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Amarcord Macondo

2 marzo, 2009 | Scritto da claudio | Categoria: Libri, Storie

Macondo

Metti Mauro Rostagno e il sottoscritto. La coppia più improbabile del mondo. Il leader del Sessantotto e il giornalista a cui il Sessantotto interessava quanto una linea di filobus.
Era la primavera del 1978 – santiddio una vita fa – e Rostagno era reduce dal putiferio di Macondo, il locale alternativo di Milano che lo aveva visto protagonista di una kermesse di spinelli movimentisti con risvolti politico-giudiziario-carcerari. La sua idea era quella di scrivere, a quattro mani, un libro per raccontare, a caldo, appunto, la vicenda di Macondo.

Non sapevo spiegarmi perché Rostagno avesse accettato di lavorare con me invece di scegliersi una delle Grandi Firme nella costellazione del “Rotary del Sessantotto”, come Francesco Merlo ebbe a battezzare la lobby lottacontinuista sulle colonne del Corriere della Sera.
A dire la verità non sapevo bene cosa aspettarmi dal nostro appuntamento, ma soprattutto non sapevo chi aspettarmi. Fatto sta che ci incontriamo, ci annusiamo – lui del segno dei Pesci , io Capricorno – ci troviamo simpatici e eccoci qua, chiusi in una stanza, con un registratore, una manciata di batterie, una dotazione industriale di nastri, dei panini alla cotoletta – o, forse, erano al formaggio, non ricordo, è passato tanto tempo – e litri di succhi di frutta.
L’accordo era: tu raccontami tutto quello che ti pare, come ti pare, ci penso poi io a dargli la forma di libro. Fu così che Rostagno prese a parlare, a parlare, a parlare, raccontando di Macondo, di sè, degli amici e dei nemici della sinistra e, ironia, della Sicilia che lui adorava, che in qualche modo finiva sempre nei suoi racconti e dove anni più tardi finirà morto sparato.
Anche Macondo nasce, indirettamente, in Sicilia. Dopo una vacanza a Selinunte e Lampedusa Mauro torna a Mlano, senza casa e incontra il ferroviere di Lotta Continua Marco Visentini che gli offre una stanza. Quindicimila al mese. Accade che un giorno, la “Lei” di Visentini, quella con la elle maiuscola, lascia il ferroviere che, disfatto, decide, su due piedi, di aprire con Rostagno un ristorante, “un posto dove una fetta del popolo degli uomini possa  mangiare, bere, fumare e passare una sera evitando le elle maiuscole per un poco. Siamo in quattro, il più ricco è Marco. Non ce l’avremmo mai fatta”.
Fin quando spunta dal nulla Guia Sambonet che dice: “Ho trovato un posto che potrebbe essere Macondo per noi”. Siamo in via Castelfidardo 7, nel centro di Milano, tra Brera e Garibaldi, a lato il Naviglio interrato. La palazzina è una ex fabbrica e ex casa del Fascio: da lì è partita la marcia su Roma: “1500 metri quadrati di spazi da riempire di sogni e deliri e paranoie”. Il futuro ristorante viene battezzato “Romantica Bijou”. E comincia a mettersi in moto il passa-parola.
E Macondo comincia a prendere forma. Arrivano gli altri. Le tribù di zingari. Arrivano i napoletani, incluso un principe verace. Arrivano con i libri, le mostre di pittura, ma nel frattempo, “portano calcinacci come nessuno e scaricano i camion con rapidità superiore a tutti. Arrivano i cugini ebrei. Arrivano Tonino e Michele, cioè chitarra e flauto, samba e jazz metropolitano, diciotto anni a testa. Arriva Barbara: è nata in Sicilia con nome di maschio, ma lei è tutt’altro, ma nessuno lo può spiegare”.
Chi paga Macondo? Come tutte le avventure alternative  – faccio cose, vedo gente – niente è ben chiaro. Dice Rostagno: “I soldi li avevano messi alcuni di noi, ma non tutti. Io non ho messo niente di mio, salvo me stesso, perché non avevo altro”. Al ristorante si deve assumere gente. Ed ecco spuntare Jojò lottacontinuista che viene, neanche dirlo, dalla Sicilia, Selinunte, e Enzo, scorpione pugliese, “lavora 20 ore e ne parla 30: le dieci di scarto le passa a dire come si potrebbe mandare avanti il ristorante guadagnando di più (e avvelenando i clienti)”. Ciccio è l’elettricista, che ha un biglietto da visita che dice: “Subito luce, acqua, calma e volutta’”; Antonio, il capo mastro, combina un disastro dietro l’altro: il più pirotecnico riguarda la canna fumaria che avrebbe dovuto eliminare gli odori del ristorante: lui l’ha murata facendo esplodere la caldaia del vicino. Ottimisticamente, l’articolo tre dello statuto di Macondo stabiliva la durata della cooperativa in “cento anni”: Cento anni di solitudine. Marquez. Macondo.
Macondo apre, in prova, il 29 ottobre del 1977 con una serata in onore del filosofo francese André Glucksmann. Una pedata nelle palle marxiste: era appena uscito il suo libro La cuoca e il mangia uomini, storie di gulag, “dell’atteggiamento di chi, non essendo la realtà uguale ai propri desideri, arma la realtà perché questa sia uguale ai desideri”.
Non dimentichiamo che erano anni, quelli di Macondo, segnati dal frettoloso allineamento di gran parte della sinistra alla nuova chiesa vincente del Partito Comunista, “con tutto quello che segue”, dice Rostagno “devi pensare come loro altrimenti rischi la criminalizzazione immediata. Da questo al gulag non è che manchi molto”. E ancora: “Visto che i frutti dell’albero marxista sono avvelenati  – è così in Cina, è così in Vietnam, è così in Cambogia, è così in Unione Sovietica – perché dobbiamo continuare a coltivarlo? A annaffiarlo? Non mi importa nulla anche se ti chiami Carlo Marx. Se arrivi con i carri armati e mi schiacci sei un nemico”.
Naturalmente il dibattito sul libro non si tiene. Lo sapevano tutti benissimo che era solo una scusa per far vedere Macondo a Milano. E dalle sette di pomeriggio alle tre di mattina del giorno dopo passano dalle cinque alle seimila persone, ininterrottamente. E non c’era nulla da vedere. E la gente continuava a passare.  Ricorda Rostagno: “C’erano gli intellettuali, i sottoproletari della cintura, i ragazzini scappati di casa a 15 anni, i radical-chic, i poveri e i ricchi, quelli delle classi alte e quelli delle classi basse e quelli che non avevano classe, c’erano donne e maschi, c’era gente che non sapeva se era maschio o femmina, gente che pensava di essere maschio essendo donna e viceversa, gente che non pensava nulla, i pazzi, gli emarginati, gli sfigati, i curiosi, chi veniva  lì per parlare bene, chi per parlare male. La nostra ambizione era che Macondo fosse uno specchio: lo spettacolo siete voi che venite ogni sera”.
Fino da allora, il mondo della droga e quello di Rostagno erano in perenne rotta di collisione. “Abbiamo subito messo in chiaro che Macondo era proprietà privata e noi eravamo i gestori privati di una proprietà privata che destinavamo ad uso collettivo, ma di cui noi decidevamo i termini e i limiti: per esempio noi non volevamo che a Macondo ci si bucasse. Io non voglio entrare nelle scelte di nessuno, ognuno può scegliersi la sua strada, ma non a Macondo. Ci rendiamo conto che, comunque, bisogna fare un filtro. Con la deriva metropolitana arrivano le cose belle, ma anche quelle brutte. Cominciavano ad arrivare quelli che entrano e ti dicono: “Io ti dò la coca, tu mi dai la figa”. Alla malavita, poi, abbiamo fatto capire che se loro avevano amici duri da mettere in campo, li avremmo avuti anche noi”.
Il fatto è che Macondo non aveva solo contro gli spacciatori e i ladri, ma anche parte della  sinistra. Il fatto che Rostagno non facesse più politica, in certi ambienti era considerato un tradimento. Non solo, ma siccome il posto funziona, in molti, a sinistra, pensano che lì si facessero i milioni. “Facevamo diecimila lire al giorno, soci e non soci. Sono uscito da quella storia senza una lira in tasca. E c’è poco da vantarsi di questo”.
La storia della  proprietà privata, poi, non andava giù soprattutto a quelli di Autonomia con cui Rostagno aveva il dente particolarmente avvelenato. “Loro volevano che ci si comportasse come in una casa occupata. Questo voleva dire ridurre Macondo ad un letamaio che non sarebbe più stato utilizzato da nessuno. Una sera, poi, arrivano nel locale e, di punto in bianco, lanciano un petardo. A un macondino saltano i nervi e molla un ceffone a uno degli eroi che sta scappando. Da lì scaturì una discussione politica sul fatto che lo schiaffo è “femmina” e il pugno “maschio”. Il pugno poteva anche essere accettato e digerito con una serena discussione, lo schiaffo doveva essere assolutamente “pagato”. “Argomenti di logica tantrica”, li chiamava Rostagno.
E si arriva alla mezzanotte del 22 febbraio 1978, quando era da poco iniziata l’attività serale di Macondo. Si apre una porta e spunta un tizio, tutto vestito di cuio, con in mano una lampada e una rivoltella nell’altra. Rostagno pensa che, dopo aver pestato i piedi a mezza sinistra, fossero arrivati i “giustizieri del popolo” a chiudere Macondo. Fu quando spuntarono i poliziotti con i mitra spianati che tutti i seicento e passa avventori tirarono un sospiro di sollievo. Anche perché l’operazione era comandata da uno dei questori di Milano, il dottor Pagnozzi, che con Rostagno aveva una storia passata. Si erano conosciuti anni prima a una manifestazione a Cinisello Balsamo. Nel corso di quel primo incontro al dottor Pagnozzi dettero otto punti perché qualcuno gli tirò una pietra in testa. Quando Rostagno lo rivide a Macondo pensò che quella serata non sarebbe stata delle più piacevoli. In un certo senso si sbagliava perché da quel lato il poliziotto rivelò un insospettato senso dello humor. Una volta in Questura gli mostrò un sasso levigato, dipinto di marrone con della pelle incollata sotto: la famosa pietra di Cinisello Balsamo.
Il capo d’accusa per i macondini erano i falsi biglietti del tram delle “Linee Straordinarie Metropolitane”, fatti stampati in occasione del Convegno sull’arte di arrangiarsi, dove sul lato convalida stava scritto, su alcuni “Ce l’hai un filtro? “ su altri “Vale uno spino “ e sul retro: “Il biglietto è cedibile a chiunque altro stia rollando. Disonesto usarlo più di una volta o per prendere il metrò. Comunque non c’è nulla da preoccuparsi. Bambule’”.
Era successo, più o meno, che una mamma aveva trovato nella tasca della giacca del figlio il finto biglietto e aveva esclamato: “Oddio, quelli di Macondo vanno davanti alle scuole a distribuire i biglietti. I ragazzi vanno a Macondo e si fanno regalare uno spino”. Rostagno era molto divertito. Dice: “Avevo calcolato che per fare una cosa del genere ci sarebbe voluto il bilancio della Fiat. Avevo davanti una barzelletta. Mi rincuoro”.
A dire la verità c’era poco da stare allegri. Il dottor Pagnozzi doveva eseguire un ordine di cattura firmato dal sostituto procuratore della Repubblica Alfonso Marra che accusava i tredici soci fondatori di Macondo di aver adibito il locale all’uso di sostanze stupefacenti distribuite anche a giovani di età minore. Roba da trent’anni e passa di galera.
La stampa di sinistra si spacca e comincia il balletto dei bizantinismi e dei distinguo. L’Unità titola: “Peggio dell’hashish è la malafede” e punta il dito marxista sulla linea di autodifesa dei macondini bollandola di “ironia d’accatto e qualche lacrima. Spezzoni di verità assemblati alla rinfusa, fino a comporre un’unica, interessata menzogna”. Rostagno è furibondo. Compagni quelli? Ma quali “compagni”. Dice: “A me oggi non me ne frega più niente di sapere se uno è compagno o non lo è. Io lo guardo negli occhi. Mi chiedono continuamente: ma tu sei un compagno? Io non lo so. So a mala pena cosa sono io, figurati se so cos’è un compagno”.
Come quel compagno di Rostagno, erano gli anni della facoltà di sociologia di Trento, che si chiamava Renato Curcio, futuro capo delle Brigate Rosse. “Io e Renato andavamo nelle trattorie sempre con pochissimi soldi e sceglievamo un tavolo vicino a gente cha mangiava anche il secondo. Io mi alzavo e facevo una scena, tutti si giravano a guardarmi e intanto Renato, con la mollica del pane, zuppava nel piatto del vicino. Poi toccava a lui distrarre la gente. Eravamo diventati abilissimi”.
Rostagno, però, allora, non capiva più il suo ex amico. “Renato è una persona dolcissima. Io non capisco come, oggi, uno come lui, uno di un’umanità profonda, amore per la natura, per i deboli, possa dire che l’esecuzione di Aldo Moro è il piu’ alto atto di umanità in una società divisa in classi. Le Brigate Rosse vivono in una bolla di sapone, sono un delirio perfetto. Sono diventati dei tecnocrati della rivoluzione. Abbattere la società divisa in classi non credo sia la cosa più importante della vita. Non capisco cosa abbia a che fare lo scontro di classe con la soppressione fisica di un corpo, con i suoi desideri, i suoi bisogni. Io mi ritrovo fratello di Moro, nella paura della morte, nel senso profondo della voglia di vivere. La sua soppressione è un tentativo di sopprimere anche me che non sono democristiano e non sono oppressore”.
La vicenda Macondo si sgonfiò con la stessa rapidità con cui era montata. Uno dei testi chiave dell’accusa, una bambina di 14 anni diventa, involontariamente, teste di difesa. La bambina dice al giudice: “I biglietti li ho comprati perché mi sembravano carini”. La bolla di sapone scoppia in niente. Ma una bacchettata sulle dita, gli imputati la devono pur prendere e così i tredici imputati vengono condannati a tre mesi, ma con la concessione di tutte le attenuanti generiche e la sospensione della pena. Assolti da tutte le altre imputazioni.

La mia full immersion nel mondo di Mauro Rostagno durò esattamente due mattine e due pomeriggi. Alla sera del secondo giorno, riempite più di dieci cassette di registrazione, ci siamo salutati, stravolti. Le nostre strade si persero per sempre: io finito in California, lui in Sicilia. Il risultato di quell’incontro lontano fu un libro dal titolo “Macondo”. Ricordo gli mandai il testo della prima stesura aspettandomi che mi ritornasse con chissà quanti cambiamenti, quanti ripensamenti. Invece prese la busta e la consegnò alle stampe, così com’era. Nella prefazione scrisse: “L’ho letto d’un fiato. E riletto. Per me non c’era niente da cambiare o da aggiungere. E mi tornava alla mente quella pagina di Cent’anni di solitudine che dice: Il primo della stirpe è legato ad un albero e l’ultimo se lo stanno mangiando le formiche. Ora, come potete ben immaginare, io non sono legato a nessun albero e le formiche mi hanno trovato sempre poco saporito”.
Anche a me è tornata in mente la stessa frase quando, negli Stati Uniti, appresi del suo omicidio. Evidentemente si era sbagliato e le formiche lo avevano trovato saporito. Oggi si scopre che quelle formiche non erano mafiose, erano compagne e compagni.

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