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Architettura e cinema

27 aprile, 2009 | Scritto da claudio | Categoria: Articoli, Interviste, Libri

Courtesy Julius Shulman, Case Study House no. 22, architect Pierre Koenig, 1960

La California si sogna. La California si vive. La prima grazie all’industria dell’illusione per eccellenza: il cinema; la seconda attraverso un’arte solida e concreta: l’architettura.
Hollywood fu inventata da una manciata di europei che si trasferirono in California agli inizi del secolo scorso: si chiamavano Zukor, Goldwyn, Lang, Lubitsch, Stroheim, così come europei erano anche gli architetti che intorno alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale, si trasferirono sulle sponde del Pacifico e che con le loro opere finiranno col definire il concetto di “stile di vita californiano” come lo conosciamo noi oggi. L’architettura modernista capitanata da Walter Gropius, il fondatore del Bauhaus, la scuola che più segnerà la cultura occidentale della prima metà del secolo scorso troverà infatti un fertile terreno di diffusione in California, il laboratorio ideale dove poter tentare esperimenti sociali, economici, artistici che spesso, da nessuna altra parte al mondo, potrebbero avere una possibilità di sopravvivenza, tanto meno di sviluppo.

La contaminazione incrociata di cinema e architettura colpisce ancora producendo due interessanti libri: “Architecture and Film”, a cura di Mark Lamster (Princeton Press, 256 pagg. $ 24.95) che esamina l’effetto che l’industria cinematografica ha avuto sulla percezione dello spettatore degli spazi urbani e rurali d’America e  “Modernism Rediscovered” a cura di Pierluigi Serraino e Julius Shulman (Taschen, 575 pagg, $ 39.99), un viaggio attraverso opere spesso dimenticate di architetti più o meno famosi, più o meno di grido, che hanno comunque segnato un epoca irripetibile sia nella storia dell’architettura che in quella del costume. Il libro si avvale delle immagini tratte dall’archivio personale, messo insieme in 64 anni di lavoro, da Julius Shulman, ultranovantenne – anche lui di origini europee, figlio di emigrati russi – il cui nome è indissolubilmente legato alla storia della fotografia dell’architettura californiana. Per chi fosse comunque interessato ad avere un panorama completo delle opere dei capostipiti del modernismo stesso consigliamo di aggiungere alla lista della spesa un libro, sempre di Shulman, uscito anni fa da Rizzoli International, dal titolo “A Constructed View” dove si possono rivisitare le opere storiche di Koenig, Schindler, Soriano, Ellwood e degli altri grandi.
Il libro di Serraino e Shulman copre cinque decadi, dagli anni Trenta ai Settanta, e illustra circa 300 progetti il cui centro emotivo e culturale è saldamente ancorato nella California del Sud, soprattutto a Los Angeles. Purtroppo molte delle abitazioni che si possono ammirare in questo prezioso volume sono andate perdute per sempre perché costruite prima che si sviluppasse nel pubblico una sensibilità culturale di conservazione e le esigenze del mercato finissero per vincere sulla nostalgia, sentimento non quotato e non ammesso alla borsa immobiliare. Un esempio per tutti l’abitazione che l’architetto Paul László aveva costruito per sé a Beverly Hills (1955), fornita persino di una monorotaia per trasportare la spesa del supermercato dalla rampa di accesso del garage fino in cucina.
Sono comunque i progetti sopravvissuti, ancora rintracciabili, quelli più entusiasmanti per il lettore, come il complesso “Mutual Housing” di Brentwood degli architetti Quincy Jones, Whitney Smith e Edgardo Contini (1950) che riassume in sé tutti gli elementi dello stile di vita dell’America post bellica: terra costellata di gin tonic sorseggiati sul bordo della piscina da mariti che avevano le sembianze di Rock Hudson, da mogli modellate sullo stampino di Doris Day, da figli rispettosi, cani educati, station wagon supermolleggiate dalle code a punta. Uno stile di vita esportato in tutto il mondo proprio attraverso il cinema che sviluppa una sua architettura costruendo ciò di cui abbisogna sui propri set e la cui finzione a volte finisce con l’influenzare i progetti veri. L’appartamento da scapolo di Rock Hudson in “Pillow Talk” è copiato da un modello pre-esistente o è il set cinematografico a influenzare gli architetti che disegneranno appartamenti in quello stile con gadget acchiappa-ragazze incorporati?
Il libro di Serraino e Shulman che apparentemente ha l’aspetto di un saggio di architettura, finisce con il trasformarsi in una guida alternativa ai segreti meglio conservati dalla California. A partire dalla casa che Quincy Jones – l’architetto non il cantante – si costruì per sé sulle colline di Hollywood (1946), al Tennis club di Palm Springs, sempre di Jones (1947) per arrivare al più recente Desert Museum di Palm Springs disegnato da William Clarks (1976).
Ma che effetto fa il modernismo ad un architetto italiano cresciuto a pane e Rinascimento, a uno che per lavoro deve fare giornalmente i conti con i leggendari coniugi Eames o magari con l’ineffabile Koenig, oppure con il rigoroso Schindler? Pierluigi Bonvicini che costruisce, progetta, inventa da uno studio a due passi dalle spiagge del Pacifico aveva lasciato la Toscana dopo la laurea e dopo aver scritto un saggio – una delle rare pubblicazioni che fino a qualche anno fa circolassero su John Lautner, l’architetto, guarda caso, più amato dai cineasti di Hollywood perché le sue case “sono” Hollywood: i suoi progetti incarnano lo spirito di spettacolarità, di simbolo di peccato che si addice alle avventure di spie, agenti segreti, assassini e maliarde
«Sfogliare questo libro, per me, è come sfogliare l’album di famiglia, sia per i miei rapporti personali con Julius Shulman che con molti degli architetti che vi si incontrano. Pur non avendo io aderito alla corrente del Modernismo, ne ho subito l’inevitabile fascino culturale, come ho subito l’influenza dello spirito e della cultura americana degli anni Cinquanta e Sessanta che sono stati formativi per il mio interesse verso l’America e la California in particolare. Devo dire che Serraino e Shulman riportano alla luce perle dimenticate e talvolta addirittura sconosciute del Modernismo con un linguaggio visivo singolarmente omogeneo. Il comun denominatore non è infatti solamente lo stile architettonico proposto, ma il punto di vista del fotografo che instaura, ogni volta, un rapporto quasi magico con l’architettura».
Nostalgia di quei tempi? «No. Direi grande affetto. Quello che è certo è che così tanto è accaduto in così tanto poco tempo. Queste immagini che oggi rappresentano il passato allora erano il futuro. Il Modernismo in architettura è stato un elemento catalizzatore con cui si manifestavano le tendenze culturali e spirituali di un popolo emerso dagli eventi della seconda guerra mondiale con un rafforzato spirito pioneristico e idealista insieme».
Quali sono gli elementi tecnici che caratterizzano questa corrente. «Le scelte tecnologiche e compositive degli architetti del Modernismo hanno le loro radici proprio in questi concetti di progresso e democrazia. L’uso innovativo di materiali come l’acciaio, il legno, il vetro, il cemento, sempre usati sottotono, oggi diremmo in modo minimalista e proiettati fiduciosamente come gesti allusivi verso nuovi orizzonti da definire, risponde alla convinzione di un progresso coadiuvato da tecnologie benefiche e liberatrici. L’eccezione che conferma la regola è la casa costruita da Richard Spencer a Malibu nel 1955 che, eludendo gli astrattismi della corrente, sembra quasi materializzarsi in una sorta di metaforico gabbiano appollaiato sulle sponde del Pacifico, pronto a spiccare il volo. Ma non è solo tecnica. L’organizzazione distributiva degli spazi, senza gerarchie, in un gioco continuo di pieni e vuoti danno origine a volumi architettonici ricchi di energia vitale. Ci pensi un attimo: non le sembra di essere calato all’interno di una struttura di quelle disegnate sulla tela da Piet Mondrian o da Paul Klee? E’ un leit-motiv che si ritrova nelle opere residenziali del modernismo di Neutra, di Charles e Ray Eames, di Soriano, di Quincy Jones».
Lei come concilia la sua formazione classica con quest’esperienza
«Ammetto di aver guardato al Modernismo con distaccata curiosità. La cultura italiana del dopoguerra a cui mi sono formato era ben diversa da quella americana della stessa epoca. C’erano anche lì idealismo e valori, ma alle spalle c’era tanta più sofferenza. A un europeo  questa realtà, pur essendo nata da radici comuni, sembra distante. Ma probabilmente è un effetto ciclico. I colleghi italiani dicono che i miei progetti americani sono distanti. Che ne so: sarà l’aria del Pacifico».

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