J.D. Salinger e la giovane Holden

Facile fare della morale stando, al sicuro, al di qua della pagina scritta. Facile prendere le difese della scrittrice indifesa di turno, vittima, come questa volta, di avances epistolari e autrice di memorie al peperoncino che se fossero fra due camionisti, col cavolo che verrebbero prese in considerazione dal Gotha dell’editoria mondiale. Ma quando il porcello di turno, o presunto tale, è una leggenda letteraria vivente che ha scelto di scomparire dal raggio dei riflettori della celebrità e per di più si chiama J.D.Salinger, non c’è scampo.
Così, ecco uscire “At Home In The World”, a casa nel mondo (348 pagine, Picador), libro di ricordi in salsa morale, scritto da Joyce Maynard, 44 anni, signorina che vanta al suo attivo una rara convivenza di un anno proprio con quel Salinger, l’autore di A Catcher in the Rye (in italiano ll giovane Holden, editore Einaudi), romanzo in cui si specchiò un’intera generazione e che fu – ed è tuttora – fonte di dannazione eterna per il suo autore.
Questa, in breve, la storia: Joyce Maynard è matricola a Yale e scrittrice precoce. A 18 anni – è il 23 aprile 1972 – il supplemento domenicale del New York Times pubblica un suo saggio: An Eighteen Year Old Looks Back On Life, ovvero: una diciottenne fa il punto sulla sua vita. In copertina un ritratto di Joyce: gli occhi troppo grandi su un corpo sbarazzino. Con una mano si regge la testa, con l’altra si aggrappa a un piede calzato in scarpe da ginnastica innocenti, pre-moda grundge.
Prima di allora, annota nel suo articolo Joyce la categoria dei teen-ager, quella fascia giovanile che va dai 13 ai 19 anni, non esisteva: esistevano solo gli adolescenti che poi diventavano subito giovanotti. I teen agers (in inglese i numeri dal 13 al 19 hanno la desinenza “teen” e, da qui, nasce il termine teen-ager, appunto) sono un’invenzione del dopo guerra, un’invenzione che, appena concepita, è stata fregata. “Ci avevano promesso che quando saremmo cresciute avremmo potuto metterci il rossetto”, lamenta Joyce “ma quando abbiamo avuto l’età, il rossetto non era più di moda. Quando saremo grandi balleremo il twist come Chubby Checker, ma quando siamo stati grandi la nostra musica non aveva passi speciali da imparare e siamo rimasti a saltellare su noi stessi. Aspetta che arrivi il giorno che potremo votare, che potremo cantare, con Joan Baez, “We shall Overcome” e vi faremo vedere noi. Quando è arrivato il tempo di votare, tutto sembrava ormai avere perso interesse”.
Quella di Joyce è stata la prima generazione cresciuta con la Tv e non è un caso che la ragazza fosse una televisione-dipendente dichiarata, che passasse le sue giornate scanalando da una soap-opera ad un’altra, che la sua vita si misurasse su quella di Ozzie and Harriet, del Dik Van Dyke Show o dell’Andy Griffith Show. A otto anni Joyce scrisse al presidente della catena televisiva CBS per informarlo della sua disponibilità a rimpiazzare Angela Cartwright, la bambina-attrice protagonista del Danny Thomas Show, nel caso quella parte si fosse resa disponibile. A quindici anni scrisse ai produttori di Sesame Street suggerendo di introdurre un personaggio teen-ager nel loro show che, nel caso, lei avrebbe potuto interpretare perfettamente.
Lo stesso anno in cui si autocandida a Sesame Street, Joyce scrive alla redazione del giornale Seventeen proponendosi come collaboratrice e accludendo un esempio dei suoi scritti. Il giornale è interessato e acquista un suo pezzo. Per posta, a casa, Joyce riceve un assegno di 100 dollari. È l’inizio di una carriera nel mondo della scrittura.
Dopo l’uscita dell’articolo sul New York Times Joyce è inondata di posta di lettori che si congratulano, criticano o vogliono confrontare le proprie esperienze con quelle della coetanea. Fra le lettere ce n’è una speciale. L’indirizzo sulla busta è scritto a mano. La carta è un foglio singolo del tipo ultraleggero, quasi trasparente, di quelli usati per la corrispondenza via aerea. Dal tipo di battitura a macchina è possibile dedurre che il testo non è stato scritto da una segretaria. La spaziatura è irregolare. Alcune lettere non sono allineate. Altre galleggiano nella pagina. L’indirizzo del mittente non lascia trapelare indizi e indica soltanto: Cornish, New Hampshire. La lettera comincia con un formale “Cara signorina Maynard”. Il contenuto loda la qualità della scrittura di Joyce, dà consigli su come coltivarla e su come evitare le trappole che gli sciacalli dell’editoria avrebbero, d’ora in avanti, disseminato sul suo cammino di enfant prodige. Attenzione anche a non farsi troppo coinvolgere dal deprecato giornalismo, corruttore di qualità letterarie. Lo scritto, infine, termina con delle scuse per aver espresso una visione così pessimistica della vita, ma il motivo è: “anch’io ci sono passato, anch’io conosco i pericoli e le lusinghe del successo giovanile”. La firma: J.D.Salinger.
Un brivido. Ma, ironia, Joyce Maynard, era probabilmente l’unica matricola di Yale a non aver letto, fino ad allora, Il giovane Holden. O, se per quello, nessun altro scritto di Salinger. Sì, certo, lo conosceva di fama – come poteva non conoscerlo – ma confessa: “Se avessi ricevuto una lettera da una rock star come Bob Dylan, da un presentatore televisivo come Johnny Carson o anche da un regista come Peter Bogdanovich, che allora andava forte, mi sarei emozionata molto di più”.
Joyce, da una parte, è felice, dall’altra è presa da attacchi di ansia. Cosa scriverà a Salinger? Come? Dovrà soppesare ogni parola, ogni frase? La prima stesura della risposta è scritta a mano, su un blocco di carta gialla formato protocollo. Quando il risultato la soddisfa, ribatte il tutto a macchina. Per conservarne una copia usa la carta carbone come le aveva insegnato la mamma, ardente archivista epistolare.
Scrivere la conforta. Scrivere è uno scudo nei confronti del mondo esterno. Scrivere le evita il turbamento dell’essere ancora vergine. Già, perchè, fino ad allora non ha conosciuto uomini e la condizione di illibatezza le rovina la vita. È un tarlo continuo. Per esorcizzarlo non trova niente di meglio che scrivere della sua esperienza su un giornale femminile. L’articolo si intitolerà: “L’imbarazzo di essere vergini”. Annota Joyce: “Sono troppo timida per rivolgere la parola a un ragazzo che mi piace, giù in mensa. Non riesco neanche a trovare il coraggio di sedermi accanto a qualcuno che non conosco, eppure posso benissimo scrivere un articolo, che sarà letto da decine di migliaia di persone, in cui ammetto candidamente di non avere mai avuto esperienze sessuali. La mia è una vita vissuta sempre più sulla carta”.
Anche con Salinger, scrivere le viene facile. Eppoi ci sono due cose che l’hanno colpita nel biglietto che ha ricevuto. Una è il fascino della “voce letteraria” che si sprigiona dallo scritto. L’altra è che lo sconosciuto ammiratore sembra conoscerla alla perfezione. Scrive Joyce a Salinger: “Ricorderò i suoi suggerimenti finche vivrò. Leggo e rileggo la sua lettera, la porto sempre con me. A dire la verità, adesso, non ho neanche più bisogno di leggerla: la conosco a memoria. Non solo le parole, ma i sentimenti che esprimono”.
“Non avevo neanche bisogno di apparire troppo letteraria nella mia risposta a J.D.Salinger”, scrive oggi Joyce nelle sue memorie “anche perchè quello che lo aveva attratto di me era proprio la mia mancanza di interesse nel mondo letterario. Gli scrivo che mi piace andare in bicicletta che non ho molti amici, che ascolto musica, che disegno, che mi piace recitare e che spero, un giorno, di diventare attrice. Gli racconto del mio mondo quotidiano: del dormitorio universitario, delle lezioni di inglese, della mensa, della commedia in cui recito. Gli dico anche di non sentirmi totalmente a mio agio qui a Yale. Buffo come possa dire a questo sconosciuto, cose che non direi mai a un ragazzo della mia età. Buffo come, con lui, di cui non so niente, possa parlare con la mia vera voce”.
La prima lettera di Salinger è datata 25 aprile. La successiva porta il timbro 2 maggio. È scritta mentre è in volo verso New York e trasuda le solite paranoie: attenzione alla fama che può distrarre dalla scrittura, attenzione a quei tipi dell’editoria nuovaiorchese. E, a proposito, va bene che lei lo chiami “signor Salinger”, ma, se lo desidera, può chiamarlo Jerry.
“In superficie siamo molto diversi”, riflette Joyce. “Lui ha trentacinque anni più di me. Entrambi siamo, sì, mezzi ebrei, ma lui è cresciuto a New York in una famiglia bene; io vengo da un paesino di campagna. Lui ha combattuto nella seconda guerra mondiale, veterano dello sbarco in Normandia; la mia unica esperienza politica è stata quella di distribuire adesivi della campagna elettorale di Lyndon Johnson. Lui è stato sposato due volte e io ho, forse, baciato un solo ragazzo in vita mia. Lui, a trent’anni, era all’apice del successo e ha scelto volontariamente di lasciarsi tutto dietro le spalle. Lui ha bisogno di quiete e solitudine per leggere, meditare e studiare senza essere distratto; io, invece, voglio andare a feste piene di gente famosa, voglio vestirmi bene, andare a pranzo al ristorante, rilasciare interviste, farmi fotografare, ballare al Plaza. Voglio andare a Hollywood: già mi vedo sul palcoscenico del Dorothy Chandler Pavillon mentre accetto l’Oscar. Mi vedo recitare a Broadway, posare per Vogue. Voglio avere soldi e riconoscimento internazionale e bei vestiti”.
E a Yale, neanche a farlo apposta, si respira carrierismo, a Yale, in quella primavera del 1972, c’è la più alta concentrazione di giovani brillanti e ambiziosi che potevi trovare negli Stati Uniti. Tanto per non fare nomi ci sono Bill Clinton e Hillary Rodham. Per la cronaca c’è anche Meryl Streep.
Le lettere di J.D.Salinger non contengono mai accenni riconducibili a sottintesi sessuali. Non accenna mai a nessuna donna nella sua vita passata o presente, nemmeno alla madre dei suoi figli. Joyce, dal canto suo, si guarda bene dal dire di non avere mai avuto un fidanzato. Eppoi questa relazione letteraria ben le si addice. Il fatto che Jerry Salinger non sia una presenza fisica le dà un senso di sicurezza. Si sente rassicurata dal non aver a che fare con la “meccanica dei corpi, dei baci, dei corpi nudi”.
Alla fine del trimestre di primavera Joyce si decide ad acquistare una copia del Giovane Holden. “È una strana sensazione vedere il nome che conosco come una firma in fondo a una lettera, stampato a lettere gialle su una copertina rossa”. Dopo averlo letto chiederà a Jerry come gli sia venuto in mente quel buffo nome per il protagonista del romanzo: Holden Caulfield. Lui le risponde che aveva mescolato il nome di William Holden con quello dell’attrice Joan Caulfield. Pura attrazione cinematografica. Le dice anche che, per anni, Jerry Lewis aveva cercato disperatamente di acquistare i diritti del libro per poter produrre un film e recitare nella parte di Holden. Naturalmente le risposta è stata un deciso no.
In maggio Salinger le dà il suo segretissimo numero di telefono e Joyce, sempre così timida nei rapporti con gli altri, questa volta non perde un istante e chiama. “Lui ha una voce meravigliosamente ricca e profonda. Nessuna traccia di accento dell’est, parla con intelligenza, humor e grande sicurezza”.
Le telefonate, come le lettere, diventano giornaliere. Jerry Salinger è interessato a qualsiasi cosa Joyce abbia da dire. Vuole anche sapere cosa ha mangiato per cena. Di solito sono broccoli e yogurt. Ci sono però anche piccoli segreti che Joyce non rivela: che il suo corpo le sembra, come sempre, inadeguato e che ha messo gli occhi, naturalmente non ricambiata, su uno studente che segue il corso di disegno, che si chiama Garry Trudeau, che aveva appena raggiunto la celebrità con una nuova striscia che si chiamava Doonesbury.
È tempo d’estate, tempo di vacanze, tempo di progetti, tempo di digerire una fantastica offerta di lavoro alla pagina degli editoriali del New York Times. Ma prima di tutto è tempo di passare due giorni a Cornish, New Hampshire dove, finalmente, incontrerà il leggendario J.D.Salinger. Ovvero, Jerry.
“Ho sempre cercato di immaginare cosa passasse nella testa dei miei genitori quando sono venuti a prendermi all’autobus da Yale, prima che andassi a Cornish”, scrive Joyce che aveva raccontato loro dell’avventura che stava vivendo con un uomo di 35 anni piu’ vecchio di lei. “Possibile che nessuno di loro abbia pensato che questa non era proprio una grande idea. Possibile che non si siano chiesti cosa passasse nella testa di un cinquantenne che invitava una diciottenne a passare da lui il fine settimana. Ma, se per quello, i genitori di Joyce non si erano mai preoccupati che la figlia facesse l’autostop o che, all’improvviso, perdesse peso in modo vistoso o che il suo corpo non fosse quello di una normale diciottenne.
Anzi, la madre è orgogliosa che la figlia abbia attirato l’attenzione di un uomo così famoso e brillante. La madre le cuce persino l’abito da indossare per l’occasione. Tanto per restare in tema letterario le cuce le lettera A e Z sulle tasche davanti. Poi, siccome il padre non ama guidare in autostrada, è il suo ex insegnante di inglese ad accompagnarla all’appuntamento che segnerà per sempre la vita della ragazza.
L’appuntamento è davanti ad un motel. “Anche se conoscevo la sua faccia per averla vista solo su vecchie copie di Life, lo riconosco immediatamente”, ricorda Joyce. “È alto e la sua altezza è ancora piu’ notevole a causa della sua magrezza”. Indossa blue jeans e una maglia a girocollo. A dispetto dei capelli ormai grigi, Joyce rimane colpita dall’aspetto da ragazzino che si sprigiona dalle sue gambe lunghe, dalle lunghe braccia, dalle lunghe dita della mano. Eppoi gira su una BMW che guida con svogliata, veloce ed elegante noncuranza. Le sue prime parole sono: “I can’t believe you’re finally here”, non ci posso credere che sei finalmente qua.
L’incontro fra i due è da manuale d’amore. Come quello, a suo tempo teorizzato da Roland Barthes nei celebri “Frammenti” (di un discorso amoroso, naturalmente). “I due non si conoscono ancora. Bisogna quindi che si raccontino”, scrive Barthes. E Joyce e Jerome che non si conoscono, subito si raccontano: lei della sua famiglia, della storia del suo vero nome che e’ Daphne, ma tutti la chiamano Joyce. Lui racconta le sue manie di cibo che deve essere naturale, non raffinato, cotto in un certo modo, ad una certa temperatura; racconta anche dei suoi studi di medicina omeopatica di cui e’ un profondo conoscitore. “È il piacere narrativo, quello che appaga”, aveva annotato con saggezza Barthes.
In quel primo fine settimana prendono forma le prime schermaglie amorose. Lui le prende la mano mentre passeggiano. Lei dorme nella camera della figlia di Jerry e lui passa a rimboccarle le coperte. Lui cucina per lei. La porta in paese per il rito mattutino dell’acquisto del giornale. Al ritorno, nel cortile di casa, in auto, lui le passa un braccio dietro le spalle e la bacia. “I kiss him back”: Joyce restituisce il bacio.
Da questo momento in poi la relazione prende un ritmo accellerato. “Jerry Salinger vive nella mia testa. Parliamo al telefono tutte le sere e, a volte, anche durante il giorno, dal mio ufficio al Times. Non faccio che pensare a lui”. I fine settimana sono duri da passare separati. Non passano dieci giorni che Salinger guida cinque ore fino a New York per andarla a prendere e, via, altre cinque ore per tornare in campagna nel New Hampshire. “Questa volta, quando entro in casa, so come finirà”, dice lei.
La relazione sessuale fra Joyce e Jerry è complessa. Tutto quello che la ragazza sa sul sesso lo ha appreso da articoli letti sulla stampa femminile riguardanti soprattutto le relazioni prematrimoniali e le malattie veneree. Il disastro incombe. “Sono in piedi accanto al letto, indosso un abito da ragazzina. Lui me lo sfila dalla testa. Non indosso reggiseno. Non ne ho bisogno: non ho seno. Indosso solo mutandine di cotone che lui mi sfila. Buffo, penso che praticamente fino all’altro giorno giocavo ancora con le Barbie”.
Il problema è che Joyce non aveva fatto i conti con i muscoli vaginali che le fanno cilecca. Sono così tesi e duri che impediscono qualsiasi tentativo di rapporto sessuale. Salinger si dimostra comprensivo: tenteremo di nuovo domani. Domani, però, è uguale, se non peggio. E i giorni seguenti lo stesso. Joyce torna a New York, ma la vita non è più la stessa. Da una parte la vergogna è infinita, dall’altra la vicenda la lega ancora di più a Salinger che è l’unica persona con cui può confidarsi e con cui riesce a vedere un futuro in comune.
Lo vede così tanto che il successivo anno accademico decide di lasciar perdere Yale e mettere un freno alla sua carriera giornalistica. Il tutto per amore di J.D.Salinger e per quel maledetto vaginismo recidivo.
Salinger riversa su di lei tutte le sue paranoie. Lei è già anoressica e lui le insegna a disfarsi del cibo non macrobiotico eventualmente ingerito, cacciandosi due dita in gola. Lei indossa una minigonna e lui: non hai niente di meglio da indossare? Non vedi che sei ridicola? Joyce, invece, non riesce minimamente a scalfire la corazza del recluso letterario piu’ famoso del mondo.
Fra i due non succede praticamente nulla di interessante o di piccante fatta eccezione per del sesso orale sotto le coperte e il continuo tentativo di Salinger di guarirla da quel fastidioso vaginismo. Ma sempre senza successo. In un’intervista rilasciata da Joyce Maynard al San Francisco Chronicle all’indomani dell’uscita di questo suo libro negli Stati Uniti, ammette che in una situazione come quella non c’e’ mai una persona che è totalmente responsabile e una che è del tutto innocente. “Il fatto è”, dice “che io ero estremamente sensibile alla droga Salinger”.
La vita insieme, poi, cambia le prospettive. Intorno non è più grandi tramonti e foreste rigogliose. Le foglie degli alberi, ora, appassiscono anche. I pomodori muoiono per il gelo e l’unica luce che brilla intorno a loro è quella della televisione, davanti alla quale i due siedono per ore in silenzio. Lui comincia a non sopportare più che lei lasci la biancheria umida nella lavatrice. Brutto segno. Quando l’editore di Joyce – che sta per pubblicare il suo primo libro, Looking Back, memorie di una teen-ager – le chiede se pensa che J.D.Salinger vorrebbe fare una dichiarazione in favore del libro, la risposta di lui e’ “I think I’ll pass”, magari un’altra volta. E quello che la colpisce di più è l’espressione di orrore che Salinger non riesce neanche a nascondere. Looking back esce e lei si rende conto che sarà un altro motivo di scontro tra di loro. Il libro è, infatti, un concentrato di tutto quello che Salinger odia.
Lui, comunque, fa un ennesimo tentativo per cercare di avere un rapporto sessuale con lei: la porta da un medico di fiducia che, però, come gli altri, non ha la bacchetta magica per risolvere il problema. Per di più, Joyce vorrebbe avere un figlio da lui. Ma J.D.Salinger è stanco. “Non voglio avere più figli. Ne ho abbastanza di tutto questo”. Una pausa e poi: “È meglio che ora vai a casa e porti via tutte le tue cose”. Scaricata, così, su due piedi.
Un quarto di secolo dopo questi fatti, il Salinger che esce dal racconto di Joyce è, certo, un misantropo, uno che non sopporta la biancheria sparsa per casa, uno un filo odioso perchè non fa niente per aiutare il lancio del libro della fidanzata quando gli sarebbe bastato alzare un dito per farlo diventare il best-seller dell’anno, ma che diritto abbiamo noi di giudicare questi peccati, tutto sommato, veniali? Eppoi anche Salinger ha diritto di vivere come vuole. O no? A questa domanda Joyce è solita rispondere che, allora, lui non avrebbe dovuto scrivere delle lettere a una ragazzina e invitarla ad andare a casa sua. Però, oggi, ammette, non sente rancore anche perchè sono molte le cose che ha imparato da lui, soprattutto sul piano della scrittura. Ma allora cos’è – o meglio, chi è – per lei Salinger? “So solo quello che non è: non è un dio”.