Immagino che l’avrete notato anche voi: le trasmissioni di cucina imperversano sulla televisione di Stato, ma anche, e forse di più, sul canale satellitare di Sky (immagino che anche Mediaset abbia la sua parte di cuochi, ma per evitare di inquinare il mio televisore nuovo di zecca ho programmato il telecomando in modo che salti automaticamente i canali di partito 4, 5 e 6).
Il mondo globalizzato che appare sugli schermi al plasma, nello splendore dell’alta definizione più o meno digitale, sembra riflettersi nel cibo e nel tourbillon di improbabili ricette transculturali. Sembra essere morbosamente ossessionato da pietanze più o meno esotiche, da salse, spezie e bombe caloriche che ti sfondano il fegato solo a sentirne parlare. Sembra essere passato dalle “vacanze intelligenti” di buona memoria a viaggi alla ricerca del Graal culinario. Anche volendo, durante lo zapping serale, pomeridiano o mattutino, è praticamente impossibile non imbattersi in una di queste trasmissioni.
Così, è stata la visione di un piatto di spaghetti alle vongole – apparso su non ricordo quale canale satellitare mentre saltabeccavo da un documentario sul medico del Fuhrer a un telefilm della serie Perry Mason – che mi ha riportato alla mente Leonardo Sciascia. E sua moglie, Maria Andronico.

Rewind. È il novembre del 1977. All’inizio di quell’anno l’avventura politica di Leonardo Sciascia nel Partito comunista era finita con un divorzio non proprio amichevole (lo scrittore era stato eletto al consiglio comunale di Palermo, da indipendente, nelle liste del Pci nel giugno del ’75). Quasi a voler sottolineare la fine di un’utopia, di lì a poco avrebbe pubblicato il polemico Candido. Ovvero un sogno fatto in Sicilia.
Lo scrittore riprende così a viaggiare sempre più spesso fra Palermo e Parigi, come a voler rinsaldare i suoi legami con la cultura illuminista d’oltralpe. È durante uno di questi suoi spostamenti che lo intercetto a Milano, di ritorno dalla capitale francese. Ci eravamo sentiti al telefono (all’epoca le mail ce le sognavamo) e ci eravamo dati appuntamento al centralissimo hotel Manzoni di via Santo Spirito, un albergo che, pur situato nel cuore del quadrilatero della moda, aveva, almeno allora, un’anima intima e poco mondana che piaceva molto a Sciascia.
All’epoca abitavo a Firenze e anch’io prenotai al Manzoni. La sera dell’incontro decidemmo di continuare l’intervista, o quanto meno le chiacchiere sul suo passatempo preferito – costruire cornici – al ristorante. La scelta cadde su Bice, il celebre locale toscano di via Borgospesso, a pochi metri di distanza dall’albergo. Sciascia era un fedele habitué delle sorelle Mungai (una delle più famose dinastie di ristoratori toscani trapiantati a Milano): di Cesarina e del suo “Girarrosto” di corso Venezia e naturalmente di Bice, di cui amava il clima familiare e soprattutto la vicinanza al Manzoni.
Di quella cena ho netto il ricordo della signora Maria, e degli spaghetti alle vongole ordinate, con voluttà, da Sciascia, evidentemente memore di altri spaghetti alle vongole delibati da Bice. Quando il cameriere depositò il piatto fumante davanti all’autore di Todo Modo, la signora Maria, con tecnica evidentemente assodata nel tempo, se ne impossessò e pulì, con una velocità sorprendente e con una tecnica ancor più sbalorditiva, una ad una, tutte le vongole, togliendo la polpa dal guscio, e rimettendo dopo qualche attimo il piatto ancora caldo davanti al marito che, spenta la sigaretta (allora si poteva ancora fumare nei locali pubblici) attendeva il termine dell’operazione tenendo la forchetta a mezz’aria.

Quella che segue è l’intervista fatta a Leonardo Sciascia – prima di quegli spagheti alle vongole – e pubblicata sul mensile Critica Sociale nel gennaio 1978 con il titolo “Sciascia, Candido, il coraggio, l’impegno”
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