Browse > Home / Frammenti / Los Angeles, 1983-1984

| Iscriviti al Feed RSS

Los Angeles, 1983-1984

5 marzo, 2009 | Scritto da claudio | Categoria: Frammenti

L’America ha per me il volto di Los Angeles. Los Angeles io l’ho incontrata un giorno di primavera: l’Europa alle spalle, con la sua cultura, le sue madeleine, i suoi marmi, i suoi incunaboli. Il primo balzo a New York, porta dell’impero annunciato da Manhattan e le sue luci, Manhattan e i suoi grattacieli, Manhattan e le sue strade, Manhattan e il Brooklyn Bridge, Manhattan e la Quinta Strada. Un trionfo di europeismo. Ma laggiu’, all’estremo ovest, c’e’ quel macrocosmo chiamato Los Angeles: tre fusi orari di distanza e qualche ora di volo. Sognando California. Los Angeles e’ al di la’ di una porta automatica a vetri. La porta dell’aeroporto, imbuto infernale che ti inghiotte per scaraventarti nel regno di Starsky e Hutch. Dietro quella porta c’e’ il paradiso che hai sognato. Dietro quella porta c’e’ l’inferno con cui si sono cullati i tuoi incubi.

Era già buio quando sono arrivato alla casa di Greenfield. La camera da letto aveva tre finestre. Anzi quattro: una era minuscola e decisamente inutile, ma capire quali sono i criteri di costruzione di una casa di Los Angeles è un’impresa, tutto sommato, inutile. Fuori, il giardino tipico delle abitazioni di Los Angeles. Ma questo lo avrei visto il giorno dopo, a pomeriggio avanzato. Avrei anche conosciuto il vicino di casa che tentava di distinguersi dagli altri vicini – sorta di categoria dello spirito – allevando trifogli invece di tenero prato all’inglese. La cucina era dominata dal frigorifero a doppia porta. Il soggiorno era invece invaso dalla presenza di un divano a fiori dirimpettaio a un televisore con collegamenti per le stazioni via cavo. Una scala, con moquette grigia, portava sopra alle camere, ai giochi di ombre cinesi sulla parete.

Prima c’era stata la casa di via Ashton. L’avevo divisa con una scrittrice che adesso si era trasferita a Ketchum, Idaho, chiamata a dirigere un settimanale. A lei non piaceva. Ma le piaceva l’idea di cambiare città. Di fare un’esperienza diversa. Poi, quando si fosse stancata, avrebbe scritto un nuovo libro. E si sarebbe trasferita a San Francisco. O, forse, sarebbe tornata a Los Angeles. La casa di via Ashton era stata la mia prima casa losangelina, a parte un breve soggiorno in un albergo, molto europeo, nel cuore di Beverly Hills. La mia coinquilina scrittrice non era mai a casa, così io convivevo con il suo gatto, animale indipendente che usufruiva di un passaggio personale fatto di uno sportellino ritagliato nella porta d’ingresso. Seguiva con interesse la mia intrusione in quella casa: i nuovi oggetti che si disponevano sul tavolo, le pile di libri e giornali che si formavano accanto alla poltrona, l’odore del cibo che invadeva la cucina fino allora asettica perché la scrittrice era vegetariana e si nutriva solo di verdure crude. La casa di via Ashton aveva anche un balcone con ringhiera di legno (ma tutta la casa era di legno, nel migliore stile architettonico di Los Angeles), sovrastata dai rami di un grande albero che arrivavano ad accarezzare le finestre. La casa di via Ashton lasciò il posto alla casa di Greenfield. Poi fu il tempo della casa di Melrose

L’auto era diventata un’appendice indispensabile, un luogo in cui riponevo parte degli oggetti che accompagnavano la mia vita. Sul sedile posteriore si allungava una collezione variopinta di giornali, di fogli, di appunti. Sul sedile anteriore, invece, tutti gli altri oggetti di uso più immediato.

Un ingorgo piacevole, in compagnia di una Packard due porte, decappottabile, bicolore bianca e rossa, la ruota di scorta in bella mostra sul cofano posteriore.

Gli autobus sono dei corpi estranei che interrompono l’armonia della linfa vitale del traffico di Los Angeles, lento, ordinato. Assurdamente regolare.

Ti metti in fila in auto nel cortile posteriore di un McDonald e quando è il tuo turno ti spenzoli verso un paletto fornito di microfono dal quale esce una voce che ti chiede in cosa può esserti utile. Tu guardi il grande cartello luminoso che c’è lì accanto e elenchi le cose che vuoi mangiare: hamburger, pollo, patate, eccetera. Poi, sempre lentamente, in fila, giri l’angolo dove un ragazzino in divisa McDonald ti chiede i soldi. Paghi e avanzi ancora lentamente a un’altra finestra dove qualcun altro, sempre in divisa, ti riassume quello che hai ordinato, aspetta che tu annuisca e ti chiede che tipo di salsa vuoi. Se gli dici che una qualsiasi va bene ti danno quella agrodolce. Evidentemente la meno richiesta che devono smaltire.

Un altoparlante trasmette jazz da una stazione radio che, di tanto in tanto, interrompe i programmi per diffondere la pubblicità sulla superiorità delle patate americane usate dalla catena McDonald.

A Venice quartiere di beat-memoria, c’è la fondazione Beyond Baroque, ospitata nel palazzo del vecchio municipio. La fondazione si occupa di poesia e di poeti. Poesia a Los Angeles. Chi avrebbe mai pensato che la poesia prosperasse all’ombra delle minacciose freeway.

Al cinema il silenzio è rotto dal crocchiare avido e ghiotto di quantità industriali di pop-corn venduti in secchielli di cartone e dal risucchio di Coca e Pepsi-Cola fornita, allo spettatore cannibale, in capaci bicchieri di carta con cannuccia pieghevole. Alla fine di ogni proiezione la sala è un universo costellato di detriti alimentari.

Commenti Disabilitati.