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Arturo, le virtù dell’ozio e il giardino californiano

17 marzo, 2009 | Scritto da claudio | Categoria: Storie

arturo

Non avevo mai avuto un giardino prima di arrivare in California. Oddio, l’affermazione non è totalmente esatta perchè mia nonna aveva un giardino di cui, purtroppo, mi ricordo poco, pochissimo. Ricordo come fosse ora l’albero di susine su cui salivo arrampicandomi su una scala di legno, mi ricordo la panchina, giù verso la siepe, la capanna degli attrezzi, il tavolino tondo di marmo dove, le sere d’estate, si cenava. Ricordi sfuocati in formato fotogrammi in bianco e nero. Mi ricordo però benissimo le lucciole. Ce n’erano a frotte. Uno spettacolo indimenticabile. La luce ora qui; la luce ora lì. Passavo il dopo cena a seguirne le danze. La nonna cercava di farmi giocare, di distrarmi, ma io preferivo stare sprofondato sulla sdraio a fissare le lucciole. Deve essere stato allora che si è sviluppato il mio senso dell’ozio.
Senso che è rimasto dormente fino al mio sbarco in California quando, alla fine degli anni Ottanta, mi trasferii come corrispondente per il mio giornale. Buffo, perchè sul piano professionale finiva che lavoravo tre volte di più di quando ero parcheggiato nel Bel Paese, ma erano le ore libere, gli intervalli fra un incarico e l’altro che avevano fatto riaffiorare lo stesso piacere torporoso dell’osservare le lucciole. 

In California, l’ozio si traduceva nel godere della natura del mio backyard. Il backyard, o giardino-che-sta-sul-retro-della-casa, è un’istituzione tutta Americana, nasce con la suburbanizzazione del continente, con i quartieri satelliti, con le casette monofamiliari che costituiscono l’ossatura immobiliare del Paese, il sogno di ogni famiglia: prato verde rasato sul davanti e giardino tuttofare sul retro. La mia prima casa californiana era esattamente così, era sprofondata nel verde delle Santa Monica Mountains pur essendo nel cuore di Los Angeles, una contraddizione urbanistica difficile da capire in Italia, ma che quando l’hai provata ci perdi il cuore.
Grande era l’emozione di far parte di un ecosistema che, a sua volta, formava un microclima a secondo della vegetazione di ogni backyard. Così come era uno choc culturale convivere con gli scoiattoli che nel Bel Paese vedi solo allo zoo o nei cartoni animati di Walt Disney che, non è un caso, viene proprio dalla California e che, nell’inventare le sue storie non doveva far altro che guardare fuori dalla finestra.
E, piano piano, ritornava a galla il ricordo delle lucciole, ovvero del piacere di guardare la natura. L’ozio e il giardino stavano diventando due elementi fondamentali della mia nuova vita americana. Però, badate bene, niente frenesia dello zappettare, del piantare, del coltivare, del cercare di piegare la natura ai propri desideri di vialetti, cespuglietti, e quant’altro. Io no, mi accontentavo della versione contemplativo-oziesca del giardino. Una sdraio, come quella che avevo da bambino nel giardino della nonna, un libro tipo Der Leidenschaftliche Gartner, il giardiniere appassionato (per la cronaca, in Italia, è pubblicato da Adelphi) e binocoli di media potenza per seguire le evoluzioni delle famiglie di colibrì che avevano eletto il nostro backyard come residenza di passaggio.
In questa nuova condizione esistenziale avevo cominciato a frequentare i numerosi vivai di Los Angeles e dintorni, come quelli celeberrimi di Cosentino a Malibu visitati regolarmente da Sting e Spielberg con signore, o quelli in stile hippy di Topanga Canyon, forniti di stravaganti casette per uccellini e visitavo regolarmente i reparti giardinaggio dei drugstore dove mi incantavo davanti a zappette, paletti, concimi, polveri spaventa-lumache, cordini da innesto, pota rami con prolunga e bulbi.
Già, in casa, non mancavano mai bulbi di giacinto che con il loro profumo intenso allietavano i momenti di ozio e di lavoro. Il mio tavolo da scrittura, poi, era sempre  ricolmo di rose gialle e rosse prodotte in quantità industriale da un roseto instancabile che avevamo ereditato. Un cactus, invece, vegliava accanto al computer perchè, dicono che quel tipo di pianta assorba le radiazioni. Non so se sia vero, ma i miei cactus crescevano a vista d’occhio come se avessero fatto uso di anabolizzanti alla Schwarzenegger.
Nelle mie sedute di ozio avevo altresì notato che in California, qualsiasi cosa pianti cresce con una rapidità e una forza inusuale. Come quello strano albero che, altissimo, copriva metà tetto. Un giorno chiesi a Christine, la padrona di casa, che era venuta a trovarci, cosa fosse. Un avocado non innestato, disse. Raccontò che poco prima del nostro arrivo aveva messo sotto terra un nocciolo di avocado, appunto, e quello era cresciuto come i piselli giganti di quella fiaba di cui non ricordo il titolo.
Fu così che un pomeriggio tornai a casa con un sacchettino contenente una rosa rampicante. Ci misi qualche giorno a scegliere il posto dove avrebbe dovuto crescere. Naturalmente era il posto sbagliato, ma l’entusiasmo batteva la scienza giardinieristica. Il giorno dopo averla piantata arrivò Arturo e la mia condizione di ozioso (o, forse, si dice oziante?) fu messa a dura prova.
Arturo è Arthur von Ramona, un pastore tedesco di sangue molto blu, figlio di Gildo von Ramona e Sandra von Zollgrenzschutz-Haus, imparentato con Casar von Arminius, Lasso di Val Sole, Illa von der Lohfeld-Alpine. Arturo era nato nell’allevamento von Rittergut di Newport Beach ed era arrivato nel backyard il nostro primo Natale americano, vestito da Babbo Natale, con tanto di fiocco e papalina, tutto zampe, assolutamente regale. Non era ben chiaro chi fosse più emozionato, se lui o io.

Arturo e la sua Jeep

Avevo già avuto altri pastori tedeschi e sapevo che il tempo dell’ozio sarebbe finito ben presto, invece, formidabile sorpresa, Arturo aveva preso tutto dal papà, che sarei io, e si rivelava, giorno dopo giorno, il pastore tedesco più ozioso dell’emisfero nord-americano. Non abbaiava, non ringhiava, non giocava. Preoccupato, come ogni bravo papà di cane che si rispetti il cui quattrozampe non rincorra la pallina e non dia segno di voler azzannare nessuno, andai a parlare con un addestratore della polizia di Los Angeles. Il bravuomo mi disse di non preoccuparmi perchè, spiegò, esistono due tipi di pastori tedeschi: quelli che giocano e quelli che non giocano. In polizia i primi vengono addestrati per la ricerca della droga perchè l’addestramento è fatto sotto forma di gioco; i fratelli apparentemente oziosi vengono addestrati esclusivamente alla difesa personale. Il fatto che non abbaiasse? È perchè il cane è assolutamente equilibrato e sicuro di sè e non ha bisogno di dimostrare la sua forza a ogni piè sospinto: quando c’è bisogno attacca, in silenzio. Parole sante. Nel corso degli anni Arturo si è rivelato tutto quello che aveva detto l’addestratore, ma il motivo per cui parlavamo di lui all’epoca dell’arrivo della mia amata rosa rampicante, è perchè, comunque, i miei momenti di ozio si ridussero drasticamente. Metà del mio tempo libero lo passavo a cercare di difendere la rosa dagli assalti del cane che, probabilmente, detestava che dedicassi troppo tempo dietro a quello stupido sterpo invece di fissare lui che oziava, appollaiato sul suo cuscino preferito.
Dapprima circondai la rosa con un filo da giardino, pensando che sarebbe bastato uno sbarramento informale per tenere lontano Arturo. Illuso. Comprai dei paletti verdi che sembravano una postazione di marines in Libano. Nell’operazione inchioda-paletti mi martellai abbondantemente la mano sinistra e, se non ricordo male, mi infilai un chiodo nella destra (ancora oggi non so come ho fatto). La mattina dopo trovammo tutti i paletti divelti, uno a uno, e Arturo che dormiva sopra la rosa.
Le ostilità andarono avanti per giorni, fin quando creai, tutto intorno alla rosa, una struttura a prova di cane a cui non mancava neanche una rete antiuccelli che non serviva a niente, ma l’avevo trovata in garage e mi sembrava un optional abbastanza terroristico per un animale. A quel punto Arturo si offese moltissimo e estirpò un intero cactus alto circa un metro e quaranta, con degli spini che sembravano manganelli. Il cane non si fece un graffio e io potei riprendere a oziare.
Per la cronaca, dopo un po’, la rosa nacque. Aveva l’aria un po’ stitica. Forse a causa degli spaventi che gli aveva fatto prendere il cane. Visse poco. Molto poco. Questa storia della rosa mi è tornata in mente perchè l’altro giorno – siamo da poco rientrati nel Bel Paese – abbiamo comprato una rigogliosa rosa rampicante da mettere sul balcone. Quando è arrivata a casa, Arturo si è svegliato, è andatao ad annusarla e prima che dicessi una sola parola gli ha dato le spalle ed è tornato a oziare sul suo cuscino californiano (sempre quello di quando era cucciolo). Non so perchè, ma ho avuto l’impressione che, sdraiandosi, Arturo sogghignasse

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