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Philip Kerr: ritratto di scrittore scozzese nel suo interno

10 febbraio, 2010 | Scritto da claudio | Categoria: Articoli, Interviste, Libri

Che fine ha fatto Philip Kerr? Scrive, direbbe il suo agente. In effetti se si dà un’occhiata alla sua produzione (cliccate qui) scrive e tanto. Peccato che non scriva più romanzi con Bernhard Gunther, detective privato le cui avventure si svolgono nella Berlino degli anni Trenta. Qui di seguito, un’intervista di qualche tempo fa.

Philip Kerr, courtesy El Mundo

“Esistono due tipi di libri: quelli che si devono leggere e quelli che si vogliono leggere” teorizza Philip Kerr, enfant prodige della narrativa d’avventura anglosassone, avvocato di formazione, pubblicitario di mestiere, scozzese di nascita. “Io scrivo quelli che la gente vuole leggere”. Semplice.

Philip Kerr è uscito allo scoperto nel 1989, pubblicando un insolito libretto, “Violette di marzo” che lo scaraventò nell’olimpo delle migliori giovani promesse inglesi. È la storia di un detective privato tedesco, Bernhard Gunther, che svolge la professione più antica della narrativa poliziesca nella Berlino anni Trenta, in una Germania che si appresta ad indossare la divisa nera delle SS e che, di lì a poco, sarebbe precipitata nell’abisso della guerra. Il successo è immediato. I romanzi diventano tre e vengono raccolti in un omnibus dal titolo “Berlino nera”. In Italia le storie di Bernie Gunther sono pubblicate dall’editore Passigli.

Bernhard Gunther è un detective che, in gioventù, ha combattuto sul fronte turco. Prima guerra mondiale. Croce di ferro al valore. Di seconda classe, proprio come quella del Führer. Anche perché la prima classe la davano praticamente solo a quelli che abitavano già al cimitero. Le similarità con Adolf Hitler, però, finivano lì.

Bernie era stato anche nella polizia, col grado di Kriminalinspektor, ma aveva lasciato la Kripo – la Kriminalpolizei – per diventare investigatore privato. Un lavoro ingrato nella Germania del Terzo Reich. Anche se lui il cappello di feltro grigio scuro lo portava proprio come quelli della Gestapo, con la falda anteriore più bassa di quella posteriore, in modo che coprisse gli occhi. Una tecnica imparata in polizia. Ma anche in questo caso le similarità finivano lì.

Herr Gunther si occupa di tutto ad eccezione dei divorzi. “La gente ha strane reazioni quando si tratta di corna”, dice. La sua specialità sono le persone scomparse e, neanche dirlo, con l’avvento al potere dei nazional socialisti”, i suoi affari hanno avuto un notevole miglioramento.

Questo era il primo Kerr, poi sono arrivate avventure fanta-medico-archeo-tecnologiche. Come Esaù, un minestrone condito di scienza, sesso, scalate e abominevoli uomini delle nevi. Già, perché Esaù non è altri che uno Yeti che vive sull’Annapurna, uno dei più alti picchi del Nepal, in una sorta di valle degli orti nascosta a cui si accede saltando da un crepaccio e soprattutto cercando di non farsi uccidere da un agente segreto pazzo sfuggito di mano alla Cia.

Quello che è certo è che a Kerr non si riesce a dare un’etichetta. Letteraria, ma anche fisica. Siamo a Wimbledon, a sud di Londra. Suoniamo il campanello della palazzina a mattoncini rossi, a tre piani, dove abita (al pianoterra) e lavora (lui nel seminterrato, la moglie nell’attico) e ti si para davanti uno che diresti più iraniano che scozzese e che, difficilmente, immagineresti con indosso il gonnellino dei fucilieri di Sua Maestà. Per di più veste tutto di nero – probabilmente per fare il paio con i capelli corvini.

Racconta: “Sono nato a Edinburgo, nel 1956. Sono scozzese. I miei genitori sono entrambi scozzesi”. Kerr ci tiene a chiarire subito da che parte sta. “Ho vissuto lì fino a 15 anni. Forse 16. Dopo di allora ho sempre vissuto in Inghilterra”.

Scusi, ma la Scozia non sta in Inghilterra? Kerr sospira. “È difficile per altri europei capire come gli scozzesi si percepiscano diversi da tutti. Vede, gli scozzesi sono sempre stati molto nazionalisti e molto orgogliosi di essere tali”.

E lei? “Oggi non penso a me come a uno scozzese, anzi il più delle volte non mi piacciono neanche. Mi irritano”.

Come definirebbe uno scozzese? “Aggressivo. Uno pieno di amarezza e risentimento nei confronti degli inglesi. In un certo senso è come per gli irlandesi, con la sola differenza che gli scozzesi sono molto più creativi e industriosi e troppo intenti a fare soldi per riuscire a tradurre il loro nazionalismo in qualcosa di violento. La loro ribellione è solo teorica”.

Impensabile quindi, a parte lei, trovare uno scozzese all’estero. “Guardi, quelli che lasciano la Scozia, scappano. Robert Louis Stevenson se ne andò a Samoa e Muriel Spark vive in Toscana. Edinburgo è una città piccola e seducente ed è facile credere di essere al centro del mondo. Quando, poi, scopri che non è così, finisce che ritieni Edinburgo responsabile delle tua delusione. La Scozia è un mondo di piccolezza, di ristrettezza mentale da cui vuoi scappare. Io se, da una parte, non riuscirò mai a sfuggire dal fatto di essere scozzese, dall’altra non ho nessun desiderio di ritornare là, vivere là o, persino, scrivere sulla Scozia”.

Con tutto quello che mi dice, come si giustifica il fatto che il più famoso agente segreto di Sua Maestà Britannica, quello con licenza di uccidere, l’immortale 007, sia stato portato sullo schermo da uno scozzese d’origine controllata come Sean Connery? “Ian Fleming aveva fatto frequentare al suo personaggio una famosa università scozzese, una che pensa di essere la “Eton del nord”, dove sono stato anch’io, ma credo che l’unico allievo famoso di quella scuola sia stato proprio James Bond. Con questi precedenti era verosimile che l’attore che lo avrebbe impersonato potesse venire da Edinburgo: ecco il perché della scelta di Sean Connery, tipico scozzese, soprattutto ora che sta invecchiando, con quei tatuaggi che fanno tanto classe operaia e senza il minimo senso dell’eleganza, perché per uno scozzese fare attenzione ai vestiti è considerato effeminato. Assomiglia sempre più a mio nonno”.

Lasciamo perdere gli scozzesi e parliamo di come lei è diventato scrittore. “Ho studiato legge all’università, ma solo perché mio padre voleva che avessi un lavoro serio. Anche il padre di Robert Louis Stevenson aveva costretto il figlio a studiare legge. Poi mio padre morì, giovanissimo, a 47 anni, poco dopo che mi ero laureato. Rimasi colpito. Mi dissi: se anch’io dovessi vivere così poco voglio almeno inseguire i miei sogni. E i miei sogni erano diventare scrittore. Tutto quello che facevo, anche i miei impieghi erano sempre in funzione della scrittura. Lavoravo in un’agenzia di pubblicità perché mi lasciava abbastanza tempo libero per scrivere. Non dovevo presentarmi prima delle 10 del mattino, la pausa di pranzo era assolutamente elastica e non era necessario restare in ufficio fino a tardi. Così lavoravo a un romanzo prima di andare a lavorare, facevo le ricerche durante la pausa che non era mai meno di due ore e mezzo, e ci lavoravo la sera. Ho fatto questa vita fino al mio trentesimo compleanno. Ho scritto tre o quattro libri pessimi che fortunatamente non sono stati pubblicati, ma la scrittura è artigianato ed era come se mi fossi allenato per imparare un mestiere. Adesso sono contento di non essere stato pubblicato così presto, perché probabilmente sarei andato in un’altra direzione. Il primo libro segna il territorio letterario che finisci per abitare. All’epoca ero molto influenzato da Martin Amis che scriveva di giovani letterati che vivevano a Londra e che volevano partorire un romanzo. Ne ero quasi ossessionato, fin quando una mattina mi svegliai e mi chiesi: ma chi diavolo vuol leggere romanzi di romanzieri che fanno la fame? Così la smisi”.

E arrivò Berlino nazista. Un bel salto dalla Swinging London. “Io non sono mai stato un grande lettore di polizieschi, ma avevo fatto un corso post-laurea in filosofia legale tedesca, roba assolutamente arida, ma che mi fece interessare alla storia economica della Germania negli anni Trenta. Fu così che pensai che sarebbe stato interessante scrivere un libro sulla vita quotidiana di quel periodo usando la tecnica del romanzo giallo”

Mai stato a Berlino? “Mai. Berlino la conosco solo dai libri. Ho passato 18 mesi a fare ricerche storiche. Volevo sapere tutto quello che c’era da sapere sulla Berlino pre-bellica che è un po’ come fare il detective visto che, da allora, ormai tutto è cambiato. Per fortuna l’agenzia di pubblicità per cui lavoravo era in St.James Square dove, dall’altra parte della piazza c’è la London Library, una delle più antiche biblioteche della città, se non del mondo. Avevano una grande sezione di libri che erano stati comprati negli anni Venti e Trenta, proprio il periodo che mi interessava. E ho cominciato da lì”.

I romanzi su Berlino sono fortemente caratterizzati da minuziosi dettagli d’epoca che creano un’atmosfera coinvolgente. “Era quello il mio obiettivo. Volevo che la mia Berlino fosse come la Los Angeles di Chandler. Mi chiedevo: cosa avrebbe scritto Chandler se avesse ambientato un romanzo nella Germania degli anni Trenta? E come trama ho evitato come la peste quelle storie dove si vuole uccidere Hitler, rubare l’oro tedesco e stupidaggini del genere. Volevo creare un’indagine intorno a un crimine ordinario che avesse una sua dignità pur essendo circondato dal Grande Crimine che si stava perpetrando nel paese. Così scrissi “Violette di Marzo”. E il mio agente mi fece notare che dopo tutto lo sforzo fatto per quelle ricerche potevo anche scriverne un altro. Così feci. E poi un altro ancora. Arrivato al terzo mi divertivo molto, ma decisi di non andare avanti per non diventare pigro e soprattutto per non dare al lettore qualcosa di scontato. Eppoi, diciamocelo chiaramente, se il mio Bernie Gunther avesse avuto lo stesso successo di James Bond, lasciarlo sarebbe stato molto difficile, ma, all’epoca, non è che la gente facesse la fila per comprare i miei libri e allora perché non percorrere altri territori?”

I suoi editori, i suoi recensori la paragonano sempre a qualcuno. Ieri lei era Dashell Hammett. Oggi lei è Michael Crichton. Non si secca mai? “Essere paragonato a uno dei migliori, se non il migliore scrittore di best-seller del mondo è un onore, ne sono felice”.

Cosa cambia nella vita di uno scrittore che entra nella lista delle migliori giovani promesse inglesi, anno 1993? “Non cambia molto. La gente, per fortuna continua a non riconoscermi per strada, non sopporterei di avere una faccia famosa e riconoscibile. Certo, allora, è stato molto lusinghiero e il vantaggio è che, dopo, sono stato preso un po’ più sul serio. Però nell’ambiente letterario londinese il fatto che io faccia anche soldi è ritenuto pressochè criminale”.

Invidia? “Appunto. Tutti sono molto interessati ai soldi, ma nessuno lo ammette. È la storia della volpe e dell’uva. È chiaro che se uno scrive per vent’anni e non è pubblicato, finisce col dire che scrive solo per alti ideali e parla male di chi i soldi li fa”.

Fra lei e Hollywood è stato amore a prima vista, o quasi. Ma che ne è stato della trilogia su Berlino? “Anche quella è stata venduta, ma a una casa di produzione tedesca che non so cosa ne abbia fatto. A volte la gente compra un libro e poi si accorge che è difficile e costoso tirarne fuori un  film. Il cinema è un’area che non mi interessa più di tanto. Mi piace essere coinvolto alla periferia di Hollywood e finora ce l’ho fatta ad evitare di esserne risucchiato”.

Quindi niente prossimi trasferimenti a Los Angeles. “Non vivrei mai a Los Angeles. Se devo andarci, da Londra, sono dieci ore di aereo. Faccio quello che faccio più facilmente qui. E poi, ad essere onesto, vivrei molto più volentieri in Italia o in Francia che in America anche se il mio prossimo romanzo, ancora allo stadio di matita, è ambientato nell’America degli anni Sessanta”.

Allo stadio di matita? “Sì, io scrivo con una matita, ad essere più esatti, una penna porta mine. Lo trovo più fluido e manuale. Poi quando ho finito, ribatto il tutto al computer e nel frattempo faccio degli aggiustamenti. Non riuscirei mai a scrivere direttamente alla macchina. Ho bisogno di tempo, cambio. Il computer ti dà una libertà infinita. Pensi a quando si usava la carta carbone. Un incubo”.

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