Fidel, te quiero mucho

«Mio nome è dottor Castro Fidel. Io sono Cuba. Posso visitare sua grande nave?». Era il 27 febbraio 1959. La motonave M.S. Berlin, registro navale tedesco, era all’ancora nel porto dell’Avana dove, qualche settimana prima – l’8 gennaio – Fidel Castro, rovesciato il regime di Fulgencio Batista, si era autoincoronato signore assoluto di Cuba e si era istallato al 24esimo piano dell’Havana Hilton Hotel, suite 2406-8, dal cui balcone, quella mattina, aveva visto la M.S. Berlin entrare in porto. Messi da parte gli assilli rivoluzionari aveva organizzato una spedizione per andare a curiosare fra i capitalisti in vacanza. A fare gli onori di casa per l’inaspettata visita era la diciannovenne Marita Lorenz, figlia del comandante Heinrich F. Lorenz, in quel particolare momento impegnato nell’indisturbabile pisolino pomeridiano.
A Marita non era ben chiaro chi fosse quel signore dalla barba incolta, con gli stivali da combattimento slacciati da cui spuntavano calzini di colore diverso e che parlava in un inglese rotto e approssimativo, ma non le piaceva l’idea che lui e i suoi fossero saliti a bordo armati fino ai denti. Fu così che la ragazzina ordinò ai rudi barbudos di depositare le armi sul ponte.
Fidel le consegnò il fucile e «le nostre mani si sfiorarono, i suoi occhi erano nei miei, il suo corpo lambiva il mio, il suo alito e la sua barba mi solleticavano il naso». Da quel momento fu amore a prima vista: «Avevo ancora fra le mani il fucile confiscato: la canna era fra le sue gambe: se avessi accidentalmente tirato il grilletto avrei disseminato le parti private del leader cubano sul territorio tedesco», scrive Marita Lorenz in Marita, un volume autobiografico in cui le gesta amorose di dittatori sudamericani si mescolano a personaggi che si chiamano Lee Harvey Oswald e Jack Ruby.
Quando il comandante emerse dal sonno furono fatte le presentazioni ufficiali. «Papà questo è il dottor Fidel Castro Ruz, comandante di Cuba». Agli ospiti fu fatta visitare la nave e offerto un rinfresco. Castro non mancò di chiedere consigli politici al comandante Lorenz che lo ammonì: «L’unica cosa che non deve mai fare è alienarsi la simpatia degli Stati Uniti». E Castro: «Non ne ho nessuna intenzione. Io, Comunista? Mai. La mia è una rivoluzione umanitaria». Durante la cena che seguì, Fidel trovò il tempo di contrabbandare sotto la tavola un tovagliolo su cui aveva scritto: “Para Marita, Alemanita Mia – Siempre, Fidel, Feb. 27, 1959”. Al momento dei sigari Castro chiese al comandante se poteva tenersi sua figlia come segretaria personale, questi rispose, grazie, ma la ragazza deve ancora finire la scuola.
L’ora degli addii giunse sullo sfondo di un tramonto tropicale profumato al gelsomino accompagnato da una rumba che l’orchestra suonava sul ponte inferiore. La processione dei visitatori era aperta da Marita e Fidel mano nella mano, seguiti da venticinque barbudos e due ufficiali della Berlin. «Con la scusa di mostrargli il porto dell’Avana, lo spinsi fra le scialuppe di salvataggio sei e sette, mentre gli altri andavano avanti. Fidel mi teneva stretta. Non volevo che questo momento finisse mai. Mi baciò, oh, il mio primo bacio. Potevo sentire l’aroma dei suoi sigari cubani sulla barba. Mi sussurrò: Dulce, te quiero, mi cielo. Resta con me. E io: Fidel non posso, salpiamo fra due ore. E lui: Forse sono troppo vecchio? E io: no, sei perfetto. Poi mi mostrò l’Hilton dove, disse, mi avrebbe aspettato. Promettimi che tornerai». Dissolvenza sul porto.
Settimane più tardi Marita è sola nell’appartamento di famiglia a New York sull’87esima strada. Suona il telefono. Operatore: «Attenda, le passo il primo ministro». Il cuore le salta in gola. E lui: «Mi manchi. Torna all’Avana, Te quiero mucho Alemanita». A niente valgono le scuse. Meno di ventiquattro ore dopo tre barbudos la scortano all’aeroporto dove un apparecchio della Cubana Airlines l’attende per farla volare alla suite 2406-8 dell’hotel Hilton dell’Avana. Lui : «Stai con me per sempre», «Sì, sempre». Scrive ancora Marita: «La nostra passione ci fece dimenticare il mondo intorno a noi. Mano nella mano chiudemmo le persiane e Fidel ordinò a Che Guevara di non disturbarlo». Le effusioni durarono cinque ore. Il commento di Marita fu: «Non sembrava mai completamente nudo: indossava sempre la barba».
Era marzo. Ad aprile Marita era incinta e gelosa delle lettere delle ammiratrici, soprattutto di quelle focose di Ava Gardner che, a un certo punto, stanca di aspettare i comodi di Castro si era presentata direttamente al famoso hotel Hilton dove, riconosciuta in Marita quella che le strappava le lettere, le affibbiò uno schiaffone scatenando l’intervento di una delle guardie del corpo di Castro. Più tardi Fidel rassicurò Marita: aveva mandato un barbudo a soddisfare i desideri erotici dell’attrice.
Ma il pericolo non era solo della concorrenza femminile. Il 15 ottobre, approfittando dell’assenza di Castro dall’Avana, elementi controrivoluzionari – una categoria dello spirito di moda ai tempi della guerra fredda – le drogarono il bicchiere di latte quotidiano e la rapirono, apparentemente, per farla abortire. «C’era una luce violenta. Mi svegliai con la pancia piatta. Il bambino non c’era più. Ma da qualche parte un grido, un pianto di bambino. Il mio bambino era vivo». Come in un classico dello spionaggio – quelle pellicole in bianco e nero, tutte ombre e coni di luce – Marita si risveglia all’Hilton, nella suite di Castro, in un bagno di sangue. Il compagno Cienfuegos cerca di mettersi in contatto col comandante supremo al telefono e quando ci riesce quello gli risponde: «Non mi dire. Chi?». Marita, insanguinata, lascia l’Avana con in tasca l’anello di fidanzamento, la chiave della famosa suite e le lettere d’amore di Fidel. «Non avevo dubbi: sarei tornata».
Sì, Marita sarebbe tornata all’Avana, ma con in tasca delle pillole per uccidere Castro, regalo della CIA, e in particolare di Frank Sturgis, personaggio che ritroveremo anni più tardi coinvolto nello scandalo Watergate. All’epoca Sturgis si faceva le ossa con le organizzazioni anticastriste e aveva preso in carico Marita. La CIA contava di usare il risentimento della donna verso Castro, ma non aveva fatto i conti con “l’amore” – sui volantini anticastristi che la CIA paracadutava sull’Avana lei scriveva, a mano: “Fidel, ti amo” – come non aveva fatto i conti con la stupidità: Marita aveva nascosto le pillole avvelenate in un vasetto di crema di bellezza e al momento di usarle quando si era trattato di rifilarle a Castro erano diventate una pappina che, anche gettata nel water, continuava a ritornare a galla nonostante i ripetuti getti di sciacquone che rischiarono di insospettire Fidel.
L’incontro registrato da Marita si sarebbe svolto così: «Fidel entrò nella stanza come se io non me ne fossi mai andata. Voglio sapere del bambino, gli dissi. Non so niente, rispose lui accigliato. Stai attento, mio padre ti potrebbe uccidere. Allora Fidel crollò, disse che non aveva mai dato nessun ordine, che il dottore aveva agito di testa sua». Fidel era stanco. «Ti hanno mandato ad uccidermi? Si, Fidel, mi hanno mandato ad ucciderti». Fidel le dà la sua 45 e la sfida: «Spara». E lei: «È arrugginita, ha bisogno di essere oliata». Adesso Fidel è nudo, con la barba e i calzini – sempre di colore diverso, uno nero, uno marrone, ma, nota lei, stranamente senza buchi. Di lì a poco giocano al kamasutra mentre da sotto il letto spunta il fedele bazooka da cui Fidel non si separava mai. Al ritorno negli Stati Uniti gli agenti della CIA chiedono a Marita perchè non l’ha ucciso e lei risponde: «Da vivo può costruire ospedali e scuole per i bambini».
Il debole di Marita verso i maschi latino americani si rinfuoca con la conoscenza carnale di Marcos Perez Jimenez, ex presidente del Venezuela, nemico giurato di Castro. Annota Marita: «Fidel mi amava, Marcos mi trovava sessualmente eccitante». Neanche dirlo, qualche settimana più tardi Marita è incinta. Il suo commento pimpante è: «Marcos sarebbe diventato papà e avrebbe imparato a cambiare i pannolini». Commenti in casa? «Non capisco perchè la mamma non era felice di avere un altro dittatore in famiglia». Nasce Monica.
Nella vita spericolata di Marita sfilano nemici eccellenti come Robert Kennedy, all’epoca ministro della giustizia, che impacchetta l’imbarazzante Jimenez e lo spedisce in Perù, lasciando Marita senza fonte di sostentamento e con un altro aborto in corso. Questa volta sarebbero stati degli agenti provocatori che volevano tirarla sotto con la macchina. Ed ecco Marita rifarsi viva con Sturgis. C’è qualcosa da fare? L’unico lavoretto disponibile, al momento, era l’assassinio del presidente degli Stati Uniti. Si chiamava Operazione 40, i cubani volevano punire John Kennedy per il mancato aiuto nell’invasione di Cuba e la CIA voleva dare loro una mano. Annota Marita: «Ero l’assassino più sexy a disposizione dell’Op 40». È durante questa operazione che Marita fa la conoscenza di “Ozzie”, ovvero Lee Harvey Oswald e di un signore dall’aspetto mafioso che più tardi Marita riconoscerà come Jack Ruby, l’assassino di Oswald. Il cerchio si chiude.
Non mancano, nella telenovela, ancora matrimoni, aborti e gravidanze, compresa quella dovuta a un cane che le aveva masticato il diaframma lasciandola senza protezione. Cos’altro? A pagina 192 Marita lavora per l’FBI e a pagina 212, Monica – la figlia di Jimenez – spara a Sturgis. Ma il gran finale arriva verso pagina 241 quando Marita ritorna a Cuba e Castro le presenta il famoso figlio abortito nei primi capitoli della biografia. Violini. Titoli di coda. Marita: «È da tanto che non ci vediamo Fidel». «Sì, eravamo tanto giovani».