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Made in California

22 marzo, 2009 | Scritto da claudio | Categoria: Storie

California dreaming

Tremilacentonovantatre  erano stati i tentativi di insidiare la sicurezza dei computer dei clienti della società americana Pilot Network Services in un solo mese di qualche tempo fa. Di questi ben quattrocentodiciotto erano partiti dalla California, laddove – nel crimine come nella tecnologia, nell’arte come nella scienza – si è sempre un bel po’ avanti rispetto allo stesso Paese a stelle e strisce. Non parliamo del resto del mondo.
Resto del mondo che, da più di quattro secoli, la California la sogna, la inventa e la mitizza, come quel Garcia Ordóñez de Montalvo che in un testo pubblicato in Spagna nel 1510 scriveva che “alla destra delle Indie c’è un’isola chiamata California, nei pressi del Paradiso terrestre”, o come Padre Antonio de la Ascension che nel 1602, siccome sulle mappe dell’epoca la California non c’era, se la inventò di sana pianta assicurando i cartografi che quel già leggendario territorio era un’isola separata dal continente da un suo “mar mediterraneo”. Così, fin verso il 1750, si pensò che la California fosse un’isola.

Per noi, dall’inizio del secolo scorso – dal 1900 – la California è il laboratorio sociale, culturale, artistico dove, piaccia o no, tutti ci rispecchiamo, ci confrontiamo e di cui non possiamo più fare a meno.
Le radici dei miti – terra dell’Eden, del sole, della salute, del benessere, della ricchezza, dello spazio – che plasmeranno le fondamenta dell’idea stessa di California si formano, fra il 1900 e il 1920. In quel ventennio San Francisco passa da 343mila abitanti a mezzo milione; Los Angeles da 102mila a 550mila. “Land of Sunshine”, il giornale fondato da Charles Fletcher Lummis che non nascondeva una dichiarata vena xenofoba, scrive che, “per fortuna, quegli stranieri ignoranti e anti americani che infestano e controllano le città della costa dell’est sono praticamente sconosciuti qui in California”. Sì, forse non c’erano molti emigrati europei, ma già allora la popolazione era etnicamente eterogenea, formata da un ragguardevole numero di messicani, giapponesi, afro americani e soprattutto cinesi che avevano fatto di San Francisco la loro seconda patria. Asiatici che, per la cronaca – secondo i dati emersi dal censimento che si è appena concluso – nello stato della California hanno superato  la popolazione bianca anglosassone e sono diventati maggioranza.

Fra gli ingranaggi nascosti dietro la nascita del mito californiano c’è anche un italiano emigrato dalla provincia di Genova, Amedeo Peter Giannini, il fondatore della Bank of America che, all’epoca, nacque col nome di Bank of Italy. Il sistema bancario californiano era, allora, a dir poco elitario. Giannini lo rivoluzionerà scardinandolo alle fondamenta. Le nove di mattina di lunedi 17 ottobre 1904, data di apertura del primo sportello della banca, segneranno una vera e propria rivoluzione: basti pensare che ventitre anni più tardi un californiano su cinque era cliente della Bank of Italy e che, alla fine del secondo conflitto mondiale, la banca, ribattezzata “of America”, sarà la più grande del mondo. E questo grazie all’odio di Giannini verso la burocrazia, grazie alla sua tolleranza, ma soprattutto grazie al contesto geografico e sociale unito all’intuizione, fondamentale, che un sistema bancario – ma anche la musica, l’arte, la letteratura, la teologia, la politica – non può vivere e funzionare sotto vuoto, senza collegamenti creativi. E’ proprio in quegli anni che la California diventa l’esperimento più fertile di questa semplice equazione. Un esperimento che un secolo più tardi  ha letteralmente conquistato il mondo.

La California divenne una calamita irresistibile per i creativi di mezzo mondo. Furono molti, per esempio, gli architetti e i designers come Rudolph Schindler e Richard Neutra che emigrarono dall’Europa attratti dalla personalità sfolgorante di una città come Los Angeles dove sposarono il modernismo teorizzato nel vecchio continente con la funzionalità, le nuove tecnologie, la produzione di massa del nuovo mondo. Furono proprio questi emigrati che, con le loro creazioni, definiranno i termini del “California lifestyle”.
Per non parlare di quella enorme colonia di emigrati come Erich Stroheim, Ernst Lubitsch, Fritz Lang, Samuel Goldwyn, Adolph Zukor, Charles Spencer Chaplin che, folgorati dall’invenzione della macchina per produrre fotografie in movimento messa a punto da Thomas Alva Edison, faranno nascere la più potente industria di tutti i tempi, il cinema, che si svilupperà, crescerà, dilagherà a partire da Hollywood, quartiere collinoso nel cuore di Los Angeles.
E se in Europa il cinema, che Lenin definì la più potente arma culturale del proletariato, si connoterà da sempre, e fino ai nostri tempi, come un’arte d’elite, negli Stati Uniti si stabilirà come un passatempo di massa che raccontava storie comuni di genti comune, etichettandosi, da subito come la più americana delle arti: accessibile, democratica, e nello stesso capace di far sognare. Con l’acquisto di un biglietto d’ingresso di pochi centesimi, sensualità, modernità, e fascino erano alla portata della gente comune. Anche se, poi, a veicolare e a dare uno stile all’immagine del cinema hollywoodiano, niente fu più efficace delle immagini fotografiche stampate in milioni di copie in tutto il mondo a cui si abbineranno nomi leggendari come quelli di Clarence Sinclair Bull e di George Hurrell, il primo fotografo personale di Greta Garbo, il secondo di Joan Crawford e Norma Shearer.

Fra il 1940 e il 1960, la California si trovò a combattere due guerre: la prima reale contro il nazi-fascismo e la seconda, sotterranea, contro il comunismo della guerra fredda. E se le armate alleate vinsero con la forza la prima, a trionfare sulla seconda fu il diffondersi a macchia d’olio di quella cultura popolare che proprio in California aveva le sue radici più profonde. A vincere la guerra fredda e a far crollare il muro di Berlino non sono stati i carri armati, ma gli hamburger McDonald’s, le bambole Barbie, i cartoni animati di Batman e Superman, la Coca Cola, il tenente Colombo, Snoopy e Charlie Brown, le tele di Roy Lichtenstein, le Polaroid di Andy Warhol, le avventure di Paperino, il manuale delle Giovani Marmotte, gli elettrodomestici “made in Usa” che già il premier sovietico Nikita Kruscev ammirava con concupiscenza, nel 1959, alla Fiera di Mosca. Il fatto era che anche gli ideologi duri e puri che venivano dal freddo, finivano con lo sciogliersi al tepore del sole della California. Vuoi mettere Muscle Beach, vuoi mettere il vento nei capelli alla guida di una decappottabile lungo l’oceano, vuoi mettere i primi bikini, vuoi mettere le onde cavalcate su una tavola da surf.

Gli anni Sessanta trovarono in California terreno fertile per la più grande rivoluzione sociale del secolo. A ricordare che Los Angeles era, sì, la capitale del cinema, ma anche il più grande e diversificato centro urbano della regione furono gli scontri razziali di Watts del 1965, questo mentre a San Francisco si faceva strada il movimento Beat, mentre nel quartiere di Haight-Ashbury spuntavano i primi hippie, mentre nel ’64, nel campus dell’università di Berkeley nasceva il “Free Speech Movement”, mentre nel sobborgo di Oakland, nel 1966 sbocciava il partito rivoluzionario delle Pantere Nere. Insomma era tutto uno sprizzare di movimenti libertari da quello femminista a quello dell’orgoglio nero. Il settimanale “Time” scriverà che “la California è oggi lo specchio di quello che l’America sarà domani: un incubatore di mode, tendenze, idee”.
Dopo gli anni Sessanta niente sarà più lo stesso. In California e nel resto del mondo. Anche per il dilagare di un giornalismo televisivo sempre più rotocalchizzato, sempre più sensazionalistico. Attimi dopo le scosse di terremoto che avevano sconvolto San Francisco il 17 ottobre 1989, le televisioni americane trasmettevano in diretta le immagini del salvataggio dell’automobilista appeso, fra la vita e la morte, sul bordo del Bay Bridge distrutto dal sisma. Nell’aprile del 1992, a turbare il Paese furono i fotogrammi dell’insurrezione razziale che per giorni sconvolse Los Angeles. Mentre il 17 giugno del 1994 i network trasmetteranno con dovizia di particolari ogni dettaglio dell’inseguimento da parte della polizia dell’ex campione di football O.J.Simpson accusato dell’omicidio della moglie e di un amico. Simpson, poi, in tribunale se la caverà senza un graffio perché le autorità non volevano dover fronteggiare una nuova insurrezione armata di neri che l’avrebbero presa male se il loro idolo, altrettanto nero, fosse stato condannato: in fondo cos’erano un paio di cadaveri di bianchi affettati a colpi di coltello paragonati a un po’ di tranquillità sociale. Già, quella fu una delle più brutte pagine mai scritte nell’album dei ricordi della California. Come lo scandalo che qualche anno fa ha sconvolto il dipartimento di polizia di Los Angeles dove si è scoperto un livello di corruzione tale che ha spinto le autorità federali a mettere sotto tutela il dipartimento stesso.
Non è che qui in California succedano cose peggiori che in altri posti – a New York, Chicago, New Orleans, Miami non scherzano. Il fatto è che qualsiasi cosa accada in California viene amplificata, trasmessa, discussa, analizzata, fa titolo di prima pagina, fa copertina di newsmagazine, finisce col diventare film o serie televisiva. Un incendio in Idaho è un incendio; un fuoco in California o un alluvione, o un qualsiasi disastro è un attentato al mito.

Ma niente paura il mito resisterà. C’è chi dice che la California non è più il giardino dell’Eden ed è sempre più una torre di Babele. Vero. E allora? In un’età in cui le comunicazioni internazionali sono diventate istantanee, in cui la televisione, i telefoni cellulari, i fax, internet hanno reso possibile la disseminazione delle notizie, il mondo intero è una torre di Babele. La grande differenza è quella intuita da Giannini, per la sua banca, all’inizio del secolo scorso: e cioè che anche la comunicazione più esasperata non può proliferare sotto vuoto, senza scambi personali e geografici. E la California, in questo senso, è ancora il giardino dell’Eden perché tutto accade qui: dalla rivoluzione internettiana a quella dei cibi geneticamente modificati. Il mito, piaccia o no, continua.

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