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Robert Harris e i fantasmi della storia

1 febbraio, 2010 | Scritto da claudio | Categoria: Interviste, Libri

Robert Harris è uno scrittore inglese che di fantasmi della storia se ne intende. Ha cominciato la sua carriera di romanziere, nel 1992, con uno strepitoso “Fatherland”, in cui l’ombra del fantasma di Hitler si allunga su un’Europa che ha visto, nella seconda guerra mondiale, la vittoria della Germania nazista, i cui tentacoli si dipanano da Berlino verso Mosca, l’Inghilterra, la Francia, l’Olanda governate da regimi ossequiosi verso il Reich. L’azione – un’indagine in cui si intrecciano agenti della Gestapo e giornalisti americani, degna della migliore tradizione della detective story – si svolge a Berlino nel 1964, alla vigilia del settantacinquesimo compleanno del Fuhrer. Con questo libro, di cui sono state vendute quattro milioni di copie e ne è stato tratto un film televisivo prodotto dalla HBO, Robert Harris, all’epoca editorialista per il “Sunday Times” di Londra, è entrato a pieno titolo nel girone di serie “A” dei maestri della suspense, al fianco dei John Le Carre, dei Len Deighton, dei Martin Cruz Smith.

Rober Harris

Il fantasma di Hitler si allunga anche sul secondo romanzo di Harris, “Enigma” (del 1995). Il titolo prende nome dalla potente macchina crittografica in possesso dei nazisti che sembrava essere assolutamente inviolabile. “Enigma” racconta – dal punto di vista di uno degli scienziati coinvolti nel progetto, asserragliato nel leggendario quartier generale di Bletchley Park – la storia di  come gli alleati riuscirono a penetrare i codici segreti nazisti e a contribuire alla vittoria finale. Di questo libro ne sono state vendute un altro paio di milioni di copie che hanno permesso a Harris di abbandonare definitivamente il giornalismo per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura creativa e nello stesso tempo di trasferirisi con la famiglia – moglie e figli – in una casa di campagna, fuori dalla pazza folla di Londra.

Harris ha poi continuato a lavorare sui fantasmi. Con “Archangel”, si è confrontato con un altro fantasma della nostra storia recente, Iosef Stalin, il dittatore sovietico che, secondo Robert Harris si è macchiato di crimini sanguinari più efferati della sua controparte tedesca. “Archangel” è la storia di un ricercatore inglese, Fluke Kelso, in visita a Mosca in occasione di un convegno internazionale sulla gestione degli archivi storici che viene avvicinato da un vecchio militante che asserisce di aver assistito alla morte di Stalin e alla “copertura” organizzata da Lavrentij Pavlovic Berija, il lugubre capo della polizia segreta, che non solo avrebbe preso tempo nell’annunciare la morte del dittatore nel tentativo di consolidare il proprio potere, ma avrebbe fatto sparire un certo libretto nero appartenuto a Stalin su cui chissà quali misfatti, quali segreti furono registrati. E qui siamo su un terreno friabile: invenzione letterararia o realtà? Harris dà voce alle teorie che il libretto era esistito veramente e lancia alla ricerca il suo personaggio. Man mano che ci si inoltra nella lettura si scoperchia un mondo di intrigo che va ben al di là di quello becero, buzzurro e violento delle storie di mafia russa. Il libretto di Stalin porta diritto a un progetto di controllo del mondo che neanche Hitler, nei suoi momenti di delirio di potere aveva teorizzato.

L’intervista che segue è stata fatta all’epoca della pubblicazione di “Archangel”.

Robert Harris è, all’apparenza, un signore inocuo che non diresti attraversato da visioni letterarie impetuose. Si presenta al nostro appuntamento, al bar del Ritz di Londra, in doppiopetto scuro, cravatta a pallini, fazzoletto a pallini. Si guarda intorno e l’ambiente è turisti giapponesi con telecamere e signore incipriate e impellicciate che prendono il tè, anche se sarebbe più esatto dire che si abbuffano su vigorosi pasticcini annaffiati da tè emaciati. Optiamo per un più popolare pub, in fondo alla strada, impregnato di schiamazzi umani, musicali e birreschi. Segno del destino, ci sediamo di fronte a un manifesto pubblicitario di una vecchia fabbrica di birra: “Archangel Ale”. Il lampo negli occhi di Harris non lascia prevedere niente di buono. Ne tasta la cornice, ma per fortuna il manifesto è avvitato al muro. Siamo salvi, anche se lui si lascia scappare un «damn it».

Allora, chi è Robert Harris?

«Sono nato il 7 marzo 1957 a Nottingham. Mio padre era uno stampatore. Sono andato a Cambridge che avevo 18 anni, dove ho preso un diploma di inglese. Dall’università sono entrato direttamente alla BBC. Ho cominciato come ricercatore per dei documentari, poi sono passato ai programmi giornalistici e nell’86 ho fatto il salto nella carta stampata. Sono diventato editorialista politico dell’Observer, prima e del Sunday Times, dopo. Nel ’91 ho cominciato a scrivere “Fatherland” e, da allora, come nelle fiabe, ho vissuto felice e contento».

Parliamo un po’ di Russia che è l’argomento intorno a cui ruota il suo romanzo. Lei ha scritto recentemente sul Daily Mail che fu Stalin e non Hitler il più efferato personaggio storico che abbia attraversato il nostro secolo. Cosa l’ha portato a questa conclusione?

«Negli anni passati, per una serie di motivi professionali, mi sono occupato, quasi a tempo pieno, di Hitler. Nell’immaginario collettivo Hitler è sinonimo di malvagità. Ma a un certo punto mi sono chiesto se puntando tutta la nostra attenzione su un unico uomo non finivamo per perdere di vista il quadro più generale. Mi sono anche chiesto se concentrandoci esclusivamente sulle vittime del nazismo non ci dimenticavamo di quelle del comunismo. E sono giunto alla conclusione che il vero fantasma da cui dobbiamo difenderci è quello di Stalin e non quello di Hitler di cui ormai sappiamo praticamente tutto. Stalin è uno che in un solo giorno, l’8 dicembre del 1938, firmò 30 liste di condannati a morte contenenti 5000 nomi e, dopo, se ne andò tranquillamente a teatro. Stalin è uno che avallò la fucilazione di 13.500 uomini per tentata diserzione durante la battaglia di Stalingrado. Stalin era uno sterminatore di massa il cui motto era: “chi vince non è giudicato”. Il fatto è che Stalin vinse e Hitler perse. E finisce che le nostre coscenze cercano di dimenticarsi dei crimini di Stalin contro l’umanità perchè, nonostante lui e Hitler fossero stati alleati fra il 1939 e il ’41, il suo apporto bellico, una volta passato dalla parte alleata, fu fondamentale per portare la Germania nazista alla sconfitta».

È per questo che, secondo lei, le vittime dei nazisti godono di maggior rispetto di quelle della repressione staliniana? Che differenza c’è fra morire a Dachau e morire in un Gulag sovietico?

«Questa è una materia complicata. Penso che sono molte le ragioni per cui ci soffermiamo più sui crimini dei nazisti che su quelli staliniani. Il motivo principale, credo, è che la Germania, essendo al centro dell’Europa, è parte della nostra tradizione occidentale, mentre la Russia è percepita come una nazione asiatica molto lontana da noi. I crimini del presidente Mao, poi, sono ancora più lontani. Secondo, durante la guerra, come dicevo prima, i russi combatterono dalla parte degli alleati e, in piccola parte, dobbiamo le nostre libertà anche a Stalin e alla sua spietatezza. Certo non è confortante. Anche quelli che Stalin ha ucciso erano essere umani, ma non hanno nessuno che parli per loro. Non c’è nessuno Spielberg che decide di tenere viva la loro memoria. Le vittime di Stalin sono vittime senza nome. Stalin era uno psicopatico serio, altro che Hitler, mentre per noi Hitler è diventato un cliché, una strada semplice per indicare il concetto di “cattivo”. Concentrarsi su Hitler ha fatto sì che l’attenzione venisse distratta da Stalin».

In Russia sembra ci sia di nuovo voglia di comunismo. Si respira un aria del tipo: si stava meglio quando si stava peggio. Lei pensa che il paese sia in cerca di un nuovo Stalin?

«Gli elementi ci sono tutti. C’è molta gente che sogna di avere un presidente con le palle. È un elemento molto radicato nell’anima russa. Stalin poi gode di una particolare ammirazione nell’immaginario collettivo di quel paese. Pensi che in un recente sondaggio è venuto fuori che un russo su sei non ha dubbi che Stalin sia stato il loro più grande leader. La situazione in Russia, da qualunque parte la si guardi, è spaventosa. È spaventoso che in quell’enorme paese ci siano diecimila testate nucleari sparse qua e là, è spaventoso che non ci sia nessuno a comandare veramente, che abbia in mano il controllo della situazione. Per la maggior parte dei russi la vita era decisamente meglio prima. Oggi il paese è impoverito e umiliato. Sì, molti, oggi, sono ricchi, ma la libertà incontrollata ha portato seri problemi soprattutto di crimine, di aids, di prostituzione. La situazione fuori Mosca, poi, è senza speranza. La maggior parte dei turisti si ferma nella capitale e non sa cosa c’è fuori le mura. Mosca è la città del boom, ma quando arrivi in periferia ti accorgi di cos’è la Russia veramente. In Occidente ne abbiamo un’impressione decisamente distorta».

Lei prevede una fine prossima a tutta questa follia o pensa che la situazione peggiorerà?

«È molto difficile dirlo. Anche perchè, la tendenza, quando si parla di Russia, è di essere un filo apocalittici. Ogni momento si dice: quest’inverno ci sarà il crollo. E la cosa si ripete dai tempi di Gorbaciov ma, alla fine, non è mai successo niente. Da questo punto di vista sono ottimista, ma lo scenario globale è sinistro. Viene da ridere che l’Occidente si preoccupi delle armi biologiche e chimiche di Saddam Hussein, uno scherzo in confronto alla potenza di fuoco nucleare della Russia, gestita, fra l’altro, da gente che non riceve lo stipendio da mesi».

Qualcuno ha paragonato la Russia di oggi alla California della corsa all’oro, un posto dove le opportunità si sprecano. È d’accordo?

«No. L’idea che la Russia attraversi una fase iniziale di capitalismo come era stato per la California del secolo scorso è assolutamente irreale. In Russia non c’è neanche l’ombra di una tradizione di proprietà privata: è una società più selvaggia del selvaggio West».

È possibile che il libretto nero protagonista del suo romanzo sia esistito veramente?

«Sì, è possibile, anzi probabile. Quando ho cominciato a scrivere il libro non sapevo di questa storia. L’ho scoperta facendo delle ricerche. C’era veramente un libretto che è scomparso come sono scomparse le lettere dal carcere di Bukarin. Le lettere di Bukarin, alla fine, sono state ritrovate e pubblicate ed è molto possibile che anche il famoso libretto di Stalin esista».

Lei ha scritto tempo fa su “The Independent” dell’influenza che suo padre ha avuto su di lei. Aggiungendo: “Ho sempre cercato di scrivere per gente come lui, non per i critici letterari”. Come descriverebbe la “gente come lui”?

«Un uomo intelligente che non aveva studiato molto, un autodidatta che leggeva Georges Simenon e Graham Greene, che sceglieva autori semplici, ma intelligenti con storie da raccontare».

Come scrive Robert Harris?

«Scrivo con una stilografica e poi ribatto il testo sul computer. Cerco di avvicinarmi il più possibile alla stesura finale perché non mi piace ritornare sul testo. Mi piace il silenzio anche se non potrei mai scrivere in un cottage deserto. Mi piace il rumore della casa».

NOTA:

Tutta l’opera letteraria di Harris, in Italia, è pubblicata da Mondadori ed è reperibile qui

Dopo Archangel Harris ha scritto una serie di romanzi storici – Pompei, Imperium e recentemente Conspirata. Questi ultimi due fanno parte di una trilogia dedicata alla vita di Cicerone vista attraverso i ricordi di Marco Tullio Tirone suo schiavo, ma anche segretario e confidente, una sorta di dr. Watson dell’antichità. Nel 2007 Harris aveva abbondonato, per un attimo, la storia antica per dedicarsi alla storia contemporanea scrivendo Il ghostwriter, una storia in cui si immagina un ex primo ministro britannico perseguitato dai fantasmi di un’impopolare guerra dichiarata per far piacere all’alleato americano e che ora rischia di costargli un’accusa di crimini di guerra a cui deve rispondere davanti al tribunale internazionale dell’Aja. Per questo si barrica negli Stati Uniti, paese che non riconosce quel tribunale, e decide di scrivere le sue memorie aiutato da un altro fantasma, quello di un ghost writer, appunto. Ogni riferimento a Tony Blair, dice Harris, è puramente casuale. Naturalmente! Il libro è stato portato sullo schermo dal regista Roman Polanski che presenta il film in concorso alla 60esima mostra internazionale del cinema di Berlino 2010 (11-21 febbraio). In Italia uscirà con il titolo “L’uomo nell’ombra”. Ecco il trailer:

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