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Il vicolo cieco dei vigliacchi

5 marzo, 2009 | Scritto da claudio | Categoria: Articoli, Biografia, Frammenti, Libri

James Ellroy

James Ellroy è uno scrittore duro. Abrasivo. Scostante. A James Ellroy, bambino, hanno strangolato la madre e lui non perde occasione per raccontare storie di donne squartate nel corpo e nell’anima. James Ellroy è l’erede post-moderno della hard-boiled school. Suoi maestri lontani sono Dashiell Hammett e Raymond Chandler. “Il mio mondo, dice Ellroy, è quello di Hammett. Hammett scriveva dell’uomo che aveva paura di essere, mentre Chandler scriveva dell’uomo che avrebbe voluto essere”. Anche se, poi, come Chandler, il mondo di Ellroy gravita tutto intorno a Los Angeles dove ha vissuto 33 anni. “La città che descrivo io è, però, opposta a quella di Chandler. C’era una bellezza intrinseca nella sua Los Angeles che non si ritrova assolutamente nei miei romanzi”.
“A Los Angeles arrivi spregiudicato, riparti pregiudicato”, è la battuta preferita di Ellroy che riprende anche in uno dei saggi che fanno parte di “Corpi da reato”, un libro (Bompiani) che sembra messo insieme da uno che si è fatto di Lsd. Roba che se non arrivasse dall’America, col cavolo, che in Italia qualcuno lo avrebbe pubblicato. Il fatto è che i pezzi che compongono il volume sono articoli giornalistici scritti per il mensile GQ fra il 1994 e il 1998, frutto della collaborazione sincronica con Art Cooper direttore del prestigioso periodico americano. Anche se il termine “articoli giornalistici” non rende l’idea di cosa si tratti esattamente. Infamie inedite, le chiama Ellroy. Del tipo: “Howard Hughes sballa per una squillo detta Dusky Deelite. Rin Tin Tin si è scopato allo spasimo Lassie in un recente raduno di ragazzini. Mickey Cohen fatica a finanziare quella cagna in calore di Candy Barr. Candy partecipa a pellicole porno e manovra montagne di marijuana. Mickey è in penuria e postula prestiti persino ai suoi scherani, Stompanato ha piantato Mickey. Lana Turner è in lacrime e lutto per l’ex, Lex Barker. Ma ecco che Stompanato si stampa estemporaneamente nella sua esistenza: la bistratta, l’abbindola, l’abbuffa di banana, e adesso Lana con la lingua lisa e la bocca imbottita biascica: Lex chi? Bob Mitchum si monta una mulatta in un malfamato night di negropoli. Porfirio Rubirosa ha piroettato la proboscide a un party per Bill Bendix. Rock “Roccia” Hudson predilige prenderlo e porgerlo con giovani garzoni giunchiformi: glieli procura, previa pecunia, una checca chic che fa il cameriere al Delorès Drive-In. Lenny Bruce denuncia drogati alla Divisione Narcotici”,
E in questo mondo, Ellroy, ci pesca a piene mani. Nei suoi racconti le bambole sono bionde veneri vistose vestite da puttane come i manichini delle vetrine di Frederick’s di Hollywood. E anche le dive del calibro di Lana Turner non sono da meno. Racconta Ellroy come Johnny Stompanato, alias Johnny Valentine, ex guardia del corpo del gangster Mickey Cohen e famoso gigolò, strapazza sboccatamente Lana. Lana risponde per le rime. Sprizza disprezzo. Vomita vetriolo. Gela Johnny giocando sulle sue glorie di gigolò, lo pela sulla pochezza del suo penuncolo, lo irride per la sua incommensurabile ignoranza. Gli dà del manigoldo mezzo mafioso, sfruttore di finocchi, lenone di lesbiche e magnaccia di mignotte. Lo accusa di passare il suo patetico pistolino a quella lavandaia di Yolanda, di farle da pappa e prostituirla previo agghindarla in ghingheri con la sua gonna di Givenchy. Un delicato declamare, come lo chiama Ellroy, che distoglieva dalle delizie della colazione vicini come Dino De Laurentiis, John “il duca” Wayne, Walt Disney.
Nella versione letterario-revisionista di Ellroy a far fuori Stompanato non è, come nella realtà, Cheryl Crane, la figlia quattordicenne di Lana Turner che lo sbudella per difendere la madre dall’ennesima aggressione, ma è Yolanda, quella della gonna Givenchy. Licenza letteraria.
Nella serie dei ritratti di questo “Corpi da reato”, da non perdere è il capitolo dal titolo “L’assassinio di mia madre” che è l’aperitivo giornalistico da cui è, poi, nato il libro “I miei luoghi oscuri”, scritto in collaborazione con il detective Bill Stoner, uscito l’anno scorso in Italia, sempre da Bompiani.
La storia della vita di Ellroy è un romanzo giallo legato indissolubilmente alla città degli angeli. “Los angeles è il luogo dove vai se vuoi diventare qualcun altro”, dice. Los Angeles è bella e spietata e, soprattutto è carica di un’energia che annienta e che fa passare a chiunque la voglia di interrogarsi sulla ragione che lo ha spinto a Los Angeles.
Lui a Los Angeles c’è direttamente nato. La seccatura della migrazione se l’erano sobbarcata i suoi genitori. “Mio padre arrivò a Los Angeles a metà degli anni Trenta. Era alto, bello e dotato di un notevole bagaglio di stronzate. Si era guadagnato un paio di medaglie durante la Prima Guerra Mondiale e questo lo spingeva a vantarsi di eroismi inventati di sana pianta. Saltava addosso a qualunque donna glielo permettesse e quelle che non glielo permettevano le giudicava irrimediabilmente lesbiche. Rita Haywoerth lo ingaggiò come contabile nonchè, a detta di mio padre, come occasionale ma efficiente prodigatore di minchia.
“Mia madre vince un concorso di bellezza organizzato dalla casa di cosmetici Elmo e nel dicembre del ’38 volò a Los Angeles per incassare il premio. Conobbe un coglione che non s’è mai capito se era o no l’ereda della fortuna degli Spalding degli articoli sportivi. Lo sposò e ne divorziò nel giro di qualche mese. Conobbe mio padre nel ’40 e perse la testa per quanto era bello e per il suo bagaglio di stronzate. Mio padre piantò la moglie e andò a vivere con mia madre. Si sposarono sette mesi prima della mia nascita.
“Mi portavano al cinema e mi incitavano a leggere libri. Sono cresciuto all’epoca del film noir. Mio padre diceva che Rita Hayworth era ninfomane. Johnnie Ray era checca. Lizabeth Scott era lesbica. I musicisti jazz erano tutti dei tossici. L’Algiers Hotel era un rinomato scopatoio. Un nano carogna di nome Mickey Cohen controllava i racket di Los Angeles dalla sua cella nel penitenziario. In realtà Rin Tin Tin era femmina. In realtà Lassie era maschio. Los Angeles era un inferno fuligginoso. Un abitante su tre era guardone o ladro o omosessuale o truffatore o fiutamutande o prostituta o strafatto di ero o magnaccia. Gli altri due terzi della popolazione erano composti di culistretti che cercavano di resistere all’impulso di sbirciare, rubare, truffate, omosessuare, strafarsi, fiutare mutande.
“A nove anni conobbi una versione concentrata di quanto sopra. La conobbi perché il 22 giugno 1958 qualcuno trucidò mia madre e riuscì a passarla liscia”.
Un altro che è riuscito a passarla liscia è O.J.Simpson a cui Ellroy aveva dedicato un ritratto su GQ, scritto quando il processo contro l’ex star del football accusato di aver ucciso l’ex moglie e un presunto fidanzato di lei, era ancora in corso e fa parte di questa antologia con il titolo “Sesso, lusso e soldi”.
L’analisi di Ellroy è lucida e spietata. Mentre la stampa dozzinale e le televisioni spazzatura si gettavano sul processo come iene affamate, lui scriveva: “In fondo il doppio omicidio Simpson/Goldman è un delitto dozzinale. Se togliete la celebrità del sospetto omicida e il fascino dell’ambiente dello spettacolo vi resterà un crimine improvvisato”. È un affresco rinascimentale la descrizione che Ellroy fa di O.J. Simpson, uno che ha sistematicamente e brutalmente pestato la moglie per tutti gli ultimi cinque anni della sua vita, dandole in cambio il privilegio di guidare una Ferrari.
“Il caso O.J.Simpson è un gigantesco romanzo russo ambientato a Los Angeles”, scrive Ellroy. “La storia si svolge a Los Angeles perché è il miglior posto sulla faccia della terra dove farsi gonfiare le tette o l’uccello. Il sogno di O.J. Simpson era diventare bianco. Il sogno di Ron Goldman era diventare attore. A Nicole bastava quella celebrità di seconda mano che deriva dall’andare a letto con uomini famosi. Il rapporto fra Nicole e O.J. fu equivoco e collusivo sin dall’inizio. Lui prendeva  bordo l’esatto tipo di bionda mozzafiato su cui cinquant’anni di cultura popolare gli avevano insegnato a sbavare. Lei prendeva a bordo un bell’uomo famoso e ricco, per di più immaturo e quindi, secondo lei, facile da dominare. Entrambi si avviarono verso Hollywood. O.J. portò con sè Nicole e la fece diventare celebrità dipendente con lo stesso principio per cui i papponi fanno diventare droga-dipendente le loro puttane. La portò in un mondo dove lui era un cittadino di seconda classe. I suoi amici non avevano di meglio da offrirgli che ruoli marginali in filmetti comici di quart’ordione. Era impossibile fare di lui una star del cinema, non tanto per la gamma espressiva degna di una tartaruga, quanto perché a Hollywood la sua immagine era quella di leccaculo di potenti”.
E anche la sua immagine durante il processo non è che fosse tanto diversa. “O.J. si è ficcato nel vicolo cieco dei vigliacchi, dice secco Ellroy, non ha cuore di cambiare vita e per togliersela ci vuole immaginazione: devi trovarti in uno stato di dolore talmente intollerabile da farti preferire qualunque cosa alla sofferenza. E per fare questo lui non ha le palle”.

1 Commento a “Il vicolo cieco dei vigliacchi”

  1. Au Lapin Agile » Blog Archive » James Ellroy: un’adolescenza ai margini del crimine scrive:

    [...] NOTA: A proposito di Ellroy date un occhiata anche a questo link: Il vicolo cieco dei vigliacchi [...]