuovere le relazioni con la Germania nazista ed era incorso in una serie di “sfortunate” esternazioni antisemite.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><img class="aligncenter size-full wp-image-739" title="RKO" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/rkologo1cp5.jpg" alt="RKO" width="300" height="227" /><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;">Esiliato dalla luce dei riflettori, ma non dalla gestione occulta del potere, fu lui che gestì nell’ombra, e con successo, la campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti del figlio John. Morirà a 81 anni, nel 1969, paralizzato su una sedia a rotelle, lasciandosi dietro un’eredità valutata in mezzo miliardo di dollari e una scia di segreti non ancora portati alla luce.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><em><em><br />
</em></em></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><em><em> </em></em></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><em><em> </em></em></span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Ciò che resta di tre padri  (per non parlare di una madre)</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Dec 2009 16:17:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Bill Patten jr., oggi agente immobiliare, ex editore e ministro di culto con tanto di master universitario in “divinity”, lo apprende in una piccola sala riunioni del St. Mary’s Hospital, un centro di riabilitazione, sperduto nei boschi del Minnesota, specializzato nell’ospitare pazienti con problemi di alcolismo.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-730" title="My three fathers" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/threefathers-714252-300x300.jpg" alt="My three fathers" width="300" height="300" /><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">No, i problemi non erano suoi, ma della madre, Susan Mary Jay, sposata in prime nozze con William Patten Sr., un diplomatico americano inviato a Parigi subito dopo la guerra, morto nel 1960. Lei, a sua volta figlia di un diplomatico, era nata a Roma, cresciuta in sud America e Europa, diretta discendente di John Jay, uno dei Padri Fondatori della nazione americana, primo giudice della Corte costituzionale (fu nominato direttamente da George Washington), poi governatore di New York &#8211; fu lui a far passare la legge che vietava il commercio degli schiavi nei confini dello Stato. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Una “gran dama di società” (così l’avrebbe definita il <em>Washington Post</em>) con un pedigree di quella portata non poteva che avere una vita socialmente avventurosa nei salotti che contano di mezzo mondo. Senza considerare il fatto che il suo, di salotto, era uno dei più ricercati &#8211; se non “il più ricercato” della capitale &#8211; soprattutto dopo il suo secondo matrimonio, nel 1961, con il giornalista e influente commentatore politico Joseph Alsop, amico intimo di John F. Kennedy, cugino di secondo grado del presidente Roosevelt, nonché membro dell’esclusivissimo ed epicureo Porcellian Club che dal 1791 centellina i suoi membri fra gli alunni più brillanti dell’Università di Harvard e che, come vedremo, avrà molta importanza nella sua vita.<span id="more-727"></span><strong></strong></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong>Tanto per dare un’idea di quanto contava il salotto di Susan Mary Jay</strong> sposata Alsop, basti ricordare che il 20 gennaio 1961, giorno dell’insediamento di John Kennedy alla Casa Bianca &#8211; con cinque diversi gala ufficiali in corso in una Washington imbiancata dalla neve, con Jackie distrutta dalla stanchezza, già andata a letto &#8211; il neo presidente, nonostante la golosa possibilità di restare a ballare in compagnia di Kim Novak e Angie Dickinson, una delle sue fiamme, decise di piantare tutto e tutti per rendere omaggio alla coppia Alsop nella loro casa di Dumbarton Street. Kennedy si presentò, non annunciato, poco dopo l’una di notte solo per fare due chiacchiere fra amici, fumare il sigaro, sorseggiare champagne e minestra di tartaruga fino alle tre del mattino. La notizia fece il giro di Washington con la velocità di un lampo chiarendo quali fossero i rapporti fra casa Alsop e Casa Bianca.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Tutto questo mondo di potere e glamour aveva però solo sfiorato la vita del nostro Bill il quale racconta &#8211; in un libro  uscito negli Stati Uniti (<em>My Three Fathers</em>, i miei tre padri) &#8211; che per lui Susan Mary era solo “la mamma”: guidava una piccola Honda, aveva gusti estremamente frugali, non era mai molto presente. Solo avanti negli anni avrebbe, per esempio, scoperto che le guide turistiche di Washington inserivano nelle loro mappe le passeggiate preferite della mamma, come per James Joyce a Dublino o Virginia Woolf a Londra. Scrive: «Ammetto di essere cresciuto in un mondo privilegiato, ma ho impiegato mezzo secolo per rendermene conto. Tutte le volte che sfoglio l’album di fotografie di famiglia, mi chiedo sempre chi sia quel bambino che mi fissa. Il primo libro scritto da mia madre racconta la nostra vita a Parigi, negli anni Cinquanta. A lungo ho creduto che si trattasse di un romanzo».</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">I “tre padri” di cui Bill parla nel libro sono, nell’ordine, William Patten Sr., con cui condivide il nome, con cui crebbe e visse a Parigi fino alla sua morte, nel 1960, quando Bill aveva dodici anni. È il padre che ricorda con più dolcezza, ma anche quello più sfocato nei ricordi. Il padre numero due era stato Joseph Alsop, compagno di scuola di William, che la madre aveva sposato nel ’61 nonostante sapesse della sua omosessualità che restò un segreto fino alla sua morte avvenuta nell’89. Joseph visse con il costante timore di essere scoperto. Addirittura, nel 1957, inviato a Mosca, fu fotografato mentre si intratteneva nella stanza d’albergo con un altro uomo e il KGB cercò di ricattarlo. Alsop si rivolse subito all’ambasciatore americano, come lui membro del Porcellian Club di Harvard, che immediatamente lo fece uscire dall’Unione Sovietica, informando nel contempo dell’incidente sia la Cia che l’Fbi sgonfiando così il tentativo di ricatto. E nonostante il direttore dell’Fbi, J. Edgar Hoover, un omosessuale represso, si premurasse di far circolare le foto per tutta Washington, la notizia non venne mai a galla. I membri del Porcellian Club sapevano come coprirsi le spalle a vicenda.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Susan Mary accettò il matrimonio perché, in fondo, sarebbe stato di vantaggio ad entrambi: lei, chiusa la parentesi parigina &#8211; messe da parte le serate con i Rothschild, Cecil Beaton, Christian Dior, Jean Cocteau &#8211; sarebbe rientrata nel giro di potere che contava e lui avrebbe messo a tacere per sempre possibili voci sui suoi gusti sessuali. Susan Mary e Joseph divorzieranno, poi, nel 1978 rimanendo però sempre ottimi amici.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-733" title="Joseph Alsop" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/josephalsop-229x300.jpg" alt="Joseph Alsop" width="229" height="300" /><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Joe Alsop era stato per Bill un buon padre. Lo aveva protetto, aiutato, divertito come, se non più di un padre vero. Joe è molto presente nella biografia di Bill, aveva sempre storie fantastiche da raccontare e con lui non ti annoiavi mai. Bill ricorda di quella volta che durante una visita del più pettegolo fra gli scrittori, Truman Capote &#8211; accompagnato da Alice Roosevelt Longworth, figlia del presidente Roosevelt, e da Marina Sulzberger, moglie di Cyrus, editorialista e rampollo della famiglia proprietaria del <em>New York Times</em> &#8211; venne fuori la storia, che fece ridere tutti fino alle lacrime, cioè, di quando il presidente Kennedy convinse l’amica<span> </span>Marella Agnelli, moglie di Gianni, a nuotare nuda con lui nella piscina della Casa Bianca. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Il padre numero tre, il padre biologico di Bill, era un diplomatico inglese, Alfred “Duff” Cooper, primo visconte di Norwich, sposato all’affascinante Lady Diana Olivia Winifred Maud Manners, quinta e più giovane figlia dell’ottavo duca di Rutland, famosa per i suoi occhi blu, candidata a diventare regina d’Inghilterra se solo avesse accettato di sposare il principe di Galles (che diventato re Edoardo VIII avrebbe, poi, abdicato per poter sposare l’avventuriera divorziata americana Wally Simpson). Diana, che scrittori come D.H. Lawrence e Evelyn Waugh avevano immortalata in molte loro opere, trovava però che il principe fosse di “una noia mortale”. E lei voleva divertirsi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><img class="aligncenter size-full wp-image-734" title="Duff Cooper" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/duff-cooper.jpg" alt="duff-cooper" width="157" height="200" /><br />
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<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Duff Cooper era quello che gli inglesi chiamano un <em>Ladies’ man</em>, uno a cui non ne scappava una – purché respirasse, purché non si creassero legami. La sua carriera diplomatico-politica fu folgorante. Ricoprì, fra l’altro, la prestigiosa carica di Primo Lord dell’Ammiragliato (corrispondente a un Ministro della Marina, poltrona che fu anche di Winston Churchill), da cui si dimise per i forti contrasti con l’allora primo ministro conservatore Neville Chamberlain. Non condivideva il suo ottimismo di poter fermare l’espansionismo della Germania nazista con una semplice firma in calce al patto di Monaco del ’38. Patto che metteva a nudo la debolezza delle democrazie occidentali e che avrebbe convinto Hitler a scatenare la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1944 Duff fu nominato ambasciatore a Parigi e fu lì che la sua vita si incrociò con quella di Susan Mary e del marito: entrambi diplomatici si conoscevano, viaggiavano insieme e si stimavano moltissimo. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Bill Patten jr. di tutto questo era, come dicevamo all’inizio, completamente all’oscuro anche perché caratterialmente lui confessa di essere uno a cui la vita nella gabbia dorata del jet set internazionale era sempre stata stretta e di preferire la borghesissima vita di agente immobiliare al glamour della nobiltà o del potere politico. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Gli eventi “precipitano” quando la dipendenza dall’alcol di Susan Mary raggiunge un livello tale che si rende necessario il suo ricovero in un centro di riabilitazione specializzato. Il programma prevede, fra l’altro, che il paziente si liberi non solo del problema clinico, ma anche dei segreti che si annidano nel proprio passato confessandoli pubblicamente. Fu così che la terapista che aveva in cura Susan Mary, organizzò un incontro con il figlio Bill jr.</span></p>
<p class="MsoBodyText"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Ricorda lui: «Era una stanza piccola, poco più di un ripostiglio, non aveva finestre. Senza nessun motivo particolare mia madre cominciò a rivangare la storia della morte di Duff Cooper avvenuta nel 1954. Poi il racconto scivolò su sua moglie, Lady Diana, una donna che mia madre ammirava smisuratamente. Francamente non capivo dove tutto questo avrebbe portato. Pensai che probabilmente volesse fare un paragone fra i leggendari problemi di alcolismo di Duff e i suoi. Fin quando la terapista le diede un colpetto col gomito come per ricordarle qualcosa. Mia madre lanciò gli occhi al cielo, si mise una mano sulla fronte e disse: “Oh, sì, giusto, volevo dirti che Duff è tuo padre”. In quell’istante rivissi il giorno in cui mia madre venne a prendermi a scuola per dirmi che mio padre &#8211; l’uomo che avevo sempre creduto fosse mio padre &#8211; era morto. In quel momento fu come se fosse morto di nuovo. Certo era sempre meglio sapere che il proprio padre era stato il Primo Lord dell’Ammiragliato piuttosto che un lattaio, ma la cosa non mi fece stare meglio. Scoppiai a piangere e senza una parola lasciai la stanza».</span></p>
<p class="MsoBodyText"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Le sorprese non erano comunque finite lì. Più tardi, nell’autunno 2007 &#8211; la madre era morta, nell’estate del 2004, a 86 anni, senza essere mai guarita dai suoi problemi di alcolismo &#8211; Bill Patten ricevette un pacchetto dall’Inghilterra spedito da tale Lord Swynnerton, esecutore testamentario di sir Gladwyn Jebb, un personaggio che Bill ricordava vagamente dai tempi dell’infanzia, anche lui ambasciatore a Parigi. Sir Gladwyn aveva chiesto che alla sua morte il pacchetto fosse recapitato sigillato a Susan Mary o ai suoi eredi. Il plico conteneva lettere d’amore inviategli da Susan Mary poco prima che il marito morisse. In una di queste la madre raccontava di aver pranzato con Cynthia, la moglie di sir Gladwyn, e di essere molto contenta nell’aver notato che lei non le portava alcun rancore. Evidentemente la gelosia non è un sentimento che cova negli animi dei rappresentanti dell’aristocrazia e del jet set.</span></p>
<p class="MsoBodyText"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">È anche grazie a questa enorme massa di corrispondenza che Bill è riuscito a ricostruire, nei minimi dettagli, questi intrecci familiari che finivano sempre col fiancheggiare la Grande Storia. Dice: «A dire la verità mi sento più un rigattiere che uno scrittore. Ho passato al setaccio il sottoscala, stipato di carte, di scatole e scatole di lettere, spedite e ricevute, dei miei nonni, dei miei molti genitori. Tutta una parte erano lettere che mia mamma mi mandava relgiosamente sin da quando ero alle elementari. È una documentazione incredibile di un mondo che non esiste più». Da cui si viene anche a sapere che pochi giorni prima che il presidente Kennedy partisse per Dallas disse a Susan Mary di non essere per nulla contento che Jackie lo accompagnasse perché era troppo debole: aveva appena perso un bambino, ma lei insistè testardamente. Allora il presidente chiese a Jackie di mostrarle l’abito rosa di Schiaparelli comprato per l’occasione e che – ironia – di lì a poco sarebbe finito sulle prime pagine di tutti i giornali e telegiornali del mondo macchiato dal suo sangue. Un vestito magnifico e una cena molto familiare, ricordava Susan Mary. Poi i saluti. Poi la tragedia. Nei giorni che seguirono Susan Mary fu molto vicina a Jackie, l’aiutò a rispondere ai biglietti di condoglianze che le giungevano da tutto il mondo. L’epitaffio di un’era sarà di Joseph Alsop, che dieci anni più tardi, in un’intervista a <em>Time</em>, disse: «L’asssassinio di Kennedy fu l’inizio della fine per tutti noi».</span></p>
<p class="MsoBodyText"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></p>
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		<title>Voglio fare l&#8217;americano</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2009 16:28:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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<p><strong>Questo voleva essere un libro sul modo di essere “americani” in Italia.</strong> La colonna sonora di questo progetto – se mai un libro possa averne una – doveva essere (è) <em>Tu vuo’ fa’ l’americano</em> di Renato Carosone (vedi link <a title="Tu vuo' fa' l'americano" href="http://www.youtube.com/watch?v=BqlJwMFtMCs" target="_blank">You Tube</a>). Era persino già pronta una prefazione d’eccellenza, scritta, all’epoca, sulla base di questo materiale, da Omar Calabrese – semiologo di fama, docente all’Universtà di Siena. Il fatto è che, giunto a un certo punto delle ricerche e di una prima stesura, l’americano sono andato a farlo veramente. Nel senso che il giornale (<em>Max</em>) per cui lavoravo all’epoca (era la seconda metà degli anni Ottanta) mi inviò come corrispondente dagli Stati Uniti con sede a Los Angeles, California. Lì rimasi per quasi dieci anni. E il progetto del libro rimase in un cassetto. <em>Fino ad oggi, maggio del 2009</em>. O meglio rimase su floppy disk da 5 pollici e 1/4. Già, perché i primi capitoli erano stati scritti su uno storico Olivetti M24 (il primo computer della casa d’Ivrea compatibile con il sistema MS-DOS. Aveva un hard-disk da “ben” 20 Mb, un processore Intel 8086 a 8 Mhz e 16 bit e costava l’iperbolica cifra di sei milioni di lire). Col tempo i floppy da 5 pollici e 1/4 divennero i più piccoli floppy da 3 e 1/2, poi divennero Zip (Iomega), poi i file finirono nella memoria fissa del primo Power Mac (8100) e via via sono giunti nella memoria del mio attuale Mac. Il fatto è che, all’epoca, i testi erano stati elaborati con un rudimentale programma di scrittura, il <em>WordStar 3.0</em> che allora era lo standard internazionale riconosciuto. Col tempo riuscire a leggere i file è stato sempre più difficile perché i nuovi programmi erano sempre meno compatibili con quelle prime avanguardie digitali. Fin quando, con santa pazienza, ho deciso di “restaurarli” e pubblicare in rete i cinque capitoli, a futura memoria.</p>
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