Eco d’autunno. Ovvero mitogonia dell’uomo che sapeva troppo
Umberto Eco è un frattale. È «un oggetto geometrico che cambia aspetto a seconda dei luoghi d’osservazione. La sua personalità creatrice la si ritrova intatta in ciascuna delle varie attività che svolge». Così scrive chi, come il semiologo Paolo Fabbri, lo conosce bene, nella prefazione al libro Fenomenologia di Umberto Eco – indagine sulla nascita di un mito culturale contemporaneo – di Michele Cogo (edizioni Baskerville), altro semiologo della scuderia del Dams, sceneggiatore e scrittore bolognese.

Il libro aprirà le danze autunnali in occasione del 30esimo anniversario dell’uscita di Il nome della rosa, festeggiato dallo stesso Eco con l’uscita di un suo nuovo romanzo, Il cimitero di Praga, annunciato nel bollettino delle novità Bompiani arrivato via mail a ridosso delle vacanze estive.
La storia? «Ingaggiato dai servizi segreti di mezza Europa, un cinico falsario ordisce trame, congiure, complotti, attentati che hanno, di fatto, orientato il percorso storico e politico del nostro continente. Un romanzo sulle pieghe più segrete e inconfessabili della politica di un Ottocento, che riverbera una luce inquietante sul tempo in cui viviamo». Fine. Non una riga, un aggettivo, un avverbio, un punto esclamativo in più. Dovremo attendere fino a ottobre per svelare il mistero.
L’Eco che Cogo racconta è soprattutto quello degli anni dell’esordio – dalla metà degli anni Cinquanta alla metà degli anni Sessanta, il momento fertile, in cui l’Italia del dopoguerra dà inizio all’industria culturale – della sua ascesa a intellettuale italiano vivente più conosciuto del pianeta.

Umberto Eco
«Eco è l’uomo che sapeva troppo, il dotto enciclopedico che ha anticipato l’avvento di Google e Wikipedia», sentenzia Paolo Fabbri nella sua prefazione intitolata Eco Qui Pro Quo.
In questo suo percorso formativo, Eco non è solo: fa parte di una generazione di intellettuali – che ha espresso il Gruppo 63 – che comprende figure come Gregotti, Gae Aulenti, Sanguineti, Balestrini, Scalfari, molto aggressiva rispetto alla precedente. Una generazione che, fa notare Fabbri, ha tuttora un ruolo culturale direttivo in quanto la generazione successiva ha perso il proprio turno svolazzando «tra utopie politiche, evasioni nella droga e dispersioni globalizzate».
E dire che Eco, per sua stessa ammissione, non credeva, come ricorda Fabbri, «di dire nulla di nuovo ma di fare il punto su un dibattito ormai maturo e invece prendeva di sorpresa i meno informati e azzeccava il punto d’incontro tra conservatori amareggiati e progressisti in tensione».
Anche per un’altra che lo conosce bene come la semiologa Isabella Pezzini, docente di Filosofia e Teoria dei Linguaggi all’Università di Roma, è vero che all’indomani della sua laurea in filosofia, nel 1954, con una tesi su san Tommaso, Eco non sospettava che di lì a una ventina d’anni sarebbe diventato il più famoso «uomo dei segni» italiano: era un giovane studioso di una disciplina assai più istituzionale, l’estetica. E per sua fortuna non rimase chiuso fra le mura universitarie: iniziò a collaborare con la Rai, poi con la casa editrice di Valentino Bompiani, infine con i giornali.
«Essere contemporaneo», annota ancora Fabbri «implica un’acuta sensibilità al momento opportuno. Non bastano gli intenti: ci vuole fortuna e tempismo, cioè la capacità di saper riconoscere l’occasione e acciuffarla al passaggio. Come prendere l’onda nel surf. Ecco, Eco è un golden surfer: prima d’ogni altro sa riconoscere le onde buone o far credere che esistano».
Ma, al di là, delle sue capacità professionali, com’è l’Umberto Eco quotidiano, oseremmo dire, casalingo? «È piemontese. È di quella generazione che lavora sempre. È un Grande Pendolare. È uno che a lavorare non si annoia», aveva scritto di lui Isabella Pezzini, impossibile, dunque, pensarlo casalingo lui che è, è stato, una superstar anche e soprattutto fra i suoi studenti. E a questo proposito Isabella ricorda di quando a Bologna ha dovuto cambiare aula perché l’Ufficio tecnico dell’Università non garantiva la resistenza dei pavimenti alla “massa compatta” di studenti che affollavano le sue lezioni.
«Il fatto di essere un vincente non ha mancato di attirargli sospetti e critiche. Che a ben guardare, per tutta la sua carriera si possono riassumere in un’accusa fondamentale: quella di aver mischiato il diavolo e l’acqua santa, la cultura popolare, “di massa”, a quella Alta. E soprattutto non solo di averlo fatto con profitto, ma di divertircisi anche».
Come quando aspettava al varco quel critico che, all’uscita di Il nome della rosa, gli fece notare che il romanzo intessuto com’era di citazioni, di riferimenti che spaziano da Sherlock Holmes a Aristotele, era “scritto a tavolino”. E lui gli rispose: «Certo, i romanzi si scrivono a tavolino. E dove sennò?».