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JFK: il caso è (davvero) chiuso?

17 marzo, 2009 | Scritto da claudio | Categoria: Articoli, Interviste, Libri, Video

E se Lee Harvey Oswald fosse veramente l’attentatore solitario di John Fitzgerald Kennedy, il 35esimo presidente degli Stati Uniti assassinato a Dallas, Texas, il 22 novembre 1963? E se quarantotto ore dopo Jack Ruby avesse veramente ucciso Oswald in un momento di follia vendicativa? Insomma, e se avesse ragione il tanto deprecato rapporto Warren e dietro gli angoli bui del mistero del secolo non ci fosse alcun complotto?
Questa la tesi “rivoluzionaria” sostenuta da Gerald Posner, ex avvocato passato al giornalismo investigativo, in “Case Closed”, Il caso è chiuso, un volume di 608 pagine edito da Random House.

John e Jacqueline Kennedy arrivano a Dallas, Texas, il 22 novembre 1963

Da quel novembre del ‘63, nei soli Stati Uniti, sono usciti qualche migliaio di libri che dibattono l’argomento: la stragande maggioranza deride le conclusioni a cui era arrivata la commissione d’inchiesta governativa guidata dall’allora capo della Corte Suprema, Earl Warren e sposa la tesi del complotto dietro al quale ci sarebbe ora la CIA, ora l’FBI, poi la mafia, poi i cubani anticastristi. A volte Oswald fa parte della congiura, a volte è una vittima innocente, o è un eroe che ha invano tentato di salvare il presidente. Raramente è l’assassinio solitario.
Certo è che i retroscena biografici dei personaggi chiave coinvolti nella vicenda non aiutano a fare chiarezza: Lee Harvey Oswald era un ex marine filo comunista che, a 19 anni, nel bel mezzo della guerra fredda, cerca asilo politico in Unione Sovietica e dopo aver assaggiato le delizie del socialismo reale strepita fin quando non lo fanno ritornare negli Stati Uniti; Jack Ruby era un  proprietario di night con sotterranee connessioni mafiose, omosessuale, patriota dichiarato, ebreo non praticante, ma apparentemente ossessionato dall’idea che forze oscure volessero gettare la colpa dell’assassinio sulla comunità ebraica di Dallas.
Buffo, come dopo tutto questo tempo, nonostante giornali, televisione, libri abbiano tenuta calda l’attenzione del pubblico, certi dettagli fondamentali dell’inchiesta si siano persi per strada. Un po’ per pigrizia, un po’ per assecondare questo o quel complotto. Ed è per sgombrare il campo da tutte le forzature, le inesattezze, le partigianerie, che Gerald Posner si è posto un compito ingrato: ripercorrere, passo passo, l’inchiesta ufficiale alla luce di nuove verifiche, nuove testimonianze: straordinaria quella rilasciata da Yuri Nosenko, l’ex alto funzionario del KGB passato all’occidente nel gennaio del 1964 che, a suo tempo, aveva, seguito la pratica per la richiesta di Oswald di asilo politico a Mosca. A parte rarissime eccezioni, nessuno prima di Posner era mai riuscito a parlare con Nosenko e soprattutto a raccogliere tutte quelle informazioni. E il risultato è un manuale del perfetto investigatore, scritto in tono secco, senza la sbavatura di un aggettivo di troppo, dove anche le note a piè di pagina sono fonte di interesse. Un grande omaggio alla memoria di John Kennedy. In pratica, quello che il rapporto Warren avrebbe dovuto essere e non è stato.
Allora, il caso è veramente chiuso?
«No, al di là del titolo ambizioso non ho l’arroganza di possedere la verità. Ho solo voluto fare chiarezza sui fatti, ripulirli dalla stratificazione del tempo e delle inesattezze».
Come è nata l’idea di “Case Closed”? «Sono sempre stato un lettore accanito di libri che sposavano la teoria del complotto e ad un certo punto mi sono accorto che troppo spesso uno contraddiva l’altro, non su tesi generiche, ma su fatti specifici. Così ho pensato di mettere da parte i cosiddetti documenti storici e di ripartire con l’indagine da zero. Il risultato è un libro basato su informazioni primarie e non su degli “hanno detto” e “hanno scritto”. Non pretende, ripeto, di avere la verità assoluta, ma è da raccomandarsi prima di intraprendere qualsiasi altra lettura sul caso Kennedy. Il lettore avrà a disposizione uno strumento per giudicare l’attendibilità o meno di certe prove che si pretendono di spacciare per storiche».
Lei prende seriamente in esame l’ipotesi di un coinvolgimento della mafia nell’assassinio, mentre non sembra dare molto peso alle teorie del complotto governativo.
«Non ho mai pensato che il governo fosse coinvolto. È gente troppo inefficiente. Se mai qualcuno fosse riuscito ad organizzare un complotto del genere non sarebbe riuscito a tenerlo segreto per 30 giorni, si figuri per 30 anni. L’unica eventuale pista seria mi sembrava quella della mafia, a causa dei legami con Jack Ruby».
In pratica lei dice che c’è stato un insabbiamento e un tentativo di inquinamento delle prove ma solo in relazione all’inettitudine di FBI e CIA?
«Assolutamente. L’FBI ha incasinato l’inchiesta. Hanno distrutto un appunto di Oswald per cercare di minimizzare  i contatti che avevano avuto con lui. La CIA se la faceva sotto all’idea che la commissione Warren scoprisse e rendesse pubblica l’alleanza stopulata con la mafia con l’obiettivo di uccidere Fidel Castro. Viene da ridere pensando che una delle più popolari teorie vedrebbe la CIA e la mafia complottare contro Kennedy. Ma se lo immagina: da tre anni e mezzo cercavano di far fuori Castro e non ne azzeccavano una. Vorrei stendere un velo pietoso sul tentativo di rifilargli sigari esplosivi. Sembravano la Banda Bassotti. E si vorrebbe far credere che, all’improvviso, con precisione inaudita, uccidono il presidente degli Stati Uniti e insabbiano le prove in modo tale che per 30 anni sono riusciti a sfuggire a cani mastini di investigatori».
Lei descrive Oswald come uno molto attento ai dettagli. L’attentato di Dallas sembra invece un episodio estemporaneo. Come lo spiega?
«Kennedy è un bersaglio assolutamente casuale. Se Oswald fosse stato a Mosca, probabilmente il bersaglio sarebbe stato Nikita Kruscev. Questa per lui era un’occasione per azzoppare il sistema, per dare uno schiaffo a uno di questi due paesi – gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica – che ormai odiava e disprezzava perché avevano deluso le sue aspettative. Il caso vuole che Kennedy gli attraversi la strada. Certo non è una missione suicida. Se ci fosse stata un minimo di sicurezza nel palazzo, se i suoi colleghi avessero fatto, come al solito, colazione sparpagliati nei diversi piani del deposito di libri, Oswald avrebbe ripreso il fucile e se ne sarebbe ritornato a casa. L’attentato è talmente improvvisato che Oswald arriva sul posto con solo 4 colpi nel caricatore invece dei sei che poteva contenere. Più abborracciato di così. E poi, guardi, il 26 settembre quando Kennedy decide di visitare Dallas, Oswald è in viaggio verso Città del Messico dove cerca disperatamente di ottenere dall’ambasciata cubana un visto per l’isola. Se i cubani  lo avessero accontentato, la strada di Oswald non avrebbe mai incrociato quella di Kennedy. E quando torna a Dallas, in ottobre, non c’è ombra di contatti con nessuno. Oswald non incontra nessuno, non telefona a nessuno, non parla con nessuno se non con la moglie. In 30 anni di indagini non è mai emerso niente. E se non ci sono contatti non c’è complotto».
Sapremo mai la verità?
«Dopo 30 anni di pasticci chi crede più al governo. Se domani rendessero pubblici, senza censura alcuna, tutti i documenti dell’inchiesta e non si trovasse traccia di complotto, ci sarebbe sempre qualcuno che direbbe: hanno distrutto le prove».
In tutta questa storia la famiglia Kennedy è sempre rimasta nell’ombra, in silenzio. Perché?
«I Kennedy sono la più potente – direi l’unica vera dinastia politica in America. Hanno il paese e la stampa dalla loro parte. Il silenzio, secondo me, indica che anche loro non credono ci sia molto di più di Lee Harvey Oswald dietro la morte del presidente. In caso contrario ci sarebbero stati i fuochi d’artificio e le assicuro delle teste sarebbero cadute».

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