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Le Cine sono tante

17 dicembre, 2009 | Commenta | Scritto da claudio | Categoria: Articoli

Le Cine sono tante: c’è quella di Pechino e c’è quella di Taiwan; c’è la Cina comunista e la Cina capitalista; c’è la Cina emergente di Shenzen e c’è la Cina di Hong Kong. C’è persino una Cina americana, ben adagiata nella baia di San Francisco, che è, poi, la più vecchia comunità cinese ospitata sul territorio americano e anche la più numerosa con, ufficialmente, 8500 residenti.

La storia d’amore e di emigrazione fra la Cina e l’America era cominciata intorno al 1840. Dapprima era solo per sfuggire alla carestia, poi per mettersi al riparo dalla guerra dell’oppio che insanguinava la madrepatria. Fin quando queste avanguardie scoprirono che il nuovo continente era affamato di manodopera fresca che contribuisse alla messa in opera della propria spina dorsale ferroviaria. E fu così che San Francisco divenne il porto di sbarco di frotte di cinesi diseredati desiderosi di ripagare con il proprio lavoro il paese che li ospitava. Nello stesso tempo San Francisco divenne il luogo dove affondare e ricostruire le proprie radici etniche.

L'ingresso a Chinatown, San Francisco

L’area occupata dai nuovi immigrati divenne ben presto affollata e stipata né più né meno come le periferie delle città cinesi che si erano lasciate alle spalle. Quella che è oggi Grant Avenue, la strada principale di accesso a Chinatown, un bazar di straripante di souvenir cinesi, allora si chiamava Dupont Street ed era pattuggliata dai membri delle tong, le sette segrete formatesi intorno al 1870/80, dapprima per combattere le ondate di razzismo anticinese, poi trasformatesi in una vera e propria mafia dedita allo spaccio di oppio, al controllo della prostituzione, del gioco di azzardo e delle solite attività più o meno criminali.

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Joe Kennedy: l’immagine è realtà

8 dicembre, 2009 | Commenta | Scritto da claudio | Categoria: Biografia, Libri

A scoprire l’importanza dell’immagine e la forza politica dei mezzi di comunicazione di massa fu per primo Joseph P. Kennedy, il padre del presidente degli Stati Uniti assassinato a Dallas. Una recente biografia (Joseph P. Kennedy presents. His Hollywood years, editore Knopf) ne rivela il carattere visionario e astuto. Un uomo per cui niente contava nella vita se non il proprio tornaconto.

Prima di Silvio Berlusconi e Rupert Murdoch c’era Joseph Patrick Kennedy. Ad affermare per primo che «l’immagine è realtà» non è stato, come si potrebbe credere, il patron di Mediaset e dintorni o il mega magnate australiano di News Corporation, bensì proprio quel Joseph, capostipite della dinastia Kennedy, padre di un presidente degli Stati Uniti (John, ucciso a Dallas, Texas), di due senatori (Robert e Edward) e nonno di una mancata senatrice (Caroline, la figlia di John, che ha rinunciato a ereditare il feudo nuovaiorchese che era stato di suo zio Robert e recentemente lasciato libero da Hillary Clinton salita a più alti incarichi governativi).

Joseph Kennedy

L’interesse di Joseph (“Joe”) Kennedy per la nascente industria cinematografica risale al 1919, al tempo in cui, per conto della banca per cui lavorava, aveva scoperto che quel business poteva trasformarsi, con un’oculata gestione, in una miniera d’oro. La televisione non era stata ancora inventata e la Hollywood dei film muti muoveva i suoi primi incerti passi in un panorama sociale appannaggio di emigrati ebrei tedeschi della diaspora: Carl Laemmle, Louis B. Mayer, Marcus Loew, Adolph Zuckor.

Joe Kennedy piantò tutto e si buttò anima e corpo nell’avventura che la maggior parte dei suoi colleghi banchieri guardava dall’alto in basso senza prenderla sul serio: troppa improvvisazione, troppa mancanza di regole. Ma era proprio questo vuoto normativo che affascinava Kennedy. Certo era che prima di allora nessuno era mai sbarcato a Hollywood proveniente nientemeno che da Wall Street. La sorpresa di tutti fu riassunta dall’uscita di Marcus Loew, futuro magnate della MGM: «Un banchiere? E dire che pensavo che questo mestiere fosse roba da pellai».

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Ciò che resta di tre padri (per non parlare di una madre)

7 dicembre, 2009 | Commenta | Scritto da claudio | Categoria: Libri, Storie

Questa è la storia di un tempo che non c’è più. Un tempo di rarefatta eleganza, potere, diplomazia. Ciò che resta di quell’epoca affollata di ambasciatori, duchi, capi di stato, principi, presidenti, circoli universitari di elite e bauli Louis Vuitton, sono i ricordi di un bambino che raggiunti i 47 anni scopre di avere avuto tre padri.

Bill Patten jr., oggi agente immobiliare, ex editore e ministro di culto con tanto di master universitario in “divinity”, lo apprende in una piccola sala riunioni del St. Mary’s Hospital, un centro di riabilitazione, sperduto nei boschi del Minnesota, specializzato nell’ospitare pazienti con problemi di alcolismo.

My three fathers

No, i problemi non erano suoi, ma della madre, Susan Mary Jay, sposata in prime nozze con William Patten Sr., un diplomatico americano inviato a Parigi subito dopo la guerra, morto nel 1960. Lei, a sua volta figlia di un diplomatico, era nata a Roma, cresciuta in sud America e Europa, diretta discendente di John Jay, uno dei Padri Fondatori della nazione americana, primo giudice della Corte costituzionale (fu nominato direttamente da George Washington), poi governatore di New York – fu lui a far passare la legge che vietava il commercio degli schiavi nei confini dello Stato.

Una “gran dama di società” (così l’avrebbe definita il Washington Post) con un pedigree di quella portata non poteva che avere una vita socialmente avventurosa nei salotti che contano di mezzo mondo. Senza considerare il fatto che il suo, di salotto, era uno dei più ricercati – se non “il più ricercato” della capitale – soprattutto dopo il suo secondo matrimonio, nel 1961, con il giornalista e influente commentatore politico Joseph Alsop, amico intimo di John F. Kennedy, cugino di secondo grado del presidente Roosevelt, nonché membro dell’esclusivissimo ed epicureo Porcellian Club che dal 1791 centellina i suoi membri fra gli alunni più brillanti dell’Università di Harvard e che, come vedremo, avrà molta importanza nella sua vita. Continua a leggere »

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Voglio fare l’americano

4 maggio, 2009 | Commenta | Scritto da claudio | Categoria: Frammenti, Libri, Pdf

Questo voleva essere un libro sul modo di essere “americani” in Italia. La colonna sonora di questo progetto – se mai un libro possa averne una – doveva essere (è) Tu vuo’ fa’ l’americano di Renato Carosone (vedi link You Tube). Era persino già pronta una prefazione d’eccellenza, scritta, all’epoca, sulla base di questo materiale, da Omar Calabrese – semiologo di fama, docente all’Universtà di Siena. Il fatto è che, giunto a un certo punto delle ricerche e di una prima stesura, l’americano sono andato a farlo veramente. Nel senso che il giornale (Max) per cui lavoravo all’epoca (era la seconda metà degli anni Ottanta) mi inviò come corrispondente dagli Stati Uniti con sede a Los Angeles, California. Lì rimasi per quasi dieci anni. E il progetto del libro rimase in un cassetto. Fino ad oggi, maggio del 2009. O meglio rimase su floppy disk da 5 pollici e 1/4. Già, perché i primi capitoli erano stati scritti su uno storico Olivetti M24 (il primo computer della casa d’Ivrea compatibile con il sistema MS-DOS. Aveva un hard-disk da “ben” 20 Mb, un processore Intel 8086 a 8 Mhz e 16 bit e costava l’iperbolica cifra di sei milioni di lire). Col tempo i floppy da 5 pollici e 1/4 divennero i più piccoli floppy da 3 e 1/2, poi divennero Zip (Iomega), poi i file finirono nella memoria fissa del primo Power Mac (8100) e via via sono giunti nella memoria del mio attuale Mac. Il fatto è che, all’epoca, i testi erano stati elaborati con un rudimentale programma di scrittura, il WordStar 3.0 che allora era lo standard internazionale riconosciuto. Col tempo riuscire a leggere i file è stato sempre più difficile perché i nuovi programmi erano sempre meno compatibili con quelle prime avanguardie digitali. Fin quando, con santa pazienza, ho deciso di “restaurarli” e pubblicare in rete i cinque capitoli, a futura memoria.

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