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	<title>Au Lapin Agile &#187; Storie</title>
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		<title>60 secondi sul web</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jun 2011 15:08:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.go-gulf.com/60seconds.jpg"><img src="http://www.go-gulf.com/60seconds.jpg" alt="60 Seconds - Things That Happen On Internet Every Sixty Seconds" width="460" /></a><br />
Infographic by- <a href="http://www.go-globe.com/web-design-shanghai.php"> Shanghai Web Designers</a></p>
<p><strong>Cosa succede in questo momento in internet? E cosa fanno, mentre state leggendo questo post, le milioni di persone collegate in rete? Il sito </strong><a href="http://www.go-gulf.com/blog/60-seconds" target="_blank"><strong>Go-Gulf</strong></a><strong> ha cercato di dare una risposta a queste domande</strong>.</p>
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		<title>Il governo dei tre voti. Ovvero quando Totò aveva previsto tutto</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Dec 2010 14:31:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Video]]></category>
		<category><![CDATA[Governo]]></category>
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		<category><![CDATA[tre voti]]></category>

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		<description><![CDATA[Senza parole:

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			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #993300;"><strong>Senza parole:</strong></span></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="500" height="300" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/p2e-7D4ZAyw?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="500" height="300" src="http://www.youtube.com/v/p2e-7D4ZAyw?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Leonardo Sciascia: il coraggio, l’impegno, la signora Maria e gli spaghetti alle vongole.</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 20:23:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Sciascia]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittori]]></category>

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		<description><![CDATA[Immagino che l’avrete notato anche voi: le trasmissioni di cucina imperversano sulla televisione di Stato, ma anche, e forse di più, sul canale satellitare di Sky (immagino che anche Mediaset abbia la sua parte di cuochi, ma per evitare di inquinare il mio televisore nuovo di zecca ho programmato il telecomando in modo che salti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Immagino che l’avrete notato anche voi: le trasmissioni di cucina imperversano</strong> sulla televisione di Stato, ma anche, e forse di più, sul canale satellitare di Sky (immagino che anche Mediaset abbia la sua parte di cuochi, ma per evitare di inquinare il mio televisore nuovo di zecca ho programmato il telecomando in modo che salti automaticamente i canali di partito 4, 5 e 6).</p>
<p>Il mondo globalizzato che appare sugli schermi al plasma, nello splendore dell’alta definizione più o meno digitale, sembra riflettersi nel cibo e nel tourbillon di improbabili ricette transculturali. Sembra essere morbosamente ossessionato da pietanze più o meno esotiche, da salse, spezie e bombe caloriche che ti sfondano il fegato solo a sentirne parlare. Sembra essere passato dalle “vacanze intelligenti” di buona memoria a viaggi alla ricerca del Graal culinario. Anche volendo, durante lo zapping serale, pomeridiano o mattutino, è praticamente impossibile non imbattersi in una di queste trasmissioni.</p>
<p>Così, è stata la visione di un piatto di spaghetti alle vongole – apparso su non ricordo quale canale satellitare mentre saltabeccavo da un documentario sul medico del Fuhrer a un telefilm della serie Perry Mason – che mi ha riportato alla mente Leonardo Sciascia. E sua moglie, Maria Andronico.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-838" title="Leonardo Sciascia con la moglie Maria Andronico" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/03/20091120elpepicul_1-220x300.jpg" alt="Leonardo Sciascia con la moglie Maria Andronico" width="220" height="300" /></p>
<p><strong>Rewind. È il novembre del 1977.</strong> All’inizio di quell’anno l’avventura politica di Leonardo Sciascia nel Partito comunista era finita con un divorzio non proprio amichevole (lo scrittore era stato eletto al consiglio comunale di Palermo, da indipendente, nelle liste del Pci nel giugno del ’75). Quasi a voler sottolineare la fine di un’utopia, di lì a poco avrebbe pubblicato il polemico <em>Candido. Ovvero un sogno fatto in Sicilia.</em></p>
<p>Lo scrittore riprende così a viaggiare sempre più spesso fra Palermo e Parigi, come a voler rinsaldare i suoi legami con la cultura illuminista d’oltralpe. È durante uno di questi suoi spostamenti che lo intercetto a Milano, di ritorno dalla capitale francese. Ci eravamo sentiti al telefono (all’epoca le mail ce le sognavamo) e ci eravamo dati appuntamento al centralissimo hotel Manzoni di via Santo Spirito, un albergo che, pur situato nel cuore del quadrilatero della moda, aveva, almeno allora, un’anima intima e poco mondana che piaceva molto a Sciascia.</p>
<p>All’epoca abitavo a Firenze e anch’io prenotai al Manzoni. La sera dell’incontro decidemmo di continuare l’intervista, o quanto meno le chiacchiere sul suo passatempo preferito – costruire cornici – al ristorante. La scelta cadde su Bice, il celebre locale toscano di via Borgospesso, a pochi metri di distanza dall’albergo. Sciascia era un fedele habitué delle sorelle Mungai (una delle più famose dinastie di ristoratori toscani trapiantati a Milano): di Cesarina e del suo “Girarrosto” di corso Venezia e naturalmente di Bice, di cui amava il clima familiare e soprattutto la vicinanza al Manzoni.</p>
<p>Di quella cena ho netto il ricordo della signora Maria, e degli spaghetti alle vongole ordinate, con voluttà, da Sciascia, evidentemente memore di altri spaghetti alle vongole delibati da Bice. Quando il cameriere depositò il piatto fumante davanti all’autore di <em>Todo Modo</em>, la signora Maria, con tecnica evidentemente assodata nel tempo, se ne impossessò e pulì, con una velocità sorprendente e con una tecnica ancor più sbalorditiva, una ad una, tutte le vongole, togliendo la polpa dal guscio, e rimettendo dopo qualche attimo il piatto ancora caldo davanti al marito che, spenta la sigaretta (allora si poteva ancora fumare nei locali pubblici) attendeva il termine dell’operazione tenendo la forchetta a mezz’aria.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-839" title="Leonardo Sciascia" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/03/4-25_leonardo-sciascia-481x300.jpg" alt="Leonardo Sciascia" width="481" height="300" /></p>
<p><em>Quella che segue è l’intervista fatta a Leonardo Sciascia – prima  di quegli spagheti alle vongole – e pubblicata sul mensile </em>Critica  Sociale<em> nel gennaio 1978 con il titolo “Sciascia, Candido, il  coraggio, l’impegno”</em></p>
<p><span id="more-836"></span></p>
<p><strong>Leonardo Sciascia se non avesse fatto lo scrittore avrebbe voluto fare il falegname </strong>(«È un mestiere che mi ha affascinato fin da bambino, anche per gli odori: del legno, della colla»). Raccoglie stampe, acqueforti (e le mette in cornice) soprattutto del periodo 1880, 1930, francesi in modo particolare. È un bibliofilo («Ma soltanto un po’» e raccoglie tutto quello che riguarda Stendhal. Non ama i fumetti. Dice: «Non sono mai riuscito a leggerne uno. Per me è come una lingua ignota, indecifrabile». Detesta la fantascienza. Ne ha una specie di superstizione che tutto quello che immaginiamo e scriviamo finisca col realizzarsi. In questo senso il fascino che esercita su molti la fantascienza può anche essere, invece che ammirazione del futuro, terrore. In treno e d’estate, legge invece molti gialli.</p>
<p>Da qualche anno, più che leggere, preferisce rileggere. Dice: «Rileggo Stendhal quasi in perenne rotazioe. Tolstoi e i grandi russi. Diderot e Volaire. Degli scrittori d’oggi amo molto Carpentier, Manuel Scorza, Kundera. Degli italiani, Soldati e Calvino».</p>
<p>Leonardo Sciascia che incontriamo a Milano, in transito da Parigi per Palermo, ha d’altronde attinto molto spesso alla tecnica del giallo per i suoi libri. Basti pensare a <em>Il giorno della civetta</em>, scritto quando ufficialmente si negava l’esistenza della mafia, in cui l’applicazione della tecnica del giallo coincideva col tema fondamentale che è quello della “catena”, la catena gerarchica della mafia e della complicità mafiosa.</p>
<p><em>Sciascia, lei come si definirebbe?</em></p>
<p>«Uno che cerca di semplificare, secondo verità».</p>
<p><em>Lei ha scritto molto sulla mafia, i suoi romanzi sono ben più pungenti di certi saggi specialistici. Ha mai ricevuto avvertimenti mafiosi?</em></p>
<p>«No, mai. Ma in questo momento li sento nell’aria».</p>
<p><em>Cos’è per lei la mafia?</em></p>
<p>«Ho cercato, anni addietro, di darne una definizione da dizionario: “La mafia è un’associazione per delinquere, con fini di arricchimento per i propri associati, che si pone come intermediazione parassitaria, ed imposta con mezzi di violenza tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato”».</p>
<p><em>Esiste ancora, fra i giovani sicilani, il “comune senso dell’onore”?</em></p>
<p>«Non esiste più. Decisamente».</p>
<p><em>Dei libri che ha scritto qual è quello a cui è più affezionato?</em></p>
<p>«È <em>Morte dell’Inquisitore</em> perché lo considero come non finito».</p>
<p><em>È vero che lei non rilegge cose sue stampate per paura di trovarci errori tipografici?</em></p>
<p>«È vero. Ma forse la paura di trovarvi errori di stampa maschera il fatto che quello che ho scritto, una volta pubblicato, non mi interessa più».</p>
<p><em>Da un po’ di tempo si nota un certo ritorno alla cultura di provincia. Crede che riusciremo a trovare una “via nazionale alla cultura”?</em></p>
<p>«Sono sempre dell’opinione che l’Italia non abbia, né può avere una capitale culturale se non nel senso di una concentrazione di una concentrazione di istituti, di strumenti (e in questo senso Milano lo è ancora). La cultura italiana è stata ed è provinciale – cioè decentrata, eccentrica. Provinciale in senso deteriore forse è da considerare invece quella che si propone di non essere provinciale, di assumere come oggetto la città, la grande città».</p>
<p><em>Si dice che i comunisti non sarebbero più di moda, fra gli intellettuali, dopo il grande amore di due anni fa. Cosa ne pensa?</em></p>
<p>«Non credo. Fintanto che il Partito comunista apparirà come il cavallo che sta per arrivare al traguardo del potere, molti intellettuali l’ameranno ed applaudiranno».</p>
<p><em>Dopo l’esperienza come consigliere comunale del Partito comunista a Palemo, se la sentirebbe di andare al parlamento come deputato dello stesso partito?</em></p>
<p>«Non me la sarei sentita nemmeno prima. Ancora voglio scrivere qualche libro, voglio avere il tempo di scriverlo».</p>
<p><em>Cosa pensa del “compromesso storico”?</em></p>
<p>«Tutto il male possibile. Per dirla con una battuta: è un errore storico. E lo sconteremo tutti, per almeno vent’anni».</p>
<p><em>Cos’è rimasto per lei dell’intervista di Amendola all’</em>Espresso<em> in cui affermava che il coraggio civico non è mai stato una qualità ampiamente diffusa in larghe sfere della cultura italiana e opponeva il suo ottimismo al presunto psssimismo, soprattutto suo, di Montale e di Bobbio?</em></p>
<p>«Amendola ha detto una grande verità: solo che bisognava e bisogna rivolgerla veso coloro – verso quegli intellettuali – che si sono dichiarati d’accordo con lui. In quanto all’essere ottimisti o pessimisti non credo si possa, nel pessimismo, andare al di là del “compromesso storico”. Credere che non si possa governare l’Italia se non insieme alla Democrazia cristiana è toccare il fondo del pessimismo».</p>
<p><em>In un dibattito-scontro con Edoardo Sanguineti, lei disse di essersi ritrovato, dopo un anno e mezzo di esperienza in Consiglio comunale a Palermo, a fare la parte della “sentinella” dei tempi fascisti, quella che montava la guardia ai bidoni di benzina e che, nel suo caso, si è oltretutto accorto che il bidone che avrebbe dovuto custodire era vuoto. È stato dunque ingenuo credere nel cambiamento con l’avanzata del Pci?</em></p>
<p>«L’immagine della sentinella era sua, di Sanguineti. Io mi assegnavo un compito meno umile: volevo far parte di una pattuglia di guastatori. Ma non credo di essere stato un ingenuo: in fondo era un compito utopistico. Si trattava semplicemente di far certe cose e di non farne fare certe altre. Cose concrete. Poiché si doveva stare in consiglio comunale soltanto per lasciare fare le cose che non si dovevano fare, me ne sono andato. L’esperienza mi è servita. Moltissimo. Il guaio della sinistra in Italia è quello di aver seminato una doppia morale: una cosa è giusta se fatta da un uomo di sinistra o da un gruppo o un partito di sinistra; sbagliata o cattiva se fatta da un uomo di destra, o dalla destra. Poiché presto o tardi si raccogie quel che si semina, già si comncia a vedere che la sinistra non avrà un buon raccolto».</p>
<p><em>Alla vigilia del 15 giugno 1975, e dopo, si è sviluppato un grosso dibattito sul “pluralismo”. Il tema è stato preso a simbolo del nuovo volto del Partito comunista. A distanza di tempo di pluralismo non si parla quasi più. Che fine ha fatto?</em></p>
<p>«Il pluralismo era una specie di invenzione dell’ombrello, come nel famoso monologo di Gandolin. A un certo punto qualcuno si è dato ad inventare la democrazia. Ora, lei dice, non se ne parla più. Forse perché si sono accorti che il pluralismo – cioè la democrazia – esisteva già da prima: almeo formalmente».</p>
<p><em>Qual è il suo giudizio su Bernard-Henri Lévy, André Glucksmann e, in generale, sul fenomeno dei “nuovi filosofi”?</em></p>
<p>«Ho scritto una nota di introduzione all’edizione italiana del libro di Bernard-Henri Lévy (<em>La barbarie dal volto umano</em>, Marsilio). L’ho fatto più per rompere il conformistico rifiuto della sinistra nei riguardi dei “nuovi filosofi” che per adesione alla loro filosofia. Comunque a me non pare siano da relegare nella destra. Credo anzi che servano a ricordare alla sinistra la necessità di muoversi, di non sclerotizzrsi, di liberarsi di certi miti e di tornare ad essere creativa».</p>
<p><em>La figura dell’intelletuale “dissidente” all’interno di un partito di sinistra è talvolta contestata da certi marxisti. I “nuovi filosofi” teorizzano al contrario la necessità del dissenso. Cos’è per lei il dissenso?</em></p>
<p>«Definirei il dissenso come il bisogno di stare in un partito che non esiste, in una chiesa che non c’è. Appunto perché non ci sono, si sta dentro il vecchio partito, dentro lantica chiesa, a tentare di rinnovarle. Fatica forse inutil – ma la sola possibile, oggi».</p>
<p><em>Chi le ha proposto di entrare nelle liste del Partito comunista?</em></p>
<p>«Achille Occhetto. E ho accettato, ma dopo lunga esitazione, la sua proposta perché mi pareva che la sua gestione della segreteria regionale del Partito comunista fosse, nella critica e autocritica all’esperienza “milazzista”, la linea giusta per un rinnovamento del partito in Sicilia».</p>
<p><em>Quali sono i suoi rapporti personali e politici con Renao Guttuso?</em></p>
<p>«Con Guttuso ho rapporti di profonda amicizia, mai incrinati dalla sua ortodossia e dal mio dissenso. In questo siamo enrambi molto siciliani».</p>
<p><em>Nel campo delle arti visive, lei è d’accordo con l’estetica del “realismo socialista”?</em></p>
<p>«No, e del resto per un artista vero – qual è per esempio Guttuso – il “realismo socialist” non esiste. Guttuso è un grande pittore più quando fa “I tetti di Sicilia” che quando dipinge <em>I funerali di Togliatti</em>. Le etichette esistono in senso deteriore e per la parte deteriore».</p>
<p><em>Il Partito comunista nel campo della sperimentazione artistica ha ora abbandonato un atteggiamento di aperto conrasto.</em></p>
<p>«La politica culturale del Partito comunista è tutta una storia di ritardi, di disguidi, di qui pro quo. Credo che l’unico modo di far politica culturale, per un partito come il Partito comunista, sia quello di non farla».</p>
<p><em>Cosa avrebbe voluto che le avessimo chiesto e che non le abbiamo chiesto?</em></p>
<p>«Se ho delle inquietudini religiose. Le avrei risposto, come le rispondo, che le ho: il he rafforza la mia avversione a tutto quello che in Italia deriva dal cattolicesimo».</p>
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		<title>Oriana (Fallaci) ed io. Trent&#8217;anni fa.</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 12:41:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
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		<category><![CDATA[Scrittori]]></category>

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		<description><![CDATA[Febbraio 1980. Sono passati trent’anni esatti. La casa editrice Rizzoli aveva da poco pubblicato il libro “Un uomo” che Oriana Fallaci aveva dedicato al suo compagno Alekos Panagulis, conosciuto nel 1974, l’uomo da lei più amato, leader della Resistenza greca contro l’allora regime dei colonnelli che morirà in un misterioso incidente stradale il 1 maggio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Febbraio 1980. Sono passati trent’anni esatti. </strong>La casa editrice Rizzoli aveva da poco pubblicato il libro “<em>Un uomo</em>” che Oriana Fallaci aveva dedicato al suo compagno Alekos Panagulis, conosciuto nel 1974, l’uomo da lei più amato, leader della Resistenza greca contro l’allora regime dei colonnelli che morirà in un misterioso incidente stradale il 1 maggio 1976. La storia di Alekos verrà appunto raccontata dalla scrittrice fiorentina nel romanzo ”<em>Un uomo</em>” destinato a diventare un best seller.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-825" title="Oriana Fallaci con Alekos Panagulis (Collezione privata Oriana Fallaci)" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/03/700_dettaglio2_27.-OF-Panagulis.jpg" alt="Oriana Fallaci con Alekos Panagulis (Collezione privata Oriana Fallaci)" width="320" height="244" /></p>
<p>In quel febbraio del 1980 ero un fresco praticante assunto all’Editoriale del Corriere della Sera (si chiamava così allora). Nonostante la qualifica professionale di (apparente) neofita del mestiere (alle spalle avevo la pubblicazione di diversi libri e la partecipazine, nel 1975, alla nascita del primo quotidiano italiano in formato tabloid, stampato a Firenze, che purtroppo ebbe vita breve), ero stato nominato responsabile della pagina culturale del <em>Corriere Medico</em>, quotidiano nato da una costola del Corrierone. Si occupava del mondo della medicina e della scienza in generale (dai problemi sindacali, all’aggiornamento scientifico, alle scoperte). La pagina della cultura era un’oasi di pace e una fucina di idee solo perché non occupandosi di medicina non sottostava a pressioni politiche, pubblicitarie o semplicemente giornalistiche. C’erano, sì, i soliti medici scrittori che chiedevano di apparire sulle nostre colonne – che proprio in quei giorni passavano dal piombo alla fotocomposizione – ma venivano facilmente tenuti a bada.</p>
<p>Ogni uscita di un libro della Fallaci mandava in fibrillazione la casa editrice. Tutti i direttori venivano allertati per coprire l’evento al meglio. Alcuni venivano anche precettati per intervistare il “mostro sacro”. Compreso il mio direttore: Paolo Pietroni con cui, negli anni a seguire, condividerò l’avventura della rinascita di <em>Amica</em>, della nascita di <em>Max</em> (per cui mi manderà negli Stati Uniti come corrispondente), di <em>Sette</em>.</p>
<p>Quella mattina fatidica io arrivo in redazione soddisfatto di aver parcheggiato in via Solferino (già, allora, si poteva persino trovare posto davanti al Corriere e nelle strade adiacenti) e subito mi chiama Pietroni che, con aria distratta, butta lì che quel pomeriggio aveva qualcosa di estremamente importante da fare e che alle 15 non poteva andare a incontrare Oriana, come già organizzato. «Vacci tu» disse. Glielo feci ripetere. Lui ripetè: «Vacci tu».</p>
<p>L’unica cosa che mi venne in mente di replicare fu se era proprio importante il suo appuntamento. Lui bofonchiò qualcosa che assomigliava a “dentista” o forse era “dietista”. Poi riprese a leggere le carte che aveva davanti facendo così capire che il colloquio era finito. Tentai un’ultima disperata difesa: «Non ho con me il registratore». «Prendi un taxi», disse «e vai a casa a prenderlo». Non faceva una piega.</p>
<p>L’incontro era fissato per le 15 in casa editrice, in via Rizzoli. Corro a casa a recuperare il registratore e cercare di fissarmi in testa delle domande. Cosa diavolo avrei chiesto alla regina delle interviste, a quella che aveva infinocchiato l’Ayatollah Khomenei, che aveva innervosito Henry Kissinger, che poteva incontrare indifferentemente Indira Ghandi o Neil Armstrong, Mohammed Reza Pahalavi o Deng Xiao Ping, solo alzando la cornetta del telefono (all’epoca i cellulari erano fantascienza)?</p>
<p>«Un’intervista medica», si era raccomandato il direttore prima di sgusciare velocemente al suo appuntamento dal dentista o dalla dietista. Sì, certo, un’intervista medica.</p>
<p>Alle 15 spaccate ero in Rizzoli e ecco l’Oriana spuntare da uno di quei corridoio chilometrici del vecchio palazzo, quello che adesso è stato venduto e stanno buttando giù per farci, dicono, un centro commerciale.</p>
<p>Lei fiorentina, io quasi fiorentino, riusciamo a sintonizzarci parlando male di un amico comune. Nel senso che lei, chinandosi verso di me con aria cospratrice e soffiandomi un faccia una zaffata di fumo, se ne uscì con: «Quello stronzo è un agente della Cia». Ah, davvero, credevo fosse un professore universitario. «Certo, ma la John Hopkins è una copertura». Davvero? «Davvero». Altra zaffata di fumo. «Allora, cominciamo?». Sì, cominciamo. Meglio che cominciamo.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-828" title="&quot;Caro Castellaccio&quot;" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/03/Oriana-bis-500x166.jpg" alt="&quot;Caro Castellaccio&quot;" width="500" height="166" /></p>
<p>Quello che segue è dunque il testo dell’intervista pubblicata il 28 febbraio 1980 nelle pagine della cultura del <em>Corriere Medico</em>. Il titolo: “Una donna”.</p>
<p><span id="more-824"></span></p>
<p><strong>Quando il centralino passò la telefonata, il dottor Richard Kaufman si stupì che la sua amica Fallaci lo chiamasse durante il turno in ospedale.</strong></p>
<p>«Dick, sono malata, stò male», lo investì. «Credo di avere il cancro, che si fa?».</p>
<p>Dick Kaufman pensò che, tutto sommato, era proprio difficile essere amici di quella furia di italiana. Pensò anche che se non le avesse fatto subito un check up non avrebbe avuto più pace. Le disse quindi di andare da lui.</p>
<p>«Ci vado, faccio le radiografie e il cancro non c’è. Ne sono contenta, ovvio, ma anche un po’ mortificata per il caos che ho causato».</p>
<p>Oriana Fallaci si accende una sigaretta. «Dio quanto fumo! Troppo, troppo», dice quasi a se stessa.</p>
<p>«Quante?», le chiedo.</p>
<p>Almeno sessanta risponde con imbarazzo.</p>
<p>A sentire lei è un ospedale viaggiante, il ritratto al femminile del protagonista del romanzo di Jerome “tre uomini in barca”, quello che andando un giorno alla biblioteca per documentarsi su un lieve malanno, scopre di essere affetto da tutte le malattie ad eccezione del “ginocchio della lavandaia” e se ne sente offeso, quasi fosse un affronto, una menomazione.</p>
<p>«Dev’essere perché ho incominciato molto presto ad avere pessimi rapporti coi medici e perché i medici hanno cominciato ancora più presto a farmi le prepotenze. Un giorno, ero una bambina, avevo male alla pancia. Un normalissimo mal di pancia. Fui portata dal medico e subito lui mi tolse l’appendice. Poi mi mostrò una garza con su un pezzetto di Oriana roseo e chiaro, pulito e disse: “Non ce l’aveva l’appendicite, non si trattava di quello. Ma non importa, tanto è sempre meglio levarla. E in ricordo di quella bella impresa m’è rimasta una brutta cicatrice. E il complesso di essere malata anche quando non lo sono».</p>
<p>Ma cos’altro ti hanno fatto questi medici, a parte il crimine di aver preso un pezzetto di Oriana tutto roseo e pulito?</p>
<p>«Mi hanno preso trenta dollari dopo che mi ero visitata da sola. Senti questa. Un giorno mi ammalo a New York e mi metto a letto con la febbre e un mucchio di dolori. Chiamo il medico e lui mi risponde di andare al suo studio. “Non posso – mi lamento – sono a letto, ho la febbre”. E lui: “prenda uno specchio, si guardi la lingua”. Prendo lo specchio, mi guardo la lingua. “La vedo”, dico. E lui: “Com’è?”. E io: “Brutta, brutta”. E lui: “Ho capito. Ora si tocchi il fegato”. “Dov’è”, chiedo io. Me lo spiega, lo localizzo. Lo pigio e lo ripigio. “Le fa male?”, chiede il medico. “Sì, tanto”. “Ho capito”, dice lui. “Cosa ho”, dico io. “È malata”, dice lui. “E cosa devo fare?”. “Stia a letto”, dice lui. “Ci sono già”, dico io. “Ci rimanga”, risponde lui. Poi posa il ricevitore e il giorno dopo mi arriva una lettera espresso che mi costringe ad alzarmi dal letto. Dentro indovina che c’è?».</p>
<p>La ricetta.</p>
<p>«No, il conto di trenta dollari».</p>
<p>Eppure a sedici anni, cioè con due anni di anticipo sui suoi coetanei, avendo superato l’esame di maturità e dovendo scegliere la facoltà universitaria a cui iscriversi, Oriana si iscrisse a medicina per diventare psichiatra.</p>
<p>«La medicina è lo studio più umanistico che esista», dice lei. «È il più bello in assoluto. Resta in me un grande rammarico per non aver studiato medicina. Il fatto è che mio padre non poteva mantenermi all’università per sei anni e dovevo lavorare, e lavorare significava per me lavorare in un giornale. Non erano già trascorse due settimane dall’iscrizione che già facevo la cronista. Di notte. Tornavo a casa col camioncino che portava i giornali alla stazione. Durante la lezione di anatomia, che era alle otto e mezzo del mattino, finivo sempre con l’addormentarmi. Dopo un anno di questa vita ero ridotta a trentotto chili. E dovetti scegliere tra la medicina che non mi pagava e il giornalismo che già mi pagava. E beninoi. Finì così il mio sogno di diventare psichiatra».</p>
<p>E i tuoi rapporti con la medicina continuarono nel ruolo di paziente.</p>
<p>«Ho il corpo coperto di cicatrici che sembro un torero», dice tutta contenta di essere un soggetto clinicamente interessante. E racconta con umorismo di un male all’orecchio che divenne mastoidite dopo essere transitato per tutti i vari stadi dell’otite, e il relativo intervento chirurgico che lasciò una di quelle cicatrici.</p>
<p>E poi ci sono quelle del Messico, quando ti hanno sparato addesso, le ricordo.</p>
<p>«Già, tre pallottole mi presi. Ma solo tre. Fui fortunata. Una fortuna che in Vietnam chiamavano “la bonne blessure”, cioè la ferita che non ti ammazza, non lede gli organi vitali, ma che ti permette di tornare a casa. Uhm! Temevo che mi tagliassero la gamba, invece, lì, la pallottola era entrata educatamente tra l’arteria e i nervi senza lederli. Un’altra era approdata fra la dodicesima e la tredicesima vertebra sfiorando il midollo spinale. Una fortuna sfacciata, ti dico».</p>
<p>E si accende un’altra sigaretta. Ormai, nel portacenere le cicche non si contano più.</p>
<p>Io dico che non stai male come dici e devi essere molto forte per resistere al ritmo convulso di vita che tieni.</p>
<p>Esita un attimo per chiedersi se è un complmento o un’offesa. Poi cede. Confessa: «In effetti sono piuttosto forte. Se pensi che vivo sulla tensione continua, il tipo di tensione che fa venire l’infarto agli uomini d’affari. La vita che faccio. E poi il mio carattere. Senza contare il continuo spostarmi tra i due continenti. L’America e l’Europa. Ogni volta ciò provoca in me un malessere fisico. Non mi sono mai abituata a superare il trauma delle sei ore di differenza tra New York e Roma. Eppure faccio quella vita da quasi diciotto anni. Be’, sì, hai ragione. Devo essere molto sana per resistere a una routine simile. Se fossi davvero malata come dico, a quest’ora sarei morta e sepolta. Ma lo sai che fra ottobre e gennaio ho attraversato l’Atlantico sei volte? E a questo aggiungi la continua tensione di cui parlavo prima. Il mio carattere».</p>
<p>Cioè?</p>
<p>«Il carattere di una persona molto emotiva che si sforza continuamente di controllare la sua passione col raziocinio».</p>
<p>Una sorta di dottor Jeckyll e mister Hyde.</p>
<p>«Pù o meno. Voglio dire, è sempre la parte raziocinante che vince in me. Però attraverso uno sforzo quasi disumano.È molto stressante dominare le proprie emozioni, incanalarle sui sentieri della ragione, ma lo è ancora di più in un individuo che come me ignora l’indifferenza. Io partecipo sempre a tutt e in modo eccessivo: nella gioia come nel dolore. Sono esagerata, diceva Alekos. E va da sé che anche lui lo era. Per questo ho potuto descriverlo così bene. Alekos era me. Uomo».</p>
<p>Cerca una sigaretta. Mormora: «La gente come me e come Alekos è sempre troppo felice o tropo infelice», poi sorride divertita: «Dev’essere per questo che ingrasso poco».</p>
<p>Forse mangi poco.</p>
<p>«Poco, ma di tutto. Inclusi i piatti grassi e dolci. Ho un grande rispetto per il cibo, una grande curiosità. Pensa che una volta o viaggiato con un cavolo in braccio, da Hanoi a Firenze. Sì, un cavolo vietnamita che volevo portare a mio padre perché ne cavasse il seme e lo piantasse. Da Hanai l’ho portato in Cambogia, a Phnom Phem, da lì a Bankog, poi a Nuova Delhi, a Karachi e così via. Ad ogni scalo il cavolo puzzava sempre più. Perciò io lo chiudevo sempre più in buste di cellophane. Quando sono arrivata era quasi marcio e mio padre mi ha chiesto se ero impazzita. Oltretutto si trattava di un cavolo che in Toscana si trova dovunque».</p>
<p>Ma tu sai cucinare?</p>
<p>«Certo, e bene».</p>
<p>Quale cucina preferisci?</p>
<p>«Non esiste una cucina che preferisco. Mi incuriosiscono tutte. Ho una raccolta ragguardevole di libri di cucina. E va da sé che non li leggo quasi mai perché mi piace inventare».</p>
<p>E bere, ti piace?</p>
<p>«Meno che mangiare. Soprattutto i liquori. Detesto il whisky. Non sono mai riuscita a inghiottire un sorso di whisky. Sa di medicina. Puzza. La bevenda che preferisco  il vino- Quello lo bevo, sia pure in quantità ridotte, durante i pasti. Infatti non so concepire una cena senza il vino. Non digerisco se non ho il mio bocchiere di vino mentre mangio. Per noi toscani il vino non è alcol, è cibo. Ricordo che quand’ero bambina, spesso, mia madre mi dava per merenda una fetta di pane inzuppata nel vino e coperta di zucchero. Posso sostituire il vino con la birra e basta purché ciò avvenga d’estate. Ma la birra è una scoperta molto recente, l’ho fatta in America dove viene consumata assai più del vino».</p>
<p>Semti, parliamo un attimo di tutto questo in rapporto al tuo lavoro di scrittore. Quello dello scrittore è un lavoro sedentario. Come tratti la tua salute nei periodi in cui lavori su un libro?</p>
<p>«Male, malissimo. Non la tratto, la maltratto. Prendi l’esempio dei tre anni durante i quali ho lavorato a quest’ultimo libro. Tre anni vissuti dentro una stanza come dentro una gabbia, senza uscirne mai. Mai. Neanche per fare una passeggiata, respirare un po’ì d’aria pura. Ed ero in campagna, pensa. Il fatto è che quando scrivo mi chiudo in uno stato di ipnosi, autoipnosi, che mi estranea dalla vita. Dal mio stesso corpo. Mi concentro talmente sullo sforzo che non mi chiedo neanche se mi sento bene o male. Così la mattina verso le otto bevevo un caffè doppio e andavo avanti senza mangiare fino alla sera, fino alle sette. A volte, verso mezzogiorno, masticavo distrattamente una scheggia di parmigiano. Insomma, mangiavo la sera e basta. Il che non mi capita spesso, del resto. Non mangiare a mezzogiorno è un’abitudine che ho maturato in America dov’è raro che la gente affronti il pasto completo a metà giornata. Il vero pasto è quello serale. E a me piace arrivare alla cena affamata come un lupo. Il cibo ha più sapore così- Diventa una gioia sensuale».</p>
<p>E lo sport, ginnastica, ne fai?</p>
<p>«Io no. Si dura fatica a fare la ginnastica. Si suda, e poi, magari, vengono gli strappi muscolari. Per carità! In quel senso sono molto pigra, pigrissima. La mia sola ginnastica è andare in fretta. Vado sempre di fretta, corro sempre. Il mio portiere a New York mi rimprovera: ma che corre? Perché corre? Calma, calma».</p>
<p>E tu allora ti calmi?</p>
<p>«No, non ho il tempo di andare piano, di camminare da signora. La giornata è così breve, soltanto ventiquattro ore. E non bastano mai. Inoltre la calma mi annoia. Mi fa sbadigliare».</p>
<p>Capisco. Ma permettimi di insistere. Non hai mai fatto uno sport?</p>
<p>«Con lo sport ho chiuso a ventitré anni quando sciando all’Abetone mi ruppi un piede. Me ne offesi a morte. Buttai via gli sci e da quel giorno non voglio più vedere neanche la neva, le montagne e gli edelweiss».</p>
<p>Nonostante questo tuo peregrinare fra un continente e l’altro traspare, dal tuo ultimo libro, un grande amore per la casa. Per un luogo stabile. Come si concilia?</p>
<p>«Io quando viaggio mi porto dietro la casa, come le lumache. Viaggiare con una borsa e lo spazzolino da denti è una delle cose che non ho mai imparato. Riempio la valigia fino all’inverosimile, senza contare i fogli, i libri, i giornali, le fotocopie e, a volte, anche i quadri. Se potessi mi sposterei con le pentole. L’attaccamento alla casa, agli oggetti della casa, forse è tipico delle persone che non hanno un punto fisso».</p>
<p>Ti piaci?</p>
<p>«Io?». La sua risata è un’esplosione. «Se mi piacessi sarei un po’ più serena. Io sono sempre arrabbiata con me stessa. Mi maltratto sempre. Mi accuso. Quando una cosa va male, prima di berciare contro gli altri, bercio contro me stessa. Del resto quale persona con un po’ di cervello, di senso critico piace a se stessa? No, no, guarda: io non mi piaccio, mi rispetto. È diverso».</p>
<p><strong>Una nota a margine di quest&#8217;intervista:</strong><em> Mentre Oriana parlava io continuavo a adocchiare un libro nero con i bordi rossi che sembrava uno di quei breviari dei parroci di campagna che spuntava dalla sua borsa. Finita l’intervista le chiedo di che libro si trattasse.  «È la mia agenda», dice lei. La prende e me la mostra. Non le sfuggì il mio sguardo di fanatico di paraphernalia da cartoleria: «Quando torno a New York te ne compro una e te la mando», disse. Certo, grazie. </em></p>
<p><em>Figurati se Oriana Fallaci torna a New York, va in cartoleria, compra un’agenda e ma la spedisce. Comunque, grazie del pensiero.</em></p>
<p><em>Be’, non ricordo quanto tempo passò, ma di lì a poco mi arriva un pacchetto in redazione. Lo apro e dentro c’è una piccola agenda verdolina, con un biglietto attaccato con del nastro adesivo. Diceva: «N.Y. Feb. 80. Caro Castellaccio (aveva preso a chiamarmi così) l’agenda come la mia era finita. Così ho preso questa che non mi pare brutta. Oriana Fallaci». Rimasi senza parole. Anche perché, nonostante la sua estrema carineria, l’agenda era proprio brutta.</em></p>
<p><em><img class="aligncenter size-medium wp-image-827" title="&quot;Caro Castellaccio&quot;: bigliettino di accompagnamento inviato da Oriana insieme all'&quot;agenda americana&quot;" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/03/IMG_11011-400x300.jpg" alt="&quot;Caro Castellaccio&quot;: bigliettino di accompagnamento inviato da Oriana insieme all'&quot;agenda americana&quot;" width="400" height="300" /><br />
</em></p>
<p><em>Tre anni più tardi feci il mio primo viaggio negli Stati Uniti, a Los Angeles: la prima cosa che feci è andare in cartoleria a comprare l’agenda dei miei sogni.</em></p>
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		<title>19 dicembre 1999: dieci anni fa, oggi (19 dicembre 2009), Macao diventava cinese. Cronaca di un giorno prima</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2009 21:56:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Storie]]></category>
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		<description><![CDATA[Una settimana prima che la colonia portoghese di Macao venisse restituita alla Cina ero stato inviato dall’allora settimanale Amica (oggi mensile) a raccontare come si vivevano quegli ultimi giorni di “libertà”. Questa è la cronaca di quei giorni:
Maureen, cameriera del Dynasty, il ristorante cinese dell’hotel Mandarin Oriental di Macao è in stato di avanzata gravidanza. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Una settimana prima che la colonia portoghese di Macao venisse restituita alla Cina ero stato inviato dall’allora settimanale </em>Amica <em>(oggi mensile) a raccontare come si vivevano quegli ultimi giorni di “libertà”. Questa è la cronaca di quei giorni:</em></p>
<p><strong>Maureen, cameriera del Dynasty, il ristorante cinese dell’hotel Mandarin Oriental di Macao </strong>è in stato di avanzata gravidanza. Come la sua collega Chan, cameriera del Cafe Girasol, quello che occupa metà della hall del Mandarin. Come Virginia, commessa del negozio aperto da Ermenegildo Zegna nello stesso albergo. Come centinaia di altre giovani donne qui a Macao dove i reparti maternità di ospedali e cliniche si preparano a fronteggiare un’ondata di nascite programmate prima del fatidico 20 dicembre prossimo. Entro quella data i nuovi arrivati potranno ancora godere del diritto alla cittadinanza portoghese e all’ambito passaporto comunitario.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-764" title="Macao prima del passaggio alla Cina" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/macao_relief-254x300.jpg" alt="Macao prima del passaggio alla Cina" width="254" height="300" /></p>
<p>Allo scoccare della mezzanotte del 19 dicembre 1999 si consumerà, infatti, l’ultimo grande evento politico e sociale del millennio: dopo 442 anni di sonnacchioso dominio portoghese, a Macao, sarà ammainata la bandiera lusitana, sarà issata la bandiera rossa stellata della Repubblica Popolare Cinese, si spareranno salve di cannone, salve di fuochi d’artificio, il <em>vinho verde</em> scorrerà a fiumi e 1000 uomini dei reparti speciali dell’armata rossa, abbattuta la simbolica sbarra di confine, nei pressi di Zhuahi, prenderanno posizione in città. E Macao tornerà, di fatto e di diritto, alla Cina. Come era accaduto con Hong Kong dove, apparentemente, in due anni e mezzo di gestione cinese le cose non sono molto cambiate.</p>
<p>Mancavo da quattro anni da Hong Kong: il nuovo aeroporto <a href="http://www.hongkongairport.com/eng/index.html" target="_blank">Chek Lap Kok </a>è una piacevole ed efficiente sorpresa, l’autostrada di collegamento all’isola sprizza potenza e ricchezza; in città il traffico è sempre lo stesso, caotico, ma ordinato; le vetrine dei negozi traboccano di ogni ben di dio; i neon ammiccano come da cartolina (e pensare che Alberto Moravia, nel 1937, sulla <em>Gazzetta del Popolo</em> scriveva: “Hong Kong notturna è una delle città più buie che abbia mai veduto”); i grattacieli svettano come da brochure e il mercato azionario locale continua a dettare legge in questa parte di mondo. Certo, fa effetto vedere issata la bandiera cinese laddove prima sventolava la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Bandiera_del_Regno_Unito" target="_blank"><em>Union Jack</em></a> dei reparti Gurkha.</p>
<p><span id="more-763"></span><strong>Fa anche effetto notare che, qui, nel mare del sud della Cina, i gabbiani siano tornati.</strong> La notizia avrebbe fatto piacere a Ian Fleming, il creatore di James Bond, che quando esattamente quarant’anni fa era sbarcato dal Comet della Boac, l’allora compagnia di bandiera inglese, che in 26 ore e una manciata di scali &#8211; Beirut, Bahrein, Nuova Delhi, Bangkok &#8211; lo aveva aviotrasportato da Londra a Hong Kong, la prima cosa che notò fu, appunto, la totale assenza di gabbiani in quello specchio di mare che, una volta, pullulava, non solo di gabbiani, ma di pirati e avventurieri.</p>
<p>Il suo ospite – Hugh Barton, potente <em>taipan</em> locale &#8211; gli spiegò che i gabbiani, noti spazzini del mare, dalle loro parti, latitavano perché dovevano vedersela con la sterminata e affamata comunità cinese che viveva, come ai tempi di Suzie Wong, a bordo di miseri <em>sampan, </em>giù nella  baia, e che non si lasciava certo dietro briciole di alcunché di commestibile .</p>
<p>A Macao, cinquanta minuti di aliscafo da Hong Kong, i gabbiani, invece, non se ne sono mai andati. C’è sempre stato spazio per tutti, nonostante la colonia portoghese, insignificante appendice di territorio cinese, sia, statisticamente parlando, il comprensorio più densamente popolato al mondo. Un tocco di tolleranza mediterranea che qui si rispecchia nella vita di tutti i giorni, anche oggi, a ridosso del passaggio dei poteri dal Portogallo alla Cina.</p>
<p><strong>Un passaggio che si preannuncia, tutto sommato, morbido, senza le asperità che segnarono per gli inglesi la riconsegna di Hong Kong. </strong>Ma anche se, apparentemente, qui a Macao, le relazioni con Pechino sono rose e fiori, gli amministratori che si preparano a lasciare la colonia qualche apprensione ce l’hanno. A parte la formalità del mantenimento del portoghese come una delle lingue ufficiali del territorio, la principale preoccupazione riguarda gli oltre 100.000 cinesi di Macao in possesso di passaporto europeo che Pechino si rifiuta di riconoscere perché, per loro, i cinesi possono solo essere cinesi e non qualcos’altro. L’unica eccezione la fanno per i circa 8000 macanesi, i residenti di sangue misto che, siccome non sono di sangue puro, che si tengano pure il passaporto portoghese.</p>
<p>E questo al presidente Jorge Sampaio non va molto a genio anche perché, a differenza dell’Inghilterra, il Portogallo ha sempre garantito diritto di piena cittadinanza agli abitanti delle proprie colonie. Tanto che, all’epoca del suo viaggio in Cina nello scorso marzo, Sampaio aveva ventilato un possibile boicottaggio della cerimonia di passaggio dei poteri. Ma, alla fine, tutto sembra essere stato appianato dalla visita in ottobre del presidente cinese Jiang Zemin a Lisbona. Nelle tappe precedenti del suo tour europeo – Londra e Parigi – aveva firmato importanti accordi commerciali facendo intendere ai portoghesi che, in caso di aperta offesa, la Cina avrebbe potuto benissimo scaricare dalla lista dei partner gli ex padroni di Macao. La mossa e la diplomazia hanno ottenuto l’effetto desiderato e Sampaio non solo ha messo la sordina alla paternale di rito che tutti fanno ai cinesi sui diritti umani e la pena di morte, ma ha confermato la sua presenza a Macao e persino concesso che, prima della data fatidica, un’avanguardia di tecnici militari cinesi, seppure disarmati, entri in città per coordinare il successivo spiegamento di forze alla mezzanotte e un minuto del 19 dicembre.</p>
<p>Ufficialmente, i reparti speciali entreranno in città per mantenere l’ordine pubblico che, da quattro anni a questa parte sembra essere sfuggito di mano alla polizia. La città è stata letteralmente sconvolta dalle faide interne alla mafia locale – le famigerate <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Triade_%28organizzazione_criminale%29" target="_blank">triadi </a>cinesi – che gravitano intorno alla principale risorsa economica della colonia: il gioco d’azzardo. Chi sgozzando, chi mitragliando, chi piazzando bombe, tutti stanno cercando di trarre il massimo dei profitti prima dell’arrivo dei castigamatti, ma soprattutto di trovarsi in <em>pole position</em> allo scadere, nel 2001, dei diritti di gestione dei casino – oggi saldamente nelle mani monopoliste della STDM (<em>Sociedade de Tourismo e Diversoes de Macau) </em>società controllata da Stanley Ho, 77 anni, uno degli uomini più ricchi e potenti del mondo.</p>
<p><strong>I problemi con le triadi cominciarono nel 1996</strong>, quando la polizia di Hong Kong, volendo riconsegnare ai cinesi una città pulita, lanciò una durissima repressione, spingendo le organizzazioni criminali fuori dalla città: non avendo altro posto dove andare, queste si trasferirono a Macao. Lo stesso avvenne, per altri motivi, a Taiwan, dove la polizia di Taipei fece pulizia e le briciole finirono di nuovo qui. Il quadro si completa con la poco scaltra mossa portoghese di aver rinunciato a mantenere un esercito a Macao – fu ritirato nel 1976, dopo che nel ’66 e nel ’74 il Portogallo che non sapeva cosa farsene della colonia, aveva cercato invano di restituirla ai cinesi che, in quel momento, però, non erano politicamente pronti a riprendersela. I portoghesi, da allora, fanno affidamento solo sulla polizia locale per mantenere l’ordine, ma con il clima di rilassatezza mediterranea che si respira qua, non ci vuole un genio a capire che è facilissimo cadere preda della corruzione.</p>
<p>Così per ovviare al problema della corruzione nelle carceri, il governatore portoghese, generale Vasco Joaquim Rocha Vieira, stanco di avere detenuti con telefoni gsm , televisioni a colori, donnine allegre in cella, ha chiamato ad affiancare le 260 guardie carcerarie locali – una media di una guardia ogni 3 prigionieri – novanta ex appartenenti ai reparti speciali britannici dei Gurkha. A loro il compito di sorvegliare ospiti ad alto rischio, come Wan Kuok-koi, detto “Broken Tooth”, dente rotto, capo della triade 14K, rinchiuso nella prigione dell’isola di Coloane, la più appartata, la più verde, la più umana delle due isolette che fanno parte del territorio di Macao.</p>
<p>Sfortunatamente per le triadi anche Pechino è decisa a voler mettere le mani sui redditi prodotti dal gioco d’azzardo nei 10 casino di Macao che sarà, sì, un passatempo per debosciati capitalisti, ma genera talmente tanto denaro – il 60 per cento delle entrate fiscali, qualcosa come più di mille miliardi di lire – che persino gli ideologi osservanti del Partito Comunista Cinese hanno gesuiticamente chiuso prima uno, poi anche l’altro occhio e hanno deciso di mantenere in vita il passatempo. Almeno per i prossimi 50 anni, in cui Macao, come Hong Kong, sarà governata con lo slogan di “un paese due sistemi”: il paese è, naturalmente, la Cina, i due sistemi sono quello comunista e quello capitalista.</p>
<p><strong>La gente comune, quella senza tanti grilli democratici in testa, vede di buon occhio la prossima gestione cinese.</strong> La madrepatria, la Cina, è sempre una madre, è il ritornello che si sente da queste parti, e una madre si prende sempre cura dei suoi figli. Il Portogallo non è mai stato un vero padre, tutt’al più un patrigno. Un patrigno bonario, ma che, diciamo la verità, è stato menefreghisticamente assente, ha chiuso più di un occhio sulla corruzione dilagante e non ha saputo gestire correttamente il tasto delicato della sicurezza. Non sono riusciti a gestire neanche i ristoranti portoghesi che, indistintamente, hanno in cucina cuochi cinesi. L’unica vera presenza lusitana qui, è il vino che scorre a fiumi, ma per quello i portoghesi non devono impegnarsi molto: lo caricano sui container e lo spediscono.</p>
<p>La gente ne ha abbastanza degli ammazzamenti, dei regolamenti di conti fra bande che hanno dato una batosta mica da ridere al turismo non solo internazionale, ma anche a quello ricchissimo, locale, da Hong Kong che ha cominciato a disertare Macao. Certo i membri delle triadi si ammazzano fra di loro e si guardano bene dal molestare i turisti, ma non è piacevole sapere che dietro l’angolo può esplodere una bomba, una rissa o una sparatoria. Prendi ieri, lunedi 25 ottobre, scoppia una bomba in un ristorante di Zhuahi, l’agglomerato urbano al di là della sbarra di confine: due morti, una cameriera di 21 anni e un bambino di 8, quattordici i feriti gravi. La polizia cinese non ha dubbi che si tratti di un regolamento di conti fra triadi rivali, ma la coincidenza inquietante è che sia avvenuta all’indomani delle dichiarazioni del vice ministro cinese per la sicurezza, Tian Qiyu, che aveva promesso il pugno di ferro nellla repressione del crimine di confine.</p>
<p>Con la gestione cinese, le cose non potranno andare che meglio, si dice a Macao, dove l’unico rimpianto è che saranno abolite le feste portoghesi, ma in compenso ci si aspetta più sicurezza: la Cina sa come trattare le teste calde. Già, in Cina non fanno tanti discorsi, come quando hanno messo le mani su un gangster di Hong Kong, Cheung Tze-keung, conosciuto col soprannome di “<em>Big Spender</em>”, lo spendaccione, arrestato nella provincia cinese di Guangdong. Lo spendaccione fu portato davanti a un tribunale speciale, condannato, ricondannato nell’appello più veloce del mondo, trascinato dall’aula di tribunale nel cortile adiacente e fucilato.</p>
<p><strong>E così, eccoci qui a Macao a cercare di capire gli umori e le tendenze di un micromondo sull’orlo della resa politica, militare, culturale.</strong> Insomma, andrà, poi, tutto così bene? “Macao è sopravvissuta per più di quattro secoli, sfidando tifoni e uragani con la flessibilità di un bambù: sono sicuro che ancora una volta il vento soffierà dalla nostra parte”, dice Gary Ngai, direttore della Fondazione cino-latina, uno dei personaggi culturalmente più in vista della città, che è stato, fra le tante cose, l’interprete di Mao Tse-tung, che ha conosciuto Ciu En-lai, che parla correntemente otto lingue e con un’altra manciata non se la cava neanche male – ma tutto questo lo scopriremo più tardi, quando la conversazione si sposterà dall’ufficio al ristorante, davanti a un piatto di “<em>tacho cozido</em>”, specialità della cucina macanese che Gary si è offerto di introdurre ai nostri palati occidentali per far capire esattamente cosa si intende quando a Macao si usa, così spesso, il termine “<em>fusion</em>”, fusione, miscuglio, minestrone. Di razze, di lingue, di cucina, appunto.</p>
<p>Miscela che si ritrova dappertutto, anche nell’arte contemporanea macanese. Prendi Carlos Marreiros, architetto, urbanista, uomo politico leader dell’organizzazione “<em>Macau Sempre</em>” le cui opere – trionfo su tela di “E<em>ast meets West</em>”, oriente che si sposa con l’occidente &#8211; sono esposte al nuovo museo d’arte diretto da Ung Vai Meng, anche lui pittore e grafico di grande forza, nel cui ufficio sono esposte opere di altri artisti <em>fusion</em> come Jorge Smith, nato in Mozambico, madre cinese e padre mezzo cinese e mezzo zimbabwese, con nonna di Macao e studi a Lisbona: Jorge di mestiere fa il direttore vini e cibo dell’hotel Mandarin Oriental di Macao. Scopriremo che molti artisti e scrittori locali gravitano e lavorano intorno al mondo dei grandi alberghi e delll’industria turistica, come Annabel Jackson, inglese trapiantata a Hong Kong, direttore delle pubbliche relazioni del Mandarin Oriental di Hong Kong che è la più famosa <em>columnist</em> gastronomica locale, autrice di libri sulla cucina vietnamita, su quella di Macao, fra cui il recente “<em>Macau on a plate”</em>, Macao su un piatto (Roundhouse Asia), che aiuta a capire le sfumature della cultura artistica, letteraria, sociale, architettonica macanese che, come scrisse Alberto Moravia all’indomani di un suo viaggio, qui “è leggera, quasi commestibile. I capitelli ricciuti delle case sembrano di gialla crema, le colonne rosei savoiardi inzuppati nel sugo di lampone, le facciate zuccherose e stucchevoli, cassate siciliane. Ma dopo la tetraggine del granito e della rispettabilità di Hong Kong, questa pasticceria architettonica è un sollievo”.</p>
<p>Moravia scriveva quegli appunti nel 1937. Sessantadue anni dopo, possiamo confermare che poco o niente è cambiato. In più sono spuntate tracce dell’anima sportiva di Macao, una passione recente: sull’Avenida de Amizade, sul lungomare davanti allo specchio d’acqua dove una volta atterravano i clipper della Pan American, c’è, per esempio, la “torre di controllo” che viene attivata in occasione dell’annuale gran premio automobilistico di formula tre che, come a Montecarlo, si corre per le vie cittadine. E qui, nel 1990 hanno corso Mika Hakkinen e Michael Schumacher che una foto d’epoca esposta al locale museo del Grand Prix, ritrae abbracciati e sorridenti. E poi c’è la foto del podio di quell’anno: primo Schumacher, secondo Mika Salo, terzo Eddie Irvine. David Coulthard avrebbe corso solo l’anno dopo, e invece della foto c’è, comunque, la sua auto, accanto a quella di Schumacher. Però, com’è piccolo il mondo.</p>
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		<title>Michael Crichton: «Com&#8217;è divertente uccidere le spie nemiche»</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2009 17:50:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È da poco in libreria Pirate Latitudes, l’isola dei pirati, il romanzo postumo di Michael Crichton – l’autore di best seller come Congo, Andromeda, Jurassic Park – rinvenuto nel computer dello scrittore morto nel novembre del 2008. La storia, pubblicata in Italia da Garzanti, è ambientata nei Caraibi del secolo XVI e narra del complotto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>È da poco in libreria <em>Pirate Latitudes</em>, l’isola dei pirati, il romanzo postumo di Michael Crichton </strong>– l’autore di best seller come <em>Congo, Andromeda, Jurassic Park</em> – rinvenuto nel computer dello scrittore morto nel novembre del 2008. La storia, pubblicata in Italia da <a href="http://www.garzantilibri.it/default.php?page=news&amp;NEWSID=813" target="_blank">Garzanti</a>, è ambientata nei Caraibi del secolo XVI e narra del complotto tra il governatore della Giamaica e un pirata, Hunter, per rapinare il tesoro di un galeone spagnolo.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-756" title="L'isola dei pirati è il romanzo postumo di Michael Crichton pubblicato in Italia da Garzanti" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/LISOLA_DEI_PIRATI_micheal_crichton_garzanti_romanzo_postumo-198x300.jpg" alt="L'isola dei pirati è il romanzo postumo di Michael Crichton pubblicato in Italia da Garzanti" width="198" height="300" /></p>
<p>Conoscevo Michael Crichton. L’avevo incontrato più di una volta all’epoca in cui abitavo a Los Angeles: stavamo neanche troppo distanti: lui a Santa Monica, io a Pacific Palisades. Quello che segue è la cronaca di un’intervista e il ritratto di uno dei più grandi scrittori contemporanei mancato troppo presto.</p>
<p><strong>Innanzi tutto il nome. Si scrive Crichton, si pronuncia <em>Craiton</em>. </strong>Un’eccezione fonetica. Poi l’altezza. Io sono alto un metro e ottantotto, ma quando parlo con lui devo alzare la testa al cielo: saremo nell’ordine dei due metri e dieci buoni. Per fortuna ci mettiamo seduti e ci livelliamo ad un’altezza intermedia. Poi il modo di parlare: fai una domanda e ti risponde il silenzio, al silenzio ti subentra l’imbarazzo, ti schiarisci la gola e tenti con un’altra domanda, ma non fai in tempo a formularla che lui risponde a quella di prima; capito il ritmo ti adegui, ma le palpitazioni restano alte e ad ogni domanda ti chiedi: dio mio, risponderà o non risponderà? Poi c’è la sua passione per i computer che risale agli albori dell’elettronica. Alla fine dell’intervista, tanto per fare due chiacchiere, butto lì se aveva visto l’ultimo modello di un certo tipo di microportatile, dice: no, chi lo vende? Un certo importatore dalle parti di Beverly Hills, dico io. Andiamo, dice lui. Mi carica sulla sua Cadillac coupe dove le ginocchia gli arrivano in bocca. Sicuro che non vogliamo prendere la mia Jeep? si sta più comodi. Sicuro. Attraversiamo Los Angeles, da Santa Monica a Beverly Hills. Io prego solo che l’importatore abbia un esemplare di quel computer da fargli vedere: avevo letto la notizia su un giornale specializzato, ma non avevo approfondito. Arriviamo, lo riconoscono &#8211; difficile non riconoscerlo &#8211; per fortuna hanno un esemplare del palmare in questione, lui ci smanetta sopra un po’, poi, scuotendo la testa, dice: tastiera troppo piccola e esce. Io faccio dei sorrisi di convenienza ai commessi perplessi e lo seguo.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-757" title="Michael Crichton" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/michaelcrichton-480x300.jpg" alt="michaelcrichton" width="480" height="300" /></p>
<p>Michael Crichton è anche ER. Non solo, ovviamente. È anche <em>Jurassic Park, Congo, Sol Levante, Andromeda, Sfera</em>, è l’autore dei più grossi best-seller degli ultimi vent’anni. Nel 1994 qualcuno aveva calcolato che il contacopie delle sue vendite aveva, allora, superato quota cento milioni. Poi nessuno ha più tenuto il conto. Crichton è, comunque, uno scrittore anomalo ed eclettico, nel senso che a differenza dei suoi colleghi Turow, Clancy o Grisham, reclusi nell’orto della scrittura, non si dedica solo ed esclusivamente ai libri, ma fa altre  mille cose: dirige film, inventa soggetti cinematografici e televisivi, scrive dottissimi articoli di scienza del computer, sceneggiature per serie televisive, come ER, appunto, abbreviazione che sta per <em>Emergency Room</em>. Anche in Italia si è preferito tenere la dizione inglese perchè altrimenti avremmo dovuto chiamarla PS, Pronto Soccorso, e si sarebbe potuto equivocare con Pubblica Sicurezza o Post Scriptum.</p>
<p><span id="more-754"></span>ER ha avuto una gestazione travagliata e lunghissima. Nacque anni fa, nel 1965, nella mente di Michael Crichton, all’epoca studente di medicina alle prese, appunto, con il tirocinio in sale di pronto soccorso e voglioso di sfondare non tanto in uno studio medico bensì in uno studio cinematografico. Erano anni ancora ingenui, quelli, erano gli anni dei telefilm in bianco e nero del <em>Dottor Kildare</em>, quelli in cui per risparmiare sui costi di produzione di un telefilm, gli attori parlavano lentamente e si giravano lunghe sequenze di qualcuno che parcheggiava la macchina e poi si avviava, camminando, altrettanto lentamente, verso casa. «Io volevo cambiare tutto questo», dice Crichton. «Io volevo che ER, la serie che avevo in mente, si svolgesse a velocità più sostenuta di come accadono le cose nella vita. Volevo anche spezzare altre convenzioni televisive come il fatto che alla fine della storia, la telecamera sostasse sull’espressione compassata dei protagonisti o altre cretinate del genere. Ma la vera grande differenza era nelle storie: volevo che ER raccontasse storie vere e i fatti mi hanno dato ragione. Il successo è dovuto proprio al fatto che la gente si immedesimi in problemi reali, plausibili, veri, appunto.</p>
<p>La sceneggiatura originale di ER fu scritta nel 1974. Perchè la serie non fu, quindi, prodotta prima? «Semplice, perchè nessuno la voleva. Le obiezioni erano tutte le stesse: troppo veloce, troppo puntato sulla professione medica e poco sui pazienti, il dialogo è troppo tecnico». A salvare ER arrivò Steven Spielberg &#8211; la cui stella in celluloide brillava ormai già alta sull’orizzonte hollywoodiano &#8211; che convinse la NBC a tentare l’avventura. Era il 1989. Spielberg era personalmente desideroso di creare una serie televisiva di argomento medico e in attesa che i burocrati degli studios si dessero una mossa, si dedicò con Crichton al progetto <em>Jurassic Park</em> (1993).</p>
<p>Il retroterra culturale, la laurea in medicina conseguita con lode presso la facoltà di Harvard, hanno certamente aiutato Crichton nell’impresa ER. Il salto fra le due carriere così diverse fu però meno repentino di come si pensi. Con il passare del tempo, mentre la passione per la scienza medica si andava affievolendo, si rinfocolava il vecchio amore per la scrittura, amore probabilmente trasmessogli dal padre giornalista con cui, ironia, non aveva mai avuto un buon rapporto, anzi. Nel suo libro autobiografico <em>Viaggi</em>, Crichton descrive il padre, addirittura, come “<em>a first-rate son of a bitch</em>”, un figlio di puttana di prima grandezza. Ciononostante ammette che entrambi i genitori non lo hanno mai limitato in niente.</p>
<p>Crichton coltivava la passione per la scrittura già al tempo del College: collaborava ai quotidiani locali, al giornale della scuola; poi arrivò James Bond: spie e sesso, fughe e ammazzamenti, bambole che indossavano camicette di seta trasparente e uomini che portavano la pistola sotto la giacca dello smoking. I racconti di Ian Fleming erano creati sulla base di una formuletta ben identificabile e Crichton la prese come una sfida il riuscire a replicarli. Fu così che, di punto in bianco, fra una lezione di anatomia e l’altra, passò a ideare romanzi di spionaggio. Dice: «Confesso che trovavo più divertente uccidere, sulla carta, spie nemiche che salvare il prossimo in sala operatoria». Crichton scrisse e pubblicò ben otto di questi romanzi, uno dei quali, poi, <em>A case of need</em>, letteralmente, “Un caso di bisogno”, vinse l’ambitissimo Edgar Award, come miglior thriller dell’anno. Tutti erano firmati con rigorosi pseudonimi. Perchè? «Perchè il consiglio di facoltà dell’università di Harvard non avrebbe visto di buon occhio questa mia attività collaterale non propriamente ortodossa e che, nella loro ottica, avrebbe finito col distrarmi dagli studi».</p>
<p>Laureato con lode, con una tesi sulle discendenze razziali nell’antico Egitto, a 23 anni, Crichton ottenne l’incarico di insegnare antropologia all’Universitê di Cambridge, poi per un anno seguì i corsi di dottorato di ricerca presso il prestigioso Salk Institute: fu allora che prese la decisione storica di lasciare la medicina per dedicarsi esclusivamente alla scrittura. «La medicina è missione e a quel punto mi accorsi che la missione non era fatta per me». Reazioni? «I miei genitori, ma anche molti miei colleghi, erano orripilati. Il peggio fu spiegare non che lasciavo la professione, ma che me ne sarei andato a Los Angeles, proprio nel cuore del mondo del deprecato spettacolo. A quell’epoca un medico era considerato, che so, a livello di un giudice della corte costituzionale, il massimo della scala sociale. E, all’improvviso io lasciavo il trono per correre dietro a delle ballerine di fila».</p>
<p>Coincidenza, proprio in quel periodo aveva appena finito di scrivere il suo primo romanzo, <em>Andromeda</em>, pubblicato con il suo vero nome e che diventerà, da subito, un best seller e Hollywood se ne accaparrerà i diritti. Ricorda Crichton: «Quando <em>Andromeda</em> uscì, l’editore mi chiamò e mi disse: hai fatto un ottimo lavoro, è un buon libro, ma non ti deprimere per quello che succederà: venderemo si e no duemila copie e non so neanche se avremo una recensione».</p>
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		<title>Ciò che resta di tre padri  (per non parlare di una madre)</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Dec 2009 16:17:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Bill Patten jr., oggi agente immobiliare, ex editore e ministro di culto con tanto di master universitario in “divinity”, lo apprende in una piccola sala riunioni del St. Mary’s Hospital, un centro di riabilitazione, sperduto nei boschi del Minnesota, specializzato nell’ospitare pazienti con problemi di alcolismo.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-730" title="My three fathers" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/threefathers-714252-300x300.jpg" alt="My three fathers" width="300" height="300" /><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">No, i problemi non erano suoi, ma della madre, Susan Mary Jay, sposata in prime nozze con William Patten Sr., un diplomatico americano inviato a Parigi subito dopo la guerra, morto nel 1960. Lei, a sua volta figlia di un diplomatico, era nata a Roma, cresciuta in sud America e Europa, diretta discendente di John Jay, uno dei Padri Fondatori della nazione americana, primo giudice della Corte costituzionale (fu nominato direttamente da George Washington), poi governatore di New York &#8211; fu lui a far passare la legge che vietava il commercio degli schiavi nei confini dello Stato. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Una “gran dama di società” (così l’avrebbe definita il <em>Washington Post</em>) con un pedigree di quella portata non poteva che avere una vita socialmente avventurosa nei salotti che contano di mezzo mondo. Senza considerare il fatto che il suo, di salotto, era uno dei più ricercati &#8211; se non “il più ricercato” della capitale &#8211; soprattutto dopo il suo secondo matrimonio, nel 1961, con il giornalista e influente commentatore politico Joseph Alsop, amico intimo di John F. Kennedy, cugino di secondo grado del presidente Roosevelt, nonché membro dell’esclusivissimo ed epicureo Porcellian Club che dal 1791 centellina i suoi membri fra gli alunni più brillanti dell’Università di Harvard e che, come vedremo, avrà molta importanza nella sua vita.<span id="more-727"></span><strong></strong></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong>Tanto per dare un’idea di quanto contava il salotto di Susan Mary Jay</strong> sposata Alsop, basti ricordare che il 20 gennaio 1961, giorno dell’insediamento di John Kennedy alla Casa Bianca &#8211; con cinque diversi gala ufficiali in corso in una Washington imbiancata dalla neve, con Jackie distrutta dalla stanchezza, già andata a letto &#8211; il neo presidente, nonostante la golosa possibilità di restare a ballare in compagnia di Kim Novak e Angie Dickinson, una delle sue fiamme, decise di piantare tutto e tutti per rendere omaggio alla coppia Alsop nella loro casa di Dumbarton Street. Kennedy si presentò, non annunciato, poco dopo l’una di notte solo per fare due chiacchiere fra amici, fumare il sigaro, sorseggiare champagne e minestra di tartaruga fino alle tre del mattino. La notizia fece il giro di Washington con la velocità di un lampo chiarendo quali fossero i rapporti fra casa Alsop e Casa Bianca.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Tutto questo mondo di potere e glamour aveva però solo sfiorato la vita del nostro Bill il quale racconta &#8211; in un libro  uscito negli Stati Uniti (<em>My Three Fathers</em>, i miei tre padri) &#8211; che per lui Susan Mary era solo “la mamma”: guidava una piccola Honda, aveva gusti estremamente frugali, non era mai molto presente. Solo avanti negli anni avrebbe, per esempio, scoperto che le guide turistiche di Washington inserivano nelle loro mappe le passeggiate preferite della mamma, come per James Joyce a Dublino o Virginia Woolf a Londra. Scrive: «Ammetto di essere cresciuto in un mondo privilegiato, ma ho impiegato mezzo secolo per rendermene conto. Tutte le volte che sfoglio l’album di fotografie di famiglia, mi chiedo sempre chi sia quel bambino che mi fissa. Il primo libro scritto da mia madre racconta la nostra vita a Parigi, negli anni Cinquanta. A lungo ho creduto che si trattasse di un romanzo».</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">I “tre padri” di cui Bill parla nel libro sono, nell’ordine, William Patten Sr., con cui condivide il nome, con cui crebbe e visse a Parigi fino alla sua morte, nel 1960, quando Bill aveva dodici anni. È il padre che ricorda con più dolcezza, ma anche quello più sfocato nei ricordi. Il padre numero due era stato Joseph Alsop, compagno di scuola di William, che la madre aveva sposato nel ’61 nonostante sapesse della sua omosessualità che restò un segreto fino alla sua morte avvenuta nell’89. Joseph visse con il costante timore di essere scoperto. Addirittura, nel 1957, inviato a Mosca, fu fotografato mentre si intratteneva nella stanza d’albergo con un altro uomo e il KGB cercò di ricattarlo. Alsop si rivolse subito all’ambasciatore americano, come lui membro del Porcellian Club di Harvard, che immediatamente lo fece uscire dall’Unione Sovietica, informando nel contempo dell’incidente sia la Cia che l’Fbi sgonfiando così il tentativo di ricatto. E nonostante il direttore dell’Fbi, J. Edgar Hoover, un omosessuale represso, si premurasse di far circolare le foto per tutta Washington, la notizia non venne mai a galla. I membri del Porcellian Club sapevano come coprirsi le spalle a vicenda.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Susan Mary accettò il matrimonio perché, in fondo, sarebbe stato di vantaggio ad entrambi: lei, chiusa la parentesi parigina &#8211; messe da parte le serate con i Rothschild, Cecil Beaton, Christian Dior, Jean Cocteau &#8211; sarebbe rientrata nel giro di potere che contava e lui avrebbe messo a tacere per sempre possibili voci sui suoi gusti sessuali. Susan Mary e Joseph divorzieranno, poi, nel 1978 rimanendo però sempre ottimi amici.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-733" title="Joseph Alsop" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/josephalsop-229x300.jpg" alt="Joseph Alsop" width="229" height="300" /><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Joe Alsop era stato per Bill un buon padre. Lo aveva protetto, aiutato, divertito come, se non più di un padre vero. Joe è molto presente nella biografia di Bill, aveva sempre storie fantastiche da raccontare e con lui non ti annoiavi mai. Bill ricorda di quella volta che durante una visita del più pettegolo fra gli scrittori, Truman Capote &#8211; accompagnato da Alice Roosevelt Longworth, figlia del presidente Roosevelt, e da Marina Sulzberger, moglie di Cyrus, editorialista e rampollo della famiglia proprietaria del <em>New York Times</em> &#8211; venne fuori la storia, che fece ridere tutti fino alle lacrime, cioè, di quando il presidente Kennedy convinse l’amica<span> </span>Marella Agnelli, moglie di Gianni, a nuotare nuda con lui nella piscina della Casa Bianca. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Il padre numero tre, il padre biologico di Bill, era un diplomatico inglese, Alfred “Duff” Cooper, primo visconte di Norwich, sposato all’affascinante Lady Diana Olivia Winifred Maud Manners, quinta e più giovane figlia dell’ottavo duca di Rutland, famosa per i suoi occhi blu, candidata a diventare regina d’Inghilterra se solo avesse accettato di sposare il principe di Galles (che diventato re Edoardo VIII avrebbe, poi, abdicato per poter sposare l’avventuriera divorziata americana Wally Simpson). Diana, che scrittori come D.H. Lawrence e Evelyn Waugh avevano immortalata in molte loro opere, trovava però che il principe fosse di “una noia mortale”. E lei voleva divertirsi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><img class="aligncenter size-full wp-image-734" title="Duff Cooper" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/duff-cooper.jpg" alt="duff-cooper" width="157" height="200" /><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Duff Cooper era quello che gli inglesi chiamano un <em>Ladies’ man</em>, uno a cui non ne scappava una – purché respirasse, purché non si creassero legami. La sua carriera diplomatico-politica fu folgorante. Ricoprì, fra l’altro, la prestigiosa carica di Primo Lord dell’Ammiragliato (corrispondente a un Ministro della Marina, poltrona che fu anche di Winston Churchill), da cui si dimise per i forti contrasti con l’allora primo ministro conservatore Neville Chamberlain. Non condivideva il suo ottimismo di poter fermare l’espansionismo della Germania nazista con una semplice firma in calce al patto di Monaco del ’38. Patto che metteva a nudo la debolezza delle democrazie occidentali e che avrebbe convinto Hitler a scatenare la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1944 Duff fu nominato ambasciatore a Parigi e fu lì che la sua vita si incrociò con quella di Susan Mary e del marito: entrambi diplomatici si conoscevano, viaggiavano insieme e si stimavano moltissimo. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Bill Patten jr. di tutto questo era, come dicevamo all’inizio, completamente all’oscuro anche perché caratterialmente lui confessa di essere uno a cui la vita nella gabbia dorata del jet set internazionale era sempre stata stretta e di preferire la borghesissima vita di agente immobiliare al glamour della nobiltà o del potere politico. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Gli eventi “precipitano” quando la dipendenza dall’alcol di Susan Mary raggiunge un livello tale che si rende necessario il suo ricovero in un centro di riabilitazione specializzato. Il programma prevede, fra l’altro, che il paziente si liberi non solo del problema clinico, ma anche dei segreti che si annidano nel proprio passato confessandoli pubblicamente. Fu così che la terapista che aveva in cura Susan Mary, organizzò un incontro con il figlio Bill jr.</span></p>
<p class="MsoBodyText"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Ricorda lui: «Era una stanza piccola, poco più di un ripostiglio, non aveva finestre. Senza nessun motivo particolare mia madre cominciò a rivangare la storia della morte di Duff Cooper avvenuta nel 1954. Poi il racconto scivolò su sua moglie, Lady Diana, una donna che mia madre ammirava smisuratamente. Francamente non capivo dove tutto questo avrebbe portato. Pensai che probabilmente volesse fare un paragone fra i leggendari problemi di alcolismo di Duff e i suoi. Fin quando la terapista le diede un colpetto col gomito come per ricordarle qualcosa. Mia madre lanciò gli occhi al cielo, si mise una mano sulla fronte e disse: “Oh, sì, giusto, volevo dirti che Duff è tuo padre”. In quell’istante rivissi il giorno in cui mia madre venne a prendermi a scuola per dirmi che mio padre &#8211; l’uomo che avevo sempre creduto fosse mio padre &#8211; era morto. In quel momento fu come se fosse morto di nuovo. Certo era sempre meglio sapere che il proprio padre era stato il Primo Lord dell’Ammiragliato piuttosto che un lattaio, ma la cosa non mi fece stare meglio. Scoppiai a piangere e senza una parola lasciai la stanza».</span></p>
<p class="MsoBodyText"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Le sorprese non erano comunque finite lì. Più tardi, nell’autunno 2007 &#8211; la madre era morta, nell’estate del 2004, a 86 anni, senza essere mai guarita dai suoi problemi di alcolismo &#8211; Bill Patten ricevette un pacchetto dall’Inghilterra spedito da tale Lord Swynnerton, esecutore testamentario di sir Gladwyn Jebb, un personaggio che Bill ricordava vagamente dai tempi dell’infanzia, anche lui ambasciatore a Parigi. Sir Gladwyn aveva chiesto che alla sua morte il pacchetto fosse recapitato sigillato a Susan Mary o ai suoi eredi. Il plico conteneva lettere d’amore inviategli da Susan Mary poco prima che il marito morisse. In una di queste la madre raccontava di aver pranzato con Cynthia, la moglie di sir Gladwyn, e di essere molto contenta nell’aver notato che lei non le portava alcun rancore. Evidentemente la gelosia non è un sentimento che cova negli animi dei rappresentanti dell’aristocrazia e del jet set.</span></p>
<p class="MsoBodyText"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">È anche grazie a questa enorme massa di corrispondenza che Bill è riuscito a ricostruire, nei minimi dettagli, questi intrecci familiari che finivano sempre col fiancheggiare la Grande Storia. Dice: «A dire la verità mi sento più un rigattiere che uno scrittore. Ho passato al setaccio il sottoscala, stipato di carte, di scatole e scatole di lettere, spedite e ricevute, dei miei nonni, dei miei molti genitori. Tutta una parte erano lettere che mia mamma mi mandava relgiosamente sin da quando ero alle elementari. È una documentazione incredibile di un mondo che non esiste più». Da cui si viene anche a sapere che pochi giorni prima che il presidente Kennedy partisse per Dallas disse a Susan Mary di non essere per nulla contento che Jackie lo accompagnasse perché era troppo debole: aveva appena perso un bambino, ma lei insistè testardamente. Allora il presidente chiese a Jackie di mostrarle l’abito rosa di Schiaparelli comprato per l’occasione e che – ironia – di lì a poco sarebbe finito sulle prime pagine di tutti i giornali e telegiornali del mondo macchiato dal suo sangue. Un vestito magnifico e una cena molto familiare, ricordava Susan Mary. Poi i saluti. Poi la tragedia. Nei giorni che seguirono Susan Mary fu molto vicina a Jackie, l’aiutò a rispondere ai biglietti di condoglianze che le giungevano da tutto il mondo. L’epitaffio di un’era sarà di Joseph Alsop, che dieci anni più tardi, in un’intervista a <em>Time</em>, disse: «L’asssassinio di Kennedy fu l’inizio della fine per tutti noi».</span></p>
<p class="MsoBodyText"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></p>
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		<title>Studiare all’estero. Studiare a Oxbridge. Note a margine della polemica Celli</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Dec 2009 21:01:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;"><strong>Ma insomma, qual è la vera aristocrazia inglese: quella di sangue blu o quella neanche tanto sotterranea che si forma nelle scuole di élite del Regno Unito?</strong><span> </span>Scuole che si chiamano <a href="http://www.ox.ac.uk/" target="_blank">Oxford</a> e <a href="http://www.cam.ac.uk/" target="_blank">Cambridge</a>, tanto per essere chiari, quelle dove è stata educata gran parte della classe dirigente del Paese. La domanda se la pongono, da sempre, gli stessi inglesi ed è stato argomento di una approfondita inchiesta dello storico quotidiano della domenica <a href="http://observer.guardian.co.uk/" target="_blank">The Observer</a>. Storico perché la sua prima edizione – domenicale, appunto – vide la luce nel lontano 1791 e questo suo affondare le radici nel passato gli permette di mettere becco – autorevole, se per questo – in una disputa che coinvolge la società, il futuro di migliaia di giovani e la stessa politica. Ma non solo. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-718" title="Oxbridge" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/schermata-2009-12-06-a-220001-436x300.png" alt="Oxbridge" width="436" height="300" /><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;">Già, perché l’argomento, al di là dei suoi risvolti accademici<span> </span>– in un’epoca di “<em>politically correct</em>” – è diventato una patata politicamente bollente soprattutto dopo il “caso Laura Spence”. Laura era una diciassettenne maturanda della Monkseaton Community High School, una scuola pubblca come tante, che, ai colloqui di ammissione del 2000, si vide respingere la domanda per entrare al Magdalen College di Oxford nonostante un curriculum scolastico trionfante, costellato dal massimo dei voti. Motivazione? «La ragazza non dimostra di avere le giuste qualità». La storia esplose inaspettata sui media britannici. Inaspettata perché fino ad allora era dato quasi per scontato che ad iscriversi a Oxbridge (parola composta con cui gli inglesi indicano in un tuttuno le due leggendarie università di Oxford e Cambridge, entrambe con alle spalle 750 anni di storia) fossero soltanto i figli di papà, quelli che vantano santi in paradiso, quelli che possono sfoggiare quarti di nobiltà, insomma, quelli socialmente giusti. Cosa diavolo voleva una Laura Spence qualsiasi che poi, per la cronaca, fu ammessa con tutti gli onori al corso di biochimica dell’Università americana di Harvard, che nella graduatoria delle istituzioni accademiche è considerata la prima al mondo, e dove, a scorno di Oxbridge, le fu persino assegnata una borsa di studio di 65mila sterline.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;"><span id="more-715"></span>A dichiarare guerra di classe contro questo sistema fu, all’epoca del “caso Laura Spence”, l’attuale Primo Ministro laburista Gordon Brown che allora ricopriva, nel governo Blair, la carica di Cancelliere dello Scacchiere, una sorta di nostro Ministro delle Finanze. Le parole scandite allora da Gordon Brown: «An absolute scandal», uno scandalo inaudito, risuonano ogni qualvolta si avvicina per gli studenti il tempo delle sessioni di colloqui per l’ammissione a Oxbribge e ripartono le polemiche sui meriti e i demeriti dei criteri di selettività da cui, se da una parte, deriverebbe l’eccellenza delle due istituzioni, dall’altra si rischierebbe di tenere lontani dalle selezioni candidati potenzialmente brillanti che neanche si presentano perché «tanto è inutile». Come è il caso, oggi, di Sadaf Aslam, di Natalie Webber, di Faith Oyerokun e di molti altri. «Quella è roba che si può permettere chi ha frequentato il college di Eton, non noi che veniamo da scuole pubbliche più o meno sconosciute», dicono. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;">Ma proviamo a leggere i dati della polemica attraverso i numeri forniti da una rigorosa ricerca condotta dal Sutton Trust, una fondazione filantropica presieduta da Sir Peter Lampl, il cui scopo è quello di fornire opportunità scolastiche a ragazzi provenienti da famiglie economicamente svantaggiate. Dall’indagine risulta che da Oxbridge sono usciti l’81 per cento dei magistrati e l’82 per cento degli avvocati di grido, il 45 per cento dei giornalisti “Grandi Firme”, il 34 per cento di politici di primo piano, fra ministri e leader dell’opposizione facenti parte dei cosiddetti “governi ombra”. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;">Se si considera che il 93 per cento dei liceali britannici frequenta scuole pubbliche, come accade, ci si chiede, che poco più del 50 per cento degli ammessi a queste università (54 per cento a Oxford, 57 a Cambridge) proviene da elitarie scuole private? La risposta è abbastanza semplice: le scuole private godono di privilegi economici che a loro volta permettono il reclutamento dei migliori insegnanti, la possibilità di usufruire di numerose e sofisticate risorse didattiche che, a loro volta, permettono di sfornare un maggior numero di studenti preparati per superare con facilità gli esami di ammissione delle più prestigiose università del Paese. E questa catena, ovviamente, si perpetua di padre in figlio: buone scuole, buoni risultati, buon ambiente sociale, buone università: la ruota continua. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;">«Sì, è vero. I dati riguardanti le professioni legali sono scioccanti», ammette Lee Elliot Major, capo ricercatore del Sutton Trust. «Il fatto è che i laureati di Oxbridge hanno un vantaggio competitivo che non ha prezzo: quello di conoscere la gente giusta. E soprattutto per fare carriera nel campo del giornalismo e della politica conta chi conosci». Eppoi c’è un altro vantaggio non contabilizzabile: a differenza dei comuni mortali, vivere all’interno della cittadella della classe che domani sarà quella che conta, permette di demistificare l’aura di impenetrabilità che l’avvolge. Aver condiviso il dormitorio con un futuro Primo Ministro e averlo visto in mutande, aiuta nella vita. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;">E su questo sono d’accordo sia Will Hutton &#8211; presidente della Work Foundation, organizzazione senza scopo di lucro improntata a far incontrare<span> </span>i diversi soggetti del mondo del lavoro, e ex direttore dell’Observer, per cui il sistema di interdipendenza che lega le scuole private al duopolio universitario di Oxbridge è un «passaporto sicuro per le alte sfere della società britannica» &#8211; sia<span> </span>l’ex ministro laburista dell’Educazione Charles Clarke, un ex Cambridge, che ha difeso da sempre l’elitarismo del sistema ribattendo al compagno di partito Gordon Brown che «elitismo non è una parolaccia e che, anzi, le elite hanno un importante ruolo nella società».</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;">Ruolo che spesso, in quelle istituzioni universitarie, viene svolto in modo sotterraneo, all’interno di società “segrete” come quella celebre degli Apostoli, fondata a Cambridge nel 1820, il gruppo più esclusivo ed elitario che si possa immaginare, paragonabile alla Skull and Bones, emanazione dell’università americana di Yale. Alla Società degli Apostoli sono appartenuti filosofi come Bertrand Russell e John Keynes, ma anche spie sovietiche come Guy Burgess e Anthony Blunt –<span> </span>che con Kim Philby, Donald MacLean e John Craincross formarono il cosiddetto gruppetto dei Cambridge Five, i cinque di Cambridge, una formidabile rete di spie che passò informazioni sensibili all’Unione Sovietica a partire dalla Seconda Guerra Mondiale fino agli anni Cinquanta. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;">Nel caso di Blunt la storia proseguì e si concluse nel novembre del 1979 quando un’allora imbarazzata Margaret Tatcher ammise davanti alla Camera dei Comuni l’appartenenza di Blunt allo spionaggio sovietico. Imbarazzata perché Sir Anthony Blunt era nientemeno che il curatore della collezione d’arte della Regina. </span><span style="font-size: 10pt;">Dal canto suo per Blunt il peggio non fu essere esposto al pubblico ludibrio, bensì essere privato del titolo nobiliare e essere costretto a dimettersi dalle prestigiose istituzioni culturali che dirigeva. Blunt l’intoccabile, Blunt il laureato di Cambridge era divenuto un paria. Quello stesso giorno il Primo Ministro Margareth Thatcher c<span style="color: black;">omunicò anche che a Blunt era stata garantita l’immunità in cambio di informazioni.<span> </span>E poi dicono che chi conosci non conta.</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"> </span></p>
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		<title>California: irresistibilmente acqua</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jul 2009 11:22:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Il magnate e la sirena
William Rundolph Hearst, il dispotico magnate californiano della stampa ritratto da Orson Welles in Quarto potere, aveva un’ossessione particolare per le piscine. La sua preferita, la Neptune Pool, una sorta di mausoleo circondato d’acqua, si trova nel suo castello-residenza di San Simeon, sulla costa della California a metà strada fra San [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-684" title="Esther Williams" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/07/esther-williams-304x300.jpg" alt="Esther Williams" width="304" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il magnate e la sirena</strong><br />
William Rundolph Hearst, il dispotico magnate californiano della stampa ritratto da Orson Welles in Quarto potere, aveva un’ossessione particolare per le piscine. La sua preferita, la Neptune Pool, una sorta di mausoleo circondato d’acqua, si trova nel suo castello-residenza di San Simeon, sulla costa della California a metà strada fra San Francisco e Los Angeles. A provarne l’agibilità Hearst chiamò il campione olimpionico di nuoto Johnny Weissmuller, il più famoso Tarzan cinematografico e Esther Williams (nella foto) asso del nuoto sincronizzato e attrice la cui fama era legata a colossal cinematografici acquatici. La Williams si tuffò nei 345.000 galloni d’acqua e quando ne uscì commentò che era troppo piccola per le sue performance atletiche. Senza battere ciglio Hearst dette ordine di ampliare la piscina.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-683"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img class="aligncenter size-medium wp-image-685" title="Mono Lake" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/07/mono-lake-313x300.jpg" alt="Mono Lake" width="313" height="300" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La grande rapina dell’acqua</strong><br />
Non è un effetto cinematografico. Le spettacolari torri di tufo di Mono Lake, il lago salato al limite orientale della Sierra Nevada, non sono emerse naturalmente ma per effetto del prosciugamento delle acque che, incanalate in un acquedotto, servono a far vivere Los Angeles e, indirettamente, Hollywood. Negli anni Novanta, un’imponente mobilitazione per la tutela del lago capitanata dai divi più famosi e maggiormente consapevoli delle responsabilità di Hollywood, ha spinto lo stato della California a emanare un decreto per la conservazione di Mono Lake e la protezione dell’ecosistema circostante con la conseguente riduzione della quantità d’acqua da prelevare dai suoi affluenti, primo fra tutti il Colorado River. Questa volta sono i gabbiani a ringraziare Hollywood.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img class="aligncenter size-medium wp-image-686" title="Waterworld" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/07/waterworld-201x300.jpg" alt="Waterworld" width="201" height="300" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando un fiasco diventa un successo </strong><br />
Caso emblematico è il film di Kevin Costner <em>Waterworld </em>che costò ben 175 milioni di dollari. Il film fu stroncato dalla critica e non ebbe il successo di pubblico che ci si aspettava: il ricavo della vendita dei biglietti ai botteghini coprì solo la metà dei costi di produzione. Ma agli Universal Studios hanno avuto un’idea brillante: trasformare il film in uno spettacolo per turisti riproducendo i set e gli stessi effetti speciali e pirotecnici proposti nel film. Dopo tutto, deve aver pensato qualche ragioniere degli Studios, le esplosioni delle bombe fanno molto più effetto vissute dal vero che viste su uno schermo cinematografico. E ha avuto ragione.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-687" title="Piscina a Bel Air" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/07/piscina-a-bel-air-299x300.jpg" alt="Piscina a Bel Air" width="299" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Irresistibilmente acqua</strong><br />
Il numero di film dove le piscine hanno una parte importante è sterminato. L’acqua è una calamita irresistibile per Hollywood, ma non è solo sullo schermo che proliferano le piscine. Nella California del sud sono uno status symbol irresistibile; nell’enclave dei ricchi e famosi di Bel Air c’è chi si fa costruire una piscina astrologica come questa accanto. Tanto per avere un’idea della proporzione del fenomeno basti pensare che negli anni Cinquanta nella sola Los Angeles si contavano oltre un milione di piscine, più che nel resto degli Stati Uniti messi insieme. Oggi la stessa area ha la più alta densità di piscine al mondo. Insomma tutti d’accordo con Dick Powell che in <em>Hollywood Hotel</em> sospirava: “Hollywood? Che vita stupenda saltellare dentro e fuori dalle piscine!”</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-688" title="Mose apre le acque" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/07/mose-e2809cstese-le-braccia-sul-mare-e-dio-alzo-un-vento-da-est-che-provoco-le28099apertura-delle-acque-e-la-formazione-di-un-passaggio-attraverso-di-essee2809d-380x300.jpg" alt="Mose apre le acque" width="380" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La divisione delle acque </strong><br />
Alcuni studiosi della Bibbia hanno tentato di spiegare scientificamente l’episodio nel Libro dell’Esodo (cap. 14) che racconta di come Mosè  “stese le braccia sul mare e Dio alzò un vento da est che provocò l’apertura delle acque e la formazione di un passaggio attraverso di esse”. Tale passaggio permise agli ebrei di fuggire dall’Egitto. Secondo questi studi il termine ebraico “Yam Sulph” tradizionalmente tradotto “Mar Rosso”, in realtà significherebbe “Mare dei Canneti” e si riferirebbe ad una zona paludosa che si trovava vicino all’odierno Canale di Suez. Quando il vento soffiava forte,  il “Mare dei Canneti”, in certi punti, poteva essere facilmente attraversato.  Gli ingegneri di Hollywood nel film <em>I dieci comandamenti</em> si sono inventati un modo più ingegnoso per dividere le acque del Mar Rosso. Utilizzando delle semplici chiuse (forse ispirati dal Canale di Suez) sono riusciti a realizzare il miracolo. La divisione delle acque è oggi riprodotta giornalmente per il divertimento dei turisti degli Universal Studios.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-689" title="Chinatown" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/07/chinatown-370x300.jpg" alt="Chinatown" width="370" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A fianco del mare e al confine con il deserto</strong><br />
“Signori, oggi possiamo uscire di casa, girare a destra, salire in tram e in 25 minuti finire dritti a ridosso dell’oceano nel quale possiamo nuotare, pescare e navigare. Ma dello stesso oceano non possiamo bere l’acqua, né usarne per bagnare i nostri prati e irrigare i nostri aranceti. Ricordate – viviamo di fianco al mare ma anche al confine con il deserto. Los Angeles è una comunità del deserto. Dietro ad ogni costruzione e ad ogni strada c’è il deserto. Senza l’acqua la polvere si alzerebbe e ricoprirebbe tutto come se nulla fosse mai esistito”.<br />
Da <em>Chinatown</em> di Roman Polanski, 1974</p>
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		<title>Il dipinto segreto di Leonardo (il vero Codice da Vinci) e il suo scopritore</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2009 21:15:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Il segreto di Leonardo sta in un&#8217;intercapedine scoperta da uno scienziato italiano dell’Università di California nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze. Si tratta della Battaglia di Anghiari, il celebre murale di Leonardo scomparso 500 anni fa. Riportare alla luce l’affresco di Leonardo è un compito arduo (da un punto di vista tecnico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-641" title="L'ingegner Maurizio Seracini analizza gli affreschi di Vasari nel Salone dei 500 in Palazzo Vecchio a Firenze. Foto Laila Pozzo" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/05/seracini1-340x300.jpg" alt="L'ingegner Maurizio Seracini analizza gli affreschi di Vasari nel Salone dei 500 in Palazzo Vecchio a Firenze, courtesy Laila Pozzo" width="340" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Il segreto di Leonardo sta in un&#8217;intercapedine scoperta da uno scienziato italiano</strong> dell’Università di California nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze. Si tratta della <em>Battaglia di Anghiari</em>, il celebre murale di Leonardo scomparso 500 anni fa. Riportare alla luce l’affresco di Leonardo è un compito arduo (da un punto di vista tecnico e ancor più da un punto di vista burocratico) che si è dato, sin dagli anni Settanta, uno scienziato italiano, l&#8217;ingegner Maurizio Seracini, direttore di <a title="Cisa3" href="http://cisa3.calit2.net/" target="_blank">CISA3</a> (<em>Centro di scienze interdisciplinari per le arti, l’architettura e l’archeologia dell’Università di California a San Diego</em>). Come? Scopriamolo insieme a lui in questa intervista esclusiva, seguita dal video di una sua conferenza tenuta a UCSD su questa incredibile ricerca.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-637"></span><strong>«Come sveleremo il segreto della Battaglia di Anghiari di Leonardo? Bella domanda»</strong>. Sorride Maurizio Seracini, 60 anni, fiorentino, ingegnere biomedico, nel suo ufficio del CISA3, il Centro di scienze interdisciplinari per le arti, l’architettura e l’archeologia dell’Università di California a San Diego di cui è direttore. «Lo faremo mettendo la scienza al servizio dell’arte. Lo faremo con tecniche avanzatissime che quando se ne parlava trent’anni fa, quando studiavo qui, alla facoltà di ingegneria biomedica, avevano il sapore della fantascienza. Si vagheggiava di attivazione neutronica, di gammagrafia, di autoradiografia, oggi tecniche comuni. Lo faremo viaggiando virtualmente all’interno delle pareti del Salone dei 500. Lo faremo soprattutto con una sofisticatissima macchina per attivazione neutronica che abbiamo cominciato a mettere a punto nel 2008 con colleghi scienziati dei laboratori di fisica nucleare del centro di Los Alamos, quello dove negli anni Quaranta lavorò anche Enrico Fermi. Il progetto di questa apparecchiatura è poi stato portato avanti prima con colleghi dell&#8217;Univesità di Delft in Olanda e infine con ricercatori dell&#8217;Università di S.Pietroburgo, in Russia. Si tratta di una macchina che qualcuno ha soprannominato &#8220;sputa neutroni&#8221; che, in modo non invasivo, potrà dirci se dentro un muro, dietro a una parete, si nascondano elementi chimici associabili a pigmenti pittorici». Il muro di cui Seracini sta parlando è quello della sala del Gran Consiglio, in Palazzo Vecchio a Firenze, su cui Leonardo nel 1505 cominciò a dipingere la Battaglia di Anghiari e che andò “perso” nel 1563 allorché Giorgio Vasari rimodellò e riaffrescò la sala creando l’attuale Salone dei 500. È dagli anni Settanta che Seracini gli dà la caccia. Ma allora, anche il meglio che la scienza metteva a disposizione non era abbastanza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutta colpa delle stelle. </strong>«Come sono finito io, ingegnere biomedico, a trovarmi coinvolto con Leonardo? Tutta colpa delle stelle, degli americani e dei sovietici che in quello scorcio di anni Sessanta si sfidavano a colpi di astronauti e astronavi alla ricerca di primati spaziali. Faccio parte della generazione cresciuta con il mito kennedyano della Nuova Frontiera, della conquista dello spazio. E già prima dello sbarco dell’uomo sulla Luna – prima di quell’agosto del 1969 – anch’io volevo essere della partita. Come? Sognavo di diventare astronauta. Per cui prendo e parto per gli Stati Uniti a studiare ingegneria aerospaziale all’Università del Kansas. Era l’anno 1967 e i miei genitori avevano perso tutti i loro beni durante l’alluvione di Firenze l’anno prima. Così, per mancanza di supporto finanziario, dopo meno di un anno devo tornare a Firenze. Ma non mi perdo d’animo. Mi metto a lavorare nella pasticceria di mio padre e due anni più tardi sono pronto a ripartire per l’Università della California a San Diego per studiare ingegneria biomedica, una nuova disciplina ancora sconosciuta in Italia, ma che coniugava due mie passioni: l’ingegneria e la medicina, appunto. Nonostante che alla fine del primo anno i miei risparmi finissero, riesco a mantenermi agli studi con borse studio e mi laureo nel 1973 “summa cum laude”. Continuo a studiare per il Dottorato di ricerca fino alla fine del 1974 quando sono richiamato in Italia per il servizio militare e, visto che devo stare in Italia, mi laureo in ingegneria elettronica all’Università di Padova dove mi iscrivo anche alla Facoltà di medicina. Nel frattempo però devo trovare qualcosa da fare. Ma cosa?»</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si può sbirciare dentro un muro? </strong>Sarà il caso a decidere. «In California avevo conosciuto il professor Carlo Pedretti, probabilmente il massimo esperto di Leonardo al mondo, docente di storia dell’arte presso l’Università della California a Los Angeles (UCLA) di cui, da studente, seguivo i corsi per mia personale passione. Lo incontro per strada a Firenze. Stava conducendo una ricerca su documenti relativi alla Battaglia di Anghiari. Mi chiede: secondo te, con il tipo di tecnologia non invasiva che stavi studiando a San Diego, non si potrebbe “sbirciare” sotto le pareti del Salone per cercare la Battaglia senza danneggiare gli affreschi di Vasari? In effetti a San Diego avevo avuto modo di studiare e fare esperienza sui primi ecografi e l’idea non era sbagliata: se potevamo “guardare” dentro un corpo umano perché non sotto uno strato di pittura? Il progetto mi affascina».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È il 1976 quando parte l’avventura</strong>. Insieme a Seracini lavora un restauratore americano, Travers Newton e un fisico dell’Università di California, John Asmus. I primi finanziamenti arrivano, grazie all’interessamento di Pedretti, dalla Kress Foundation. L’amministrazione comunale di Firenze assegna loro, come sede, una stanza in Palazzo Vecchio e fa montare un’impalcatura nel Salone dei 500.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-639" title="L'ingegner Maurizio Seracini nel Salone dei 500 in Palazzo Vecchio a Firenze" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/05/8-451x300.jpg" alt="L'ingegner Maurizio Seracini nel Salone dei 500 in Palazzo Vecchio a Firenze" width="451" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo la maggior parte degli studiosi, la Battaglia sarebbe andata irrimediabilmente perduta</strong> all’epoca della ristrutturazione vasariana. Eppure, faceva notare Pedretti, Vasari aveva fatto altrove trasformazioni architettoniche simili cercando di non distruggere eventuali opere d’arte esistenti. Nella chiesa di Santa Maria Novella, Vasari aveva avuto l’incarico di costruire un nuovo altare proprio a ridosso di una parte dell’affresco della Trinità di Masaccio: lui lo aveva salvato proteggendolo con una parete di mattoni e un’intercapedine. Avrebbe potuto mai Vasari distruggere un murale di Leonardo, seppure non terminato?</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-642" title="Copia della Battaglia di Anghiari, Rubens, courtesy Editech" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/05/battle_of_anghiari-422x300.jpg" alt="Copia della Battaglia di Anghiari, Rubens, courtesy Editech" width="422" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leonardo contro Michelangelo.</strong> La Battaglia di Anghiari fu commissionata a Leonardo da Vinci nel 1504 dal gonfaloniere Pier Soderini per commemorare lo scontro del 29 giugno 1440 fra le truppe fiorentine alleate delle milizie pontificie di Papa Eugenio IV, che sconfissero presso Anghiari, nel territorio di Arezzo, le forze preponderanti del Duca di Milano, Francesco Maria Visconti. Nel contempo a Michelangelo Buonarroti fu chiesto di raffigurare la Battaglia di Càscina, avvenuta il 28 luglio 1364 tra le truppe pisane e quelle fiorentine, in cui queste ultime vendicarono la sconfitta subita pochi mesi prima. I due affreschi, che avrebbero dovuto essere alti 7 metri e larghi 17, realizzati su pareti fronteggianti, avrebbero concluso i lavori di costruzione della Sala del Maggior Consiglio della Repubblica di Firenze, su progetto di Fra’ Girolamo Savonarola, realizzati da Antonio da Sangallo. Il 4 maggio 1504 Pier Soderini anticipò a Leonardo 25 fiorini con un contratto che prevedeva un anno di tempo per finire il cartone preparatorio, senza comunque legare il disegno a nessuna preventiva autorizzazione. Per il cartone Leonardo adoperò 29 quaderni di fogli reali, 88 libbre di farina per impastarlo, tre teli di stoffa di lenzuolo per orlarlo. Terminato il cartone, Leonardo cominciò a dipingere nella sala del Gran Consiglio il 6 giugno 1505, data che è possibile stabilire grazie alla fortuita scoperta di due manoscritti rinvenuti nel 1967 nella Biblioteca Nazionale di Madrid.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-646" title="La scritta &quot;Cerca Trova&quot;, courtesy Editech" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/05/cerca_trova-225x300.jpg" alt="La scritta &quot;Cerca Trova&quot;, courtesy Editech" width="225" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cerca trova</strong>. I lavori di ricerca dell’equipe di Seracini partirono subito col piede giusto. «Uno degli indizi più interessanti», racconta «venne alla luce non appena fu montato il ponteggio mobile nel Salone. Stavo studiando la battaglia di Marciana in Val di Chiana, l’affresco dipinto da Vasari sulla parete est nel 1563, quando mi trovai davanti a uno stendardo, retto da un fante dell’esercito fiorentino, che recava la scritta “Cerca trova”. Un’iscrizione che nessuno aveva mai documentato e, se per quello, probabilmente neanche mai visto perché era posta così in alto che non si riusciva a vederla neanche dalla balconata: bisognava proprio salire fin lassù. Un vessillo di battaglia? Un motto araldico? Improbabile che fosse l’unico senza nient’altro di simile in nessuna delle altre centinaia di bandiere affrescate in tutta la sala. La cosa da fare era verificarne innanzitutto l’autenticità prelevando un campione per controllare se si poteva considerarlo appartenere alla stessa epoca dello strato pittorico sottostante. Tutti i risultati combaciavano. Che il Vasari avesse voluto lasciare un messaggio per i posteri? Cerca il Leonardo perduto e lo troverai».</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-645" title="L'ingegner Maurizio Seracini davanti alla scrita &quot;Cerca Trova&quot;: un indizio lasciato da Vasari? courtesy Editech" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/05/photo_21-400x300.jpg" alt="L'ingegner Maurizio Seracini davanti alla scrita &quot;Cerca Trova&quot;: un indizio lasciato da Vasari? courtesy Editech" width="400" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il petroliere mecenate. </strong>Nel bel mezzo delle ricerche, ad interessarsi del progetto e a subentrare nei finanziamenti arrivò il petroliere Harmand Hammer, magnate della Occidental Petroleum, un anziano personaggio a dir poco singolare. Il classico americano che si è fatto da solo. A 22 anni, studente di medicina, aveva già guadagnato il suo primo milione di dollari e essendo quello il periodo della rivoluzione bolscevica, affascinato dai cambiamenti sociali in corso, comprò di sua iniziativa ambulanze e medicine e le spedì in Russia. Il gesto gli accattivò la simpatia di Lenin di cui divenne grande amico e che accordò a Hammer la possibilità di commerciare liberamente con la neo-nata Unione Sovietica. In questa sua veste, cinquant’anni dopo, Richard Nixon mise Hammer a capo del programma che avrebbe portato all’apertura politica fra le due superpotenze. Insomma, a parte questi risvolti sociali, Hammer era un grande appassionato d’arte: fra le altre cose nel 1980 acquisterà uno dei più importanti manoscritti di Leonardo, il cosiddetto <em>Codice Leicester</em> – dal nome dello storico proprietario, il conte di Leicester – in cui l’artista si occupava di studi di idraulica e di moti dell’acqua. Il Codice, nel frattempo ribattezzato <em>Codice Hammer</em>, fu a sua volta acquistato nel 1994 da Bill Gates che ne è tuttora il proprietario.<br />
Tornando a noi, il fatto era che all’epoca, in quel 1976, da una parte la tecnologia non era abbastanza sofisticata da riuscire a rilevare un affresco nascosto sotto un muro, dall’altra Seracini e i suoi erano cani sciolti, né guelfi né ghibellini che per di più non stavano con nessun centro di potere cittadino. Di conseguenza la ricerca si interruppe e per il successivo quarto di secolo il progetto fu messo in freezer.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il vero Codice da Vinci</strong>. <em>Fast forward</em>. Passano venticinque anni. «Si immagini una scena da film», dice Seracini. «Siamo nel mio ufficio in via dei Bardi a Firenze, sulla sponda sinistra dell’Arno. Entra un signore, in compagnia di Idanna Pucci, nipote del celebre Emilio lo stilista di grido degli anni Sessanta, che in un perfetto stile britannico si presenta: il mio nome è Guinness, Loel Guinness. Senza fronzoli e senza giri di parole dice che vuole riprendere la ricerca della Battaglia. Scoprirò poi che si tratta dell’erede della famiglia Guinness, produttrice di uno dei marchi di birra più famosi al mondo, nonché presidente del Kalpa, una società che si interessa di finanziare sofisticati progetti interdisciplinari a livello internazionale. E questo aveva attirato la sua attenzione». Per farla breve, sorvolando sugli inutili e perigliosi passaggi burocratici che ci portano ai giorni nostri, il progetto riparte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Arriva Dan Brown.</strong> Bisogna però aprire una piccola, ma importante parentesi. Racconta Seracini: «Nel 2003 esce il romanzo di Dan Brown, “<em>Il Codice da Vinci</em>” che, all’epoca, io non leggo. Lo legge però una mia amica italiana che mi chiama dagli Stati Uniti: complimenti, dice. Complimenti, cosa? Sei nel libro di Dan Brown. In che senso? Come in che senso: si parla di te, sei uno dei personaggi del racconto, <em>sei a pagina 202.</em> Com’è che ero finito, involontariamente, nel libro di Dan Brown? Sempre per colpa, si fa per dire, di Leonardo. In questo caso dell’Adorazione dei Magi, l&#8217;opera che l’artista lasciò, incompiuta, a Firenze, nella casa di Amerigo Benci, quando nel 1482 si trasferì a Milano e che oggi è conservata alla Galleria degli Uffizi. Era accaduto che alla notizia di intraprendere un restauro su quest’opera, era nata una diatriba di chi era a favore e di chi era contrario, che aveva coinvolto, da un lato il sovrintendente ai musei fiorentini e dall’altro autorevolissimi personaggi a livello internazionale – da sir Ernst Gombrich a Carlo Pedretti, a James Beck. Tanto che la sovrintendenza decise di chiedermi di eseguire una approfondita campagna diagnostica al termine della quale sarebbe stata fatta una valutazione sull’opportunità o meno di procedere al restauro».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quel Leonardo non è proprio Leonardo.</strong> Lo studio – che è stato il più approfondito mai eseguito su un’opera di Leonardo – mise in evidenza da un lato che il supporto ligneo del dipinto necessitava di un intervento di restauro e dall’altro che sarebbe stato troppo rischioso per l’integrità pittorica del quadro, procedere a una rimozione seppur parziale delle vernici ossidate che lo ricoprivano.«Nessuno però si aspettava che la pittura monocromatica che vediamo sull’Adorazione non fosse mai stata applicata da Leonardo, ma che si trattasse di aggiunte posteriori. L’esame sui campioni non lasciava adito a dubbio alcuno». Un terremoto. Fino ad allora non un singolo storico dell’arte aveva mai osato sollevare dubbi sulla paternità di Leonardo nella stesura del colore dell’Adorazione. Ma non solo. «Grazie agli esami di riflettografia ad infrarossi», continua Seracini «era emerso un meraviglioso disegno preparatorio, quello sì di mano di Leonardo, che aveva rivelato straordinari segreti, come la presenza di numerose figure di animali, cavalli, la mangiatoia, un piccolo elefantino e l’incredibile schizzo di una sorta di “battaglia per lo stendardo” che non ho potuto fare a meno di ricollegare al nucleo centrale che Leonardo aveva ideato proprio per la Battaglia di Anghiari. Del resto confortato anche da illustri pareri di storici dell’arte, come Antonio Natali, attuale direttore del Museo degli Uffizi. Comunque sia, il tutto è stato documentato in modo inoppugnabile in 2400 riflettogrammi. Certo, chissà come a qualcuno sia venuto in mente di cancellare alla vista proprio questi e altri bellissimi disegni. Forse una censura ecclesiastica? Non lo sapremo mai. Questo è probabilmente il vero Codice da Vinci. Nel nostro caso un vero mistero finalmente svelato».</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-638" title="L'ingegner Maurizio Seracini (da People Magazine)" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/05/20070702-750-100-276x300.jpg" alt="L'ingegner Maurizio Seracini (da People Magazine)" width="276" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il silenzio delle istituzioni.</strong> Nonostante l’entità di una scoperta che cambiava la prospettiva degli studi sull’arte del Rinascimento dopo che generazioni di storici si erano erroneamente pronunciati sulla magia del “non finito”, dei colori, e della tecnica di Leonardo, i risultati delle indagini non furono resi pubblici. Almeno fin quando la notizia venne all’orecchio del corrispondente per l’Italia del <em>New York Times</em> che realizzò una dettagliatissima inchiesta dal titolo “<a href="http://www.nytimes.com/2002/04/21/magazine/the-leonardo-cover-up.html?pagewanted=1" target="_blank"><em>The Leonardo cover up</em></a>”, ovvero il Leonardo occultato. Inutile dire il caos sollevato in tutto il mondo. Giornali e televisioni di qua e al di là dell’Atlantico – a differenza dei media italiani – si mobilitarono per raccontare l’incredibile storia inviando redattori e troupe televisive a Firenze. «È a questo punto», ricorda Seracini «che entra in scena Dan Brown: legge l’articolo, capisce come con opportune iperboli, questa storia si sarebbe potuta trasformare nell’ennesimo mistero che avvolge Leonardo e mi inserisce nel suo libro. Certo, se lo avessi saputo in tempo magari avrei potuto spiegargli che in effetti non c’erano manovre occulte dietro questa scoperta e che il dipinto non era stato affatto nascosto nei depositi degli Uffizi dopo le mie indagini. Ma forse tutto questo a Dan Brown non interessava. Dopotutto stava scrivendo un romanzo e non un libro di storia. In ogni caso, le assicuro, fa un certo effetto ritrovarsi in un romanzo pieno di personaggi inventati».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Entra in scena l&#8217;Università di California</strong>. Ed eccoci arrivati all’ultima decisiva tappa di questa storia. Tappa che vede Maurizio Seracini tornare, in un certo senso, alle origini del suo racconto e cioè alla facoltà di ingegneria dell’Università di California a San Diego che, proprio sulla scia della ricerca della Battaglia di Anghiari e delle scoperte sull’Adorazione dei Magi, gli offre la possibilità di realizzare il progetto che sogna da una vita: creare un centro di ricerca nel campo dei Beni culturali. Nasce così il “Centro di scienze interdisciplinari per l’arte, l’architettura e l’archeologia” – abbreviato in <em>CISA3</em> – di cui lo nominano direttore. Ed è così che ora, ad avallare il rigore scientifico della ricerca c’è una delle più importanti istituzioni universitarie al mondo. Chissà però se la burocrazia italiota, le guerre fra guelfi e ghibellini che ancora oggi, imperterrite, si combattono nella cerchia muraria del comune di Firenze, lascerà che questa volta la ricerca del murale di Leonardo sia finalmente portata a compimento.«Intanto un primo successo lo abbiamo avuto», dice Seracini. «Utilizzando una sofisticata apparecchiatura radar che ha rilevato proprio sulla fatidica parete est – quella del “Cerca trova” – un’intercapedine. Perché mai Vasari avrebbe creato un’intercapedine al momento della ristrutturazione, unica poi in tutto il Salone? È molto plausibile che, come nel caso di Masaccio, l’ipotesi più probabile è che lo abbia fatto per proteggere quello che resta del murale di Leonardo. Ma la tecnologia decisiva quella che potrà dire una parola definitiva sulla possibile presenza del murale di Leonardo è la strumentazione per eseguire analisi per attivazione neutronica di cui parlavo all’inizio del mio racconto».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come funziona? </strong>«I neutroni sono particelle atomiche che possono attraversare corpi molto densi e spessi, come appunto una muratura e interagire con i nuclei degli elementi chimici con i quali entrano in collisione, generando sia raggi beta che si disperdono all’interno della parete, sia raggi gamma che possono ripassare la parete e venire acquisiti da rilevatori particolari. Esami spettroscopici associati alle energie specifiche dei raggi gamma rivelati, permettono di identificare quali elementi chimici abbiano generato questi raggi gamma. Con questa tecnica, dunque, se si spara un fascio di neutroni sulla parete del Vasari, questo riesce a passare non solo l’intonaco, ma tutti i materiali della parete stessa e a “leggere” i vari elementi chimici che la compongono. E se si ha – come effettivamente ora stiamo acquisendo – una campionatura di tutti i materiali che compongono il muro: dall’intonaco ai mattoni, alle pietre retrostanti, ai materiali pittorici usati da Leonardo per la Battaglia, deducibili dai documenti originali in cui questi sono elencati con pignola precisione, la macchina potrà dire, una volta per tutte, se lì sotto c’è il Leonardo perduto».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E ora lasciamo la parola a Maurizio Seracini, in questa sua conferenza tenuta all&#8217;Università di California a San Diego.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="512" height="542" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/-jgiyRZTfgg&amp;hl=en&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="512" height="542" src="http://www.youtube.com/v/-jgiyRZTfgg&amp;hl=en&amp;fs=1" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutto il mondo si interessa al lavoro di ricerca di Maurizio Seracini </strong>e della sua società, la <a href="http://www.editech.com/" target="_blank">Editech</a>: negli Stati Uniti la più prestigiosa testata giornalistica televisiva del Paese, <a href="http://images.google.it/imgres?imgurl=http://www.calit2.net/images/articles/2008/seracini_safer_400.jpg&amp;imgrefurl=http://www.calit2.net/newsroom/article.php%3Fid%3D1279&amp;usg=__4Q3a15faYSq-owmcKaAmnagUVfo=&amp;h=300&amp;w=400&amp;sz=86&amp;hl=it&amp;start=4&amp;tbnid=hqJwBmMXb_77TM:&amp;tbnh=93&amp;tbnw=124&amp;prev=/images%3Fq%3Dmaurizio%2Bseracini%26gbv%3D2%26hl%3Dit%26safe%3Doff%26sa%3DG%26newwindow%3D1" target="_blank"><em>60 minutes</em></a> (network CBS) manda il suo più importante anchor man a intervistarlo; gli inglesi di Channel 4 inviano una troupe che vive in simbiosi con Seracini per settimane, mesi, spostandosi con lui da Firenze alla California e finendo col produrre un esplosivo documentario dal titolo <a href="http://www.divxturka.net/documentaries/404125-channel-4-da-vinci-detective-2009-a.html" target="_blank"><em>The Da Vinci Detective</em></a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In Italia è silenzio. Le istituzioni sono codardamente silenziose. </strong>Le reti televisive tricolori trasmettono solo programmi di cucina, quiz inframmezzati da balletti e notiziari taroccati per far piacere al miliardario che governa l&#8217;Italia. Chi può, scappa dal Paese, anche se solo televisivamente e in modo virtuale e si gode programmi come questi:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parte Prima:</strong></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="512" height="398" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/1TlfVjhwYaY&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="512" height="398" src="http://www.youtube.com/v/1TlfVjhwYaY&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p><strong>Parte seconda:</strong></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="512" height="398" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/pYO_2h3kVMM&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="512" height="398" src="http://www.youtube.com/v/pYO_2h3kVMM&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="text-decoration: underline;"><em>Una nota &#8220;storica&#8221; a margine di quest&#8217;intervista:</em></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Flashback.</strong><strong> </strong>Eravamo in tanti a voler fare gli americani. Io ero all&#8217;ultimo anno di liceo lingustico, Maurizio al primo di ingegneria: corso accademico fiorentino 1967/1968, tempo di caos. In quella stagione di demagogia scolastica, invece di frequentare assemblee e cortei, andavamo a studiare alla Biblioteca Nazionale, ascoltavamo long playing di Frank Sinatra e parlavamo di America, della conquista dello spazio, di cosa avremmo “sicuramente” fatto da grandi: io, il giornalista; lui, l’ingegnere aerospaziale. Una mattina il caos all’università fu peggiore del solito, all’orizzonte non si prospettava nulla di buono e Maurizio annunciò che sarebbe andato in America: Università del Kansas, prima, Università di California a San Diego, dopo. E partì. Per le vacanze di Natale e per quelle estive tornava a Firenze e raccontava dell’America, dell’efficienza che vi si respirava, della vita al campus, delle partite di pallavolo, del Vietnam, di Herbert Marcuse che insegnava nella sua università (io ne approfittai per farmi dedicare una copia di </em>Man At One Dimension<em>, L’uomo a una dimensione). Neanche dirlo che lo invidiavo. Ad ogni viaggio tornava più “americano” di prima, ma con un sottofondo di nostalgia da emigrato che io proprio non capivo: ma come, era al centro del mondo, studiava quello che aveva sempre sognato, una buona metà degli insegnanti erano premi Nobel e lui rimpiangeva Reggello e la sua casa di campagna? Maurizio si laureò </em><em>cum laude in ingegneria biomedica: durante il cammino aveva abbandonato l’idea della conquista delle stelle ed era passato ad una specialità allora pressochè ignota sulle nostre sponde mediterranee. Aveva tutte le carte in regola per entrare nel club esclusivo dei cervelli in fuga, ma lui era titubante, straziato fra l’America e la sua Firenze. Firenze ebbe la meglio e lui decise di tornare. Io &#8211; che nel frattempo avevo perseverato nel rincorrere il sogno del giornalismo &#8211; decisi di partire. Destinazione California.<br />
Questo avveniva alla fine degli anni Ottanta. Passano dieci anni e la storia si inverte. Io rientro in Italia e poco dopo a partire è Maurizio: destinazione California, Università di San Diego, la sua </em>Alma Mater<em> che lo richiama per un incarico prestigioso la cui storia è raccontata qui sopra. Neanche dirlo, Maurizio è Maurizio Seracini, </em>l&#8217;ingegnere<em>.</em></p>
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		<title>Manzanar</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Apr 2009 16:05:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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La temperatura oggi oscilla fra i 45 e i 48 gradi centigradi. Il traffico sulla statale 395, a est dell’altipiano della Sierra Nevada, nella California orientale, contea di Inyo, è praticamente inesistente: solo  locali e qualche turista che cerca refrigerio più a nord, a Mammoth Lake. Del campo di internamento di Manzanar, dichiarato monumento nazionale, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-full wp-image-581" title="Il campo d'internamento di Manzanar. Foto di Ansel Adams" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/04/manzanar-adams.jpg" alt="Il campo d'internamento di Manzanar. Foto di Ansel Adams" width="432" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La temperatura oggi oscilla fra i 45 e i 48 gradi centigradi. </strong>Il traffico sulla statale 395, a est dell’altipiano della Sierra Nevada, nella California orientale, contea di Inyo, è praticamente inesistente: solo  locali e qualche turista che cerca refrigerio più a nord, a Mammoth Lake. Del campo di internamento di Manzanar, dichiarato monumento nazionale, rimane una lapide, il bunker d’ingresso e un paio di altre costruzioni in pietra a forma di pagoda. Il resto è deserto. Nessuno si ferma qui. È troppo imbarazzante. Il campo fu costruito cinquant’anni fa, all’indomani dello scoppio della guerra fra Stati Uniti e Giappone, per internare chiunque lungo la costa dal Canada al Messico, avesse gli occhi a mandorla &#8211; americano o non americano. Manzanar era costituito da 504 baracche che, alla fine di ottobre del 1942, avrebbero ospitato 10.271 cosiddetti “sfollati”. Il calvario degli americani di origine giapponese era cominciato, ufficialmente, il 19 febbraio 1942, due mesi e mezzo dopo l’attacco di Pearl Harbour, quando il presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, firmò la circolare 9066 che ordinava, per necessità militare, l’internamento indiscriminato di tutti i “Japs” abitanti negli Stati prospicenti il Pacifico. Il fatto che molti di loro fossero ormai americani di seconda e terza generazione passò deliberatamente inosservato.  <span id="more-580"></span></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-582" title="Titoli dei giornali che annunciano l'istituzione dei campi di internamento per i giapponesi residenti in America" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/04/23-0309a.jpg" alt="23-0309a" width="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>14.490 civili &#8211; uomini, donne, bambini, anziani &#8211; furono rinchiusi in  campi della California</strong>, Utah, Arizona, Wyoming, Arkansas, le proprietà sequestrate, i titoli di studio annullati. Il carattere persecutorio della disposizione, che restò in vigore fino al 17 dicembre 1944, era accentuato dal fatto che nessuna sanzione di massa venne applicata, per esempio, ai giapponesi-americani residenti nelle isole Hawaii. Così come sulla costa orientale, a dispetto della violenta offensiva navale dei sottomarini del Reich, non ci fu nessuna forma di isteria collettiva nei confronti dei tedesco americani o degli emigrati italiani le cui rispettive nazioni erano pure in guerra con gli Stati Uniti. Furono, sì, arrestati, per prudenza spionistica, 857 tedeschi e 147 italiani sospettati di attività sovversive, ma per gli europei le ostilità finirono qui. Per i giapponesi, invece, dovevano ancora cominciare.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-583" title="Istruzioni per i giapponesi residenti in California" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/04/order.jpg" alt="order" width="350" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il provvedimento presidenziale entrò in vigore con forza di legge (numero 503) il 21 marzo 1942 </strong>nonostante lo stesso J. Edgar Hoover, direttore dell’F.B.I., avesse spedito al Ministro della Giustizia, Francis Biddle, un memorandum segreto di sei pagine in cui ridicolizzava la teoria del “complotto giallo” che ossessionava il comandante la regione militare del Pacifico, generale John Lesesne DeWitt. Le linee della corrente elettrica tranciate presso la diga di Booneville? Vacche di una vicina fattoria che andavano a grattarsi la schiena sui cavi. Il fuoco di segnalazione di Seattle? Un agricoltore che bruciava sterpaglie come faceva da vent’anni. Duemila cinquecento novantadue armi da fuoco trovate in possesso di giapponesi-americani? Certo, erano in un negozio e in un deposito entrambi autorizzati alla vendita, con tanto di licenza. La nota dell’F.B.I. non fu mai fatta pervenire alla Corte Suprema che, pressata dal governo, sentenziò che la deportazione era ammissibile perché il paese era in guerra.<br />
Il malanimo verso la comunità asiatica non era spuntato con Pearl Harbour, ma risaliva ad almeno 40 anni prima. Sotto la pressione di politici californiani, nel 1908, il Congresso degli Stati Uniti aveva passato una norma restrittiva che limitava l’immigrazione dal Giappone (poi vietata completamente nel 1924), e che, soprattutto, negava l’accesso alla cittadinanza e al possesso di proprietà terriere. Al di là del patriottismo di facciata il motivo era esclusivamente economico: già allora gli americani sentivano sul collo il fiato della competitività giapponese, anche se a quei tempi era ristretta all’agricoltura.<br />
In un rigurgito di demagogia spicciola ci fu chi chiese ai “Japs” di provare la lealtà alla nuova patria andando volontariamente in prigione. 82 giapponesi-americani aderirono alla richiesta e il 21 marzo 1942 si presentarono spontaneamente a Manzanar, primo di dieci campi ad aprire i battenti.<br />
Dieci giorni più tardi, il 31 marzo, le autorità militari  decisero che era tempo di abbandonare le maniere gentili. Tutti i giapponesi-americani residenti negli Stati della costa dovevano presentarsi ai centri di smistamento: destinazione sconosciuta, unico bagaglio permesso, gli effetti personali. Con un preavviso che andava da tre giorni a due settimane, fu ordinato di liquidare tutte le proprietà, case, auto, terre. Una manna per gli strozzini. La signora Tetsu Saito possedeva, prima della guerra, il Ruth Hotel di Los Angeles, un palazzo con 32 camere valutato seimila dollari dell’epoca. Quando ricevette l’ordine di evacuare le furono offerti trecento dollari, prendere o lasciare.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-584" title="Partenza per Manzanar" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/04/00190a-441x300.jpg" alt="Partenza per Manzanar" width="441" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È stato calcolato che gli internati abbiano perso &#8211; ai valori del 1945 &#8211; fra i 108 e i 164 milioni di dollari </strong>in mancati guadagni e fra i 41 e i 206 milioni di dollari in proprietà. Incalcolabile l’effetto sul capitale umano: perdita di educazione, di lavoro, di pratica professionale. 10.271 persone furono deportate a Manzanar. 18.800 a Tule Lake, California, 18.000 a Poston, Arizona, 13.400 a Gila RIver, Arizona, 11.100 a Heart Mountain, Wyoming, 9,900 a Minidoka, California, 8.600 a Jerome, Arkansas, 8.500 a Rohwer, Arkansas, 8.300 a Topaz, Utah, 7.600 a Granada, Colorado. La maggior parte di loro vi rimarrà fino al settembre 1945. Alcuni usciranno nel 1943 per arruolarsi, volontari, nel 442esimo e 100esimo Battaglione, due unità create apposta per i giapponesi-americani. Siccome la fiducia non era però troppa, fino al momento del combattimento le reclute vennero addestrate con armi di legno. Una volta sul campo di battaglia, in Europa, 18.143 soldati appartenenti ai due reparti furono decorati al valor militare: nessun altro reggimento dell’esercito degli Stati Uniti aveva mai ricevuto così tanti onori.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-585" title="Il centro del campo di Manzanar" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/04/manzanar_flag-389x300.jpg" alt="Il centro del campo di Manzanar" width="389" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel1980 il Congresso degli Stati Uniti istituì una commissione d’inchiesta </strong>che giunse alla conclusione che, in quel 1942, il governo aveva mentito sapendo di mentire: la necessità militare di internare la popolazione civile era sempre stata totalmente inesistente. Così, dopo otto anni di discussioni e distinguo, il 10 agosto 1988 l’allora presidente Ronald Reagan firmò l’atto di contrizione che, insieme alle scuse della nazione, decretava lo stanziamento di 1,25 milioni di dollari (il Congresso ne ha aggiunti 320 perché era stato sbagliato il conto degli “sfollati”) da distribuirsi ai circa ottantamila sopravvissuti: in pratica 20mila dollari a testa. Una cifra simbolica, che non ripagherà mai gli oltre 60mila internati morti prima delle scuse ufficiali.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-586" title="Pianta del campo di Manzanar" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/04/6a02458r-500x186.jpg" alt="Pianta del campo di Manzanar" width="500" height="186" /></p>
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		<title>Barack Obama, Victory speech, frammenti di immagini</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Mar 2009 18:19:42 +0000</pubDate>
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		<title>Il raid aereo di Los Angeles, 1942</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Mar 2009 20:32:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Los Angeles Air Raid of 1942 from Boulos Studios on Vimeo.
La notte del 24 febbraio 1942, tre mesi dopo l&#8217;attacco giapponese alla base navale americana di Pearl Harbour sull&#8217;isola di O&#8217;ahu nell&#8217;arcipelago delle Hawaii, un oggetto volante non identificato solcava il cielo di Los Angeles: si trattava di un aereo giapponese in ricognizione, di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="530" height="425" data="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=3553525&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=0&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=&amp;fullscreen=1" type="application/x-shockwave-flash"><param name="allowfullscreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=3553525&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=0&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=&amp;fullscreen=1" /></object><br />
<a href="http://vimeo.com/3553525">Los Angeles Air Raid of 1942</a> from <a href="http://vimeo.com/boulosstudios">Boulos Studios</a> on <a href="http://vimeo.com">Vimeo</a>.</p>
<p><strong>La notte del 24 febbraio 1942, tre mesi dopo l&#8217;attacco giapponese</strong> alla base navale americana di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Pearl_Harbor" target="_blank">Pearl Harbour</a> sull&#8217;isola di O&#8217;ahu nell&#8217;arcipelago delle Hawaii, un oggetto volante non identificato solcava il cielo di Los Angeles: si trattava di un aereo giapponese in ricognizione, di un pallone aerostatico, o magari, come immaginato da molti, era un <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Battle_of_Los_Angeles" target="_blank">UFO</a>? Molto probabilmente non sapremo mai la verità su questo mistero. Comunque sia, anche quest&#8217;anno (28 febbraio 2009) gli amici del museo di <a href="http://ftmac.org/index.htm" target="_blank">Fort MacArthur</a> si sono riuniti per ricordare l&#8217;evento e ricreare l&#8217;atmosfera di quella famosa sera.</p>
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		<title>Made in California</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Mar 2009 14:57:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[California]]></category>

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Tremilacentonovantatre  erano stati i tentativi di insidiare la sicurezza dei computer dei clienti della società americana Pilot Network Services in un solo mese di qualche tempo fa. Di questi ben quattrocentodiciotto erano partiti dalla California, laddove &#8211; nel crimine come nella tecnologia, nell’arte come nella scienza &#8211; si è sempre un bel po’ avanti rispetto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="aligncenter size-full wp-image-456" title="California dreaming" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/libri11.jpg" alt="California dreaming" width="425" height="567" /></strong></p>
<p><strong>Tremilacentonovantatre  erano stati i tentativi di insidiare la sicurezza dei computer </strong>dei clienti della società americana Pilot Network Services in un solo mese di qualche tempo fa. Di questi ben quattrocentodiciotto erano partiti dalla California, laddove &#8211; nel crimine come nella tecnologia, nell’arte come nella scienza &#8211; si è sempre un bel po’ avanti rispetto allo stesso Paese a stelle e strisce. Non parliamo del resto del mondo.<br />
Resto del mondo che, da più di quattro secoli, la California la sogna, la inventa e la mitizza, come quel Garcia Ordóñez de Montalvo che in un testo pubblicato in Spagna nel 1510 scriveva che “alla destra delle Indie c’è un’isola chiamata California, nei pressi del Paradiso terrestre”, o come Padre Antonio de la Ascension che nel 1602, siccome sulle mappe dell’epoca la California non c’era, se la inventò di sana pianta assicurando i cartografi che quel già leggendario territorio era un’isola separata dal continente da un suo “mar mediterraneo”. Così, fin verso il 1750, si pensò che la California fosse un’isola. <span id="more-455"></span><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Per noi, dall’inizio del secolo scorso &#8211; dal 1900 &#8211; la California è il laboratorio sociale,</strong> culturale, artistico dove, piaccia o no, tutti ci rispecchiamo, ci confrontiamo e di cui non possiamo più fare a meno.<br />
Le radici dei miti – terra dell’Eden, del sole, della salute, del benessere, della ricchezza, dello spazio &#8211; che plasmeranno le fondamenta dell’idea stessa di California si formano, fra il 1900 e il 1920. In quel ventennio San Francisco passa da 343mila abitanti a mezzo milione; Los Angeles da 102mila a 550mila. “<em>Land of Sunshine</em>”, il giornale fondato da Charles Fletcher Lummis che non nascondeva una dichiarata vena xenofoba, scrive che, “per fortuna, quegli stranieri ignoranti e anti americani che infestano e controllano le città della costa dell’est sono praticamente sconosciuti qui in California”. Sì, forse non c’erano molti emigrati europei, ma già allora la popolazione era etnicamente eterogenea, formata da un ragguardevole numero di messicani, giapponesi, afro americani e soprattutto cinesi che avevano fatto di San Francisco la loro seconda patria. Asiatici che, per la cronaca &#8211; secondo i dati emersi dal censimento che si è appena concluso &#8211; nello stato della California hanno superato  la popolazione bianca anglosassone e sono diventati maggioranza.</p>
<p><strong>Fra gli ingranaggi nascosti dietro la nascita del mito californiano</strong> c’è anche un italiano emigrato dalla provincia di Genova, Amedeo Peter Giannini, il fondatore della Bank of America che, all’epoca, nacque col nome di Bank of Italy. Il sistema bancario californiano era, allora, a dir poco elitario. Giannini lo rivoluzionerà scardinandolo alle fondamenta. Le nove di mattina di lunedi 17 ottobre 1904, data di apertura del primo sportello della banca, segneranno una vera e propria rivoluzione: basti pensare che ventitre anni più tardi un californiano su cinque era cliente della Bank of Italy e che, alla fine del secondo conflitto mondiale, la banca, ribattezzata “of America”, sarà la più grande del mondo. E questo grazie all’odio di Giannini verso la burocrazia, grazie alla sua tolleranza, ma soprattutto grazie al contesto geografico e sociale unito all’intuizione, fondamentale, che un sistema bancario &#8211; ma anche la musica, l’arte, la letteratura, la teologia, la politica &#8211; non può vivere e funzionare sotto vuoto, senza collegamenti creativi. E’ proprio in quegli anni che la California diventa l’esperimento più fertile di questa semplice equazione. Un esperimento che un secolo più tardi  ha letteralmente conquistato il mondo.</p>
<p><strong>La California divenne una calamita irresistibile per i creativi di mezzo mondo.</strong> Furono molti, per esempio, gli architetti e i designers come Rudolph Schindler e Richard Neutra che emigrarono dall’Europa attratti dalla personalità sfolgorante di una città come Los Angeles dove sposarono il modernismo teorizzato nel vecchio continente con la funzionalità, le nuove tecnologie, la produzione di massa del nuovo mondo. Furono proprio questi emigrati che, con le loro creazioni, definiranno i termini del “<em>California lifestyle</em>”.<br />
Per non parlare di quella enorme colonia di emigrati come Erich Stroheim, Ernst Lubitsch, Fritz Lang, Samuel Goldwyn, Adolph Zukor, Charles Spencer Chaplin che, folgorati dall’invenzione della macchina per produrre fotografie in movimento messa a punto da Thomas Alva Edison, faranno nascere la più potente industria di tutti i tempi, il cinema, che si svilupperà, crescerà, dilagherà a partire da Hollywood, quartiere collinoso nel cuore di Los Angeles.<br />
E se in Europa il cinema, che Lenin definì la più potente arma culturale del proletariato, si connoterà da sempre, e fino ai nostri tempi, come un’arte d’elite, negli Stati Uniti si stabilirà come un passatempo di massa che raccontava storie comuni di genti comune, etichettandosi, da subito come la più americana delle arti: accessibile, democratica, e nello stesso capace di far sognare. Con l’acquisto di un biglietto d’ingresso di pochi centesimi, sensualità, modernità, e fascino erano alla portata della gente comune. Anche se, poi, a veicolare e a dare uno stile all’immagine del cinema hollywoodiano, niente fu più efficace delle immagini fotografiche stampate in milioni di copie in tutto il mondo a cui si abbineranno nomi leggendari come quelli di Clarence Sinclair Bull e di George Hurrell, il primo fotografo personale di Greta Garbo, il secondo di Joan Crawford e Norma Shearer.</p>
<p><strong>Fra il 1940 e il 1960, la California si trovò a combattere due guerre: </strong>la prima reale contro il nazi-fascismo e la seconda, sotterranea, contro il comunismo della guerra fredda. E se le armate alleate vinsero con la forza la prima, a trionfare sulla seconda fu il diffondersi a macchia d’olio di quella cultura popolare che proprio in California aveva le sue radici più profonde. A vincere la guerra fredda e a far crollare il muro di Berlino non sono stati i carri armati, ma gli hamburger McDonald’s, le bambole Barbie, i cartoni animati di Batman e Superman, la Coca Cola, il tenente Colombo, Snoopy e Charlie Brown, le tele di Roy Lichtenstein, le Polaroid di Andy Warhol, le avventure di Paperino, il manuale delle Giovani Marmotte, gli elettrodomestici “made in Usa” che già il premier sovietico Nikita Kruscev ammirava con concupiscenza, nel 1959, alla Fiera di Mosca. Il fatto era che anche gli ideologi duri e puri che venivano dal freddo, finivano con lo sciogliersi al tepore del sole della California. Vuoi mettere Muscle Beach, vuoi mettere il vento nei capelli alla guida di una decappottabile lungo l’oceano, vuoi mettere i primi bikini, vuoi mettere le onde cavalcate su una tavola da surf.</p>
<p><strong>Gli anni Sessanta trovarono in California terreno fertile per la più grande rivoluzione sociale del secolo.</strong> A ricordare che Los Angeles era, sì, la capitale del cinema, ma anche il più grande e diversificato centro urbano della regione furono gli scontri razziali di Watts del 1965, questo mentre a San Francisco si faceva strada il movimento Beat, mentre nel quartiere di Haight-Ashbury spuntavano i primi hippie, mentre nel ’64, nel campus dell’università di Berkeley nasceva il “Free Speech Movement”, mentre nel sobborgo di Oakland, nel 1966 sbocciava il partito rivoluzionario delle Pantere Nere. Insomma era tutto uno sprizzare di movimenti libertari da quello femminista a quello dell’orgoglio nero. Il settimanale “Time” scriverà che “la California è oggi lo specchio di quello che l’America sarà domani: un incubatore di mode, tendenze, idee”.<br />
Dopo gli anni Sessanta niente sarà più lo stesso. In California e nel resto del mondo. Anche per il dilagare di un giornalismo televisivo sempre più rotocalchizzato, sempre più sensazionalistico. Attimi dopo le scosse di terremoto che avevano sconvolto San Francisco il 17 ottobre 1989, le televisioni americane trasmettevano in diretta le immagini del salvataggio dell’automobilista appeso, fra la vita e la morte, sul bordo del Bay Bridge distrutto dal sisma. Nell’aprile del 1992, a turbare il Paese furono i fotogrammi dell’insurrezione razziale che per giorni sconvolse Los Angeles. Mentre il 17 giugno del 1994 i network trasmetteranno con dovizia di particolari ogni dettaglio dell’inseguimento da parte della polizia dell’ex campione di football O.J.Simpson accusato dell’omicidio della moglie e di un amico. Simpson, poi, in tribunale se la caverà senza un graffio perché le autorità non volevano dover fronteggiare una nuova insurrezione armata di neri che l’avrebbero presa male se il loro idolo, altrettanto nero, fosse stato condannato: in fondo cos’erano un paio di cadaveri di bianchi affettati a colpi di coltello paragonati a un po’ di tranquillità sociale. Già, quella fu una delle più brutte pagine mai scritte nell’album dei ricordi della California. Come lo scandalo che qualche anno fa ha sconvolto il dipartimento di polizia di Los Angeles dove si è scoperto un livello di corruzione tale che ha spinto le autorità federali a mettere sotto tutela il dipartimento stesso.<br />
Non è che qui in California succedano cose peggiori che in altri posti – a New York, Chicago, New Orleans, Miami non scherzano. Il fatto è che qualsiasi cosa accada in California viene amplificata, trasmessa, discussa, analizzata, fa titolo di prima pagina, fa copertina di newsmagazine, finisce col diventare film o serie televisiva. Un incendio in Idaho è un incendio; un fuoco in California o un alluvione, o un qualsiasi disastro è un <em>attentato al mito.</em></p>
<p><strong>Ma niente paura il mito resisterà. </strong>C’è chi dice che la California non è più il giardino dell’Eden ed è sempre più una torre di Babele. Vero. E allora? In un’età in cui le comunicazioni internazionali sono diventate istantanee, in cui la televisione, i telefoni cellulari, i fax, internet hanno reso possibile la disseminazione delle notizie, il mondo intero è una torre di Babele. La grande differenza è quella intuita da Giannini, per la sua banca, all’inizio del secolo scorso: e cioè che anche la comunicazione più esasperata non può proliferare sotto vuoto, senza scambi personali e geografici. E la California, in questo senso, è ancora il giardino dell’Eden perché tutto accade qui: dalla rivoluzione internettiana a quella dei cibi geneticamente modificati. Il mito, piaccia o no, continua.</p>
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		<title>Surfin&#8217; Usa</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Mar 2009 21:02:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Trestle è la “Spiaggia”. Quella con la esse maiuscola, la spiaggia d’elezione dei surfisti californiani, l’unica dove le onde possono raggiungere i 5 metri d’altezza. È una spiaggia difficile. Difficile soprattutto da raggiungere, perché è circondata da Camp Pendleton, la più grande base dei marines di tutti gli Stati Uniti. La spiaggia è, anzi, territorio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><img class="aligncenter size-medium wp-image-435" title="Ed Schlegel presenta al governatore della California Arnold Schwarzenegger una tavola da surf con centinaia di firme a favore della salvaguardia delle spiagge di San Onofre e Trestle. Photo courtesy Brian Alper. © Brian Alper." src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/arnold-surf-289x300.jpg" alt="Ed Schlegel presenta al governatore della California Arnold Schwarzenegger una tavola da surf con centinaia di firme a favore della salvaguardia delle spiagge di San Onofre State e Trestles. Photo courtesy Brian Alper. © Brian Alper." width="289" height="300" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Trestle è la “Spiaggia”. Quella con la esse maiuscola, la spiaggia d’elezione dei surfisti californiani,</strong> l’unica dove le onde possono raggiungere i 5 metri d’altezza. È una spiaggia difficile. Difficile soprattutto da raggiungere, perché è circondata da Camp Pendleton, la più grande base dei marines di tutti gli Stati Uniti. La spiaggia è, anzi, territorio militare affittato allo Stato di California con un contratto ventennale rinnovabile. C’è un solo accesso e dal sentiero lungo un paio di chilometri che porta all’oceano è facilissimo sconfinare in territorio militare e finire regolarmente arrestati. Una volta finì in manette persino la figlia dell’allora presidente Richard Nixon che aveva la casa lì vicino. <span id="more-434"></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p><object width="530" height="400" data="http://www.youtube.com/v/k1FaflUn4Co&amp;hl=en&amp;fs=1" type="application/x-shockwave-flash"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/k1FaflUn4Co&amp;hl=en&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Trestle è anche la spiaggia immortalata in una delle più famose canzoni dei Beach Boys, “<em>Surfin’ Usa</em>”, </strong>incisa nel 1963 due anni prima che ci costruissero, praticamente davanti, una minacciosa centrale atomica. Ma all’epoca erano in pochi ad essere consci dei pericoli delle radiazioni e della contaminazione delle acque: quello che preoccupava i surfisti erano le continue schermaglie con i Marines e la paura che se si fossero schierati ufficialmente contro la costruzione della centrale, sarebbero stati definitivamente scacciati dalla “loro” spiaggia. Già, infatti, la storia della spiaggia di Trestle è storia di schermaglie continue fra i ragazzi del surf e i militari.<br />
La prima battaglia scoppiò quando il comandante della base ebbe la poco felice idea di far recintare la spiaggia e di controllarne l’accesso con un cancello. La risposta dei surfisti non si fece attendere: misero a ferro e fuoco il parcheggio, sbarbarono tutti i cartelli di divieto e ne fecero un falò: per poco non furono ridotte in cenere anche le traversine della linea ferroviaria che passa lì accanto, infatti Trestle, letteralmente, vuol dire “cavalletto”, “ponticello” e indica, appunto, il ponticello rialzato sulla spiaggia su cui passa la linea ferroviaria che collega Los Angeles a San Diego, parallela all’oceano e all’autostrada.<br />
Le cose, poi, peggiorarono quando Richard Nixon fu eletto presidente degli Stati Uniti: la sua tenuta californiana di San Clemente, conosciuta anche come la &#8220;Casa Bianca dell’ovest&#8221;, confinava proprio con la spiaggia di Trestle e quando Nixon arrivava in vacanza, tutta la zona veniva blindata dai militari e dal servizio segreto anche se, ironia, fu proprio grazie all’interessamento di Nixon che fu stipulato l’accordo fra militari e civili per l’uso della spiaggia.<br />
Oggi Trestle fa parte del complesso statale di San Onofre, altro nome storico nella storia delle spiagge californiane, il luogo dove, agli inizi del secolo scorso, si e’ sviluppata la cultura surfistica locale importata dalle Hawaii, le isole del Pacifico dirimpettaie della California. È per questo che sulla spiaggia di Trestle, proprio di fronte alla centrale nucleare, è stato piantato un totem e delle palme: per ricordare le radice hawaiane del surf  e ingraziarsi gli dei del mare.</p>
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		<title>Arturo, le virtù dell&#8217;ozio e il giardino californiano</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Mar 2009 14:55:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Non avevo mai avuto un giardino prima di arrivare in California. Oddio, l’affermazione non è totalmente esatta perchè mia nonna aveva un giardino di cui, purtroppo, mi ricordo poco, pochissimo. Ricordo come fosse ora l’albero di susine su cui salivo arrampicandomi su una scala di legno, mi ricordo la panchina, giù verso la siepe, la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-415" title="Arturo (Arthur von Ramona, figlio di Gildo von Ramona e Sandra von Zollgrenzschutz-Haus, nipote di Casar von Arminius, Lasso di Val Sole e Illa von der Lohfeld-Alpine)" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/arturo.jpg" alt="arturo" width="425" height="283" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non avevo mai avuto un giardino prima di arrivare in California.</strong> Oddio, l’affermazione non è totalmente esatta perchè mia nonna aveva un giardino di cui, purtroppo, mi ricordo poco, pochissimo. Ricordo come fosse ora l’albero di susine su cui salivo arrampicandomi su una scala di legno, mi ricordo la panchina, giù verso la siepe, la capanna degli attrezzi, il tavolino tondo di marmo dove, le sere d’estate, si cenava. Ricordi sfuocati in formato fotogrammi in bianco e nero. Mi ricordo però benissimo le lucciole. Ce n’erano a frotte. Uno spettacolo indimenticabile. La luce ora qui; la luce ora lì. Passavo il dopo cena a seguirne le danze. La nonna cercava di farmi giocare, di distrarmi, ma io preferivo stare sprofondato sulla sdraio a fissare le lucciole. Deve essere stato allora che si è sviluppato il mio senso dell’ozio.<br />
Senso che è rimasto dormente fino al mio sbarco in California quando, alla fine degli anni Ottanta, mi trasferii come corrispondente per il mio giornale. Buffo, perchè sul piano professionale finiva che lavoravo tre volte di più di quando ero parcheggiato nel Bel Paese, ma erano le ore libere, gli intervalli fra un incarico e l’altro che avevano fatto riaffiorare lo stesso piacere torporoso dell’osservare le lucciole.  <span id="more-413"></span><br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In California, l’ozio si traduceva nel godere della natura del mio backyard. </strong>Il backyard, o giardino-che-sta-sul-retro-della-casa, è un’istituzione tutta Americana, nasce con la suburbanizzazione del continente, con i quartieri satelliti, con le casette monofamiliari che costituiscono l’ossatura immobiliare del Paese, il sogno di ogni famiglia: prato verde rasato sul davanti e giardino tuttofare sul retro. La mia prima casa californiana era esattamente così, era sprofondata nel verde delle Santa Monica Mountains pur essendo nel cuore di Los Angeles, una contraddizione urbanistica difficile da capire in Italia, ma che quando l’hai provata ci perdi il cuore.<br />
Grande era l’emozione di far parte di un ecosistema che, a sua volta, formava un microclima a secondo della vegetazione di ogni backyard. Così come era uno choc culturale convivere con gli scoiattoli che nel Bel Paese vedi solo allo zoo o nei cartoni animati di Walt Disney che, non è un caso, viene proprio dalla California e che, nell’inventare le sue storie non doveva far altro che guardare fuori dalla finestra.<br />
E, piano piano, ritornava a galla il ricordo delle lucciole, ovvero del piacere di guardare la natura. L’ozio e il giardino stavano diventando due elementi fondamentali della mia nuova vita americana. Però, badate bene, niente frenesia dello zappettare, del piantare, del coltivare, del cercare di piegare la natura ai propri desideri di vialetti, cespuglietti, e quant’altro. Io no, mi accontentavo della versione contemplativo-oziesca del giardino. Una sdraio, come quella che avevo da bambino nel giardino della nonna, un libro tipo <em>Der Leidenschaftliche Gartner</em>, il giardiniere appassionato (per la cronaca, in Italia, è pubblicato da Adelphi) e binocoli di media potenza per seguire le evoluzioni delle famiglie di colibrì che avevano eletto il nostro backyard come residenza di passaggio.<br />
In questa nuova condizione esistenziale avevo cominciato a frequentare i numerosi vivai di Los Angeles e dintorni, come quelli celeberrimi di Cosentino a Malibu visitati regolarmente da Sting e Spielberg con signore, o quelli in stile hippy di Topanga Canyon, forniti di stravaganti casette per uccellini e visitavo regolarmente i reparti giardinaggio dei drugstore dove mi incantavo davanti a zappette, paletti, concimi, polveri spaventa-lumache, cordini da innesto, pota rami con prolunga e bulbi.<br />
Già, in casa, non mancavano mai bulbi di giacinto che con il loro profumo intenso allietavano i momenti di ozio e di lavoro. Il mio tavolo da scrittura, poi, era sempre  ricolmo di rose gialle e rosse prodotte in quantità industriale da un roseto instancabile che avevamo ereditato. Un cactus, invece, vegliava accanto al computer perchè, dicono che quel tipo di pianta assorba le radiazioni. Non so se sia vero, ma i miei cactus crescevano a vista d’occhio come se avessero fatto uso di anabolizzanti alla Schwarzenegger.<br />
Nelle mie sedute di ozio avevo altresì notato che in California, qualsiasi cosa pianti cresce con una rapidità e una forza inusuale. Come quello strano albero che, altissimo, copriva metà tetto. Un giorno chiesi a Christine, la padrona di casa, che era venuta a trovarci, cosa fosse. Un avocado non innestato, disse. Raccontò che poco prima del nostro arrivo aveva messo sotto terra un nocciolo di avocado, appunto, e quello era cresciuto come i piselli giganti di quella fiaba di cui non ricordo il titolo.<br />
Fu così che un pomeriggio tornai a casa con un sacchettino contenente una rosa rampicante. Ci misi qualche giorno a scegliere il posto dove avrebbe dovuto crescere. Naturalmente era il posto sbagliato, ma l’entusiasmo batteva la scienza giardinieristica. Il giorno dopo averla piantata arrivò Arturo e la mia condizione di ozioso (o, forse, si dice oziante?) fu messa a dura prova.<br />
Arturo è Arthur von Ramona, un pastore tedesco di sangue molto blu, figlio di Gildo von Ramona e Sandra von Zollgrenzschutz-Haus, imparentato con Casar von Arminius, Lasso di Val Sole, Illa von der Lohfeld-Alpine. Arturo era nato nell’allevamento von Rittergut di Newport Beach ed era arrivato nel backyard il nostro primo Natale americano, vestito da Babbo Natale, con tanto di fiocco e papalina, tutto zampe, assolutamente regale. Non era ben chiaro chi fosse più emozionato, se lui o io.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-full wp-image-414" title="Arturo e la sua Jeep" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/arturo3.jpg" alt="Arturo e la sua Jeep" width="425" height="284" /><br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Avevo già avuto altri pastori tedeschi</strong> e sapevo che il tempo dell’ozio sarebbe finito ben presto, invece, formidabile sorpresa, Arturo aveva preso tutto dal papà, che sarei io, e si rivelava, giorno dopo giorno, il pastore tedesco più ozioso dell’emisfero nord-americano. Non abbaiava, non ringhiava, non giocava. Preoccupato, come ogni bravo papà di cane che si rispetti il cui quattrozampe non rincorra la pallina e non dia segno di voler azzannare nessuno, andai a parlare con un addestratore della polizia di Los Angeles. Il bravuomo mi disse di non preoccuparmi perchè, spiegò, esistono due tipi di pastori tedeschi: quelli che giocano e quelli che non giocano. In polizia i primi vengono addestrati per la ricerca della droga perchè l’addestramento è fatto sotto forma di gioco; i fratelli apparentemente oziosi vengono addestrati esclusivamente alla difesa personale. Il fatto che non abbaiasse? È perchè il cane è assolutamente equilibrato e sicuro di sè e non ha bisogno di dimostrare la sua forza a ogni piè sospinto: quando c’è bisogno attacca, in silenzio. Parole sante. Nel corso degli anni Arturo si è rivelato tutto quello che aveva detto l’addestratore, ma il motivo per cui parlavamo di lui all’epoca dell’arrivo della mia amata rosa rampicante, è perchè, comunque, i miei momenti di ozio si ridussero drasticamente. Metà del mio tempo libero lo passavo a cercare di difendere la rosa dagli assalti del cane che, probabilmente, detestava che dedicassi troppo tempo dietro a quello stupido sterpo invece di fissare lui che oziava, appollaiato sul suo cuscino preferito.<br />
Dapprima circondai la rosa con un filo da giardino, pensando che sarebbe bastato uno sbarramento informale per tenere lontano Arturo. Illuso. Comprai dei paletti verdi che sembravano una postazione di marines in Libano. Nell’operazione inchioda-paletti mi martellai abbondantemente la mano sinistra e, se non ricordo male, mi infilai un chiodo nella destra (ancora oggi non so come ho fatto). La mattina dopo trovammo tutti i paletti divelti, uno a uno, e Arturo che dormiva sopra la rosa.<br />
Le ostilità andarono avanti per giorni, fin quando creai, tutto intorno alla rosa, una struttura a prova di cane a cui non mancava neanche una rete antiuccelli che non serviva a niente, ma l’avevo trovata in garage e mi sembrava un optional abbastanza terroristico per un animale. A quel punto Arturo si offese moltissimo e estirpò un intero cactus alto circa un metro e quaranta, con degli spini che sembravano manganelli. Il cane non si fece un graffio e io potei riprendere a oziare.<br />
Per la cronaca, dopo un po’, la rosa nacque. Aveva l’aria un po’ stitica. Forse a causa degli spaventi che gli aveva fatto prendere il cane. Visse poco. Molto poco. Questa storia della rosa mi è tornata in mente perchè l’altro giorno &#8211; siamo da poco rientrati nel Bel Paese &#8211; abbiamo comprato una rigogliosa rosa rampicante da mettere sul balcone. Quando è arrivata a casa, Arturo si è svegliato, è andatao ad annusarla e prima che dicessi una sola parola gli ha dato le spalle ed è tornato a oziare sul suo cuscino californiano (sempre quello di quando era cucciolo). Non so perchè, ma ho avuto l’impressione che, sdraiandosi, Arturo sogghignasse</p>
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		<title>L&#8217;invenzione della California</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Mar 2009 16:37:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Ovvero, come un clima da paradiso Terrestre, un best-seller strappalacrime  e l’industria dei sogni in celluloide trasformarono un’isola mancata in un mito inaffondabile.
Dire California è come aprire la caverna dei quaranta ladroni: luogo della mitologia, più che luogo della geografia. Territorio che il mondo conosce meglio dei dintorni di casa propria, grazie ai rimandi di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em><img class="aligncenter size-medium wp-image-404" title="CPH: California Pacific Highway" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/101-278x300.jpg" alt="CPH: California Pacific Highway" width="278" height="300" /></em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>Ovvero, come un clima da paradiso Terrestre, un best-seller strappalacrime  e l’industria dei sogni in celluloide trasformarono un’isola mancata in un mito inaffondabile</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dire California è come aprire la caverna dei quaranta ladroni: </strong>luogo della mitologia, più che luogo della geografia. Territorio che il mondo conosce meglio dei dintorni di casa propria, grazie ai rimandi di immagini cinematografiche e televisive che fanno ormai parte della memoria collettiva globalizzata. Ognuno di noi ha dentro di sé una propria California. Una California sogno. Una California mito. Una California saga. Una California utopia dove è vero tutto e il contrario di tutto.<br />
La California non esisteva ancora che era già leggenda. Era il 1602. Padre Antonio de la Ascension scriveva nel diario del suo viaggio lungo la costa occidentale dell’America del nord, che la California era separata dal continente americano dal “mar mediterraneo della California”. Non è ben chiaro dove e come il buon padre Ascension ebbe questa folgorazione isolana, tenuto anche conto che esploratori come Francisco de Ulloa che lo avevano preceduto cinquant’anni prima, avevano fornito dati esatti sulla sua forma peninsulare. Non si sa come, ma l’affermazione di padre Ascension portò alla mappatura di quel territorio come un’isola, prima a margine di una descrizione delle Indie Occidentali, poi in una vera e propria carta dedicata all’isola California che, da allora e per più di un secolo, fu descritta e percepita come un mondo a parte. Dev’essere così che nascono i miti. Non a caso, c’era anche chi giurava che la California altro non fosse che ciò che restava della leggendaria Atlantide.<br />
Ci volle un editto reale, emanato nel 1747 da Ferdinando VII di Spagna, per mettere fine alla storia dell’isola e decretare che la California era parte della terra ferma. Quella terra dove trentaquattro anni più tardi nascerà un minuscolo villaggio agricolo battezzato “El Pueblo de Nuestra Señora la Reina de Los Angeles de Porciuncula”, e che oggi conosciamo come Los Angeles, la città degli angeli, la città che darà i natali a Topolino, Marilyn Monroe, Richard Nixon, tre miti nel loro genere.<span id="more-394"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il giardino delle delizie</strong>. L’America, ma non solo l’America, è sempre stata alla ricerca di un sud che fosse un nord ordinato, con il sole e tutti gli stereotipi che il clima si trascina dietro. Lo trovò a Los Angeles. Già, perché, se la corsa all’oro aveva coinvolto San Francisco e la California del nord, sarà al sud che la California troverà l’oro, non solo sotto forma di stili di vita, ma soprattutto di clima. E’, infatti, alla fine dell’Ottocento che si consolida l’immagine salutista della California del Sud. La medicina del diciannovesimo secolo aveva grande fede nel potere curativo del clima, soprattutto nei casi di malattie respiratorie e alla California si pensava come a un posto immune da malattie polmonari grazie al sole quasi permanente e al caldo semi tropicale, asciutto e secco da paradiso terrestre. Per almeno vent’anni il mito si nutrì di se stesso, anche perché la California era lontana e le comunicazioni difficili.<br />
Fu con l’arrivo della ferrovia che si scatenò la tanto rimandata corsa alla salute trasformando temporaneamente la California del sud in un cimitero degli elefanti. Quest’atmosfera di sole e morte diffusa sarà descritta in un best seller dell’epoca, Ramona di Helen Hunt Jackson (1884) che &#8211; come le opere di Jean Jacques Rousseau teorizzeranno, in Europa, il mito del buon selvaggio – finirà con l’influenzare e consolidare l’idea dell’utopia californiana secondo cui, a contatto della natura, si conduce un’esistenza più libera e felice. Il segreto del racconto non stava tanto nel romanzare dei fatti, ma di tramutarli direttamente in mito romantico. La California del Sud sarà percepita da allora, e per sempre, come un’assolata Arcadia, un giardino di delizie terrestri.  L’etichetta di terra di bellezza, di romanticismo, di pomeriggi assolati, di rilassatezza, è stampigliata a lettere cubitali nel nostro immaginario collettivo e nessun ingorgo apocalittico sulle freeway losangeline, nessun terremoto, nessuna rivolta razziale riuscirà mai a scalfirla. Persino i critici dell’epoca, dovettero ammettere che l’autrice aveva, sì, eccessivamente idealizzato l’oggetto della sua narrativa, ma nello stesso tempo ne aveva catturato lo spirito vero. Onore a Helen Hunt Jackson.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Onore anche al Conte di Montecristo. </strong>Cosa c’entra? E’ grazie a lui, o meglio al film tratto dal romanzo omonimo che si stava girando a Chicago nell’inverno del 1907, se alla California del Sud  si incollerà un altro mito, anch’esso indelebile: quello dell’industria dei sogni, della celluloide, del cinema. Era successo che il regista Francis Boggs e il suo cameraman Thomas Persons avevano finito di girare tutti gli interni del Conte di Montecristo, ma le condizioni climatiche a Chicago erano pessime per gli esterni. C’era bisogno di luce e sole, così Boggs e Persons decisero di andare a girare a Los Angeles dove trovarono tutto quello di cui avevano bisogno: il 3 gennaio 1908 il film fece la sua uscita trionfale nelle sale d’America e il produttore, il colonnello William Selig, decise di trasferire tutte le sue operazioni dall’Illinois alla California. Lì, all’inizio dello stesso anno, girò In the Sultan’s Power, il primo film interamente lavorato a Los Angeles. Altri produttori seguiranno a ruota l’esempio.<br />
San Francisco venne scartata per due motivi: primo, per il clima meno propizio; secondo, per un motivo più prosaico: all’epoca la tecnologia legata alle apparecchiature da ripresa era detenuta dalla società Edison che imponeva, con grande rigore, il pagamento di diritti per il loro uso. Alla gente del cinema la cosa non andava giù. E così Los Angeles divenne una scelta obbligata, vuoi per il clima, vuoi per la vicinanza del confine con il Messico dove era possibile ritirarsi quando gli avvocati e gli investigatori della Edison – che avevano gli uffici proprio a San Francisco – soffiavano troppo sul collo dei produttori inadempienti. Della serie: quando la necessità si fa mito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È nato un mito</strong>. La California divenne da subito una calamita irresistibile per i creativi di tutto il mondo. Furono molti, per esempio, gli architetti e i designers come Rudolph Schindler e Richard Neutra che emigrarono dall’Europa attratti dalla personalità sfolgorante di una città come Los Angeles dove sposarono il modernismo teorizzato nel vecchio continente con la funzionalità, le nuove tecnologie, la produzione di massa del nuovo mondo. Furono proprio questi emigrati che, con le loro creazioni, definiranno i termini del “California lifestyle”.<br />
Per non parlare di quell’enorme colonia di emigrati come Erich Stroheim, Ernst Lubitsch, Fritz Lang, Samuel Goldwyn, Adolph Zukor, Charles Spencer Chaplin che, folgorati dall’invenzione della macchina per produrre fotografie in movimento messa a punto da Thomas Alva Edison, faranno nascere la più potente industria di tutti i tempi, il cinema, che si svilupperà, crescerà, dilagherà a partire da Hollywood, quartiere collinoso nel cuore di Los Angeles.<br />
E se in Europa il cinema, che Lenin definì la più potente arma culturale del proletariato, si connoterà da sempre, e fino ai nostri tempi, come un’arte d’elite, negli Stati Uniti si distinguerà per essere un passatempo di massa che racconta storie comuni di gente comune, etichettandosi, da subito, come la più americana delle arti: accessibile, democratica, e nello stesso capace di far sognare. Con l’acquisto di un biglietto d’ingresso di pochi centesimi, sensualità, modernità, fascino erano alla portata della gente comune. Anche se, poi, a veicolare e a dare uno stile all’immagine del cinema hollywoodiano, niente fu più efficace delle immagini fotografiche stampate in milioni di copie nelle riviste di tutto il mondo associate a nomi leggendari come quelli di Clarence Sinclair Bull e di George Hurrell, il primo fotografo personale di Greta Garbo, il secondo di Joan Crawford e Norma Shearer.<br />
Fra il 1940 e il 1960, la California si trovò a combattere due guerre: la prima, reale, contro il nazi-fascismo e la seconda, sotterranea, contro il comunismo della guerra fredda. E se le armate alleate vinsero la prima con la forza, a trionfare sulla seconda fu il diffondersi a macchia d’olio di quella cultura popolare che proprio in California aveva le sue radici più profonde. A vincere la guerra fredda e a far crollare il muro di Berlino non sono stati i carri armati, ma gli hamburger McDonald’s, le bambole Barbie, i cartoni animati di Batman e Superman, la Coca Cola, il tenente Colombo, Snoopy e Charlie Brown, le tele di Roy Lichtenstein, le Polaroid di Andy Warhol, le avventure di Paperino, il manuale delle Giovani Marmotte, gli elettrodomestici “made in Usa” che già il premier sovietico Nikita Kruscev ammirava con concupiscenza, nel 1959, alla Fiera di Mosca. Il fatto era che anche gli ideologi duri e puri venuti dal freddo, finivano con lo sciogliersi al tepore del sole della California, delle fantasie scatenate da Muscle Beach, dal vento nei capelli alla guida di una decappottabile lungo l’oceano, dai primi bikini, dalle onde cavalcate su una tavola da surf.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un isola mancata?</strong> Dietro tutto questo c’è la California reale, con i suoi problemi quotidiani. Ci sono le statistiche di crescita demografica secondo le quali i 35 milioni di abitanti dell’anno duemila saranno 43 milioni nel 2020, 48 milioni nel 2035, e provocheranno una crescita esponenziale di inquinamento e degrado ambientale, con una diminuzione drammatica di risorse idriche che già oggi si fa sentire: non è raro entrare in un ristorante e leggere sul menù che l’acqua non è servita a tavola se non espressamente richiesta.<br />
A proposito di acqua, quella della costa losangelina, soprattutto la parte di oceano prospicente la mitica Malibu, colonia di ricchi e famosi, è irrimediabilmente inquinata e si avvisa che è pericoloso tuffarsi nel mito anche se, bisogna ammettere, le autorità lavorano febbrilmente per mettere a punto depuratori e filtri sempre più sofisticati, sempre più potenti, per non far sfigurare l’intrepida bagnina Pamela Anderson, quella dei telefilm della serie Baywatch.<br />
Certo è che, alla fine, la California è così bella che le si  perdona tutto: inquinamento, traffico, crimine. Quello che resta nella nostra memoria sono i tramonti, le palme, le spiagge, la musica che fa da colonna sonora e, appunto, il vento nei capelli.<br />
Ma torniamo alla storia: nel 1715 un cartografo tedesco, Pierre Van der As, stanco della disputa cartografica sulla California, decise di stampare due carte dell’America, una con la California come isola e un’altra attaccata alla terra ferma: che fossero i suoi clienti a scegliere come la volevano. Ecco, quel cartografo aveva capito tutto della California: scegliete voi quello che volete che sia. Quello che volete essere.<br />
<strong><br />
Il mito continua</strong>. Nel 1991 due geologi disegnarono una mappa in cui la California era di nuovo un’isola. Già, perché le nuove teorie geologiche dicono che, una volta, l’Antartide e l’America erano un territorio unico, poi centinaia di milioni di anni fa l’Antartide e l’Australia migrarono a sud lasciando posto all’oceano Pacifico e, guarda la coincidenza, la scienza oggi dice che un’isola esisteva proprio là dove padre Ascension aveva disegnato la sua rozza California (o era forse Atlantide?). Insomma, la California non finisce di stupire. Solo qui, infatti, un mito può diventare realtà. Ma, il mito, durerà?<br />
Niente paura, il mito resisterà. C’è chi dice che la California non è più il giardino dell’Eden ed è sempre più una torre di Babele. Vero. E allora? In un’epoca in cui le comunicazioni internazionali sono diventate istantanee, in cui la televisione, i telefoni cellulari, i fax, internet hanno reso possibile la disseminazione immediata delle notizie, il mondo intero è una torre di Babele. E la California, in questo senso, è ancora il giardino dell’Eden perché, nel bene o nel male, tutto accade qui: dalla rivoluzione internettiana a quella dei cibi geneticamente modificati. Il mito, piaccia o no, continua.</p>
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		<title>La scomparsa della sabbia</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Mar 2009 16:34:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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La casa delle scorribande sessuali dei Kennedy, Bob e John, non c’è più. Stava giù sulla spiaggia di Santa Monica, vicino al molo. Apparteneva a Peter Lawford, l’attore inglese che aveva sposato Jean, sorella del futuro presidente e che proprio perché attore e inglese era cordialmente detestato dal vecchio patriarca, Joe Kennedy.
Non c’è neanche più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><img class="aligncenter size-medium wp-image-400" title="Santa Monica, il molo" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/santa-monica-291x300.jpg" alt="Santa Monica, il molo" width="291" height="300" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>La casa delle scorribande sessuali dei Kennedy, Bob e John, non c’è più.</strong> Stava giù sulla spiaggia di Santa Monica, vicino al molo. Apparteneva a Peter Lawford, l’attore inglese che aveva sposato Jean, sorella del futuro presidente e che proprio perché attore e inglese era cordialmente detestato dal vecchio patriarca, Joe Kennedy.<br />
Non c’è neanche più la casa accanto di Harold Lloyd, affittata, all’epoca, allo scrittore Dominick Dunne che si ricorda benissimo delle feste a cui il suo vicino Lawford lo invitava (ne ha scritto anche in un libro di memorie “<em>The Way We Lived Then</em>”, Crown editore). Era tutto un via vai di Frank Sinatra, di Sammi Davis Jr., di Dean Martin, di Marilyn Monroe. <span id="more-392"></span><strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Peter, ricorda Dunne, era il ragazzo tutto fare dei Kennedy. </strong>Il suo compito principale era quello di recuperare ragazze allegre per i fratelli allegri. La casa sulla spiaggia pare fosse anche tappezzata da microfoni spia messi lì dalla Mafia che voleva avere un’arma di ricatto da usare nei confronti dei fratelli Kennedy. Stando alle rivelazioni del parrucchiere di Marilyn, proprio alla casa sulla spiaggia pare ci sia stato uno scontro violento fra Marilyn e Bob poche ore prima che l’attrice fosse ritrovata cadavere nella sua casa di Brentwood, a 10 minuti di macchina da Santa Monica. Bob avrebbe minacciato di passare alle maniere forti se lei si fosse azzardata a rendere pubblica la sua storia con il fratello presidente.<br />
Insomma, una casa piena di fantasmi, prospicente una delle più affascinanti spiagge del mondo, le cui acque, purtroppo, pur sprizzando una bellezza mozzafiato, sono irrimediabilmente contaminate. I filtri dei depuratori, infatti, non ce la fanno più a contenere la massa di scarichi che, dalle città dell’interno, si riversano a mare. Il nemico numero uno dei surfisti è il batterio invisibile “E.coli” che si insinua nell’intestino e nei canali auricolari dopo una giornata in ammollo; per non parlare di insetticidi e erbicidi che si sono ormai infiltrati nel fragile equilibrio della catena alimentare facendo strage di pesci e uccelli.<br />
Le spiagge della California hanno acceso, da sempre, la fantasia della gente, influenzandone lo stile di vita e di comportamento, dettando persino regole di bellezza e salute. A Santa Monica l’industria del turismo cominciò ad organizzarsi nel 1872. Un albergo dell’epoca si faceva pubblicità con lo slogan: “Una settimana passata alla spiaggia ti allunga la vita di 10 anni”.<br />
Alberto Arbasino, nel suo “<em>Le muse a Los Angeles</em>” (editore Adelphi) ricorda come anche le avanguardie italiche del dopoguerra, discendessero dai mari nostrani “a Malibu o nella più sceneggiata Muscle Beach sotto Santa Monica, frequentatissima dai surfisti tipo ‘<em>Scandalo al sole</em>’ e dai midnight cowboys aspiranti Ercoli o Titani da film di serie B”.<br />
È all’inizio del secolo scorso che i primi grandi alberghi di lusso appaiono lungo la costa: il Del Coronado a San Diego, il Redondo Beach nella località omonima, il Potter a Santa Barbara e il Del Monte a Monterey. Un turismo ancora di elite, quello: mentre oggi, si calcola che siano oltre 30 milioni i visitatori delle spiagge della contea di Los Angeles.<br />
Il sogno californiano cantato nel 1966 dai Mamas and Papas si allunga per 70 miglia di costa con, a nord, Leo Carrillo e poi, via via scendendo verso sud, con la sabbia bianca e finissima di Zuma, quella preferita da Elvis Presley, Point Dume, Paradise Cove, Surfrider County Beach nei pressi di Malibu, Topanga, Santa Monica, Venice, Marina del Rey. E poi ancora, verso il promontorio di Palos Verde, con Dockweiler, Manhattan Beach, Hermosa, Redondo, Torrance, Cabrillo e infine Long Beach.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-401" title="Gabbiotto dei Lifeguard" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/gabbiotto-291x300.jpg" alt="Gabbiotto dei Lifeguard" width="291" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A sovraintendere a questo paradiso,</strong> nella sola contea di Los Angeles, ci sono 115 bagnini a tempo pieno e 550 part time; per la cronaca, di questi, 15 sono docenti universitari, fra cui c’è Arthur Verge jr., storico di professione e bagnino d’estate, figlio di Arthur Senior, veterano dei guardiani della spiaggia, che era stato addetto alla protezione di John Kennedy, proprio quando l’allora presidente si avventurava fra le onde non ancora contaminate di Santa Monica, prospicenti la casa sulla spiaggia del cognato Peter Lawford. Ma non mancano avvocati, medici, vigili del fuoco e ufficiali dei Navy Seal, i reparti di incursori della marina militare che, tutti insieme, nella stagione estiva si esibiscono, in media, in circa dodicimila salvataggi a mare.<br />
Questa è la buona notizia, la brutta è che, a seguito delle mareggiate scatenate dal Niño in questi ultimi anni, si è accentuato un inarrestabile fenomeno di erosione che rischia di portare le spiagge della California sull’orlo di una catastrofe ecologica: la sabbia bianca e finissima sta infatti inesorabilmente scomparendo dalle coste, tanto che lo Stato ha richiesto l’intervento dell’agenzia federale che gestisce le emergenze sul territorio. Già oggi, a Malibu, dopo le mareggiate dell’83, in alcuni punti, la sabbia è totalmente scomparsa, in certi tratti di costa la spiaggia si è abbassata di quattro metri e mezzo, le abitazioni a palafitta appoggiano direttamente sull’acqua e i gabbiotti dei bagnini sono finiti sul bordo della strada. Il fatto è, fanno notare gli esperti, che la fonte primaria di sabbia per le spiagge non è l’oceano, ma i fiumi che non riforniscono più la costa con i loro detriti soprattutto a causa delle dighe costruite a monte &#8211; senza contare, poi, i disastri dovuti allo sviluppo urbano lungo il Pacifico. I geologi stimano che, comunque, la costa si ritira fra i quindici e i sessanta centimetri l’anno, e anche di più a secondo delle condizioni climatiche. Nel corso degli anni molte spiagge sono persino state rimpinguate artificialmente con sabbia trasportata dalla base navale del porto di San Diego, ma l’esperimento fu sospeso quando, lì in mezzo, furono rinvenuti vecchi siluri e bombe d’aereo dimenticate: l’operazione fu giudicata troppo pericolosa.<br />
Al di là del dispiacere estetico per questa lenta distruzione ambientale, le autorità locali sono preoccupate dei possibili risvolti economici negativi che potrebbero mettersi in moto in quanto le spiagge californiane portano alle casse locali un giro di dollari calcolato nell’ordine dei 10 miliardi e danno lavoro, direttamente e indirettamente, a oltre mezzo milione di persone.<br />
Sarà, poi, un caso, ma dal panorama della costa, fra Malibu e Santa Monica, oltre alla sabbia, è scomparso anche il vecchio museo Getty, trasferitosi nel quartiere di Brentwood, su una collinetta sovrastante una delle più frequentate freeway cittadine. “Tornando dalle spiagge di Malibu e dei Beach Boys”, ricorda Arbasino “ci si fermava volentieri a fare polaroid spiritose del primo Getty Museum, la famosa Villa dei Finti Papiri, epitome allora del Kitsch più divertente e ridicolo”. Probabilmente, la maggiorparte dei surfisti locali non avrà neanche mai sentito parlare dell’esistenza di un Getty Museum. Tanto, poi, non deve arrivare un devastante Big One, il terremoto che cancellerà la California dalla faccia della terra? E allora di cosa ci preoccupiamo: della scomparsa della sabbia?</p>
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		<title>Pregate che settembre arrivi presto</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 16:07:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Il sabato, dalla scogliera potevi vedere Ray dipingere, ricorda  Ralph Gaines, capitano della Santa Maria, una goletta tre alberi adibita al trasporto dei villeggianti, ancorata nel porticciolo di Edgartown, la città capoluogo di Martha’s Vineyard, isola-gioiello della costa dell’est degli Stati Uniti, a sud della celebrata penisola di Cape Cod, spiaggia prediletta della Boston che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong></strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-281 aligncenter" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px;" title="Martha's Vineyard" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/marthas-240x300.jpg" alt="Martha's Vineyard" width="240" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il sabato, dalla scogliera potevi vedere Ray dipinger</strong>e, ricorda  Ralph Gaines, capitano della Santa Maria, una goletta tre alberi adibita al trasporto dei villeggianti, ancorata nel porticciolo di Edgartown, la città capoluogo di Martha’s Vineyard, isola-gioiello della costa dell’est degli Stati Uniti, a sud della celebrata penisola di Cape Cod, spiaggia prediletta della Boston che conta.  Ralph si chiedeva sempre se un giorno o l’altro sarebbe finito anche lui in uno dei prestigiosi acquarelli di Ray Ellis, proprio come Bartolomeo, il nipote e compagno di giochi di Ralph che lo zio, famoso pittore e illustre residente dell’isola, aveva ritratto mentre pescava.<br />
Durante le vacanze estive, loro, i ragazzi, andavano alla scogliera portandosi dietro scatole di giornaletti, quelli che Ralph aveva metodicamente messo da parte durante i mesi di scuola: “La mamma non voleva che noi bambini ci distraessimo dalle incombenze scolastiche con le avventure dell’<em>Uomo Mascherato</em> e <em>Superman</em>”.<br />
Bartolomeo era stato battezzato in ricordo di Bartolomeo Gosnold, l’esploratore inglese che aveva scoperto, nel maggio del 1602, l’isola di Martha’s Vineyard. La leggenda dice che il nome Martha sarebbe che quello di  Martha Judde Golding, suocera e munifica finanziatrice della spedizione di Gosnold, probabilmente l’unica suocera al mondo ad avere ricevuto un onore simile.<span id="more-280"></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-282 aligncenter" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px;" title="I Kennedy a Hyannis Port" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/52bd0468e8ef412794c89d67394f16b92-400x277.jpg" alt="I Kennedy a Hyannis Port" width="400" height="277" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Judy aveva l’incarico di vegliare sui ragazzi.</strong> Judy, si diceva, era imparentata con i Kennedy. Che andava a cena a casa di Joe, il patriarca. Ma questo era tutto quello che le donne dicevano prima di abbassare gli occhi. Gli uomini alzavano le sopracciglia e facevano un gesto d’intesa con la testa. Con gli anni i ragazzi di allora scoprirono che gli sguardi abbassati erano per Janet Des Rosier, cugina alla lontana o forse solo amica di Judy, una delle numerose amanti di Joe la cui storia è venuta alla luce nel volume <em>The Sins of the Father</em> di Ronald Kessler.<br />
Le prodezze sessuali dei due avvenivano spesso a bordo del Marlin, lo yacht a due motori che Joe aveva comprato nel giugno del ‘52, e si dipanavano nelle acque antistanti Hyannis Port, fra l’isola di Martha’s Vineyard  e quella di Nantucket, ancora più a est, verso le acque aperte dell’Atlantico. “Sai le volte che abbiamo visto il Marlin”, ricorda Ralph. “Era una barca possente che ispirava soggezione, come il vecchio Joe”.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-283 aligncenter" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px;" title="John Kennedy a bordo del Marlin" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/59b957e89176446d98e4bbe6824bc69e2-207x300.jpg" alt="59b957e89176446d98e4bbe6824bc69e2" width="207" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I Kennedy avevano, da sempre, bazzicato la zona. </strong>Il loro feudo è lì a nord, a Hyannis Port, sulla penisola di Cape Cod, stato del Massachussetts, di cui John Fitzgerald era senatore quando &#8211; era la fine degli anni Cinquanta &#8211; si era lanciato alla scalata vittoriosa della Casa Bianca. Martha’s Vineyard era, come dire, loro terreno di caccia personale. Ted ha finito addirittura col legare il suo nome all’incidente stradale di Chappaquiddick &#8211; all’estrema punta sudorientale dell’isola &#8211; in cui aveva perso la vita Mary Jo Kopechne.<br />
A Martha’s Vineyard nessuno si elettrizza per un nome altisonante. Tutti sono vicini di casa di tutti. La gente &#8211; politici, attori, pescatori, rock star -  la vedi in pantaloncini corti, maglietta, sandali Bierkenstock, la incontri giù dal ferramenta che filosofeggia sulle punte da trapano e le qualità pseudo mistiche dei chiodi al titanio, la trovi al negozio di articoli da pesca che discute di lenze, ami, canne da altura. Si seccano molto a sentir dire che qui abitano solo attori come Michael J. Fox, Glenn Close, Meryl Streep, cantanti come Carly Simon, Billy Joel, modelle come Christie Brinkley, registi come Spike Lee, politici come l’ex segretario di Stato Henry Kissinger, l’ex ministro della difesa Robert McNamara, giornalisti mitici come Walter Cronkite e Barbara Walters o editori stellari come Katherine Graham, proprietaria del <em>Washington Post</em>.<br />
Nella trappola degli stereotipi c’era caduto persino il <em>New York Times</em> all’epoca della prima visita del presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, nell’agosto del 1993. Un editoriale al vetriolo aveva accusato il presidente di avere scelto deliberatamente un luogo di vacanza imbottito di politici, star del cinema, della canzone, miliardari. La gente dell’isola era insorta e il <em>Times</em> era stato costretto a fare marcia indietro affermando che la vera gente di Martha’s Vineyard è fatta di pescatori, agricoltori, bottegai, professionisti, lavoratori come tutti gli altri; che, sì, ci sono personaggi famosi, ma che non si tratta di uno zoo hollywoodiano.<br />
Sono circa 16.000 i residenti regolari di Martha’s Vineyard. D’estate si sfiora lo zero in più, nel senso che sono centomila e passa gli entusiasti che da ogni parte del paese fanno rotta sulla popolare località. Il bello è che, nonostante l’affollamento, l’isola mantiene le sue caratteristiche di privacy, di silenzio, di grande civiltà e soprattutto il record di non avere un solo cartello stradale di stop e limiti di velocità feroci. I locali li riconosci, comunque, perché hanno incollato sul paraurti posteriore delle loro auto l’adesivo che dice: <em>pregate che settembre arrivi presto.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em></em></p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-296 aligncenter" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px;" title="John e Jacqueline Kennedy assistono a una regata davanti a Martha's Vineyard" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/7ce300df211b45879756ecbaa845c10f1-298x300.jpg" alt="John e Jacqueline Kennedy assistono a una regata davanti a Martha's Vineyard" width="298" height="300" /></p>
<p><em></em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Neanche dirlo che, in alta stagione (comincia il 4 di luglio in concomitanza con la festa dell’indipendenza) </strong>chi voglia avventurarsi con la propria automobile sull’isola deve prenotare i 45 minuti di traversata del traghetto con discreto anticipo. Fino al pubblicizzato sbarco dell’inquilino della Casa Bianca e della reclamizzata gita in yacht con la dinastia Kennedy al completo, compresa di Jacqueline Onassis, uscita per l’occasione dallo splendido isolamento di Gay Head, la compagnia traghettatrice assicurava il trasporto a chiunque si presentasse all’imbarcadero di Woods Hole, all’estrema punta meridionale di Cape Cod, entro le 2 del pomeriggio. Ci si poteva mettere due ore o dieci, ma si arrivava. Dopo, Per &#8220;colpa&#8221; di Clinton, tutto è stato rivoluzionato.<br />
E come se non fosse bastato, nell’agosto del 1994, da una goletta battente bandiera di Sua Maestà britannica, era sbarcata a Martha’s Vineyard persino Sua Altezza Serenissima la principessa di Galles, meglio conosciuta nelle cronache anoressiche come Lady Diana. Fortunatamente, per la tranquillità di tutti, la principessa era subito scomparsa in una residenza appena fuori il villaggio di Tisbury, noto per essere sede della locale chiesa congregazionale e di un grande magazzino che ha sempre allettanti offerte speciali di materiale elettrico.<br />
Martha’s Vineyard può vantare, come qualsiasi signora della buona società, connessioni sia letterarie che cinematografiche: a Edgartown, nella strada che si chiama “Acqua del sud” (South Water Street) si trova la casa del capitano Valentine Pease, comandante la baleniera sulla quale lo scrittore Herman Melville fece il suo primo e unico viaggio di ricognizione letteraria prima di scrivere <em>Moby Dick</em>;  mentre la sensazione di “già visto”, che il visitatore riceve al primo impatto con il panorama dell’isola è dovuta alla pellicola spielberghiana <em>Lo squalo</em>: nel film Martha’s Vineyard interpretava la parte dell’isola di Amity.<br />
Non manca neanche un tocco funebre: nella pace campestre del cimitero di Abels Hill accanto alla tomba della scrittrice Lillian Hellman,è sepolto l’attore John Belushi, indimenticato <em>Blues Brother</em> : era solito ripetere che soltanto a Martha’s Vineyard riusciva a passare un’intera notte di sonno. Ora ci riposa per sempre.</p>
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		<title>John Peck, la leggenda del surf</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 15:32:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[400]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="530" height="400" data="http://www.youtube.com/v/VT-0OVETeHQ&amp;hl=en&amp;fs=1" type="application/x-shockwave-flash"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/VT-0OVETeHQ&amp;hl=en&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>In quell’estate del 1962, in California, la vita per i giovani era ancora molto semplice. </strong>Stavi con i greasers o con i surfers. I primi li riconoscevi per i capelli scuri, impomatati, l’aria pallido metropolitana, i giubbotti preferibilmente di pelle. I secondi li identificavi per i capelli biondi bruciati dal sole, la perenne abbronzatura, bermuda e camicia svolazzante di due taglie più grande. I greasers guidavano auto superlucide, supercromate, super rombanti; i surfers giravano con giardinette arrugginite dal salmastro, con tavole da surf che spuntavano dai finestrini posteriori.<br />
All’inizio era tutto molto semplice, appunto. La colonna sonora era <em>Good Vibrations</em> e, intorno, la vita era in stile graffiti americani, come quella immortalata, anni dopo, da George Lucas nel film omonimo. I capelli dei ragazzi erano corti, le gonne delle ragazze erano lunghe e svolazzanti. La verginità era ancora un valore morale.<br />
L’America, la verginità la perderà l’anno seguente a Dallas, Texas, quando John Kennedy, il presidente ragazzo, verrà ucciso non si sa ancora da chi. I capelli dei ragazzi si faranno sempre più lunghi e le gonne delle ragazze sempre più corte. La guerra in Vietnam farà il resto. La ribellione dilagherà per tutto il Paese e niente sarà più come prima. La rivoluzione avrà l’aspetto dei figli dei fiori, delle droghe, dell’acido e delle tavole da surf in fiberglass, sempre più facili da maneggiare, sempre più economiche. <span id="more-270"></span></p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-272 aligncenter" title="John Peck" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/sp-peck-2-400x273.jpg" alt="John Peck" width="400" height="273" /></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>John Peck, leggenda vivente nel mondo del surf californiano</strong>, era il tipico rappresentante di quella nuova razza che sposava la cultura hippy e la cultura della spiaggia. A 15 anni scoprirà che il surf ce l’aveva nel sangue. La sua prima onda l’aveva cavalcata, appunto, nel 1959 con una tavola di legno di balsa sulla spiaggia di Coronado, a San Diego. E fu la rivelazione della sua vita. Subito dopo, suo padre, militare di carriera, fu trasferito alla base navale di Waikiki, nelle Hawaii e la famiglia Peck si stabilì accanto alla mitica spiaggia di Queen Surf. Il ragazzo si ritrovò, all’improvviso, immerso nella più avanzata e sofisticata cultura surfistica al mondo. «Waikiki era il paradiso», ricorda John Peck che incontriamo a Malibu a bordo del suo furgone Volkswagen giallo, reliquia del periodo dei figli dei fiori. «Allora non c’erano molti turisti e neanche troppe costruzioni. La spiaggia era tutta nostra. Buddy Boy Kaohe era il re di Queen Surf. E potevi incontrare miti come Ah Choy, BK, Rabbit e Joey Cabell».</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-271 aligncenter" title="John Peck" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/sp-peck-1c-400x257.jpg" alt="John Peck" width="400" height="257" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il mito, oggi, è lui, John Peck, surfista mistico, hippy gitano, guru non violento</strong>, che dice di parlare con Dio, pratica lo yoga, vive con un sussidio statale e per arrotondare le entrate dà una mano ad un amico che ripara auto. E dire che negli anni Settanta era finito al quinto posto nella lista dei dieci maggiori ricercati dalla polizia federale americana. Di quei guai con la giustizia non ama parlare molto, resta sul vago, dice cose sconnesse, come il fatto che Nixon avesse messo una taglia sulla sua testa perché, all’epoca, viveva in una comune maoista e il potere lo voleva vivo o morto. Dice: «Facevo tutte quelle cose che la polizia federale considerava comuniste, rivoluzionarie, sovversive, roba da alto tradimento». Una volta viene arrestato per aver “liberato” un’intero carico di pane che era stato depositato di fronte ad un fornaio di Wailuku per distribuirlo alla gente del paese. Un’altra volta “libera” un carico di droga e lo regala alla comunità hippy della zona. Questa volta non sono solo i federali ad avercela con lui, ma anche gli spacciatori. Come fece a cavarsela? John si trincera dietro: «Ero protetto dallo scudo di Cristo». E quando non è Cristo è Dio direttamente a proteggerlo o a parlargli come una volta ad un concerto di Jimi Hendrix o come quando Dio gli disse che doveva uscire dalla prigione di massima sicurezza dove lo avevano rinchiuso i federali. Lui dice di essere scappato cinque volte di prigione usando tecniche yoga che lo rendevano invisibile. Fatto sta che, alla fine, John Peck finì all’ospedale per malattie mentali  dove fu deciso di ritirare tutte le accuse contro di lui e far partire la richiesta per una pensione di invalidità come disabile mentale.</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Se John Peck avesse continuato sulla strada del surf professionistico</strong> oggi sarebbe probabilmente miliardario grazie alle sponsorizzazioni del settore e all’invenzione di un tipo particolare di tavola da surf che porta il suo nome: “<em>Peck penetrator</em>”. La stoffa del campione ce l’aveva fin dal primo momento. Lo stesso anno in cui aveva imparato a scorazzare sulle onde arrivò quarto nella gara annuale di Makaha, nelle Hawaii, mentre nel 1964 in una gara che si teneva a Malibu, arrivò secondo dietro Joey Cabell, un campione locale. Come se non bastasse i lettori della più importante rivista di surf lo votarono fra i primi dieci migliori surfisti della California. Il problema, però, era che John Peck presentava segni sempre più evidenti di insoddisfazione esistenziale. «Fu allora che entrai nel mondo della controcultura, Scoprii la marijuana e le altre droghe. Non ero esattamente dal lato giusto della società».<br />
Oltre al surf e alle droghe l’altra grande scoperta di John Peck fu l’allora emergente movimento di “espansione della coscienza” e l’incontro con uno dei suoi esponenti, un guru locale: «Era l’immagine di Cristo. Rimasi folgorato dall’espressione profonda dei suoi occhi. Gli chiesi di andare a vivere da lui e finimmo per trovare un accordo: gli avrei insegnato a fare surf in cambio di una stanza».</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-314 aligncenter" title="La &quot;Woody&quot;, l'auto dei surfisti" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/auto-400x264.jpg" alt="La &quot;Woody&quot;, l'auto dei surfisti" width="400" height="264" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In questo periodo John fu introdotto all’esperienza dell’Lsd </strong>e di altri acidi che rafforzarono sempre di più la sua esperienza mistica. Era anche il tempo in cui John si unì alla “fratellanza” – <em>The Brotherhood</em> &#8211; un network internazionale nato a Laguna Beach, California a metà degli anni Sessanta e che si chiamava originariamente “<em>The Brotherhood of Eternal Love</em>”, la fratellanza dell’amore eterno. Membro di spicco era Timothy Leary, il guru dell’Lsd recentemente scomparso. I fratelli facevano largo uso di sostanze psichedeliche che mischiavano a ideali di vita presi in prestito da religioni orientali, il tutto cementato da un codice di amore universale e di mutuo soccorso. Molti membri della fratellanza erano surfisti che, all’occorrenza, durante i loro viaggi alla ricerca dell’onda perfetta si trasformavano in corrieri della droga, attività con cui si mantenevano e che permetteva loro di non fare altro nella vita che cavalcare onde. Col tempo la fratellanza degenerò in una vera e propria rete di distribuzione di droghe pesanti il cui obiettivo non era  l’amore universale ma il più prosaico far soldi.</p>
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<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-277 aligncenter" title="John Peck in posizione Yoga" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/sp-peck-2c1.jpg" alt="John Peck in posizione Yoga" width="205" height="300" /></p>
<p><strong>John, cosa vuol dire oggi essere un surfista e in particolare un surfista hippy? </strong>«Un surfista, questo vale per tutti, vive la propria vita in relazione ai flussi dell’oceano, in particolare le onde e il movimento dei fondali causato dalle onde stesse in pieno oceano. É uno stile di vita che si basa sulla consapevolezza della relazione che c’è fra il vento, l’acqua e le maree. É l’essere in sincronia con tutto questo. É esserci quando le onde migliori cominciano a dipanarsi, accompagnate dalle migliori condizioni di vento. E tu cavalchi la cresta dell’onda. È uno stile di vita in sintonia con il creatore, uno stile di vita salutista e, cosa da non disdegnare, estremamente divertente. I surfisti, per loro caratteristica, sono molto territoriali e difendono aggressivamente le loro zone di costa e non amano troppo che gente estranea invada il loro territorio. Sono capaci di crearti problemi se non rispetti il loro regno. Questi, però, non hanno niente a che vedere con gli hippies. I surfisti hippie discendono, come ideali, dai primi surfisti, gente che viaggiava e si spostava in continuazione da un posto all’altro nella ricerca delle onde migliori e abbandonavano certe zone diventate troppo popolari, affollate di gente che non aveva niente a che vedere con il loro stile di vita. Tutto questo peregrinare avvicinava il loro stile di vita a quello degli zingari. Che è poi anche il mio stile di vita. Qui intorno a Los Angeles, per esempio, andavamo d’inverno a Rincon, a sud di Santa Barbara, e d’estate battevamo le spiagge di Malibu. Io sono stato uno di quei surfisti zingari che viaggiava dalle Hawaii al Perù e dal Messico alla costa dell’est degli Stati Uniti alla ricerca delle onde migliori. É così che sono diventato il primo campione mondiale di surf. A quel tempo c’era molta oppressione nelle coscienze della gente e c’era grande bisogno di liberazione. Era una cosa che sentivamo molto soprattutto qui in California. Fu sempre a quel tempo che cominciai la mia ricerca spirituale, volevo capire cosa lega l’universo alle cose che ci circondano. Girai sempre di più, diventando sempre più zingaro. Ad un certo punto ho persino abbandonato il surf e la posizione di influenza che avevo, a quell’epoca, sul movimento. Molta gente che mi stimava seguì il mio esempio. Io volevo arrivare a vivere come gli Hindu dell’Himalaya tanto che, ad un certo punto, tutto quello che possedevo era un costume da bagno. E io andavo in giro proprio così, con solo un costume da bagno. Capitava che qualcuno mi offrisse in prestito la sua tavola da surf e, allora,  mi buttavo in acqua, cavalcavo le onde ed ero felice. Fu questo mio stile di vita che mi mise in serio contrasto con il governo perché, dicevano, non davo il buon esempio. La gente lasciava il lavoro, le case e si riversava a vivere nelle strade e il sistema veniva bellamente scavalcato, la gente non comprava più, ma barattava le cose. Fu così che nacque la cultura delle comuni e io ero un po’ al centro di tutto questo. In fondo non era che fossi contro il governo. Ero piuttosto un disilluso, uno a cui non piaceva troppo quello che stava succedendo nel Paese. Io ero contrario ad andare in giro per il mondo a uccidere la gente, ma non ho mai protestato contro il Vietnam, a dire la verità non credo nel concetto di protesta. Credo che non serva a niente, che sia una totale perdita di tempo. Penso piuttosto che uno debba seguire le proprie estasi, fare ciò che lo rende felice ed essere un esempio per la comunità». Oggi cosa ti rende felice? «Essere di aiuto agli altri. Fare surf e yoga dove, come e quando posso!».</p>
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