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Ciò che resta di tre padri (per non parlare di una madre)

7 dicembre, 2009 | Scritto da claudio | Categoria: Libri, Storie

Questa è la storia di un tempo che non c’è più. Un tempo di rarefatta eleganza, potere, diplomazia. Ciò che resta di quell’epoca affollata di ambasciatori, duchi, capi di stato, principi, presidenti, circoli universitari di elite e bauli Louis Vuitton, sono i ricordi di un bambino che raggiunti i 47 anni scopre di avere avuto tre padri.

Bill Patten jr., oggi agente immobiliare, ex editore e ministro di culto con tanto di master universitario in “divinity”, lo apprende in una piccola sala riunioni del St. Mary’s Hospital, un centro di riabilitazione, sperduto nei boschi del Minnesota, specializzato nell’ospitare pazienti con problemi di alcolismo.

My three fathers

No, i problemi non erano suoi, ma della madre, Susan Mary Jay, sposata in prime nozze con William Patten Sr., un diplomatico americano inviato a Parigi subito dopo la guerra, morto nel 1960. Lei, a sua volta figlia di un diplomatico, era nata a Roma, cresciuta in sud America e Europa, diretta discendente di John Jay, uno dei Padri Fondatori della nazione americana, primo giudice della Corte costituzionale (fu nominato direttamente da George Washington), poi governatore di New York – fu lui a far passare la legge che vietava il commercio degli schiavi nei confini dello Stato.

Una “gran dama di società” (così l’avrebbe definita il Washington Post) con un pedigree di quella portata non poteva che avere una vita socialmente avventurosa nei salotti che contano di mezzo mondo. Senza considerare il fatto che il suo, di salotto, era uno dei più ricercati – se non “il più ricercato” della capitale – soprattutto dopo il suo secondo matrimonio, nel 1961, con il giornalista e influente commentatore politico Joseph Alsop, amico intimo di John F. Kennedy, cugino di secondo grado del presidente Roosevelt, nonché membro dell’esclusivissimo ed epicureo Porcellian Club che dal 1791 centellina i suoi membri fra gli alunni più brillanti dell’Università di Harvard e che, come vedremo, avrà molta importanza nella sua vita.

Tanto per dare un’idea di quanto contava il salotto di Susan Mary Jay sposata Alsop, basti ricordare che il 20 gennaio 1961, giorno dell’insediamento di John Kennedy alla Casa Bianca – con cinque diversi gala ufficiali in corso in una Washington imbiancata dalla neve, con Jackie distrutta dalla stanchezza, già andata a letto – il neo presidente, nonostante la golosa possibilità di restare a ballare in compagnia di Kim Novak e Angie Dickinson, una delle sue fiamme, decise di piantare tutto e tutti per rendere omaggio alla coppia Alsop nella loro casa di Dumbarton Street. Kennedy si presentò, non annunciato, poco dopo l’una di notte solo per fare due chiacchiere fra amici, fumare il sigaro, sorseggiare champagne e minestra di tartaruga fino alle tre del mattino. La notizia fece il giro di Washington con la velocità di un lampo chiarendo quali fossero i rapporti fra casa Alsop e Casa Bianca.

Tutto questo mondo di potere e glamour aveva però solo sfiorato la vita del nostro Bill il quale racconta – in un libro  uscito negli Stati Uniti (My Three Fathers, i miei tre padri) – che per lui Susan Mary era solo “la mamma”: guidava una piccola Honda, aveva gusti estremamente frugali, non era mai molto presente. Solo avanti negli anni avrebbe, per esempio, scoperto che le guide turistiche di Washington inserivano nelle loro mappe le passeggiate preferite della mamma, come per James Joyce a Dublino o Virginia Woolf a Londra. Scrive: «Ammetto di essere cresciuto in un mondo privilegiato, ma ho impiegato mezzo secolo per rendermene conto. Tutte le volte che sfoglio l’album di fotografie di famiglia, mi chiedo sempre chi sia quel bambino che mi fissa. Il primo libro scritto da mia madre racconta la nostra vita a Parigi, negli anni Cinquanta. A lungo ho creduto che si trattasse di un romanzo».

I “tre padri” di cui Bill parla nel libro sono, nell’ordine, William Patten Sr., con cui condivide il nome, con cui crebbe e visse a Parigi fino alla sua morte, nel 1960, quando Bill aveva dodici anni. È il padre che ricorda con più dolcezza, ma anche quello più sfocato nei ricordi. Il padre numero due era stato Joseph Alsop, compagno di scuola di William, che la madre aveva sposato nel ’61 nonostante sapesse della sua omosessualità che restò un segreto fino alla sua morte avvenuta nell’89. Joseph visse con il costante timore di essere scoperto. Addirittura, nel 1957, inviato a Mosca, fu fotografato mentre si intratteneva nella stanza d’albergo con un altro uomo e il KGB cercò di ricattarlo. Alsop si rivolse subito all’ambasciatore americano, come lui membro del Porcellian Club di Harvard, che immediatamente lo fece uscire dall’Unione Sovietica, informando nel contempo dell’incidente sia la Cia che l’Fbi sgonfiando così il tentativo di ricatto. E nonostante il direttore dell’Fbi, J. Edgar Hoover, un omosessuale represso, si premurasse di far circolare le foto per tutta Washington, la notizia non venne mai a galla. I membri del Porcellian Club sapevano come coprirsi le spalle a vicenda.

Susan Mary accettò il matrimonio perché, in fondo, sarebbe stato di vantaggio ad entrambi: lei, chiusa la parentesi parigina – messe da parte le serate con i Rothschild, Cecil Beaton, Christian Dior, Jean Cocteau – sarebbe rientrata nel giro di potere che contava e lui avrebbe messo a tacere per sempre possibili voci sui suoi gusti sessuali. Susan Mary e Joseph divorzieranno, poi, nel 1978 rimanendo però sempre ottimi amici.

Joseph Alsop

Joe Alsop era stato per Bill un buon padre. Lo aveva protetto, aiutato, divertito come, se non più di un padre vero. Joe è molto presente nella biografia di Bill, aveva sempre storie fantastiche da raccontare e con lui non ti annoiavi mai. Bill ricorda di quella volta che durante una visita del più pettegolo fra gli scrittori, Truman Capote – accompagnato da Alice Roosevelt Longworth, figlia del presidente Roosevelt, e da Marina Sulzberger, moglie di Cyrus, editorialista e rampollo della famiglia proprietaria del New York Times – venne fuori la storia, che fece ridere tutti fino alle lacrime, cioè, di quando il presidente Kennedy convinse l’amica Marella Agnelli, moglie di Gianni, a nuotare nuda con lui nella piscina della Casa Bianca.

Il padre numero tre, il padre biologico di Bill, era un diplomatico inglese, Alfred “Duff” Cooper, primo visconte di Norwich, sposato all’affascinante Lady Diana Olivia Winifred Maud Manners, quinta e più giovane figlia dell’ottavo duca di Rutland, famosa per i suoi occhi blu, candidata a diventare regina d’Inghilterra se solo avesse accettato di sposare il principe di Galles (che diventato re Edoardo VIII avrebbe, poi, abdicato per poter sposare l’avventuriera divorziata americana Wally Simpson). Diana, che scrittori come D.H. Lawrence e Evelyn Waugh avevano immortalata in molte loro opere, trovava però che il principe fosse di “una noia mortale”. E lei voleva divertirsi.

duff-cooper

Duff Cooper era quello che gli inglesi chiamano un Ladies’ man, uno a cui non ne scappava una – purché respirasse, purché non si creassero legami. La sua carriera diplomatico-politica fu folgorante. Ricoprì, fra l’altro, la prestigiosa carica di Primo Lord dell’Ammiragliato (corrispondente a un Ministro della Marina, poltrona che fu anche di Winston Churchill), da cui si dimise per i forti contrasti con l’allora primo ministro conservatore Neville Chamberlain. Non condivideva il suo ottimismo di poter fermare l’espansionismo della Germania nazista con una semplice firma in calce al patto di Monaco del ’38. Patto che metteva a nudo la debolezza delle democrazie occidentali e che avrebbe convinto Hitler a scatenare la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1944 Duff fu nominato ambasciatore a Parigi e fu lì che la sua vita si incrociò con quella di Susan Mary e del marito: entrambi diplomatici si conoscevano, viaggiavano insieme e si stimavano moltissimo.

Bill Patten jr. di tutto questo era, come dicevamo all’inizio, completamente all’oscuro anche perché caratterialmente lui confessa di essere uno a cui la vita nella gabbia dorata del jet set internazionale era sempre stata stretta e di preferire la borghesissima vita di agente immobiliare al glamour della nobiltà o del potere politico.

Gli eventi “precipitano” quando la dipendenza dall’alcol di Susan Mary raggiunge un livello tale che si rende necessario il suo ricovero in un centro di riabilitazione specializzato. Il programma prevede, fra l’altro, che il paziente si liberi non solo del problema clinico, ma anche dei segreti che si annidano nel proprio passato confessandoli pubblicamente. Fu così che la terapista che aveva in cura Susan Mary, organizzò un incontro con il figlio Bill jr.

Ricorda lui: «Era una stanza piccola, poco più di un ripostiglio, non aveva finestre. Senza nessun motivo particolare mia madre cominciò a rivangare la storia della morte di Duff Cooper avvenuta nel 1954. Poi il racconto scivolò su sua moglie, Lady Diana, una donna che mia madre ammirava smisuratamente. Francamente non capivo dove tutto questo avrebbe portato. Pensai che probabilmente volesse fare un paragone fra i leggendari problemi di alcolismo di Duff e i suoi. Fin quando la terapista le diede un colpetto col gomito come per ricordarle qualcosa. Mia madre lanciò gli occhi al cielo, si mise una mano sulla fronte e disse: “Oh, sì, giusto, volevo dirti che Duff è tuo padre”. In quell’istante rivissi il giorno in cui mia madre venne a prendermi a scuola per dirmi che mio padre – l’uomo che avevo sempre creduto fosse mio padre – era morto. In quel momento fu come se fosse morto di nuovo. Certo era sempre meglio sapere che il proprio padre era stato il Primo Lord dell’Ammiragliato piuttosto che un lattaio, ma la cosa non mi fece stare meglio. Scoppiai a piangere e senza una parola lasciai la stanza».

Le sorprese non erano comunque finite lì. Più tardi, nell’autunno 2007 – la madre era morta, nell’estate del 2004, a 86 anni, senza essere mai guarita dai suoi problemi di alcolismo – Bill Patten ricevette un pacchetto dall’Inghilterra spedito da tale Lord Swynnerton, esecutore testamentario di sir Gladwyn Jebb, un personaggio che Bill ricordava vagamente dai tempi dell’infanzia, anche lui ambasciatore a Parigi. Sir Gladwyn aveva chiesto che alla sua morte il pacchetto fosse recapitato sigillato a Susan Mary o ai suoi eredi. Il plico conteneva lettere d’amore inviategli da Susan Mary poco prima che il marito morisse. In una di queste la madre raccontava di aver pranzato con Cynthia, la moglie di sir Gladwyn, e di essere molto contenta nell’aver notato che lei non le portava alcun rancore. Evidentemente la gelosia non è un sentimento che cova negli animi dei rappresentanti dell’aristocrazia e del jet set.

È anche grazie a questa enorme massa di corrispondenza che Bill è riuscito a ricostruire, nei minimi dettagli, questi intrecci familiari che finivano sempre col fiancheggiare la Grande Storia. Dice: «A dire la verità mi sento più un rigattiere che uno scrittore. Ho passato al setaccio il sottoscala, stipato di carte, di scatole e scatole di lettere, spedite e ricevute, dei miei nonni, dei miei molti genitori. Tutta una parte erano lettere che mia mamma mi mandava relgiosamente sin da quando ero alle elementari. È una documentazione incredibile di un mondo che non esiste più». Da cui si viene anche a sapere che pochi giorni prima che il presidente Kennedy partisse per Dallas disse a Susan Mary di non essere per nulla contento che Jackie lo accompagnasse perché era troppo debole: aveva appena perso un bambino, ma lei insistè testardamente. Allora il presidente chiese a Jackie di mostrarle l’abito rosa di Schiaparelli comprato per l’occasione e che – ironia – di lì a poco sarebbe finito sulle prime pagine di tutti i giornali e telegiornali del mondo macchiato dal suo sangue. Un vestito magnifico e una cena molto familiare, ricordava Susan Mary. Poi i saluti. Poi la tragedia. Nei giorni che seguirono Susan Mary fu molto vicina a Jackie, l’aiutò a rispondere ai biglietti di condoglianze che le giungevano da tutto il mondo. L’epitaffio di un’era sarà di Joseph Alsop, che dieci anni più tardi, in un’intervista a Time, disse: «L’asssassinio di Kennedy fu l’inizio della fine per tutti noi».

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