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L’invenzione della California

14 marzo, 2009 | Scritto da claudio | Categoria: Storie

CPH: California Pacific Highway

Ovvero, come un clima da paradiso Terrestre, un best-seller strappalacrime  e l’industria dei sogni in celluloide trasformarono un’isola mancata in un mito inaffondabile.

Dire California è come aprire la caverna dei quaranta ladroni: luogo della mitologia, più che luogo della geografia. Territorio che il mondo conosce meglio dei dintorni di casa propria, grazie ai rimandi di immagini cinematografiche e televisive che fanno ormai parte della memoria collettiva globalizzata. Ognuno di noi ha dentro di sé una propria California. Una California sogno. Una California mito. Una California saga. Una California utopia dove è vero tutto e il contrario di tutto.
La California non esisteva ancora che era già leggenda. Era il 1602. Padre Antonio de la Ascension scriveva nel diario del suo viaggio lungo la costa occidentale dell’America del nord, che la California era separata dal continente americano dal “mar mediterraneo della California”. Non è ben chiaro dove e come il buon padre Ascension ebbe questa folgorazione isolana, tenuto anche conto che esploratori come Francisco de Ulloa che lo avevano preceduto cinquant’anni prima, avevano fornito dati esatti sulla sua forma peninsulare. Non si sa come, ma l’affermazione di padre Ascension portò alla mappatura di quel territorio come un’isola, prima a margine di una descrizione delle Indie Occidentali, poi in una vera e propria carta dedicata all’isola California che, da allora e per più di un secolo, fu descritta e percepita come un mondo a parte. Dev’essere così che nascono i miti. Non a caso, c’era anche chi giurava che la California altro non fosse che ciò che restava della leggendaria Atlantide.
Ci volle un editto reale, emanato nel 1747 da Ferdinando VII di Spagna, per mettere fine alla storia dell’isola e decretare che la California era parte della terra ferma. Quella terra dove trentaquattro anni più tardi nascerà un minuscolo villaggio agricolo battezzato “El Pueblo de Nuestra Señora la Reina de Los Angeles de Porciuncula”, e che oggi conosciamo come Los Angeles, la città degli angeli, la città che darà i natali a Topolino, Marilyn Monroe, Richard Nixon, tre miti nel loro genere.

Il giardino delle delizie. L’America, ma non solo l’America, è sempre stata alla ricerca di un sud che fosse un nord ordinato, con il sole e tutti gli stereotipi che il clima si trascina dietro. Lo trovò a Los Angeles. Già, perché, se la corsa all’oro aveva coinvolto San Francisco e la California del nord, sarà al sud che la California troverà l’oro, non solo sotto forma di stili di vita, ma soprattutto di clima. E’, infatti, alla fine dell’Ottocento che si consolida l’immagine salutista della California del Sud. La medicina del diciannovesimo secolo aveva grande fede nel potere curativo del clima, soprattutto nei casi di malattie respiratorie e alla California si pensava come a un posto immune da malattie polmonari grazie al sole quasi permanente e al caldo semi tropicale, asciutto e secco da paradiso terrestre. Per almeno vent’anni il mito si nutrì di se stesso, anche perché la California era lontana e le comunicazioni difficili.
Fu con l’arrivo della ferrovia che si scatenò la tanto rimandata corsa alla salute trasformando temporaneamente la California del sud in un cimitero degli elefanti. Quest’atmosfera di sole e morte diffusa sarà descritta in un best seller dell’epoca, Ramona di Helen Hunt Jackson (1884) che – come le opere di Jean Jacques Rousseau teorizzeranno, in Europa, il mito del buon selvaggio – finirà con l’influenzare e consolidare l’idea dell’utopia californiana secondo cui, a contatto della natura, si conduce un’esistenza più libera e felice. Il segreto del racconto non stava tanto nel romanzare dei fatti, ma di tramutarli direttamente in mito romantico. La California del Sud sarà percepita da allora, e per sempre, come un’assolata Arcadia, un giardino di delizie terrestri.  L’etichetta di terra di bellezza, di romanticismo, di pomeriggi assolati, di rilassatezza, è stampigliata a lettere cubitali nel nostro immaginario collettivo e nessun ingorgo apocalittico sulle freeway losangeline, nessun terremoto, nessuna rivolta razziale riuscirà mai a scalfirla. Persino i critici dell’epoca, dovettero ammettere che l’autrice aveva, sì, eccessivamente idealizzato l’oggetto della sua narrativa, ma nello stesso tempo ne aveva catturato lo spirito vero. Onore a Helen Hunt Jackson.

Onore anche al Conte di Montecristo. Cosa c’entra? E’ grazie a lui, o meglio al film tratto dal romanzo omonimo che si stava girando a Chicago nell’inverno del 1907, se alla California del Sud  si incollerà un altro mito, anch’esso indelebile: quello dell’industria dei sogni, della celluloide, del cinema. Era successo che il regista Francis Boggs e il suo cameraman Thomas Persons avevano finito di girare tutti gli interni del Conte di Montecristo, ma le condizioni climatiche a Chicago erano pessime per gli esterni. C’era bisogno di luce e sole, così Boggs e Persons decisero di andare a girare a Los Angeles dove trovarono tutto quello di cui avevano bisogno: il 3 gennaio 1908 il film fece la sua uscita trionfale nelle sale d’America e il produttore, il colonnello William Selig, decise di trasferire tutte le sue operazioni dall’Illinois alla California. Lì, all’inizio dello stesso anno, girò In the Sultan’s Power, il primo film interamente lavorato a Los Angeles. Altri produttori seguiranno a ruota l’esempio.
San Francisco venne scartata per due motivi: primo, per il clima meno propizio; secondo, per un motivo più prosaico: all’epoca la tecnologia legata alle apparecchiature da ripresa era detenuta dalla società Edison che imponeva, con grande rigore, il pagamento di diritti per il loro uso. Alla gente del cinema la cosa non andava giù. E così Los Angeles divenne una scelta obbligata, vuoi per il clima, vuoi per la vicinanza del confine con il Messico dove era possibile ritirarsi quando gli avvocati e gli investigatori della Edison – che avevano gli uffici proprio a San Francisco – soffiavano troppo sul collo dei produttori inadempienti. Della serie: quando la necessità si fa mito.

È nato un mito. La California divenne da subito una calamita irresistibile per i creativi di tutto il mondo. Furono molti, per esempio, gli architetti e i designers come Rudolph Schindler e Richard Neutra che emigrarono dall’Europa attratti dalla personalità sfolgorante di una città come Los Angeles dove sposarono il modernismo teorizzato nel vecchio continente con la funzionalità, le nuove tecnologie, la produzione di massa del nuovo mondo. Furono proprio questi emigrati che, con le loro creazioni, definiranno i termini del “California lifestyle”.
Per non parlare di quell’enorme colonia di emigrati come Erich Stroheim, Ernst Lubitsch, Fritz Lang, Samuel Goldwyn, Adolph Zukor, Charles Spencer Chaplin che, folgorati dall’invenzione della macchina per produrre fotografie in movimento messa a punto da Thomas Alva Edison, faranno nascere la più potente industria di tutti i tempi, il cinema, che si svilupperà, crescerà, dilagherà a partire da Hollywood, quartiere collinoso nel cuore di Los Angeles.
E se in Europa il cinema, che Lenin definì la più potente arma culturale del proletariato, si connoterà da sempre, e fino ai nostri tempi, come un’arte d’elite, negli Stati Uniti si distinguerà per essere un passatempo di massa che racconta storie comuni di gente comune, etichettandosi, da subito, come la più americana delle arti: accessibile, democratica, e nello stesso capace di far sognare. Con l’acquisto di un biglietto d’ingresso di pochi centesimi, sensualità, modernità, fascino erano alla portata della gente comune. Anche se, poi, a veicolare e a dare uno stile all’immagine del cinema hollywoodiano, niente fu più efficace delle immagini fotografiche stampate in milioni di copie nelle riviste di tutto il mondo associate a nomi leggendari come quelli di Clarence Sinclair Bull e di George Hurrell, il primo fotografo personale di Greta Garbo, il secondo di Joan Crawford e Norma Shearer.
Fra il 1940 e il 1960, la California si trovò a combattere due guerre: la prima, reale, contro il nazi-fascismo e la seconda, sotterranea, contro il comunismo della guerra fredda. E se le armate alleate vinsero la prima con la forza, a trionfare sulla seconda fu il diffondersi a macchia d’olio di quella cultura popolare che proprio in California aveva le sue radici più profonde. A vincere la guerra fredda e a far crollare il muro di Berlino non sono stati i carri armati, ma gli hamburger McDonald’s, le bambole Barbie, i cartoni animati di Batman e Superman, la Coca Cola, il tenente Colombo, Snoopy e Charlie Brown, le tele di Roy Lichtenstein, le Polaroid di Andy Warhol, le avventure di Paperino, il manuale delle Giovani Marmotte, gli elettrodomestici “made in Usa” che già il premier sovietico Nikita Kruscev ammirava con concupiscenza, nel 1959, alla Fiera di Mosca. Il fatto era che anche gli ideologi duri e puri venuti dal freddo, finivano con lo sciogliersi al tepore del sole della California, delle fantasie scatenate da Muscle Beach, dal vento nei capelli alla guida di una decappottabile lungo l’oceano, dai primi bikini, dalle onde cavalcate su una tavola da surf.

Un isola mancata? Dietro tutto questo c’è la California reale, con i suoi problemi quotidiani. Ci sono le statistiche di crescita demografica secondo le quali i 35 milioni di abitanti dell’anno duemila saranno 43 milioni nel 2020, 48 milioni nel 2035, e provocheranno una crescita esponenziale di inquinamento e degrado ambientale, con una diminuzione drammatica di risorse idriche che già oggi si fa sentire: non è raro entrare in un ristorante e leggere sul menù che l’acqua non è servita a tavola se non espressamente richiesta.
A proposito di acqua, quella della costa losangelina, soprattutto la parte di oceano prospicente la mitica Malibu, colonia di ricchi e famosi, è irrimediabilmente inquinata e si avvisa che è pericoloso tuffarsi nel mito anche se, bisogna ammettere, le autorità lavorano febbrilmente per mettere a punto depuratori e filtri sempre più sofisticati, sempre più potenti, per non far sfigurare l’intrepida bagnina Pamela Anderson, quella dei telefilm della serie Baywatch.
Certo è che, alla fine, la California è così bella che le si  perdona tutto: inquinamento, traffico, crimine. Quello che resta nella nostra memoria sono i tramonti, le palme, le spiagge, la musica che fa da colonna sonora e, appunto, il vento nei capelli.
Ma torniamo alla storia: nel 1715 un cartografo tedesco, Pierre Van der As, stanco della disputa cartografica sulla California, decise di stampare due carte dell’America, una con la California come isola e un’altra attaccata alla terra ferma: che fossero i suoi clienti a scegliere come la volevano. Ecco, quel cartografo aveva capito tutto della California: scegliete voi quello che volete che sia. Quello che volete essere.

Il mito continua
. Nel 1991 due geologi disegnarono una mappa in cui la California era di nuovo un’isola. Già, perché le nuove teorie geologiche dicono che, una volta, l’Antartide e l’America erano un territorio unico, poi centinaia di milioni di anni fa l’Antartide e l’Australia migrarono a sud lasciando posto all’oceano Pacifico e, guarda la coincidenza, la scienza oggi dice che un’isola esisteva proprio là dove padre Ascension aveva disegnato la sua rozza California (o era forse Atlantide?). Insomma, la California non finisce di stupire. Solo qui, infatti, un mito può diventare realtà. Ma, il mito, durerà?
Niente paura, il mito resisterà. C’è chi dice che la California non è più il giardino dell’Eden ed è sempre più una torre di Babele. Vero. E allora? In un’epoca in cui le comunicazioni internazionali sono diventate istantanee, in cui la televisione, i telefoni cellulari, i fax, internet hanno reso possibile la disseminazione immediata delle notizie, il mondo intero è una torre di Babele. E la California, in questo senso, è ancora il giardino dell’Eden perché, nel bene o nel male, tutto accade qui: dalla rivoluzione internettiana a quella dei cibi geneticamente modificati. Il mito, piaccia o no, continua.

1 Commento a “L’invenzione della California”

  1. Au Lapin Agile » Blog Archive » L’invenzione della California scrive:

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