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	<title>Au Lapin Agile &#187; Libri</title>
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	<description>Storie, frammenti, cronache, appunti</description>
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		<title>Messaggio massaggio</title>
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		<pubDate>Thu, 19 May 2011 17:28:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Video]]></category>

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		<description><![CDATA[
Patrizia Sanvitale, La mano che cura (dialoghi con i maestri del benessere), Marsilio editori, Fondazione Cologni dei mestieri d&#8217;arte
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="390" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/tanpAcTeUV8?fs=1&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/v/tanpAcTeUV8?fs=1&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Patrizia Sanvitale, <span style="color: #993300;"><em><strong>La mano che cura</strong></em></span> (<em>dialoghi con i maestri del benessere</em>), Marsilio editori, Fondazione Cologni dei mestieri d&#8217;arte</p>
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		<title>Eco d’autunno. Ovvero mitogonia dell’uomo che sapeva troppo</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jul 2010 14:07:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Umberto Eco]]></category>
		<category><![CDATA[Università]]></category>

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		<description><![CDATA[Umberto Eco è un frattale. È «un oggetto geometrico che cambia aspetto a seconda dei luoghi d’osservazione. La sua personalità creatrice la si ritrova intatta in ciascuna delle varie attività che svolge». Così scrive chi, come il semiologo Paolo Fabbri, lo conosce bene, nella prefazione al libro Fenomenologia di Umberto Eco – indagine sulla nascita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Umberto Eco è un frattale. </strong>È «un oggetto geometrico che cambia aspetto a seconda dei luoghi d’osservazione. La sua personalità creatrice la si ritrova intatta in ciascuna delle varie attività che svolge». Così scrive chi, come il semiologo Paolo Fabbri, lo conosce bene, nella prefazione al libro <span style="color: #993300;"><em>Fenomenologia di Umberto Eco</em></span> – indagine sulla nascita di un mito culturale contemporaneo – di Michele Cogo (edizioni Baskerville), altro semiologo della scuderia del Dams, sceneggiatore e scrittore bolognese.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-852" title="cogo_fenomenologiaeco" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/07/cogo_fenomenologiaeco-187x300.jpg" alt="cogo_fenomenologiaeco" width="187" height="300" /></p>
<p>Il libro aprirà le danze autunnali in occasione del 30esimo anniversario dell’uscita di <em>Il nome della rosa</em>, festeggiato dallo stesso Eco con l’uscita di un suo nuovo romanzo, <span style="color: #993300;"><em>Il cimitero di Praga</em></span>, annunciato nel bollettino delle novità Bompiani arrivato via mail a ridosso delle vacanze estive.</p>
<p>La storia? «Ingaggiato dai servizi segreti di mezza Europa, un cinico falsario ordisce trame, congiure, complotti, attentati che hanno, di fatto, orientato  il percorso storico e politico del nostro continente. Un romanzo sulle pieghe più segrete e inconfessabili della politica di un Ottocento, che riverbera una luce inquietante sul tempo in cui viviamo». Fine. Non una riga, un aggettivo, un avverbio, un punto esclamativo in più. Dovremo attendere fino a ottobre per svelare il mistero.</p>
<p>L’Eco che Cogo racconta è soprattutto quello degli anni dell’esordio – dalla metà degli anni Cinquanta alla metà degli anni Sessanta, il momento fertile, in cui l’Italia del dopoguerra dà inizio all’industria culturale – della sua ascesa a intellettuale italiano vivente più conosciuto del pianeta.</p>
<div id="attachment_854" class="wp-caption aligncenter" style="width: 170px"><img class="size-full wp-image-854" title="eco-23-160_0" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/07/eco-23-160_0.jpg" alt="Umberto Eco" width="160" height="200" /><p class="wp-caption-text">Umberto Eco</p></div>
<p><strong>«Eco è l’uomo che sapeva troppo, </strong>il dotto enciclopedico che ha anticipato l’avvento di Google e Wikipedia», sentenzia Paolo Fabbri nella sua prefazione intitolata <em>Eco Qui Pro Quo</em>.</p>
<p>In questo suo percorso formativo, Eco non è solo: fa parte di una generazione di intellettuali – che ha espresso il Gruppo 63 – che comprende figure come Gregotti, Gae Aulenti, Sanguineti, Balestrini, Scalfari, molto aggressiva rispetto alla precedente. Una generazione che, fa notare Fabbri, ha tuttora un ruolo culturale direttivo in quanto la generazione successiva ha perso il proprio turno svolazzando «tra utopie politiche, evasioni nella droga e dispersioni globalizzate».</p>
<p>E dire che Eco, per sua stessa ammissione, non credeva, come ricorda Fabbri, «di dire nulla di nuovo ma di fare il punto su un dibattito ormai maturo e invece prendeva di sorpresa i meno informati e azzeccava il punto d’incontro tra conservatori amareggiati e progressisti in tensione».</p>
<p><strong>Anche per un&#8217;altra che lo conosce bene come la semiologa Isabella Pezzini</strong>, docente di Filosofia e Teoria dei Linguaggi all’Università di Roma, è vero che  all’indomani della sua laurea in filosofia, nel 1954, con una tesi su  san Tommaso, Eco non sospettava che di lì a una ventina d’anni sarebbe  diventato il più famoso «uomo dei segni» italiano: era un giovane  studioso di una disciplina assai più istituzionale, l’estetica. E per  sua fortuna non rimase chiuso fra le mura universitarie: iniziò a  collaborare con la Rai, poi con la casa editrice di Valentino Bompiani,  infine con i giornali.</p>
<p>«Essere contemporaneo», annota ancora Fabbri «implica un’acuta sensibilità al momento opportuno. Non bastano gli intenti: ci vuole fortuna e tempismo, cioè la capacità di saper riconoscere l’occasione e acciuffarla al passaggio. Come prendere l’onda nel surf. Ecco, Eco è un <em>golden surfer</em>: prima d’ogni altro sa riconoscere le onde buone o far credere che esistano».</p>
<p><strong>Ma, al di là, delle sue capacità professionali, com’è l’Umberto Eco quotidiano</strong>, oseremmo dire, casalingo? «È piemontese. È di quella generazione che lavora sempre. È un Grande Pendolare. È uno che a lavorare non si annoia», aveva scritto di lui Isabella Pezzini, impossibile, dunque, pensarlo casalingo lui che è, è stato, una superstar anche e soprattutto fra i suoi studenti. E a questo proposito Isabella ricorda di quando a Bologna ha dovuto cambiare aula perché l’Ufficio tecnico dell’Università non garantiva la resistenza dei pavimenti alla “massa compatta” di studenti che affollavano le sue lezioni.</p>
<p>«Il fatto di essere un vincente non ha mancato di attirargli sospetti e critiche. Che a ben guardare, per tutta la sua carriera si possono riassumere in un’accusa fondamentale: quella di aver mischiato il diavolo e l’acqua santa, la cultura popolare, “di massa”, a quella Alta. E soprattutto non solo di averlo fatto con profitto, ma di divertircisi anche».</p>
<p>Come quando aspettava al varco quel critico che, all&#8217;uscita di <em>Il nome della rosa</em>, gli fece notare che il romanzo intessuto com&#8217;era di citazioni, di riferimenti che spaziano da Sherlock Holmes a Aristotele, era “scritto a tavolino”. E lui gli rispose: «Certo, i romanzi si scrivono a tavolino. E dove sennò?».</p>
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		<title>Oriana (Fallaci) ed io. Trent&#8217;anni fa.</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 12:41:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Fallaci]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittori]]></category>

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		<description><![CDATA[Febbraio 1980. Sono passati trent’anni esatti. La casa editrice Rizzoli aveva da poco pubblicato il libro “Un uomo” che Oriana Fallaci aveva dedicato al suo compagno Alekos Panagulis, conosciuto nel 1974, l’uomo da lei più amato, leader della Resistenza greca contro l’allora regime dei colonnelli che morirà in un misterioso incidente stradale il 1 maggio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Febbraio 1980. Sono passati trent’anni esatti. </strong>La casa editrice Rizzoli aveva da poco pubblicato il libro “<em>Un uomo</em>” che Oriana Fallaci aveva dedicato al suo compagno Alekos Panagulis, conosciuto nel 1974, l’uomo da lei più amato, leader della Resistenza greca contro l’allora regime dei colonnelli che morirà in un misterioso incidente stradale il 1 maggio 1976. La storia di Alekos verrà appunto raccontata dalla scrittrice fiorentina nel romanzo ”<em>Un uomo</em>” destinato a diventare un best seller.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-825" title="Oriana Fallaci con Alekos Panagulis (Collezione privata Oriana Fallaci)" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/03/700_dettaglio2_27.-OF-Panagulis.jpg" alt="Oriana Fallaci con Alekos Panagulis (Collezione privata Oriana Fallaci)" width="320" height="244" /></p>
<p>In quel febbraio del 1980 ero un fresco praticante assunto all’Editoriale del Corriere della Sera (si chiamava così allora). Nonostante la qualifica professionale di (apparente) neofita del mestiere (alle spalle avevo la pubblicazione di diversi libri e la partecipazine, nel 1975, alla nascita del primo quotidiano italiano in formato tabloid, stampato a Firenze, che purtroppo ebbe vita breve), ero stato nominato responsabile della pagina culturale del <em>Corriere Medico</em>, quotidiano nato da una costola del Corrierone. Si occupava del mondo della medicina e della scienza in generale (dai problemi sindacali, all’aggiornamento scientifico, alle scoperte). La pagina della cultura era un’oasi di pace e una fucina di idee solo perché non occupandosi di medicina non sottostava a pressioni politiche, pubblicitarie o semplicemente giornalistiche. C’erano, sì, i soliti medici scrittori che chiedevano di apparire sulle nostre colonne – che proprio in quei giorni passavano dal piombo alla fotocomposizione – ma venivano facilmente tenuti a bada.</p>
<p>Ogni uscita di un libro della Fallaci mandava in fibrillazione la casa editrice. Tutti i direttori venivano allertati per coprire l’evento al meglio. Alcuni venivano anche precettati per intervistare il “mostro sacro”. Compreso il mio direttore: Paolo Pietroni con cui, negli anni a seguire, condividerò l’avventura della rinascita di <em>Amica</em>, della nascita di <em>Max</em> (per cui mi manderà negli Stati Uniti come corrispondente), di <em>Sette</em>.</p>
<p>Quella mattina fatidica io arrivo in redazione soddisfatto di aver parcheggiato in via Solferino (già, allora, si poteva persino trovare posto davanti al Corriere e nelle strade adiacenti) e subito mi chiama Pietroni che, con aria distratta, butta lì che quel pomeriggio aveva qualcosa di estremamente importante da fare e che alle 15 non poteva andare a incontrare Oriana, come già organizzato. «Vacci tu» disse. Glielo feci ripetere. Lui ripetè: «Vacci tu».</p>
<p>L’unica cosa che mi venne in mente di replicare fu se era proprio importante il suo appuntamento. Lui bofonchiò qualcosa che assomigliava a “dentista” o forse era “dietista”. Poi riprese a leggere le carte che aveva davanti facendo così capire che il colloquio era finito. Tentai un’ultima disperata difesa: «Non ho con me il registratore». «Prendi un taxi», disse «e vai a casa a prenderlo». Non faceva una piega.</p>
<p>L’incontro era fissato per le 15 in casa editrice, in via Rizzoli. Corro a casa a recuperare il registratore e cercare di fissarmi in testa delle domande. Cosa diavolo avrei chiesto alla regina delle interviste, a quella che aveva infinocchiato l’Ayatollah Khomenei, che aveva innervosito Henry Kissinger, che poteva incontrare indifferentemente Indira Ghandi o Neil Armstrong, Mohammed Reza Pahalavi o Deng Xiao Ping, solo alzando la cornetta del telefono (all’epoca i cellulari erano fantascienza)?</p>
<p>«Un’intervista medica», si era raccomandato il direttore prima di sgusciare velocemente al suo appuntamento dal dentista o dalla dietista. Sì, certo, un’intervista medica.</p>
<p>Alle 15 spaccate ero in Rizzoli e ecco l’Oriana spuntare da uno di quei corridoio chilometrici del vecchio palazzo, quello che adesso è stato venduto e stanno buttando giù per farci, dicono, un centro commerciale.</p>
<p>Lei fiorentina, io quasi fiorentino, riusciamo a sintonizzarci parlando male di un amico comune. Nel senso che lei, chinandosi verso di me con aria cospratrice e soffiandomi un faccia una zaffata di fumo, se ne uscì con: «Quello stronzo è un agente della Cia». Ah, davvero, credevo fosse un professore universitario. «Certo, ma la John Hopkins è una copertura». Davvero? «Davvero». Altra zaffata di fumo. «Allora, cominciamo?». Sì, cominciamo. Meglio che cominciamo.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-828" title="&quot;Caro Castellaccio&quot;" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/03/Oriana-bis-500x166.jpg" alt="&quot;Caro Castellaccio&quot;" width="500" height="166" /></p>
<p>Quello che segue è dunque il testo dell’intervista pubblicata il 28 febbraio 1980 nelle pagine della cultura del <em>Corriere Medico</em>. Il titolo: “Una donna”.</p>
<p><span id="more-824"></span></p>
<p><strong>Quando il centralino passò la telefonata, il dottor Richard Kaufman si stupì che la sua amica Fallaci lo chiamasse durante il turno in ospedale.</strong></p>
<p>«Dick, sono malata, stò male», lo investì. «Credo di avere il cancro, che si fa?».</p>
<p>Dick Kaufman pensò che, tutto sommato, era proprio difficile essere amici di quella furia di italiana. Pensò anche che se non le avesse fatto subito un check up non avrebbe avuto più pace. Le disse quindi di andare da lui.</p>
<p>«Ci vado, faccio le radiografie e il cancro non c’è. Ne sono contenta, ovvio, ma anche un po’ mortificata per il caos che ho causato».</p>
<p>Oriana Fallaci si accende una sigaretta. «Dio quanto fumo! Troppo, troppo», dice quasi a se stessa.</p>
<p>«Quante?», le chiedo.</p>
<p>Almeno sessanta risponde con imbarazzo.</p>
<p>A sentire lei è un ospedale viaggiante, il ritratto al femminile del protagonista del romanzo di Jerome “tre uomini in barca”, quello che andando un giorno alla biblioteca per documentarsi su un lieve malanno, scopre di essere affetto da tutte le malattie ad eccezione del “ginocchio della lavandaia” e se ne sente offeso, quasi fosse un affronto, una menomazione.</p>
<p>«Dev’essere perché ho incominciato molto presto ad avere pessimi rapporti coi medici e perché i medici hanno cominciato ancora più presto a farmi le prepotenze. Un giorno, ero una bambina, avevo male alla pancia. Un normalissimo mal di pancia. Fui portata dal medico e subito lui mi tolse l’appendice. Poi mi mostrò una garza con su un pezzetto di Oriana roseo e chiaro, pulito e disse: “Non ce l’aveva l’appendicite, non si trattava di quello. Ma non importa, tanto è sempre meglio levarla. E in ricordo di quella bella impresa m’è rimasta una brutta cicatrice. E il complesso di essere malata anche quando non lo sono».</p>
<p>Ma cos’altro ti hanno fatto questi medici, a parte il crimine di aver preso un pezzetto di Oriana tutto roseo e pulito?</p>
<p>«Mi hanno preso trenta dollari dopo che mi ero visitata da sola. Senti questa. Un giorno mi ammalo a New York e mi metto a letto con la febbre e un mucchio di dolori. Chiamo il medico e lui mi risponde di andare al suo studio. “Non posso – mi lamento – sono a letto, ho la febbre”. E lui: “prenda uno specchio, si guardi la lingua”. Prendo lo specchio, mi guardo la lingua. “La vedo”, dico. E lui: “Com’è?”. E io: “Brutta, brutta”. E lui: “Ho capito. Ora si tocchi il fegato”. “Dov’è”, chiedo io. Me lo spiega, lo localizzo. Lo pigio e lo ripigio. “Le fa male?”, chiede il medico. “Sì, tanto”. “Ho capito”, dice lui. “Cosa ho”, dico io. “È malata”, dice lui. “E cosa devo fare?”. “Stia a letto”, dice lui. “Ci sono già”, dico io. “Ci rimanga”, risponde lui. Poi posa il ricevitore e il giorno dopo mi arriva una lettera espresso che mi costringe ad alzarmi dal letto. Dentro indovina che c’è?».</p>
<p>La ricetta.</p>
<p>«No, il conto di trenta dollari».</p>
<p>Eppure a sedici anni, cioè con due anni di anticipo sui suoi coetanei, avendo superato l’esame di maturità e dovendo scegliere la facoltà universitaria a cui iscriversi, Oriana si iscrisse a medicina per diventare psichiatra.</p>
<p>«La medicina è lo studio più umanistico che esista», dice lei. «È il più bello in assoluto. Resta in me un grande rammarico per non aver studiato medicina. Il fatto è che mio padre non poteva mantenermi all’università per sei anni e dovevo lavorare, e lavorare significava per me lavorare in un giornale. Non erano già trascorse due settimane dall’iscrizione che già facevo la cronista. Di notte. Tornavo a casa col camioncino che portava i giornali alla stazione. Durante la lezione di anatomia, che era alle otto e mezzo del mattino, finivo sempre con l’addormentarmi. Dopo un anno di questa vita ero ridotta a trentotto chili. E dovetti scegliere tra la medicina che non mi pagava e il giornalismo che già mi pagava. E beninoi. Finì così il mio sogno di diventare psichiatra».</p>
<p>E i tuoi rapporti con la medicina continuarono nel ruolo di paziente.</p>
<p>«Ho il corpo coperto di cicatrici che sembro un torero», dice tutta contenta di essere un soggetto clinicamente interessante. E racconta con umorismo di un male all’orecchio che divenne mastoidite dopo essere transitato per tutti i vari stadi dell’otite, e il relativo intervento chirurgico che lasciò una di quelle cicatrici.</p>
<p>E poi ci sono quelle del Messico, quando ti hanno sparato addesso, le ricordo.</p>
<p>«Già, tre pallottole mi presi. Ma solo tre. Fui fortunata. Una fortuna che in Vietnam chiamavano “la bonne blessure”, cioè la ferita che non ti ammazza, non lede gli organi vitali, ma che ti permette di tornare a casa. Uhm! Temevo che mi tagliassero la gamba, invece, lì, la pallottola era entrata educatamente tra l’arteria e i nervi senza lederli. Un’altra era approdata fra la dodicesima e la tredicesima vertebra sfiorando il midollo spinale. Una fortuna sfacciata, ti dico».</p>
<p>E si accende un’altra sigaretta. Ormai, nel portacenere le cicche non si contano più.</p>
<p>Io dico che non stai male come dici e devi essere molto forte per resistere al ritmo convulso di vita che tieni.</p>
<p>Esita un attimo per chiedersi se è un complmento o un’offesa. Poi cede. Confessa: «In effetti sono piuttosto forte. Se pensi che vivo sulla tensione continua, il tipo di tensione che fa venire l’infarto agli uomini d’affari. La vita che faccio. E poi il mio carattere. Senza contare il continuo spostarmi tra i due continenti. L’America e l’Europa. Ogni volta ciò provoca in me un malessere fisico. Non mi sono mai abituata a superare il trauma delle sei ore di differenza tra New York e Roma. Eppure faccio quella vita da quasi diciotto anni. Be’, sì, hai ragione. Devo essere molto sana per resistere a una routine simile. Se fossi davvero malata come dico, a quest’ora sarei morta e sepolta. Ma lo sai che fra ottobre e gennaio ho attraversato l’Atlantico sei volte? E a questo aggiungi la continua tensione di cui parlavo prima. Il mio carattere».</p>
<p>Cioè?</p>
<p>«Il carattere di una persona molto emotiva che si sforza continuamente di controllare la sua passione col raziocinio».</p>
<p>Una sorta di dottor Jeckyll e mister Hyde.</p>
<p>«Pù o meno. Voglio dire, è sempre la parte raziocinante che vince in me. Però attraverso uno sforzo quasi disumano.È molto stressante dominare le proprie emozioni, incanalarle sui sentieri della ragione, ma lo è ancora di più in un individuo che come me ignora l’indifferenza. Io partecipo sempre a tutt e in modo eccessivo: nella gioia come nel dolore. Sono esagerata, diceva Alekos. E va da sé che anche lui lo era. Per questo ho potuto descriverlo così bene. Alekos era me. Uomo».</p>
<p>Cerca una sigaretta. Mormora: «La gente come me e come Alekos è sempre troppo felice o tropo infelice», poi sorride divertita: «Dev’essere per questo che ingrasso poco».</p>
<p>Forse mangi poco.</p>
<p>«Poco, ma di tutto. Inclusi i piatti grassi e dolci. Ho un grande rispetto per il cibo, una grande curiosità. Pensa che una volta o viaggiato con un cavolo in braccio, da Hanoi a Firenze. Sì, un cavolo vietnamita che volevo portare a mio padre perché ne cavasse il seme e lo piantasse. Da Hanai l’ho portato in Cambogia, a Phnom Phem, da lì a Bankog, poi a Nuova Delhi, a Karachi e così via. Ad ogni scalo il cavolo puzzava sempre più. Perciò io lo chiudevo sempre più in buste di cellophane. Quando sono arrivata era quasi marcio e mio padre mi ha chiesto se ero impazzita. Oltretutto si trattava di un cavolo che in Toscana si trova dovunque».</p>
<p>Ma tu sai cucinare?</p>
<p>«Certo, e bene».</p>
<p>Quale cucina preferisci?</p>
<p>«Non esiste una cucina che preferisco. Mi incuriosiscono tutte. Ho una raccolta ragguardevole di libri di cucina. E va da sé che non li leggo quasi mai perché mi piace inventare».</p>
<p>E bere, ti piace?</p>
<p>«Meno che mangiare. Soprattutto i liquori. Detesto il whisky. Non sono mai riuscita a inghiottire un sorso di whisky. Sa di medicina. Puzza. La bevenda che preferisco  il vino- Quello lo bevo, sia pure in quantità ridotte, durante i pasti. Infatti non so concepire una cena senza il vino. Non digerisco se non ho il mio bocchiere di vino mentre mangio. Per noi toscani il vino non è alcol, è cibo. Ricordo che quand’ero bambina, spesso, mia madre mi dava per merenda una fetta di pane inzuppata nel vino e coperta di zucchero. Posso sostituire il vino con la birra e basta purché ciò avvenga d’estate. Ma la birra è una scoperta molto recente, l’ho fatta in America dove viene consumata assai più del vino».</p>
<p>Semti, parliamo un attimo di tutto questo in rapporto al tuo lavoro di scrittore. Quello dello scrittore è un lavoro sedentario. Come tratti la tua salute nei periodi in cui lavori su un libro?</p>
<p>«Male, malissimo. Non la tratto, la maltratto. Prendi l’esempio dei tre anni durante i quali ho lavorato a quest’ultimo libro. Tre anni vissuti dentro una stanza come dentro una gabbia, senza uscirne mai. Mai. Neanche per fare una passeggiata, respirare un po’ì d’aria pura. Ed ero in campagna, pensa. Il fatto è che quando scrivo mi chiudo in uno stato di ipnosi, autoipnosi, che mi estranea dalla vita. Dal mio stesso corpo. Mi concentro talmente sullo sforzo che non mi chiedo neanche se mi sento bene o male. Così la mattina verso le otto bevevo un caffè doppio e andavo avanti senza mangiare fino alla sera, fino alle sette. A volte, verso mezzogiorno, masticavo distrattamente una scheggia di parmigiano. Insomma, mangiavo la sera e basta. Il che non mi capita spesso, del resto. Non mangiare a mezzogiorno è un’abitudine che ho maturato in America dov’è raro che la gente affronti il pasto completo a metà giornata. Il vero pasto è quello serale. E a me piace arrivare alla cena affamata come un lupo. Il cibo ha più sapore così- Diventa una gioia sensuale».</p>
<p>E lo sport, ginnastica, ne fai?</p>
<p>«Io no. Si dura fatica a fare la ginnastica. Si suda, e poi, magari, vengono gli strappi muscolari. Per carità! In quel senso sono molto pigra, pigrissima. La mia sola ginnastica è andare in fretta. Vado sempre di fretta, corro sempre. Il mio portiere a New York mi rimprovera: ma che corre? Perché corre? Calma, calma».</p>
<p>E tu allora ti calmi?</p>
<p>«No, non ho il tempo di andare piano, di camminare da signora. La giornata è così breve, soltanto ventiquattro ore. E non bastano mai. Inoltre la calma mi annoia. Mi fa sbadigliare».</p>
<p>Capisco. Ma permettimi di insistere. Non hai mai fatto uno sport?</p>
<p>«Con lo sport ho chiuso a ventitré anni quando sciando all’Abetone mi ruppi un piede. Me ne offesi a morte. Buttai via gli sci e da quel giorno non voglio più vedere neanche la neva, le montagne e gli edelweiss».</p>
<p>Nonostante questo tuo peregrinare fra un continente e l’altro traspare, dal tuo ultimo libro, un grande amore per la casa. Per un luogo stabile. Come si concilia?</p>
<p>«Io quando viaggio mi porto dietro la casa, come le lumache. Viaggiare con una borsa e lo spazzolino da denti è una delle cose che non ho mai imparato. Riempio la valigia fino all’inverosimile, senza contare i fogli, i libri, i giornali, le fotocopie e, a volte, anche i quadri. Se potessi mi sposterei con le pentole. L’attaccamento alla casa, agli oggetti della casa, forse è tipico delle persone che non hanno un punto fisso».</p>
<p>Ti piaci?</p>
<p>«Io?». La sua risata è un’esplosione. «Se mi piacessi sarei un po’ più serena. Io sono sempre arrabbiata con me stessa. Mi maltratto sempre. Mi accuso. Quando una cosa va male, prima di berciare contro gli altri, bercio contro me stessa. Del resto quale persona con un po’ di cervello, di senso critico piace a se stessa? No, no, guarda: io non mi piaccio, mi rispetto. È diverso».</p>
<p><strong>Una nota a margine di quest&#8217;intervista:</strong><em> Mentre Oriana parlava io continuavo a adocchiare un libro nero con i bordi rossi che sembrava uno di quei breviari dei parroci di campagna che spuntava dalla sua borsa. Finita l’intervista le chiedo di che libro si trattasse.  «È la mia agenda», dice lei. La prende e me la mostra. Non le sfuggì il mio sguardo di fanatico di paraphernalia da cartoleria: «Quando torno a New York te ne compro una e te la mando», disse. Certo, grazie. </em></p>
<p><em>Figurati se Oriana Fallaci torna a New York, va in cartoleria, compra un’agenda e ma la spedisce. Comunque, grazie del pensiero.</em></p>
<p><em>Be’, non ricordo quanto tempo passò, ma di lì a poco mi arriva un pacchetto in redazione. Lo apro e dentro c’è una piccola agenda verdolina, con un biglietto attaccato con del nastro adesivo. Diceva: «N.Y. Feb. 80. Caro Castellaccio (aveva preso a chiamarmi così) l’agenda come la mia era finita. Così ho preso questa che non mi pare brutta. Oriana Fallaci». Rimasi senza parole. Anche perché, nonostante la sua estrema carineria, l’agenda era proprio brutta.</em></p>
<p><em><img class="aligncenter size-medium wp-image-827" title="&quot;Caro Castellaccio&quot;: bigliettino di accompagnamento inviato da Oriana insieme all'&quot;agenda americana&quot;" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/03/IMG_11011-400x300.jpg" alt="&quot;Caro Castellaccio&quot;: bigliettino di accompagnamento inviato da Oriana insieme all'&quot;agenda americana&quot;" width="400" height="300" /><br />
</em></p>
<p><em>Tre anni più tardi feci il mio primo viaggio negli Stati Uniti, a Los Angeles: la prima cosa che feci è andare in cartoleria a comprare l’agenda dei miei sogni.</em></p>
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		<title>Philip Kerr: ritratto di scrittore scozzese nel suo interno</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 17:57:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che fine ha fatto Philip Kerr? Scrive, direbbe il suo agente. In effetti se si dà un’occhiata alla sua produzione (cliccate qui) scrive e tanto. Peccato che non scriva più romanzi con Bernhard Gunther, detective privato le cui avventure si svolgono nella Berlino degli anni Trenta. Qui di seguito, un’intervista di qualche tempo fa.

“Esistono due [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Che fine ha fatto Philip Kerr? Scrive, direbbe il suo agente. In effetti se si dà un’occhiata alla sua produzione (</em><a href="http://www.unilibro.it/find_buy/findresult/libreria/prodotto-libro/autore-philip_kerr_.htm" target="_blank">cliccate qui</a><em>) scrive e tanto. Peccato che non scriva più romanzi con Bernhard Gunther, detective privato le cui avventure si svolgono nella Berlino degli anni Trenta. Qui di seguito, un’intervista di qualche tempo fa.</em></p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-803" title="Philip Kerr, courtesy El Mundo" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/02/1251997628_1-463x300.jpg" alt="Philip Kerr, courtesy El Mundo" width="463" height="300" /></p>
<p><strong>“Esistono due tipi di libri: quelli che si devono leggere e quelli che si vogliono leggere”</strong> teorizza Philip Kerr, enfant prodige della narrativa d’avventura anglosassone, avvocato di formazione, pubblicitario di mestiere, scozzese di nascita. “Io scrivo quelli che la gente vuole leggere”. Semplice.</p>
<p>Philip Kerr è uscito allo scoperto nel 1989, pubblicando un insolito libretto, “<em>Violette di marzo</em>” che lo scaraventò nell’olimpo delle migliori giovani promesse inglesi. È la storia di un detective privato tedesco, Bernhard Gunther, che svolge la professione più antica della narrativa poliziesca nella Berlino anni Trenta, in una Germania che si appresta ad indossare la divisa nera delle SS e che, di lì a poco, sarebbe precipitata nell’abisso della guerra. Il successo è immediato. I romanzi diventano tre e vengono raccolti in un omnibus dal titolo “<em>Berlino nera</em>”. In Italia le storie di Bernie Gunther sono pubblicate dall’editore Passigli.</p>
<p>Bernhard Gunther è un detective che, in gioventù, ha combattuto sul fronte turco. Prima guerra mondiale. Croce di ferro al valore. Di seconda classe, proprio come quella del Führer. Anche perché la prima classe la davano praticamente solo a quelli che abitavano già al cimitero. Le similarità con Adolf Hitler, però, finivano lì.</p>
<p>Bernie era stato anche nella polizia, col grado di Kriminalinspektor, ma aveva lasciato la Kripo &#8211; la Kriminalpolizei &#8211; per diventare investigatore privato. Un lavoro ingrato nella Germania del Terzo Reich. Anche se lui il cappello di feltro grigio scuro lo portava proprio come quelli della Gestapo, con la falda anteriore più bassa di quella posteriore, in modo che coprisse gli occhi. Una tecnica imparata in polizia. Ma anche in questo caso le similarità finivano lì.</p>
<p>Herr Gunther si occupa di tutto ad eccezione dei divorzi. “La gente ha strane reazioni quando si tratta di corna”, dice. La sua specialità sono le persone scomparse e, neanche dirlo, con l’avvento al potere dei nazional socialisti”, i suoi affari hanno avuto un notevole miglioramento.</p>
<p><span id="more-802"></span>Questo era il primo Kerr, poi sono arrivate avventure fanta-medico-archeo-tecnologiche. Come <em>Esaù</em>, un minestrone condito di scienza, sesso, scalate e abominevoli uomini delle nevi. Già, perché Esaù non è altri che uno Yeti che vive sull’Annapurna, uno dei più alti picchi del Nepal, in una sorta di valle degli orti nascosta a cui si accede saltando da un crepaccio e soprattutto cercando di non farsi uccidere da un agente segreto pazzo sfuggito di mano alla Cia.</p>
<p>Quello che è certo è che a Kerr non si riesce a dare un’etichetta. Letteraria, ma anche fisica. Siamo a Wimbledon, a sud di Londra. Suoniamo il campanello della palazzina a mattoncini rossi, a tre piani, dove abita (al pianoterra) e lavora (lui nel seminterrato, la moglie nell’attico) e ti si para davanti uno che diresti più iraniano che scozzese e che, difficilmente, immagineresti con indosso il gonnellino dei fucilieri di Sua Maestà. Per di più veste tutto di nero &#8211; probabilmente per fare il paio con i capelli corvini.</p>
<p>Racconta: “Sono nato a Edinburgo, nel 1956. Sono scozzese. I miei genitori sono entrambi scozzesi”. Kerr ci tiene a chiarire subito da che parte sta. “Ho vissuto lì fino a 15 anni. Forse 16. Dopo di allora ho sempre vissuto in Inghilterra”.</p>
<p>Scusi, ma la Scozia non sta in Inghilterra? Kerr sospira. “È difficile per altri europei capire come gli scozzesi si percepiscano diversi da tutti. Vede, gli scozzesi sono sempre stati molto nazionalisti e molto orgogliosi di essere tali”.</p>
<p>E lei? “Oggi non penso a me come a uno scozzese, anzi il più delle volte non mi piacciono neanche. Mi irritano”.</p>
<p>Come definirebbe uno scozzese? “Aggressivo. Uno pieno di amarezza e risentimento nei confronti degli inglesi. In un certo senso è come per gli irlandesi, con la sola differenza che gli scozzesi sono molto più creativi e industriosi e troppo intenti a fare soldi per riuscire a tradurre il loro nazionalismo in qualcosa di violento. La loro ribellione è solo teorica”.</p>
<p>Impensabile quindi, a parte lei, trovare uno scozzese all’estero. “Guardi, quelli che lasciano la Scozia, scappano. Robert Louis Stevenson se ne andò a Samoa e Muriel Spark vive in Toscana. Edinburgo è una città piccola e seducente ed è facile credere di essere al centro del mondo. Quando, poi, scopri che non è così, finisce che ritieni Edinburgo responsabile delle tua delusione. La Scozia è un mondo di piccolezza, di ristrettezza mentale da cui vuoi scappare. Io se, da una parte, non riuscirò mai a sfuggire dal fatto di essere scozzese, dall’altra non ho nessun desiderio di ritornare là, vivere là o, persino, scrivere sulla Scozia”.</p>
<p>Con tutto quello che mi dice, come si giustifica il fatto che il più famoso agente segreto di Sua Maestà Britannica, quello con licenza di uccidere, l’immortale 007, sia stato portato sullo schermo da uno scozzese d’origine controllata come Sean Connery? “Ian Fleming aveva fatto frequentare al suo personaggio una famosa università scozzese, una che pensa di essere la “<em>Eton del nord</em>”, dove sono stato anch’io, ma credo che l’unico allievo famoso di quella scuola sia stato proprio James Bond. Con questi precedenti era verosimile che l’attore che lo avrebbe impersonato potesse venire da Edinburgo: ecco il perché della scelta di Sean Connery, tipico scozzese, soprattutto ora che sta invecchiando, con quei tatuaggi che fanno tanto classe operaia e senza il minimo senso dell’eleganza, perché per uno scozzese fare attenzione ai vestiti è considerato effeminato. Assomiglia sempre più a mio nonno”.</p>
<p>Lasciamo perdere gli scozzesi e parliamo di come lei è diventato scrittore. “Ho studiato legge all’università, ma solo perché mio padre voleva che avessi un lavoro serio. Anche il padre di Robert Louis Stevenson aveva costretto il figlio a studiare legge. Poi mio padre morì, giovanissimo, a 47 anni, poco dopo che mi ero laureato. Rimasi colpito. Mi dissi: se anch’io dovessi vivere così poco voglio almeno inseguire i miei sogni. E i miei sogni erano diventare scrittore. Tutto quello che facevo, anche i miei impieghi erano sempre in funzione della scrittura. Lavoravo in un’agenzia di pubblicità perché mi lasciava abbastanza tempo libero per scrivere. Non dovevo presentarmi prima delle 10 del mattino, la pausa di pranzo era assolutamente elastica e non era necessario restare in ufficio fino a tardi. Così lavoravo a un romanzo prima di andare a lavorare, facevo le ricerche durante la pausa che non era mai meno di due ore e mezzo, e ci lavoravo la sera. Ho fatto questa vita fino al mio trentesimo compleanno. Ho scritto tre o quattro libri pessimi che fortunatamente non sono stati pubblicati, ma la scrittura è artigianato ed era come se mi fossi allenato per imparare un mestiere. Adesso sono contento di non essere stato pubblicato così presto, perché probabilmente sarei andato in un’altra direzione. Il primo libro segna il territorio letterario che finisci per abitare. All’epoca ero molto influenzato da Martin Amis che scriveva di giovani letterati che vivevano a Londra e che volevano partorire un romanzo. Ne ero quasi ossessionato, fin quando una mattina mi svegliai e mi chiesi: ma chi diavolo vuol leggere romanzi di romanzieri che fanno la fame? Così la smisi”.</p>
<p>E arrivò Berlino nazista. Un bel salto dalla <em>Swinging London</em>. “Io non sono mai stato un grande lettore di polizieschi, ma avevo fatto un corso post-laurea in filosofia legale tedesca, roba assolutamente arida, ma che mi fece interessare alla storia economica della Germania negli anni Trenta. Fu così che pensai che sarebbe stato interessante scrivere un libro sulla vita quotidiana di quel periodo usando la tecnica del romanzo giallo”</p>
<p>Mai stato a Berlino? “Mai. Berlino la conosco solo dai libri. Ho passato 18 mesi a fare ricerche storiche. Volevo sapere tutto quello che c’era da sapere sulla Berlino pre-bellica che è un po’ come fare il detective visto che, da allora, ormai tutto è cambiato. Per fortuna l’agenzia di pubblicità per cui lavoravo era in St.James Square dove, dall’altra parte della piazza c’è la London Library, una delle più antiche biblioteche della città, se non del mondo. Avevano una grande sezione di libri che erano stati comprati negli anni Venti e Trenta, proprio il periodo che mi interessava. E ho cominciato da lì”.</p>
<p>I romanzi su Berlino sono fortemente caratterizzati da minuziosi dettagli d’epoca che creano un’atmosfera coinvolgente. “Era quello il mio obiettivo. Volevo che la mia Berlino fosse come la Los Angeles di Chandler. Mi chiedevo: cosa avrebbe scritto Chandler se avesse ambientato un romanzo nella Germania degli anni Trenta? E come trama ho evitato come la peste quelle storie dove si vuole uccidere Hitler, rubare l’oro tedesco e stupidaggini del genere. Volevo creare un’indagine intorno a un crimine ordinario che avesse una sua dignità pur essendo circondato dal Grande Crimine che si stava perpetrando nel paese. Così scrissi “<em>Violette di Marzo</em>”. E il mio agente mi fece notare che dopo tutto lo sforzo fatto per quelle ricerche potevo anche scriverne un altro. Così feci. E poi un altro ancora. Arrivato al terzo mi divertivo molto, ma decisi di non andare avanti per non diventare pigro e soprattutto per non dare al lettore qualcosa di scontato. Eppoi, diciamocelo chiaramente, se il mio Bernie Gunther avesse avuto lo stesso successo di James Bond, lasciarlo sarebbe stato molto difficile, ma, all’epoca, non è che la gente facesse la fila per comprare i miei libri e allora perché non percorrere altri territori?”</p>
<p>I suoi editori, i suoi recensori la paragonano sempre a qualcuno. Ieri lei era Dashell Hammett. Oggi lei è Michael Crichton. Non si secca mai? “Essere paragonato a uno dei migliori, se non il migliore scrittore di best-seller del mondo è un onore, ne sono felice”.</p>
<p>Cosa cambia nella vita di uno scrittore che entra nella lista delle migliori giovani promesse inglesi, anno 1993? “Non cambia molto. La gente, per fortuna continua a non riconoscermi per strada, non sopporterei di avere una faccia famosa e riconoscibile. Certo, allora, è stato molto lusinghiero e il vantaggio è che, dopo, sono stato preso un po’ più sul serio. Però nell’ambiente letterario londinese il fatto che io faccia anche soldi è ritenuto pressochè criminale”.</p>
<p>Invidia? “Appunto. Tutti sono molto interessati ai soldi, ma nessuno lo ammette. È la storia della volpe e dell’uva. È chiaro che se uno scrive per vent’anni e non è pubblicato, finisce col dire che scrive solo per alti ideali e parla male di chi i soldi li fa”.</p>
<p>Fra lei e Hollywood è stato amore a prima vista, o quasi. Ma che ne è stato della trilogia su Berlino? “Anche quella è stata venduta, ma a una casa di produzione tedesca che non so cosa ne abbia fatto. A volte la gente compra un libro e poi si accorge che è difficile e costoso tirarne fuori un  film. Il cinema è un’area che non mi interessa più di tanto. Mi piace essere coinvolto alla periferia di Hollywood e finora ce l’ho fatta ad evitare di esserne risucchiato”.</p>
<p>Quindi niente prossimi trasferimenti a Los Angeles. “Non vivrei mai a Los Angeles. Se devo andarci, da Londra, sono dieci ore di aereo. Faccio quello che faccio più facilmente qui. E poi, ad essere onesto, vivrei molto più volentieri in Italia o in Francia che in America anche se il mio prossimo romanzo, ancora allo stadio di matita, è ambientato nell’America degli anni Sessanta”.</p>
<p>Allo stadio di matita? “Sì, io scrivo con una matita, ad essere più esatti, una penna porta mine. Lo trovo più fluido e manuale. Poi quando ho finito, ribatto il tutto al computer e nel frattempo faccio degli aggiustamenti. Non riuscirei mai a scrivere direttamente alla macchina. Ho bisogno di tempo, cambio. Il computer ti dà una libertà infinita. Pensi a quando si usava la carta carbone. Un incubo”.</p>
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		<title>Robert Harris e i fantasmi della storia</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 21:09:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Robert Harris è uno scrittore inglese che di fantasmi della storia se ne intende. Ha cominciato la sua carriera di romanziere, nel 1992, con uno strepitoso “Fatherland”, in cui l’ombra del fantasma di Hitler si allunga su un’Europa che ha visto, nella seconda guerra mondiale, la vittoria della Germania nazista, i cui tentacoli si dipanano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Robert Harris è uno scrittore inglese che di fantasmi della storia se ne intende.</strong> Ha cominciato la sua carriera di romanziere, nel 1992, con uno strepitoso “<em>Fatherland</em>”, in cui l’ombra del fantasma di Hitler si allunga su un’Europa che ha visto, nella seconda guerra mondiale, la vittoria della Germania nazista, i cui tentacoli si dipanano da Berlino verso Mosca, l’Inghilterra, la Francia, l’Olanda governate da regimi ossequiosi verso il Reich. L’azione &#8211; un’indagine in cui si intrecciano agenti della Gestapo e giornalisti americani, degna della migliore tradizione della detective story &#8211; si svolge a Berlino nel 1964, alla vigilia del settantacinquesimo compleanno del Fuhrer. Con questo libro, di cui sono state vendute quattro milioni di copie e ne è stato tratto un film televisivo prodotto dalla HBO, Robert Harris, all’epoca editorialista per il “<em>Sunday Times</em>” di Londra, è entrato a pieno titolo nel girone di serie “A” dei maestri della suspense, al fianco dei John Le Carre, dei Len Deighton, dei Martin Cruz Smith.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-790" title="Rober Harris" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/02/robert-harris-300x300.jpg" alt="Rober Harris" width="300" height="300" /></p>
<p>Il fantasma di Hitler si allunga anche sul secondo romanzo di Harris, “<em>Enigma</em>” (del 1995). Il titolo prende nome dalla potente macchina crittografica in possesso dei nazisti che sembrava essere assolutamente inviolabile. “<em>Enigma</em>” racconta &#8211; dal punto di vista di uno degli scienziati coinvolti nel progetto, asserragliato nel leggendario quartier generale di Bletchley Park &#8211; la storia di  come gli alleati riuscirono a penetrare i codici segreti nazisti e a contribuire alla vittoria finale. Di questo libro ne sono state vendute un altro paio di milioni di copie che hanno permesso a Harris di abbandonare definitivamente il giornalismo per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura creativa e nello stesso tempo di trasferirisi con la famiglia &#8211; moglie e figli – in una casa di campagna, fuori dalla pazza folla di Londra.</p>
<p>Harris ha poi continuato a lavorare sui fantasmi. Con “<em>Archangel</em>”, si è confrontato con un altro fantasma della nostra storia recente, Iosef Stalin, il dittatore sovietico che, secondo Robert Harris si è macchiato di crimini sanguinari più efferati della sua controparte tedesca. “<em>Archangel</em>” è la storia di un ricercatore inglese, Fluke Kelso, in visita a Mosca in occasione di un convegno internazionale sulla gestione degli archivi storici che viene avvicinato da un vecchio militante che asserisce di aver assistito alla morte di Stalin e alla “copertura” organizzata da Lavrentij Pavlovic Berija, il lugubre capo della polizia segreta, che non solo avrebbe preso tempo nell’annunciare la morte del dittatore nel tentativo di consolidare il proprio potere, ma avrebbe fatto sparire un certo libretto nero appartenuto a Stalin su cui chissà quali misfatti, quali segreti furono registrati. E qui siamo su un terreno friabile: invenzione letterararia o realtà? Harris dà voce alle teorie che il libretto era esistito veramente e lancia alla ricerca il suo personaggio. Man mano che ci si inoltra nella lettura si scoperchia un mondo di intrigo che va ben al di là di quello becero, buzzurro e violento delle storie di mafia russa. Il libretto di Stalin porta diritto a un progetto di controllo del mondo che neanche Hitler, nei suoi momenti di delirio di potere aveva teorizzato.</p>
<p><span id="more-785"></span>L&#8217;intervista che segue è stata fatta all&#8217;epoca della pubblicazione di “<em>Archangel</em>”.</p>
<p>Robert Harris è, all’apparenza, un signore inocuo che non diresti attraversato da visioni letterarie impetuose. Si presenta al nostro appuntamento, al bar del Ritz di Londra, in doppiopetto scuro, cravatta a pallini, fazzoletto a pallini. Si guarda intorno e l’ambiente è turisti giapponesi con telecamere e signore incipriate e impellicciate che prendono il tè, anche se sarebbe più esatto dire che si abbuffano su vigorosi pasticcini annaffiati da tè emaciati. Optiamo per un più popolare pub, in fondo alla strada, impregnato di schiamazzi umani, musicali e birreschi. Segno del destino, ci sediamo di fronte a un manifesto pubblicitario di una vecchia fabbrica di birra: “Archangel Ale”. Il lampo negli occhi di Harris non lascia prevedere niente di buono. Ne tasta la cornice, ma per fortuna il manifesto è avvitato al muro. Siamo salvi, anche se lui si lascia scappare un <em>«damn it</em>».</p>
<p><em>Allora, chi è Robert Harris?</em></p>
<p>«Sono nato il 7 marzo 1957 a Nottingham. Mio padre era uno stampatore. Sono andato a Cambridge che avevo 18 anni, dove ho preso un diploma di inglese. Dall’università sono entrato direttamente alla BBC. Ho cominciato come ricercatore per dei documentari, poi sono passato ai programmi giornalistici e nell’86 ho fatto il salto nella carta stampata. Sono diventato editorialista politico dell’Observer, prima e del Sunday Times, dopo. Nel ’91 ho cominciato a scrivere “Fatherland” e, da allora, come nelle fiabe, ho vissuto felice e contento».</p>
<p><em>Parliamo un po’ di Russia che è l’argomento intorno a cui ruota il suo romanzo. Lei ha scritto recentemente sul </em>Daily Mail<em> che fu Stalin e non Hitler il più efferato personaggio storico che abbia attraversato il nostro secolo. Cosa l’ha portato a questa conclusione?</em></p>
<p>«Negli anni passati, per una serie di motivi professionali, mi sono occupato, quasi a tempo pieno, di Hitler. Nell’immaginario collettivo Hitler è sinonimo di malvagità. Ma a un certo punto mi sono chiesto se puntando tutta la nostra attenzione su un unico uomo non finivamo per perdere di vista il quadro più generale. Mi sono anche chiesto se concentrandoci esclusivamente sulle vittime del nazismo non ci dimenticavamo di quelle del comunismo. E sono giunto alla conclusione che il vero fantasma da cui dobbiamo difenderci è quello di Stalin e non quello di Hitler di cui ormai sappiamo praticamente tutto. Stalin è uno che in un solo giorno, l’8 dicembre del 1938, firmò 30 liste di condannati a morte contenenti 5000 nomi e, dopo, se ne andò tranquillamente a teatro. Stalin è uno che avallò la fucilazione di 13.500 uomini per tentata diserzione durante la battaglia di Stalingrado. Stalin era uno sterminatore di massa il cui motto era: “chi vince non è giudicato”. Il fatto è che Stalin vinse e Hitler perse. E finisce che le nostre coscenze cercano di dimenticarsi dei crimini di Stalin contro l’umanità perchè, nonostante lui e Hitler fossero stati alleati fra il 1939 e il ’41, il suo apporto bellico, una volta passato dalla parte alleata, fu fondamentale per portare la Germania nazista alla sconfitta».</p>
<p><em>È per questo che, secondo lei, le vittime dei nazisti godono di maggior rispetto di quelle della repressione staliniana? Che differenza c’è fra morire a Dachau e morire in un Gulag sovietico?</em></p>
<p>«Questa è una materia complicata. Penso che sono molte le ragioni per cui ci soffermiamo più sui crimini dei nazisti che su quelli staliniani. Il motivo principale, credo, è che la Germania, essendo al centro dell’Europa, è parte della nostra tradizione occidentale, mentre la Russia è percepita come una nazione asiatica molto lontana da noi. I crimini del presidente Mao, poi, sono ancora più lontani. Secondo, durante la guerra, come dicevo prima, i russi combatterono dalla parte degli alleati e, in piccola parte, dobbiamo le nostre libertà anche a Stalin e alla sua spietatezza. Certo non è confortante. Anche quelli che Stalin ha ucciso erano essere umani, ma non hanno nessuno che parli per loro. Non c’è nessuno Spielberg che decide di tenere viva la loro memoria. Le vittime di Stalin sono vittime senza nome. Stalin era uno psicopatico serio, altro che Hitler, mentre per noi Hitler è diventato un cliché, una strada semplice per indicare il concetto di “cattivo”. Concentrarsi su Hitler ha fatto sì che l’attenzione venisse distratta da Stalin».</p>
<p><em>In Russia sembra ci sia di nuovo voglia di comunismo. Si respira un aria del tipo: si stava meglio quando si stava peggio. Lei pensa che il paese sia in cerca di un nuovo Stalin?</em></p>
<p>«Gli elementi ci sono tutti. C’è molta gente che sogna di avere un presidente con le palle. È un elemento molto radicato nell’anima russa. Stalin poi gode di una particolare ammirazione nell’immaginario collettivo di quel paese. Pensi che in un recente sondaggio è venuto fuori che un russo su sei non ha dubbi che Stalin sia stato il loro più grande leader. La situazione in Russia, da qualunque parte la si guardi, è spaventosa. È spaventoso che in quell’enorme paese ci siano diecimila testate nucleari sparse qua e là, è spaventoso che non ci sia nessuno a comandare veramente, che abbia in mano il controllo della situazione. Per la maggior parte dei russi la vita era decisamente meglio prima. Oggi il paese è impoverito e umiliato. Sì, molti, oggi, sono ricchi, ma la libertà incontrollata ha portato seri problemi soprattutto di crimine, di aids, di prostituzione. La situazione fuori Mosca, poi, è senza speranza. La maggior parte dei turisti si ferma nella capitale e non sa cosa c’è fuori le mura. Mosca è la città del boom, ma quando arrivi in periferia ti accorgi di cos’è la Russia veramente. In Occidente ne abbiamo un’impressione decisamente distorta».</p>
<p><em>Lei prevede una fine prossima a tutta questa follia o pensa che la situazione peggiorerà?</em></p>
<p>«È molto difficile dirlo. Anche perchè, la tendenza, quando si parla di Russia, è di essere un filo apocalittici. Ogni momento si dice: quest’inverno ci sarà il crollo. E la cosa si ripete dai tempi di Gorbaciov ma, alla fine, non è mai successo niente. Da questo punto di vista sono ottimista, ma lo scenario globale è sinistro. Viene da ridere che l’Occidente si preoccupi delle armi biologiche e chimiche di Saddam Hussein, uno scherzo in confronto alla potenza di fuoco nucleare della Russia, gestita, fra l’altro, da gente che non riceve lo stipendio da mesi».</p>
<p><em>Qualcuno ha paragonato la Russia di oggi alla California della corsa all’oro, un posto dove le opportunità si sprecano. È d’accordo?</em></p>
<p>«No. L’idea che la Russia attraversi una fase iniziale di capitalismo come era stato per la California del secolo scorso è assolutamente irreale. In Russia non c’è neanche l’ombra di una tradizione di proprietà privata: è una società più selvaggia del selvaggio West».</p>
<p><em>È possibile che il libretto nero protagonista del suo romanzo sia esistito veramente?</em></p>
<p>«Sì, è possibile, anzi probabile. Quando ho cominciato a scrivere il libro non sapevo di questa storia. L’ho scoperta facendo delle ricerche. C’era veramente un libretto che è scomparso come sono scomparse le lettere dal carcere di Bukarin. Le lettere di Bukarin, alla fine, sono state ritrovate e pubblicate ed è molto possibile che anche il famoso libretto di Stalin esista».</p>
<p><em>Lei ha scritto tempo fa su “</em>The Independent”<em> dell’influenza che suo padre ha avuto su di lei. Aggiungendo: “Ho sempre cercato di scrivere per gente come lui, non per i critici letterari”. Come descriverebbe la “gente come lui”?</em></p>
<p>«Un uomo intelligente che non aveva studiato molto, un autodidatta che leggeva Georges Simenon e Graham Greene, che sceglieva autori semplici, ma intelligenti con storie da raccontare».</p>
<p><em>Come scrive Robert Harris?</em></p>
<p>«Scrivo con una stilografica e poi ribatto il testo sul computer. Cerco di avvicinarmi il più possibile alla stesura finale perché non mi piace ritornare sul testo. Mi piace il silenzio anche se non potrei mai scrivere in un cottage deserto. Mi piace il rumore della casa».</p>
<p><span style="color: #808080;">NOTA:</span></p>
<p><span style="color: #808080;">Tutta  l&#8217;opera letteraria di Harris, in Italia, è pubblicata da Mondadori ed è reperibile <a href="http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&amp;xy=robert+harris" target="_blank">qui</a><br />
</span></p>
<p><span style="color: #993300;"><span style="color: #808080;">Dopo <em>Archangel</em> Harris ha scritto una serie di romanzi storici &#8211; <em>Pompei</em>, <em>Imperium</em> e recentemente <a href="http://www.librimondadori.it/web/mondadori/scheda-libro?autoreUUID=dda2aefc-9ea9-11dc-9517-454a8637094f&amp;isbn=978880459381" target="_blank"><em>Conspirata</em></a>. Questi ultimi due fanno parte di una trilogia dedicata alla vita di Cicerone vista attraverso i ricordi di Marco Tullio Tirone suo schiavo, ma anche segretario e confidente, una sorta di dr. Watson dell&#8217;antichità. Nel 2007 Harris aveva abbondonato, per un attimo, la storia antica per dedicarsi alla storia contemporanea scrivendo <em>Il ghostwriter</em>, una storia in cui si immagina un ex primo ministro britannico perseguitato dai fantasmi di un&#8217;impopolare guerra dichiarata per far piacere all&#8217;alleato americano e che ora rischia di costargli un&#8217;accusa di crimini di guerra a cui deve rispondere davanti al tribunale internazionale dell&#8217;Aja. Per questo si barrica negli Stati Uniti, paese che non riconosce quel tribunale, e decide di scrivere le sue memorie aiutato da un altro fantasma, quello di un ghost writer, appunto. Ogni riferimento a Tony Blair, dice Harris, è puramente casuale. <em>Naturalmente!</em> Il libro è stato portato sullo schermo dal regista Roman Polanski che presenta il film in concorso alla 60esima mostra internazionale del cinema di Berlino 2010 (11-21 febbraio). In Italia uscirà con il titolo &#8220;L&#8217;uomo nell&#8217;ombra&#8221;. Ecco il trailer:</span></span></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="450" height="242" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="wmode" value="transparent" /><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="src" value="http://www.traileraddict.com/emd/18140" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="450" height="242" src="http://www.traileraddict.com/emd/18140" allowfullscreen="true" wmode="transparent" allowscriptaccess="always"></embed></object></p>
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		<title>James Ellroy: un&#8217;adolescenza ai margini del crimine</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 13:30:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Esce in Italia a gennaio 2010 l’ultimo romanzo di James Ellroy, Il sangue è randagio (Mondadori, traduzione di Giuseppe Costigliola, titolo originale: Blood’s a rover). Quella che segue è un’intervista a James Ellroy fatta qualche tempo fa a Los Angeles. La scheda del libro si trova in fondo al testo.


James Ellroy intascò per il suo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Esce in Italia a gennaio 2010 l’ultimo romanzo di James Ellroy, </em><strong>Il sangue è randagio</strong><em> (Mondadori, traduzione di Giuseppe Costigliola, titolo originale: </em>Blood’s a rover<em>). Quella che segue è un’intervista a James Ellroy fatta qualche tempo fa a Los Angeles. La scheda del libro si trova in fondo al testo.</em></p>
<p><em><img class="aligncenter size-medium wp-image-774" title="James Ellroy (da Wikipedia)" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/01/475px-JamesEllroy-237x300.jpg" alt="James Ellroy (da Wikipedia)" width="237" height="300" /><br />
</em></p>
<p><strong>James Ellroy intascò per il suo primo romanzo, <em>Brown&#8217;s Requiem</em>, tremilacinquecento dollari. </strong>Steve Erickson, suo biografo, racconta che il neo-scrittore saldò le mensilità arretrate dell&#8217;affitto, si comprò una Chevrolet del &#8216;64 e portò la sua ragazza fuori città per il fine settimana. Finiti i soldi, le chiese in prestito cinque dollari per un paio di hamburger e se ne andò da Los Angeles per trasferirsi nei sobborghi di New York e diventare uno dei più affermati autori di letteratura poliziesca contemporanea.</p>
<p>Un&#8217;adolescenza ai margini del crimine, quella di Ellroy. Prima la tragedia della madre, assassinata quando James aveva dieci anni (i fantasmi di quel lutto sono stati trasportati in <em>Black Dahlia</em>, il romanzo che lo ha assurto agli onori della notorietà internazionale), poi una saltuaria attività di piccola delinquenza: dai furtarelli nelle case degli amici a più impegnative ruberie con scasso.</p>
<p><em>Ellroy, quale impatto ha avuto questa sua pratica criminale nella sua professione di scrittore?</em> «C&#8217;e&#8217; un tema ricorrente nei miei romanzi: il furto con scasso. Io non ne ho fatti molti. I miei misfatti erano di tipo dilettantesco. Ero un maldestro e finivo per rubare oggetti marginali di nessun valore. L&#8217;eccitante era trovarsi dentro la casa di qualcuno, di immaginarne le abitudini, i vizi. A volte lo facevo solo per il piacere di guardarmi intorno e non toccare niente. E&#8217; per questo che i miei libri sono pieni di ladri voyeur. Mi piace rivivere il brivido dell&#8217;effrazione sulla pagina».</p>
<p><span id="more-772"></span><em>Che tipo di accoglienza hanno avuto i suoi primi romanzi negli Stati Uniti?</em> «A quel tempo non ero conosciuto. Alcuni critici erano infastiditi dalla violenza e dal sesso, ma in generale non e&#8217; andata male. <em>Brown&#8217;s Requiem</em> e <em>Clandestine</em> entrarono in finale per premi letterari di categoria. Il terzo libro, <em>Blood on the Moon</em>, e&#8217; diventato invece un film: <em>Cop</em>, con James Woods, nella parte del detective Lloyd Hopkins, il personaggio che e&#8217; poi ripreso in <em>Because the Night. </em>Lloyd, badi bene, non e&#8217; un eroe di tipo tradizionale, e&#8217; solo un poliziotto che tenta di controllare il caos della propria vita mettendo ordine nel caos della vita degli altri».</p>
<p><em>Perche&#8217; dopo quell&#8217;avventura ha deciso di abbandonare Lloyd Hopkins? </em>«Volevo scrivere opere di più ampio respiro letterario, con radici storiche. Per anni ero stato ossessionato dalla vicenda della Black Dahlia &#8211; la donna uccisa, l&#8217;assassino mai scoperto &#8211; il cui collegamento con la morte di mia madre era evidente, e quello e&#8217; diventato il mio libro successivo. Hopkins, in fondo, mi aveva annoiato».</p>
<p><em>Quali altri suoi romanzi sono stati portati sullo schermo? </em>«Molti di loro sono opzionati come progetti, ma non so a che stadio siano. E neanche mi interessa. Come non mi interessa scrivere sceneggiature. Con Hollywood non ho niente da spartire».</p>
<p><em>Quali sono le sue abitudine di scrittura? </em>«Sveglia alle otto. Lavoro fino all&#8217;una e mezzo. Palestra. Ancora due ore di lavoro nel tardo pomeriggio. Vita di famiglia, poi di nuovo lavoro dalle otto e mezzo alle undici di sera. Non so battere a macchina, scrivo a mano su blocchi di carta comune con una biro da due soldi, inchiostro nero. Le correzioni le faccio in rosso».</p>
<p><em>Tutti i suoi romanzi sono ambientati a Los Angeles. Come quelli della maggior parte degli autori di polizieschi. Perché quest&#8217;ossessione comune? </em>«Colpa di Raymond Chandler. Lui ha dato il via alla moda. Io, poi, vengo da Los Angeles, ci ho vissuto 33 anni. Anche se la città che descrivo io è antitetica a quella di Chandler. C&#8217;era una bellezza intrinseca nella sua Los Angeles che non si ritrova assolutamente nei miei romanzi».</p>
<p><em>Le sue storie sono attraversate dal terrore. Qual é la  differenza, ad esempio, con Stephen King? </em>«Io non credo nel soprannaturale, di nessun tipo»</p>
<p><em>Lei ha detto, una volta, di scrivere per fare colpo sulla gente. E&#8217; ancora così? </em>«Assolutamente. Adoro il successo. Adoro fare colpo sulla gente. Scrivo, poi, perche&#8217; ho storie da raccontare che bruciano dentro di me. Diventerei pazzo se non potessi metterle su carta».</p>
<p><em>Quando si è reso conto di essere un vero scrittore?</em> «Dal primo momento. Anche se il mio <em>Brown&#8217;s Requiem</em> non fu un successo, sapevo che lo sarebbe stato il successivo e poi quello dopo, e poi quello dopo ancora».</p>
<p><em>Qual è stata la peggiore recensione che ha mai avuto?</em> «Per <em>The Big Nowhere,</em> una critica del <em>New York Times</em> &#8211; una femminista, lesbica, radicale &#8211; ha scritto che ero fascista, razzista, antisemita. Che il signore l&#8217;abbia in gloria».</p>
<p><span style="color: #ff0000;">NOTA: A proposito di Ellroy date un occhiata anche a questo link: <a href="http://www.claudiocastellacci.com/libri/il-vicolo-cieco-dei-viagliacchi/" target="_blank">Il vicolo cieco dei vigliacchi</a></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-775" title="copertina originale del libro &quot;Il sangue è randagio&quot;" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/01/bloodsarovedijamesellroy.jpg" alt="copertina originale del libro &quot;Il sangue è randagio&quot;" width="198" height="300" /></p>
<p><span style="color: #808080;"><strong>Scheda del libro Il sangue è randagio (fonte: ufficio stampa Mondadori)</strong></span></p>
<p><span style="color: #808080;"><em>Estate del &#8216;68. Dopo gli omicidi di Martin Luther King e Robert Kennedy, gli Stati Uniti sembrano sul punto di esplodere. Disordini, speculazioni politiche e teorie del complotto scuotono dalle fondamenta la stabilità sociale. Una squadra di sabotatori si prepara a creare disordini durante la convention del partito democratico a Chicago. Le organizzazioni di militanti afroamericani sono sul piede di guerra nel southside di Los Angeles. J. Edgar Hoover, capo dell&#8217;FBI, prepara drastiche contromisure. E il destino ha piazzato tre uomini in un punto nevralgico della Storia.<br />
Dwight Holly, laureato a Yale, è l&#8217;uomo di fiducia di Hoover, incaricato di fomentare contrasti fra i gruppi del potere nero e ossessionato dalla figura di una comunista ebrea di nome Joan Rosen Klein. Wayne Tedrow, ex poliziotto e trafficante occasionale di droghe, lavora per il miliardario Howard Hawks alla costruzione di una rete di case da gioco nella Repubblica Dominicana. Il giovane Don Crutchfield, guardone e investigatore privato di mezza tacca, coinvolto in cose più grandi di lui.<br />
È un destino crudele e inesorabile a intrecciare le loro vite, trascinate in un vortice troppo violento per poter resistere. Con al centro un unico fulcro attorno a cui tutto ruota: Joan Rosen Klein, la Dea Rossa, autentica </em><em>femme fatale.<br />
Ellroy attraversa un quadriennio infuocato della storia americana mescolando la crudezza di eventi realmente accaduti alle vicende di personaggi le cui esistenze minime sono la sintesi di un&#8217;epoca di corruzione e malaffare. In una progressione da tragedia greca, nessuno scampa a questa dimensione catastrofica: non i militanti radicali, tossici e corrotti, non le loro controparti inviate dal potere, un branco di assassini pervertiti e psicotici accecati dal delirio di onnipotenza.<br />
Terza tappa di un viaggio cominciato con </em>American Tabloid<em> e proseguito con </em>Sei pezzi da mille, Il sangue è randagio<em> è un noir di rara profondità, spaventoso e magnetico, l&#8217;aspro ritratto di un mondo che ha perduto le linee di confine tra bene e male, giusto e ingiusto, dove nessuno può reclamare redenzione né tantomeno resurrezione.</em></span></p>
<p><span style="color: #808080;"><em>I libri di James Ellroy sono disponibili <a href="http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&amp;xy=james+ellroy" target="_blank">qui.</a><br />
</em></span></p>
<p><em><img class="aligncenter size-medium wp-image-776" title="Coperina di &quot;Il sangue è randagio&quot;, edizione italiana, Editore Mondadori" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/01/Cover_GRA-194x300.jpg" alt="Coperina di &quot;Il sangue è randagio&quot;, edizione italiana, Editore Mondadori" width="194" height="300" /><br />
</em></p>
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		<title>Michael Crichton: «Com&#8217;è divertente uccidere le spie nemiche»</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2009 17:50:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È da poco in libreria Pirate Latitudes, l’isola dei pirati, il romanzo postumo di Michael Crichton – l’autore di best seller come Congo, Andromeda, Jurassic Park – rinvenuto nel computer dello scrittore morto nel novembre del 2008. La storia, pubblicata in Italia da Garzanti, è ambientata nei Caraibi del secolo XVI e narra del complotto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>È da poco in libreria <em>Pirate Latitudes</em>, l’isola dei pirati, il romanzo postumo di Michael Crichton </strong>– l’autore di best seller come <em>Congo, Andromeda, Jurassic Park</em> – rinvenuto nel computer dello scrittore morto nel novembre del 2008. La storia, pubblicata in Italia da <a href="http://www.garzantilibri.it/default.php?page=news&amp;NEWSID=813" target="_blank">Garzanti</a>, è ambientata nei Caraibi del secolo XVI e narra del complotto tra il governatore della Giamaica e un pirata, Hunter, per rapinare il tesoro di un galeone spagnolo.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-756" title="L'isola dei pirati è il romanzo postumo di Michael Crichton pubblicato in Italia da Garzanti" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/LISOLA_DEI_PIRATI_micheal_crichton_garzanti_romanzo_postumo-198x300.jpg" alt="L'isola dei pirati è il romanzo postumo di Michael Crichton pubblicato in Italia da Garzanti" width="198" height="300" /></p>
<p>Conoscevo Michael Crichton. L’avevo incontrato più di una volta all’epoca in cui abitavo a Los Angeles: stavamo neanche troppo distanti: lui a Santa Monica, io a Pacific Palisades. Quello che segue è la cronaca di un’intervista e il ritratto di uno dei più grandi scrittori contemporanei mancato troppo presto.</p>
<p><strong>Innanzi tutto il nome. Si scrive Crichton, si pronuncia <em>Craiton</em>. </strong>Un’eccezione fonetica. Poi l’altezza. Io sono alto un metro e ottantotto, ma quando parlo con lui devo alzare la testa al cielo: saremo nell’ordine dei due metri e dieci buoni. Per fortuna ci mettiamo seduti e ci livelliamo ad un’altezza intermedia. Poi il modo di parlare: fai una domanda e ti risponde il silenzio, al silenzio ti subentra l’imbarazzo, ti schiarisci la gola e tenti con un’altra domanda, ma non fai in tempo a formularla che lui risponde a quella di prima; capito il ritmo ti adegui, ma le palpitazioni restano alte e ad ogni domanda ti chiedi: dio mio, risponderà o non risponderà? Poi c’è la sua passione per i computer che risale agli albori dell’elettronica. Alla fine dell’intervista, tanto per fare due chiacchiere, butto lì se aveva visto l’ultimo modello di un certo tipo di microportatile, dice: no, chi lo vende? Un certo importatore dalle parti di Beverly Hills, dico io. Andiamo, dice lui. Mi carica sulla sua Cadillac coupe dove le ginocchia gli arrivano in bocca. Sicuro che non vogliamo prendere la mia Jeep? si sta più comodi. Sicuro. Attraversiamo Los Angeles, da Santa Monica a Beverly Hills. Io prego solo che l’importatore abbia un esemplare di quel computer da fargli vedere: avevo letto la notizia su un giornale specializzato, ma non avevo approfondito. Arriviamo, lo riconoscono &#8211; difficile non riconoscerlo &#8211; per fortuna hanno un esemplare del palmare in questione, lui ci smanetta sopra un po’, poi, scuotendo la testa, dice: tastiera troppo piccola e esce. Io faccio dei sorrisi di convenienza ai commessi perplessi e lo seguo.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-757" title="Michael Crichton" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/michaelcrichton-480x300.jpg" alt="michaelcrichton" width="480" height="300" /></p>
<p>Michael Crichton è anche ER. Non solo, ovviamente. È anche <em>Jurassic Park, Congo, Sol Levante, Andromeda, Sfera</em>, è l’autore dei più grossi best-seller degli ultimi vent’anni. Nel 1994 qualcuno aveva calcolato che il contacopie delle sue vendite aveva, allora, superato quota cento milioni. Poi nessuno ha più tenuto il conto. Crichton è, comunque, uno scrittore anomalo ed eclettico, nel senso che a differenza dei suoi colleghi Turow, Clancy o Grisham, reclusi nell’orto della scrittura, non si dedica solo ed esclusivamente ai libri, ma fa altre  mille cose: dirige film, inventa soggetti cinematografici e televisivi, scrive dottissimi articoli di scienza del computer, sceneggiature per serie televisive, come ER, appunto, abbreviazione che sta per <em>Emergency Room</em>. Anche in Italia si è preferito tenere la dizione inglese perchè altrimenti avremmo dovuto chiamarla PS, Pronto Soccorso, e si sarebbe potuto equivocare con Pubblica Sicurezza o Post Scriptum.</p>
<p><span id="more-754"></span>ER ha avuto una gestazione travagliata e lunghissima. Nacque anni fa, nel 1965, nella mente di Michael Crichton, all’epoca studente di medicina alle prese, appunto, con il tirocinio in sale di pronto soccorso e voglioso di sfondare non tanto in uno studio medico bensì in uno studio cinematografico. Erano anni ancora ingenui, quelli, erano gli anni dei telefilm in bianco e nero del <em>Dottor Kildare</em>, quelli in cui per risparmiare sui costi di produzione di un telefilm, gli attori parlavano lentamente e si giravano lunghe sequenze di qualcuno che parcheggiava la macchina e poi si avviava, camminando, altrettanto lentamente, verso casa. «Io volevo cambiare tutto questo», dice Crichton. «Io volevo che ER, la serie che avevo in mente, si svolgesse a velocità più sostenuta di come accadono le cose nella vita. Volevo anche spezzare altre convenzioni televisive come il fatto che alla fine della storia, la telecamera sostasse sull’espressione compassata dei protagonisti o altre cretinate del genere. Ma la vera grande differenza era nelle storie: volevo che ER raccontasse storie vere e i fatti mi hanno dato ragione. Il successo è dovuto proprio al fatto che la gente si immedesimi in problemi reali, plausibili, veri, appunto.</p>
<p>La sceneggiatura originale di ER fu scritta nel 1974. Perchè la serie non fu, quindi, prodotta prima? «Semplice, perchè nessuno la voleva. Le obiezioni erano tutte le stesse: troppo veloce, troppo puntato sulla professione medica e poco sui pazienti, il dialogo è troppo tecnico». A salvare ER arrivò Steven Spielberg &#8211; la cui stella in celluloide brillava ormai già alta sull’orizzonte hollywoodiano &#8211; che convinse la NBC a tentare l’avventura. Era il 1989. Spielberg era personalmente desideroso di creare una serie televisiva di argomento medico e in attesa che i burocrati degli studios si dessero una mossa, si dedicò con Crichton al progetto <em>Jurassic Park</em> (1993).</p>
<p>Il retroterra culturale, la laurea in medicina conseguita con lode presso la facoltà di Harvard, hanno certamente aiutato Crichton nell’impresa ER. Il salto fra le due carriere così diverse fu però meno repentino di come si pensi. Con il passare del tempo, mentre la passione per la scienza medica si andava affievolendo, si rinfocolava il vecchio amore per la scrittura, amore probabilmente trasmessogli dal padre giornalista con cui, ironia, non aveva mai avuto un buon rapporto, anzi. Nel suo libro autobiografico <em>Viaggi</em>, Crichton descrive il padre, addirittura, come “<em>a first-rate son of a bitch</em>”, un figlio di puttana di prima grandezza. Ciononostante ammette che entrambi i genitori non lo hanno mai limitato in niente.</p>
<p>Crichton coltivava la passione per la scrittura già al tempo del College: collaborava ai quotidiani locali, al giornale della scuola; poi arrivò James Bond: spie e sesso, fughe e ammazzamenti, bambole che indossavano camicette di seta trasparente e uomini che portavano la pistola sotto la giacca dello smoking. I racconti di Ian Fleming erano creati sulla base di una formuletta ben identificabile e Crichton la prese come una sfida il riuscire a replicarli. Fu così che, di punto in bianco, fra una lezione di anatomia e l’altra, passò a ideare romanzi di spionaggio. Dice: «Confesso che trovavo più divertente uccidere, sulla carta, spie nemiche che salvare il prossimo in sala operatoria». Crichton scrisse e pubblicò ben otto di questi romanzi, uno dei quali, poi, <em>A case of need</em>, letteralmente, “Un caso di bisogno”, vinse l’ambitissimo Edgar Award, come miglior thriller dell’anno. Tutti erano firmati con rigorosi pseudonimi. Perchè? «Perchè il consiglio di facoltà dell’università di Harvard non avrebbe visto di buon occhio questa mia attività collaterale non propriamente ortodossa e che, nella loro ottica, avrebbe finito col distrarmi dagli studi».</p>
<p>Laureato con lode, con una tesi sulle discendenze razziali nell’antico Egitto, a 23 anni, Crichton ottenne l’incarico di insegnare antropologia all’Universitê di Cambridge, poi per un anno seguì i corsi di dottorato di ricerca presso il prestigioso Salk Institute: fu allora che prese la decisione storica di lasciare la medicina per dedicarsi esclusivamente alla scrittura. «La medicina è missione e a quel punto mi accorsi che la missione non era fatta per me». Reazioni? «I miei genitori, ma anche molti miei colleghi, erano orripilati. Il peggio fu spiegare non che lasciavo la professione, ma che me ne sarei andato a Los Angeles, proprio nel cuore del mondo del deprecato spettacolo. A quell’epoca un medico era considerato, che so, a livello di un giudice della corte costituzionale, il massimo della scala sociale. E, all’improvviso io lasciavo il trono per correre dietro a delle ballerine di fila».</p>
<p>Coincidenza, proprio in quel periodo aveva appena finito di scrivere il suo primo romanzo, <em>Andromeda</em>, pubblicato con il suo vero nome e che diventerà, da subito, un best seller e Hollywood se ne accaparrerà i diritti. Ricorda Crichton: «Quando <em>Andromeda</em> uscì, l’editore mi chiamò e mi disse: hai fatto un ottimo lavoro, è un buon libro, ma non ti deprimere per quello che succederà: venderemo si e no duemila copie e non so neanche se avremo una recensione».</p>
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		<title>Joe Kennedy: l&#8217;immagine è realtà</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Dec 2009 21:06:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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A scoprire l’importanza dell’immagine e la forza politica dei mezzi di comunicazione di massa fu per primo Joseph P. Kennedy, il padre del presidente degli Stati Uniti assassinato a Dallas. Una recente biografia (Joseph P.  Kennedy presents. His Hollywood years, editore Knopf) ne rivela il carattere visionario e astuto. Un uomo per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--[if gte mso 10]> <mce:style><! /* Style Definitions */ table.MsoNormalTable {mso-style-name:"Tabella normale"; mso-tstyle-rowband-size:0; mso-tstyle-colband-size:0; mso-style-noshow:yes; mso-style-parent:""; mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt; mso-para-margin:0cm; mso-para-margin-bottom:.0001pt; mso-pagination:widow-orphan; font-size:12.0pt; font-family:"Times New Roman"; mso-ascii-font-family:Cambria; mso-ascii-theme-font:minor-latin; mso-fareast-font-family:"Times New Roman"; mso-fareast-theme-font:minor-fareast; mso-hansi-font-family:Cambria; mso-hansi-theme-font:minor-latin; mso-bidi-font-family:"Times New Roman"; mso-bidi-theme-font:minor-bidi;} --> <!--[endif]--> <!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><em><span style="font-size: 10pt;">A scoprire l’importanza dell’immagine e la forza politica dei mezzi di comunicazione di massa fu per primo Joseph P. Kennedy, il padre del presidente degli Stati Uniti assassinato a Dallas. Una recente biografia</span></em><span style="font-size: 10pt;"> (</span><span style="font-size: 10pt;">Joseph P.  Kennedy presents. His Hollywood years</span><em><em><span style="font-size: 10pt;">, <em>editore Knopf</em></span></em></em><span style="font-size: 10pt;">)</span><em><em><span style="font-size: 10pt;"> </span><em><span style="font-size: 10pt;">ne rivela il carattere visionario e astuto. Un uomo per cui niente contava nella vita se non il proprio tornaconto.</span></em></em></em></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><strong>Prima di Silvio Berlusconi e Rupert Murdoch c’era Joseph Patrick Kennedy.</strong> Ad affermare per primo che «l’immagine è realtà» non è stato, come si potrebbe credere, il patron di Mediaset e dintorni o il mega magnate australiano di News Corporation, bensì proprio quel Joseph, capostipite della dinastia Kennedy, padre di un presidente degli Stati Uniti (John, ucciso a Dallas, Texas), di due senatori (Robert e Edward) e nonno di una mancata senatrice (Caroline, la figlia di John, che ha rinunciato a ereditare il feudo nuovaiorchese che era stato di suo zio Robert e recentemente lasciato libero da Hillary Clinton salita a più alti incarichi governativi). </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-740" title="Joseph Kennedy" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/josephkennedy-432x300.jpg" alt="Joseph Kennedy" width="432" height="300" /><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;">L’interesse di Joseph (“Joe”) Kennedy per la nascente industria cinematografica risale al 1919, al tempo in cui, per conto della banca per cui lavorava, aveva scoperto che quel business poteva trasformarsi, con un’oculata gestione, in una miniera d’oro. La televisione non era stata ancora inventata e la Hollywood dei film muti muoveva i suoi primi incerti passi in un panorama sociale appannaggio di emigrati ebrei tedeschi della diaspora: Carl Laemmle, Louis B. Mayer, Marcus Loew, Adolph Zuckor. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;">Joe Kennedy piantò tutto e si buttò anima e corpo nell’avventura che la maggior parte dei suoi colleghi banchieri guardava dall’alto in basso senza prenderla sul serio: troppa improvvisazione, troppa mancanza di regole. Ma era proprio questo vuoto normativo che affascinava Kennedy. Certo era che prima di allora nessuno era mai sbarcato a Hollywood proveniente nientemeno che da Wall Street. La sorpresa di tutti fu riassunta dall’uscita di Marcus Loew, futuro magnate della MGM: «Un banchiere? E dire che pensavo che questo mestiere fosse roba da pellai».</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><span id="more-737"></span>Questa e altre storie sono raccontate da Cari Beauchamp in un libro uscito settimana scorsa negli Stati Uniti dal titolo “<em>Joseph P. Kennedy presents. His Hollywood years</em>”, editore Knopf. Sugli anni hollywoodiani del patriarca è sempre stato scritto poco, vuoi perché i biografi hanno finito per soffermarsi con più attenzione sulle altre sue attività &#8211; è stato, fra l’altro, il primo presidente della commissione di Borsa, ambasciatore in Gran Bretagna, nonché padre di un presidente &#8211; vuoi perché quasi tutte le notizie che lo riguardano, compresa la storia che avrebbe trafficato in contrabbando di alcolici nel periodo del proibizionismo, erano basate su fonti secondarie, articoli di giornale su cui Joe aveva avuto possibilità di intervenire, censurare, suggerire, inventare. Il suo amore per la segretezza è riassunto in una sua celebre uscita: «Non lasciare mai niente di scritto che un giorno non vorresti vedere ripreso sulla prima pagina del <em>New York Times</em>». Non solo: qualsiasi traccia cartacea Joe Kennedy si fosse lasciato dietro nel corso della vita è stata accuratamente messa sotto chiave e in seguito consegnata alla gestione della John F. Kennedy Library che solo recentemente ha permesso che alcune di queste carte riapparissero dall’oblio. Anche se col contagocce e sotto stretto controllo. Quello che Beauchamp è riuscita a sbirciare rivela il profilo di un uomo d’affari tanto visionario e astuto quanto guardingo &#8211; e perchè no, un po’ gaglioffo &#8211; per cui niente contava nella vita se non il proprio tornaconto personale.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-741" title="Gloria Swanson fu per anni l'amante di Joseph Kennedy" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/427px-gloria_swanson-james_abbe_1921-213x300.jpg" alt="Gloria Swanson fu per anni l'amante di Joseph Kennedy" width="213" height="300" /><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;">Sbarcato a Hollywood, Joe Kennedy acquisterà per 1.1 milioni di dollari lo studio FBO (Film Booking Offices) e comincerà la scalata nel mondo della celluloide senza guardare in faccia nessuno: fosse Fred Thomson, il cow boy che spopolava sugli schermi dell’epoca, a cui rovinò la carriera e distrusse la vita con un contratto capestro, o fosse Gloria Swanson, la diva del muto sposata con il marchese Henri de la Falaise de la Coudraye (il terzo dei suoi sei mariti), per anni sua amante che Joe, di punto in bianco, piantò lasciandola con debiti (fatti da lui, ma imputati alla società dell’attrice) per quasi un milione di dollari. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><img class="aligncenter size-full wp-image-738" title="FBO" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/fbologo27.jpg" alt="FBO" width="100" height="104" /><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;">Kennedy, dopo aver fatto il bello e il cattivo tempo, dopo essere arrivato a gestire contemporaneamente tre studi e una catena di sale cinematografiche &#8211; caso unico nella storia di Hollywood &#8211; aveva fiutato l’aria che cambiava: si era alla vigilia dela Grande Depressione e del crollo di Borsa del 1929. Se ne era così tornato sulla costa dell’est dopo essersi disfatto, con grande acume e preveggenza, delle partecipazioni azionarie nello neo-nato studio RKO (quello che produrrà capolavori come King Kong e Citizen Kane), creato nell’ottobre del 1928, da una fusione della sua FBO con altre due società. Incassati 5 milioni di dollari, era ormai tempo di occuparsi di altro. Come acquistare il Chicago’s Merchandise Mart, il più grande edificio di uffici al mondo il cui attuale presidente è un suo nipote, Christopher Kennedy. Come diventare, nel 1937, su incarico del presidente Franklin D. Roosevelt, ambasciatore presso la corte d’Inghilterra finendo però per essere richiamato a causa di una serie di gaffe diplomatiche che gli precluderanno qualsiasi futura velleità politica: si era dichiarato a favore dell’isolazionismo, cercava di promuovere le relazioni con la Germania nazista ed era incorso in una serie di “sfortunate” esternazioni antisemite.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><img class="aligncenter size-full wp-image-739" title="RKO" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/rkologo1cp5.jpg" alt="RKO" width="300" height="227" /><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;">Esiliato dalla luce dei riflettori, ma non dalla gestione occulta del potere, fu lui che gestì nell’ombra, e con successo, la campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti del figlio John. Morirà a 81 anni, nel 1969, paralizzato su una sedia a rotelle, lasciandosi dietro un’eredità valutata in mezzo miliardo di dollari e una scia di segreti non ancora portati alla luce.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><em><em><br />
</em></em></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><em><em> </em></em></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><em><em> </em></em></span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Ciò che resta di tre padri  (per non parlare di una madre)</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Dec 2009 16:17:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Bill Patten jr., oggi agente immobiliare, ex editore e ministro di culto con tanto di master universitario in “divinity”, lo apprende in una piccola sala riunioni del St. Mary’s Hospital, un centro di riabilitazione, sperduto nei boschi del Minnesota, specializzato nell’ospitare pazienti con problemi di alcolismo.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-730" title="My three fathers" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/threefathers-714252-300x300.jpg" alt="My three fathers" width="300" height="300" /><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">No, i problemi non erano suoi, ma della madre, Susan Mary Jay, sposata in prime nozze con William Patten Sr., un diplomatico americano inviato a Parigi subito dopo la guerra, morto nel 1960. Lei, a sua volta figlia di un diplomatico, era nata a Roma, cresciuta in sud America e Europa, diretta discendente di John Jay, uno dei Padri Fondatori della nazione americana, primo giudice della Corte costituzionale (fu nominato direttamente da George Washington), poi governatore di New York &#8211; fu lui a far passare la legge che vietava il commercio degli schiavi nei confini dello Stato. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Una “gran dama di società” (così l’avrebbe definita il <em>Washington Post</em>) con un pedigree di quella portata non poteva che avere una vita socialmente avventurosa nei salotti che contano di mezzo mondo. Senza considerare il fatto che il suo, di salotto, era uno dei più ricercati &#8211; se non “il più ricercato” della capitale &#8211; soprattutto dopo il suo secondo matrimonio, nel 1961, con il giornalista e influente commentatore politico Joseph Alsop, amico intimo di John F. Kennedy, cugino di secondo grado del presidente Roosevelt, nonché membro dell’esclusivissimo ed epicureo Porcellian Club che dal 1791 centellina i suoi membri fra gli alunni più brillanti dell’Università di Harvard e che, come vedremo, avrà molta importanza nella sua vita.<span id="more-727"></span><strong></strong></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong>Tanto per dare un’idea di quanto contava il salotto di Susan Mary Jay</strong> sposata Alsop, basti ricordare che il 20 gennaio 1961, giorno dell’insediamento di John Kennedy alla Casa Bianca &#8211; con cinque diversi gala ufficiali in corso in una Washington imbiancata dalla neve, con Jackie distrutta dalla stanchezza, già andata a letto &#8211; il neo presidente, nonostante la golosa possibilità di restare a ballare in compagnia di Kim Novak e Angie Dickinson, una delle sue fiamme, decise di piantare tutto e tutti per rendere omaggio alla coppia Alsop nella loro casa di Dumbarton Street. Kennedy si presentò, non annunciato, poco dopo l’una di notte solo per fare due chiacchiere fra amici, fumare il sigaro, sorseggiare champagne e minestra di tartaruga fino alle tre del mattino. La notizia fece il giro di Washington con la velocità di un lampo chiarendo quali fossero i rapporti fra casa Alsop e Casa Bianca.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Tutto questo mondo di potere e glamour aveva però solo sfiorato la vita del nostro Bill il quale racconta &#8211; in un libro  uscito negli Stati Uniti (<em>My Three Fathers</em>, i miei tre padri) &#8211; che per lui Susan Mary era solo “la mamma”: guidava una piccola Honda, aveva gusti estremamente frugali, non era mai molto presente. Solo avanti negli anni avrebbe, per esempio, scoperto che le guide turistiche di Washington inserivano nelle loro mappe le passeggiate preferite della mamma, come per James Joyce a Dublino o Virginia Woolf a Londra. Scrive: «Ammetto di essere cresciuto in un mondo privilegiato, ma ho impiegato mezzo secolo per rendermene conto. Tutte le volte che sfoglio l’album di fotografie di famiglia, mi chiedo sempre chi sia quel bambino che mi fissa. Il primo libro scritto da mia madre racconta la nostra vita a Parigi, negli anni Cinquanta. A lungo ho creduto che si trattasse di un romanzo».</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">I “tre padri” di cui Bill parla nel libro sono, nell’ordine, William Patten Sr., con cui condivide il nome, con cui crebbe e visse a Parigi fino alla sua morte, nel 1960, quando Bill aveva dodici anni. È il padre che ricorda con più dolcezza, ma anche quello più sfocato nei ricordi. Il padre numero due era stato Joseph Alsop, compagno di scuola di William, che la madre aveva sposato nel ’61 nonostante sapesse della sua omosessualità che restò un segreto fino alla sua morte avvenuta nell’89. Joseph visse con il costante timore di essere scoperto. Addirittura, nel 1957, inviato a Mosca, fu fotografato mentre si intratteneva nella stanza d’albergo con un altro uomo e il KGB cercò di ricattarlo. Alsop si rivolse subito all’ambasciatore americano, come lui membro del Porcellian Club di Harvard, che immediatamente lo fece uscire dall’Unione Sovietica, informando nel contempo dell’incidente sia la Cia che l’Fbi sgonfiando così il tentativo di ricatto. E nonostante il direttore dell’Fbi, J. Edgar Hoover, un omosessuale represso, si premurasse di far circolare le foto per tutta Washington, la notizia non venne mai a galla. I membri del Porcellian Club sapevano come coprirsi le spalle a vicenda.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Susan Mary accettò il matrimonio perché, in fondo, sarebbe stato di vantaggio ad entrambi: lei, chiusa la parentesi parigina &#8211; messe da parte le serate con i Rothschild, Cecil Beaton, Christian Dior, Jean Cocteau &#8211; sarebbe rientrata nel giro di potere che contava e lui avrebbe messo a tacere per sempre possibili voci sui suoi gusti sessuali. Susan Mary e Joseph divorzieranno, poi, nel 1978 rimanendo però sempre ottimi amici.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-733" title="Joseph Alsop" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/josephalsop-229x300.jpg" alt="Joseph Alsop" width="229" height="300" /><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Joe Alsop era stato per Bill un buon padre. Lo aveva protetto, aiutato, divertito come, se non più di un padre vero. Joe è molto presente nella biografia di Bill, aveva sempre storie fantastiche da raccontare e con lui non ti annoiavi mai. Bill ricorda di quella volta che durante una visita del più pettegolo fra gli scrittori, Truman Capote &#8211; accompagnato da Alice Roosevelt Longworth, figlia del presidente Roosevelt, e da Marina Sulzberger, moglie di Cyrus, editorialista e rampollo della famiglia proprietaria del <em>New York Times</em> &#8211; venne fuori la storia, che fece ridere tutti fino alle lacrime, cioè, di quando il presidente Kennedy convinse l’amica<span> </span>Marella Agnelli, moglie di Gianni, a nuotare nuda con lui nella piscina della Casa Bianca. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Il padre numero tre, il padre biologico di Bill, era un diplomatico inglese, Alfred “Duff” Cooper, primo visconte di Norwich, sposato all’affascinante Lady Diana Olivia Winifred Maud Manners, quinta e più giovane figlia dell’ottavo duca di Rutland, famosa per i suoi occhi blu, candidata a diventare regina d’Inghilterra se solo avesse accettato di sposare il principe di Galles (che diventato re Edoardo VIII avrebbe, poi, abdicato per poter sposare l’avventuriera divorziata americana Wally Simpson). Diana, che scrittori come D.H. Lawrence e Evelyn Waugh avevano immortalata in molte loro opere, trovava però che il principe fosse di “una noia mortale”. E lei voleva divertirsi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><img class="aligncenter size-full wp-image-734" title="Duff Cooper" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/duff-cooper.jpg" alt="duff-cooper" width="157" height="200" /><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Duff Cooper era quello che gli inglesi chiamano un <em>Ladies’ man</em>, uno a cui non ne scappava una – purché respirasse, purché non si creassero legami. La sua carriera diplomatico-politica fu folgorante. Ricoprì, fra l’altro, la prestigiosa carica di Primo Lord dell’Ammiragliato (corrispondente a un Ministro della Marina, poltrona che fu anche di Winston Churchill), da cui si dimise per i forti contrasti con l’allora primo ministro conservatore Neville Chamberlain. Non condivideva il suo ottimismo di poter fermare l’espansionismo della Germania nazista con una semplice firma in calce al patto di Monaco del ’38. Patto che metteva a nudo la debolezza delle democrazie occidentali e che avrebbe convinto Hitler a scatenare la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1944 Duff fu nominato ambasciatore a Parigi e fu lì che la sua vita si incrociò con quella di Susan Mary e del marito: entrambi diplomatici si conoscevano, viaggiavano insieme e si stimavano moltissimo. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Bill Patten jr. di tutto questo era, come dicevamo all’inizio, completamente all’oscuro anche perché caratterialmente lui confessa di essere uno a cui la vita nella gabbia dorata del jet set internazionale era sempre stata stretta e di preferire la borghesissima vita di agente immobiliare al glamour della nobiltà o del potere politico. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Gli eventi “precipitano” quando la dipendenza dall’alcol di Susan Mary raggiunge un livello tale che si rende necessario il suo ricovero in un centro di riabilitazione specializzato. Il programma prevede, fra l’altro, che il paziente si liberi non solo del problema clinico, ma anche dei segreti che si annidano nel proprio passato confessandoli pubblicamente. Fu così che la terapista che aveva in cura Susan Mary, organizzò un incontro con il figlio Bill jr.</span></p>
<p class="MsoBodyText"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Ricorda lui: «Era una stanza piccola, poco più di un ripostiglio, non aveva finestre. Senza nessun motivo particolare mia madre cominciò a rivangare la storia della morte di Duff Cooper avvenuta nel 1954. Poi il racconto scivolò su sua moglie, Lady Diana, una donna che mia madre ammirava smisuratamente. Francamente non capivo dove tutto questo avrebbe portato. Pensai che probabilmente volesse fare un paragone fra i leggendari problemi di alcolismo di Duff e i suoi. Fin quando la terapista le diede un colpetto col gomito come per ricordarle qualcosa. Mia madre lanciò gli occhi al cielo, si mise una mano sulla fronte e disse: “Oh, sì, giusto, volevo dirti che Duff è tuo padre”. In quell’istante rivissi il giorno in cui mia madre venne a prendermi a scuola per dirmi che mio padre &#8211; l’uomo che avevo sempre creduto fosse mio padre &#8211; era morto. In quel momento fu come se fosse morto di nuovo. Certo era sempre meglio sapere che il proprio padre era stato il Primo Lord dell’Ammiragliato piuttosto che un lattaio, ma la cosa non mi fece stare meglio. Scoppiai a piangere e senza una parola lasciai la stanza».</span></p>
<p class="MsoBodyText"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Le sorprese non erano comunque finite lì. Più tardi, nell’autunno 2007 &#8211; la madre era morta, nell’estate del 2004, a 86 anni, senza essere mai guarita dai suoi problemi di alcolismo &#8211; Bill Patten ricevette un pacchetto dall’Inghilterra spedito da tale Lord Swynnerton, esecutore testamentario di sir Gladwyn Jebb, un personaggio che Bill ricordava vagamente dai tempi dell’infanzia, anche lui ambasciatore a Parigi. Sir Gladwyn aveva chiesto che alla sua morte il pacchetto fosse recapitato sigillato a Susan Mary o ai suoi eredi. Il plico conteneva lettere d’amore inviategli da Susan Mary poco prima che il marito morisse. In una di queste la madre raccontava di aver pranzato con Cynthia, la moglie di sir Gladwyn, e di essere molto contenta nell’aver notato che lei non le portava alcun rancore. Evidentemente la gelosia non è un sentimento che cova negli animi dei rappresentanti dell’aristocrazia e del jet set.</span></p>
<p class="MsoBodyText"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">È anche grazie a questa enorme massa di corrispondenza che Bill è riuscito a ricostruire, nei minimi dettagli, questi intrecci familiari che finivano sempre col fiancheggiare la Grande Storia. Dice: «A dire la verità mi sento più un rigattiere che uno scrittore. Ho passato al setaccio il sottoscala, stipato di carte, di scatole e scatole di lettere, spedite e ricevute, dei miei nonni, dei miei molti genitori. Tutta una parte erano lettere che mia mamma mi mandava relgiosamente sin da quando ero alle elementari. È una documentazione incredibile di un mondo che non esiste più». Da cui si viene anche a sapere che pochi giorni prima che il presidente Kennedy partisse per Dallas disse a Susan Mary di non essere per nulla contento che Jackie lo accompagnasse perché era troppo debole: aveva appena perso un bambino, ma lei insistè testardamente. Allora il presidente chiese a Jackie di mostrarle l’abito rosa di Schiaparelli comprato per l’occasione e che – ironia – di lì a poco sarebbe finito sulle prime pagine di tutti i giornali e telegiornali del mondo macchiato dal suo sangue. Un vestito magnifico e una cena molto familiare, ricordava Susan Mary. Poi i saluti. Poi la tragedia. Nei giorni che seguirono Susan Mary fu molto vicina a Jackie, l’aiutò a rispondere ai biglietti di condoglianze che le giungevano da tutto il mondo. L’epitaffio di un’era sarà di Joseph Alsop, che dieci anni più tardi, in un’intervista a <em>Time</em>, disse: «L’asssassinio di Kennedy fu l’inizio della fine per tutti noi».</span></p>
<p class="MsoBodyText"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Voglio fare l&#8217;americano</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2009 16:28:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Questo voleva essere un libro sul modo di essere “americani” in Italia. La colonna sonora di questo progetto – se mai un libro possa averne una – doveva essere (è) Tu vuo’ fa’ l’americano di Renato Carosone (vedi link You Tube). Era persino già pronta una prefazione d’eccellenza, scritta, all’epoca, sulla base di questo materiale, [...]]]></description>
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<p><strong>Questo voleva essere un libro sul modo di essere “americani” in Italia.</strong> La colonna sonora di questo progetto – se mai un libro possa averne una – doveva essere (è) <em>Tu vuo’ fa’ l’americano</em> di Renato Carosone (vedi link <a title="Tu vuo' fa' l'americano" href="http://www.youtube.com/watch?v=BqlJwMFtMCs" target="_blank">You Tube</a>). Era persino già pronta una prefazione d’eccellenza, scritta, all’epoca, sulla base di questo materiale, da Omar Calabrese – semiologo di fama, docente all’Universtà di Siena. Il fatto è che, giunto a un certo punto delle ricerche e di una prima stesura, l’americano sono andato a farlo veramente. Nel senso che il giornale (<em>Max</em>) per cui lavoravo all’epoca (era la seconda metà degli anni Ottanta) mi inviò come corrispondente dagli Stati Uniti con sede a Los Angeles, California. Lì rimasi per quasi dieci anni. E il progetto del libro rimase in un cassetto. <em>Fino ad oggi, maggio del 2009</em>. O meglio rimase su floppy disk da 5 pollici e 1/4. Già, perché i primi capitoli erano stati scritti su uno storico Olivetti M24 (il primo computer della casa d’Ivrea compatibile con il sistema MS-DOS. Aveva un hard-disk da “ben” 20 Mb, un processore Intel 8086 a 8 Mhz e 16 bit e costava l’iperbolica cifra di sei milioni di lire). Col tempo i floppy da 5 pollici e 1/4 divennero i più piccoli floppy da 3 e 1/2, poi divennero Zip (Iomega), poi i file finirono nella memoria fissa del primo Power Mac (8100) e via via sono giunti nella memoria del mio attuale Mac. Il fatto è che, all’epoca, i testi erano stati elaborati con un rudimentale programma di scrittura, il <em>WordStar 3.0</em> che allora era lo standard internazionale riconosciuto. Col tempo riuscire a leggere i file è stato sempre più difficile perché i nuovi programmi erano sempre meno compatibili con quelle prime avanguardie digitali. Fin quando, con santa pazienza, ho deciso di “restaurarli” e pubblicare in rete i cinque capitoli, a futura memoria.</p>
<div style="width: 420px; text-align: left;"><a href="http://issuu.com/claudiocastellacci/docs/america?mode=embed&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Flight%2Flayout.xml" target="_blank">Open publication</a> &#8211; Free <a href="http://issuu.com" target="_blank">publishing</a> &#8211; <a href="http://issuu.com/search?q=trends" target="_blank">More trends</a></div>
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		<title>Architettura e cinema</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Apr 2009 18:55:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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La California si sogna. La California si vive. La prima grazie all’industria dell’illusione per eccellenza: il cinema; la seconda attraverso un’arte solida e concreta: l’architettura.
Hollywood fu inventata da una manciata di europei che si trasferirono in California agli inizi del secolo scorso: si chiamavano Zukor, Goldwyn, Lang, Lubitsch, Stroheim, così come europei erano anche gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-593" title="Courtesy Julius Shulman, Case Study House no. 22, architect Pierre Koenig, 1960" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/04/juliusshulman-192x300.jpg" alt="Courtesy Julius Shulman, Case Study House no. 22, architect Pierre Koenig, 1960" width="192" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La California si sogna. La California si vive. </strong>La prima grazie all’industria dell’illusione per eccellenza: il cinema; la seconda attraverso un’arte solida e concreta: l’architettura.<br />
Hollywood fu inventata da una manciata di europei che si trasferirono in California agli inizi del secolo scorso: si chiamavano Zukor, Goldwyn, Lang, Lubitsch, Stroheim, così come europei erano anche gli architetti che intorno alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale, si trasferirono sulle sponde del Pacifico e che con le loro opere finiranno col definire il concetto di “stile di vita californiano” come lo conosciamo noi oggi. L’architettura modernista capitanata da Walter Gropius, il fondatore del Bauhaus, la scuola che più segnerà la cultura occidentale della prima metà del secolo scorso troverà infatti un fertile terreno di diffusione in California, il laboratorio ideale dove poter tentare esperimenti sociali, economici, artistici che spesso, da nessuna altra parte al mondo, potrebbero avere una possibilità di sopravvivenza, tanto meno di sviluppo. <span id="more-599"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La contaminazione incrociata di cinema e architettura </strong>colpisce ancora producendo due interessanti libri: “Architecture and Film”, a cura di Mark Lamster (Princeton Press, 256 pagg. $ 24.95) che esamina l’effetto che l’industria cinematografica ha avuto sulla percezione dello spettatore degli spazi urbani e rurali d’America e  “Modernism Rediscovered” a cura di Pierluigi Serraino e Julius Shulman (Taschen, 575 pagg, $ 39.99), un viaggio attraverso opere spesso dimenticate di architetti più o meno famosi, più o meno di grido, che hanno comunque segnato un epoca irripetibile sia nella storia dell’architettura che in quella del costume. Il libro si avvale delle immagini tratte dall’archivio personale, messo insieme in 64 anni di lavoro, da Julius Shulman, ultranovantenne &#8211; anche lui di origini europee, figlio di emigrati russi &#8211; il cui nome è indissolubilmente legato alla storia della fotografia dell’architettura californiana. Per chi fosse comunque interessato ad avere un panorama completo delle opere dei capostipiti del modernismo stesso consigliamo di aggiungere alla lista della spesa un libro, sempre di Shulman, uscito anni fa da Rizzoli International, dal titolo “A Constructed View” dove si possono rivisitare le opere storiche di Koenig, Schindler, Soriano, Ellwood e degli altri grandi.<br />
Il libro di Serraino e Shulman copre cinque decadi, dagli anni Trenta ai Settanta, e illustra circa 300 progetti il cui centro emotivo e culturale è saldamente ancorato nella California del Sud, soprattutto a Los Angeles. Purtroppo molte delle abitazioni che si possono ammirare in questo prezioso volume sono andate perdute per sempre perché costruite prima che si sviluppasse nel pubblico una sensibilità culturale di conservazione e le esigenze del mercato finissero per vincere sulla nostalgia, sentimento non quotato e non ammesso alla borsa immobiliare. Un esempio per tutti l’abitazione che l’architetto Paul László aveva costruito per sé a Beverly Hills (1955), fornita persino di una monorotaia per trasportare la spesa del supermercato dalla rampa di accesso del garage fino in cucina.<br />
Sono comunque i progetti sopravvissuti, ancora rintracciabili, quelli più entusiasmanti per il lettore, come il complesso “Mutual Housing” di Brentwood degli architetti Quincy Jones, Whitney Smith e Edgardo Contini (1950) che riassume in sé tutti gli elementi dello stile di vita dell’America post bellica: terra costellata di gin tonic sorseggiati sul bordo della piscina da mariti che avevano le sembianze di Rock Hudson, da mogli modellate sullo stampino di Doris Day, da figli rispettosi, cani educati, station wagon supermolleggiate dalle code a punta. Uno stile di vita esportato in tutto il mondo proprio attraverso il cinema che sviluppa una sua architettura costruendo ciò di cui abbisogna sui propri set e la cui finzione a volte finisce con l’influenzare i progetti veri. L’appartamento da scapolo di Rock Hudson in “Pillow Talk” è copiato da un modello pre-esistente o è il set cinematografico a influenzare gli architetti che disegneranno appartamenti in quello stile con gadget acchiappa-ragazze incorporati?<br />
Il libro di Serraino e Shulman che apparentemente ha l’aspetto di un saggio di architettura, finisce con il trasformarsi in una guida alternativa ai segreti meglio conservati dalla California. A partire dalla casa che Quincy Jones &#8211; l’architetto non il cantante &#8211; si costruì per sé sulle colline di Hollywood (1946), al Tennis club di Palm Springs, sempre di Jones (1947) per arrivare al più recente Desert Museum di Palm Springs disegnato da William Clarks (1976).<br />
Ma che effetto fa il modernismo ad un architetto italiano cresciuto a pane e Rinascimento, a uno che per lavoro deve fare giornalmente i conti con i leggendari coniugi Eames o magari con l’ineffabile Koenig, oppure con il rigoroso Schindler? Pierluigi Bonvicini che costruisce, progetta, inventa da uno studio a due passi dalle spiagge del Pacifico aveva lasciato la Toscana dopo la laurea e dopo aver scritto un saggio – una delle rare pubblicazioni che fino a qualche anno fa circolassero su John Lautner, l’architetto, guarda caso, più amato dai cineasti di Hollywood perché le sue case “sono” Hollywood: i suoi progetti incarnano lo spirito di spettacolarità, di simbolo di peccato che si addice alle avventure di spie, agenti segreti, assassini e maliarde<br />
«Sfogliare questo libro, per me, è come sfogliare l’album di famiglia, sia per i miei rapporti personali con Julius Shulman che con molti degli architetti che vi si incontrano. Pur non avendo io aderito alla corrente del Modernismo, ne ho subito l’inevitabile fascino culturale, come ho subito l’influenza dello spirito e della cultura americana degli anni Cinquanta e Sessanta che sono stati formativi per il mio interesse verso l’America e la California in particolare. Devo dire che Serraino e Shulman riportano alla luce perle dimenticate e talvolta addirittura sconosciute del Modernismo con un linguaggio visivo singolarmente omogeneo. Il comun denominatore non è infatti solamente lo stile architettonico proposto, ma il punto di vista del fotografo che instaura, ogni volta, un rapporto quasi magico con l’architettura».<br />
Nostalgia di quei tempi? «No. Direi grande affetto. Quello che è certo è che così tanto è accaduto in così tanto poco tempo. Queste immagini che oggi rappresentano il passato allora erano il futuro. Il Modernismo in architettura è stato un elemento catalizzatore con cui si manifestavano le tendenze culturali e spirituali di un popolo emerso dagli eventi della seconda guerra mondiale con un rafforzato spirito pioneristico e idealista insieme».<br />
Quali sono gli elementi tecnici che caratterizzano questa corrente. «Le scelte tecnologiche e compositive degli architetti del Modernismo hanno le loro radici proprio in questi concetti di progresso e democrazia. L’uso innovativo di materiali come l’acciaio, il legno, il vetro, il cemento, sempre usati sottotono, oggi diremmo in modo minimalista e proiettati fiduciosamente come gesti allusivi verso nuovi orizzonti da definire, risponde alla convinzione di un progresso coadiuvato da tecnologie benefiche e liberatrici. L’eccezione che conferma la regola è la casa costruita da Richard Spencer a Malibu nel 1955 che, eludendo gli astrattismi della corrente, sembra quasi materializzarsi in una sorta di metaforico gabbiano appollaiato sulle sponde del Pacifico, pronto a spiccare il volo. Ma non è solo tecnica. L’organizzazione distributiva degli spazi, senza gerarchie, in un gioco continuo di pieni e vuoti danno origine a volumi architettonici ricchi di energia vitale. Ci pensi un attimo: non le sembra di essere calato all’interno di una struttura di quelle disegnate sulla tela da Piet Mondrian o da Paul Klee? E’ un leit-motiv che si ritrova nelle opere residenziali del modernismo di Neutra, di Charles e Ray Eames, di Soriano, di Quincy Jones».<br />
Lei come concilia la sua formazione classica con quest’esperienza<br />
«Ammetto di aver guardato al Modernismo con distaccata curiosità. La cultura italiana del dopoguerra a cui mi sono formato era ben diversa da quella americana della stessa epoca. C’erano anche lì idealismo e valori, ma alle spalle c’era tanta più sofferenza. A un europeo  questa realtà, pur essendo nata da radici comuni, sembra distante. Ma probabilmente è un effetto ciclico. I colleghi italiani dicono che i miei progetti americani sono distanti. Che ne so: sarà l’aria del Pacifico».</p>
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		<title>JFK: il caso è (davvero) chiuso?</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Mar 2009 15:14:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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E se Lee Harvey Oswald fosse veramente l’attentatore solitario di John Fitzgerald Kennedy, il 35esimo presidente degli Stati Uniti assassinato a Dallas, Texas, il 22 novembre 1963? E se quarantotto ore dopo Jack Ruby avesse veramente ucciso Oswald in un momento di follia vendicativa? Insomma, e se avesse ragione il tanto deprecato rapporto Warren e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="530" height="420" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/TpicOfFajNE&amp;hl=en&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="530" height="420" src="http://www.youtube.com/v/TpicOfFajNE&amp;hl=en&amp;fs=1" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>E se Lee Harvey Oswald fosse veramente l’attentatore solitario di John Fitzgerald Kennedy,</strong> il 35esimo presidente degli Stati Uniti assassinato a Dallas, Texas, il 22 novembre 1963? E se quarantotto ore dopo Jack Ruby avesse veramente ucciso Oswald in un momento di follia vendicativa? Insomma, e se avesse ragione il tanto deprecato rapporto Warren e dietro gli angoli bui del mistero del secolo non ci fosse alcun complotto?<br />
Questa la tesi “rivoluzionaria” sostenuta da Gerald Posner, ex avvocato passato al giornalismo investigativo, in “<em>Case Closed</em>”, Il caso è chiuso, un volume di 608 pagine edito da Random House.<span id="more-423"></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><img class="aligncenter size-medium wp-image-427" title="John e Jacqueline Kennedy arrivano a Dallas, Texas, il 22 novembre 1963" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/kennedys_arrive_at_dallas_11-22-63-301x300.jpg" alt="John e Jacqueline Kennedy arrivano a Dallas, Texas, il 22 novembre 1963" width="301" height="300" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Da quel novembre del ‘63</strong>, nei soli Stati Uniti, sono usciti qualche migliaio di libri che dibattono l’argomento: la stragande maggioranza deride le conclusioni a cui era arrivata la commissione d’inchiesta governativa guidata dall’allora capo della Corte Suprema, Earl Warren e sposa la tesi del complotto dietro al quale ci sarebbe ora la CIA, ora l’FBI, poi la mafia, poi i cubani anticastristi. A volte Oswald fa parte della congiura, a volte è una vittima innocente, o è un eroe che ha invano tentato di salvare il presidente. Raramente è l’assassinio solitario.<br />
Certo è che i retroscena biografici dei personaggi chiave coinvolti nella vicenda non aiutano a fare chiarezza: Lee Harvey Oswald era un ex marine filo comunista che, a 19 anni, nel bel mezzo della guerra fredda, cerca asilo politico in Unione Sovietica e dopo aver assaggiato le delizie del socialismo reale strepita fin quando non lo fanno ritornare negli Stati Uniti; Jack Ruby era un  proprietario di night con sotterranee connessioni mafiose, omosessuale, patriota dichiarato, ebreo non praticante, ma apparentemente ossessionato dall’idea che forze oscure volessero gettare la colpa dell’assassinio sulla comunità ebraica di Dallas.<br />
Buffo, come dopo tutto questo tempo, nonostante giornali, televisione, libri abbiano tenuta calda l’attenzione del pubblico, certi dettagli fondamentali dell’inchiesta si siano persi per strada. Un po’ per pigrizia, un po’ per assecondare questo o quel complotto. Ed è per sgombrare il campo da tutte le forzature, le inesattezze, le partigianerie, che Gerald Posner si è posto un compito ingrato: ripercorrere, passo passo, l’inchiesta ufficiale alla luce di nuove verifiche, nuove testimonianze: straordinaria quella rilasciata da Yuri Nosenko, l’ex alto funzionario del KGB passato all’occidente nel gennaio del 1964 che, a suo tempo, aveva, seguito la pratica per la richiesta di Oswald di asilo politico a Mosca. A parte rarissime eccezioni, nessuno prima di Posner era mai riuscito a parlare con Nosenko e soprattutto a raccogliere tutte quelle informazioni. E il risultato è un manuale del perfetto investigatore, scritto in tono secco, senza la sbavatura di un aggettivo di troppo, dove anche le note a piè di pagina sono fonte di interesse. Un grande omaggio alla memoria di John Kennedy. In pratica, quello che il rapporto Warren avrebbe dovuto essere e non è stato.<br />
<strong>Allora, il caso è veramente chiuso? </strong><br />
«No, al di là del titolo ambizioso non ho l’arroganza di possedere la verità. Ho solo voluto fare chiarezza sui fatti, ripulirli dalla stratificazione del tempo e delle inesattezze».<br />
<strong>Come è nata l’idea di “<em>Case Closed</em>”? </strong> «Sono sempre stato un lettore accanito di libri che sposavano la teoria del complotto e ad un certo punto mi sono accorto che troppo spesso uno contraddiva l’altro, non su tesi generiche, ma su fatti specifici. Così ho pensato di mettere da parte i cosiddetti documenti storici e di ripartire con l’indagine da zero. Il risultato è un libro basato su informazioni primarie e non su degli “hanno detto” e “hanno scritto”. Non pretende, ripeto, di avere la verità assoluta, ma è da raccomandarsi prima di intraprendere qualsiasi altra lettura sul caso Kennedy. Il lettore avrà a disposizione uno strumento per giudicare l’attendibilità o meno di certe prove che si pretendono di spacciare per storiche».<br />
<strong>Lei prende seriamente in esame l’ipotesi di un coinvolgimento della mafia nell’assassinio, mentre non sembra dare molto peso alle teorie del complotto governativo. </strong><br />
«Non ho mai pensato che il governo fosse coinvolto. È gente troppo inefficiente. Se mai qualcuno fosse riuscito ad organizzare un complotto del genere non sarebbe riuscito a tenerlo segreto per 30 giorni, si figuri per 30 anni. L’unica eventuale pista seria mi sembrava quella della mafia, a causa dei legami con Jack Ruby».<br />
<strong>In pratica lei dice che c’è stato un insabbiamento e un tentativo di inquinamento delle prove ma solo in relazione all’inettitudine di FBI e CIA? </strong><br />
«Assolutamente. L’FBI ha incasinato l’inchiesta. Hanno distrutto un appunto di Oswald per cercare di minimizzare  i contatti che avevano avuto con lui. La CIA se la faceva sotto all’idea che la commissione Warren scoprisse e rendesse pubblica l’alleanza stopulata con la mafia con l’obiettivo di uccidere Fidel Castro. Viene da ridere pensando che una delle più popolari teorie vedrebbe la CIA e la mafia complottare contro Kennedy. Ma se lo immagina: da tre anni e mezzo cercavano di far fuori Castro e non ne azzeccavano una. Vorrei stendere un velo pietoso sul tentativo di rifilargli sigari esplosivi. Sembravano la Banda Bassotti. E si vorrebbe far credere che, all’improvviso, con precisione inaudita, uccidono il presidente degli Stati Uniti e insabbiano le prove in modo tale che per 30 anni sono riusciti a sfuggire a cani mastini di investigatori».<br />
<strong>Lei descrive Oswald come uno molto attento ai dettagli. L’attentato di Dallas sembra invece un episodio estemporaneo. Come lo spiega? </strong><br />
«Kennedy è un bersaglio assolutamente casuale. Se Oswald fosse stato a Mosca, probabilmente il bersaglio sarebbe stato Nikita Kruscev. Questa per lui era un’occasione per azzoppare il sistema, per dare uno schiaffo a uno di questi due paesi &#8211; gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica &#8211; che ormai odiava e disprezzava perché avevano deluso le sue aspettative. Il caso vuole che Kennedy gli attraversi la strada. Certo non è una missione suicida. Se ci fosse stata un minimo di sicurezza nel palazzo, se i suoi colleghi avessero fatto, come al solito, colazione sparpagliati nei diversi piani del deposito di libri, Oswald avrebbe ripreso il fucile e se ne sarebbe ritornato a casa. L’attentato è talmente improvvisato che Oswald arriva sul posto con solo 4 colpi nel caricatore invece dei sei che poteva contenere. Più abborracciato di così. E poi, guardi, il 26 settembre quando Kennedy decide di visitare Dallas, Oswald è in viaggio verso Città del Messico dove cerca disperatamente di ottenere dall’ambasciata cubana un visto per l’isola. Se i cubani  lo avessero accontentato, la strada di Oswald non avrebbe mai incrociato quella di Kennedy. E quando torna a Dallas, in ottobre, non c’è ombra di contatti con nessuno. Oswald non incontra nessuno, non telefona a nessuno, non parla con nessuno se non con la moglie. In 30 anni di indagini non è mai emerso niente. E se non ci sono contatti non c’è complotto».<br />
<strong>Sapremo mai la verità? </strong><br />
«Dopo 30 anni di pasticci chi crede più al governo. Se domani rendessero pubblici, senza censura alcuna, tutti i documenti dell’inchiesta e non si trovasse traccia di complotto, ci sarebbe sempre qualcuno che direbbe: hanno distrutto le prove».<br />
<strong>In tutta questa storia la famiglia Kennedy è sempre rimasta nell’ombra, in silenzio. Perché? </strong><br />
«I Kennedy sono la più potente &#8211; direi l’unica vera dinastia politica in America. Hanno il paese e la stampa dalla loro parte. Il silenzio, secondo me, indica che anche loro non credono ci sia molto di più di Lee Harvey Oswald dietro la morte del presidente. In caso contrario ci sarebbero stati i fuochi d’artificio e le assicuro delle teste sarebbero cadute».</p>
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		<title>Il dentista e la bomba pipistrello</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Mar 2009 15:33:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Orinare nel parcheggio della base aerea di March Field, nella contea di Riverside, California, non era stata una grande idea. Erano anni nervosi quelli. Qualche mese prima, il 7 dicembre 1941, i giapponesi, fregandosene dei minuetti della diplomazia, avevano lanciato un attacco preventivo contro gli Stati Uniti appiedandone la flotta del Pacifico a Pearl Harbour: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong></strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-264 aligncenter" title="La bomba pipistrello" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/bat-bomb1.jpg" alt="La bomba pipistrello" width="144" height="219" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Orinare nel parcheggio della base aerea di March Field, nella contea di Riverside, California, non era stata una grande idea.</strong> Erano anni nervosi quelli. Qualche mese prima, il 7 dicembre 1941, i giapponesi, fregandosene dei minuetti della diplomazia, avevano lanciato un attacco preventivo contro gli Stati Uniti appiedandone la flotta del Pacifico a Pearl Harbour: l’episodio  aveva scosso i nervi di una nazione e anche quelli della sentinella che aveva puntato il fucile contro il sergente Jack Couffer, reo di aver fatto i suoi bisogni all’aperto, centrando la ruota di una Buick. All’ufficiale di picchetto che era stato chiamato sul luogo del misfatto, Couffer porse una lettera stampigliata “Confidenziale” in cui lo si identificava impegnato in un’operazione segretissima, alle dirette dipendenze del generale Hap Arnold, comandante dell’aviazione militare degli Stati Uniti. Il Dipartimento della Guerra non avrebbe tollerato che venissero sollevate obiezioni sul modo di vestire, di viaggiare, di agire del sergente, così come qualsiasi tipo di discussione con personale non autorizzato. Davanti a un’intimazione del genere l’unica commento dell’ufficiale fu: “Veda se la prossima volta riesce a tenerla fino a una latrina”.<span id="more-265"></span><strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il progetto segretissimo a cui era stato assegnato Couffer era quello della “bomba al pipistrello” </strong>di cui, a cinquant’anni di distanza, l’ex sergente dà un ampio resoconto nel volume “Bat-Bomb”, (pubblicato dalle edizioni dell’Università del Texas, pagine 254).<br />
L’ispirazione  di rispondere a Pearl Harbour a suon di pipistrelli, milioni di pipistrelli &#8211; ognuno dei quali avrebbe portato sulle spalle una minuscola bomba incendiaria &#8211; era venuta a un dentista, il dottor Lytle S. Adams, inventore a tempo perso.<br />
L’operazione era stata studiata in ogni possibile dettaglio: peso, capacità di trasporto di ogni pipistrello, numero di uccelli che avrebbero potuto prendere posto in un bombardiere &#8211; duecentomila; numero ottimale per una missione di guerra &#8211; due milioni &#8211; pari a dieci aerei; orario della missione: mattino presto, un’ora prima dell’alba; periodo: inverno che corrisponde al letargo. Il fatto che qualche milione di animali sarebbe stato incenerito non sfiorò la mente di Adams, anzi, nella presentazione al progetto faceva notare come il pipistrello fosse la più vile forma di vita esistente sulla faccia della Terra e che, nella storia, era sempre stato associato al mondo delle tenebre e del male. “Fino ad oggi la ragione della sua creazione rimane sconosciuta”, scriveva. Probabilmente, continuava il dentista, i pipistrelli furono messi nelle caverne da Dio in attesa del momento in cui avrebbero avuto un ruolo nella libertà dell’uomo.<br />
L’obiettivo era quello di fiaccare con il fuoco lo spirito e la capacità di produzione bellica del Giappone. Prendi, per esempio, il distretto industriale di Osaka, intorno alla baia, dove erano concentrate metà delle industrie pesanti del Giappone e intorno a cui la gente viveva in quelle tipiche casette di legno e carta ideali per incenerirsi all’istante: la città, attaccata da milioni di pipistrelli, si sarebbe trasformata in un inferno. I sette milioni di abitanti sarebbero sopravvissuti, ma non le loro case e le loro industrie.<br />
Il progetto era passato dalle mani di Adams, direttamente a quelle Eleanor Roosevelt che se ne e fatta portavoce e paladino nei confronti del marito, il presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano. Questi, non sapendo bene cosa fare, aveva rifilato il tutto  al colonnello William Donovan &#8211; il futuro creatore dell’OSS (Office of Stategic Services), l’antenato diretto della CIA &#8211; con una nota di due righe in cui metteva le mani avanti: “Quest’uomo non è pazzo. L’idea sembra demenziale, ma potrebbe valer la pena prenderla in esame”, firmato: FDR.<br />
All’epoca in cui questi fatti si svolgono Jack Couffer era appena diciassettenne, studiava al liceo di Glendale e, il pomeriggio lavorava come assistente del professor Jack von Bloeker, curatore del laboratorio di mammiferi presso il museo della contea di Los Angeles, un’autorità nel campo dei pipistrelli. L’attacco di Pearl Harbour cambiò le loro vite come quelle di milioni di americani. Arruolati, addestrati, furono distaccati al progetto “Raggio X” &#8211; così era stata battezzata in codice l’operazione &#8211; che, nel frattempo, aveva ricevuto la non troppo convinta benedizione del Ministero della Guerra. A rinforzare l’equipe arrivò Louis Fieser, chimico di fama dell’università di Harvard, un pioniere nello sviluppo delle bombe al napalm, un tale Patricio Batista ex autista di Al Capone e Tim Holt, attore con brevetto di volo addetto ai test con i bombardieri. La loro mascotte era una tigre reale del Bengala.<br />
Il problema principale per Adams e la sua armata Brancaleone erano i finanziamenti. Infatti se da una parte il governo non voleva lasciare niente di intentato nello sforzo bellico contro il Giappone, dall’altra non voleva neanche buttare soldi per niente. Già stava finanziando &#8211; contro il parere di molti generali &#8211; un altro gruppo di matti che voleva fare delle bombe usando degli atomi. E poi c’era quel deputato texano che suggeriva di mobilitare la Guardia Nazionale per catturare tutti i conigli selvatici del Texas e spedirli sui campi di battaglia in Europa ottenendo un duplice scopo: primo, ripulire il Texas dal flagello dei conigli, secondo, visto che gli animali sono èpesanti abbastanza, potevano essere usati per neutralizzare i campi minati. Il risultato di tutto questo era che Adams stava finanziando la salvezza degli Stati Uniti di tasca sua.<br />
Un po’ come era successo a Howard Hughes – imprenditore visionario, pilota detentore di numerosi record fra cui quello del giro del mondo, produttore cinematografico e tante altre cose &#8211; che per salvare la patria rispose all’appello di Henry J. Kaiser, il costruttore delle “Liberty Ship”, le navi da trasporto che i suoi cantieri di Richmond, California, erano arrivati a varare in 4 giorni e 15 ore l’una. Il problema era però che i sottomarini tedeschi le affondavano a un ritmo superiore a quello con cui Kaiser riusciva a metterle in mare. La necessità di trasportare sul continente europeo armamenti pesanti era pressante per cui Keiser se ne venne fuori con l’idea delle navi volanti: “al di là della stessa immaginazione di Giulio Verne”. Howard Hughes si offrì di progettarle, Keiser di costruirle. L’accordo fu stipulato con una stretta di mano nella camera di un Hughes febbricitante al Fairmont Hotel di San Francisco il 22 agosto 1942.<br />
Per motivi strategici, l’idrovolante &#8211; battezzato “Spruce Goose”, l’anatra elegante &#8211; doveva essere costruito in legno. Difficoltà tecniche e intoppi burocratici ne rallentarono la progettazione tanto che, nell’ottobre del 1945, al momento della capitolazione di Germania e Giappone, i pezzi erano ancora da saldare insieme. L’aereo sarà montato solo nell’estate del ‘46: 100 metri di apertura alare, 26 metri di altezza, 8 motori a elica. Il 2 novembre 1947, ai comandi dello stesso Hughes, volerà &#8211; la prima e unica volta &#8211; alzandosi di soli pochi metri dal pelo dell’acqua nel porto di Long Beach, California. L’aereo tornerà a far parlare di sé nel 1976, alla morte di Hughes: diventerà un’attrazione turistica gestita dalla Walt Disney, fino a un paio di mesi fa, quando, chiuso il parco, lo Spruce Goose è stato venduto alla Evergreen International Aviation, una linea aerea charter privata specializzata in operazioni governative super segrete, con base a McMinnville, Oregon. Destinazione finale: il locale museo dell’aviazione.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-266 aligncenter" title="Una rara immagine della &quot;bomba pipistrello&quot;" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/bat-21-400x162.jpg" alt="Una rara immagine della &quot;bomba pipistrello&quot;" width="400" height="162" /></p>
<p style="text-align: justify;">Della bomba al pipistrello, invece, rimangono solo fotografie e i ricordi dell’ex sergente Couffer. Il progetto “raggio X” andò avanti, fra alti e bassi, fino al febbraio 1944. Poi fu affossato senza che fosse mai data una spiegazione convincente. Couffer avanza l’ipotesi che il progetto di quell’altro gruppo di matti, quelli  che volevano costruire bombe a base di atomi, doveva essere più convincente. Un anno dopo, infatti &#8211; il 16 luglio 1945 &#8211; ebbe luogo il primo test atomico nel deserto del Nuovo Messico, neanche tanto lontano dalle grotte di Carlsbad dove gli è uomini di Adams avevano localizzato numerose famiglie di pipistrelli che avrebbero dovuto incendiare il Giappone.<br />
Quale fosse il nesso fra bomba atomica e bomba al pipistrello non è dato sapere: tutti i documenti relativi all’ultimo periodo di ricerca del progetto “Raggio X” &#8211; in un primo tempo declassificati &#8211; sono stati ritirati dall’Archivio nazionale: “su ordine della CIA”.</p>
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		<title>Edward Weston e la disputa sui piselli</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Mar 2009 14:16:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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La disputa sui piselli fu fatale. La decennale storia d’amore fra Charis Wilson, modella, amante e moglie di Edward Weston (1886-1958), uno dei maestri della fotografia americana della prima metà del secolo, stava scivolando su chi doveva avere credito della crescita di piselli, appunto, ma anche dei cavoli di Bruxelles, dei broccoli e persino della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-573" title="Edward Weston (Courtesy the Los Angeles Times) dopo aver ricevuto una borsa di studio dalla fondazione Guggenheim, nel 1937. All'epoca viveva al 4166 di Brunswick Ave. a Los Angeles." src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/edward-weston01-237x300.jpg" alt="Edward Weston (Courtesy the Los Angeles Times) dopo aver ricevuto una borsa di studio dalla fondazione Guggenheim, nel 1937. All'epoca viveva al 4166 di Brunswick Ave. a Los Angeles." width="237" height="300" /></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;"><strong>La disputa sui piselli fu fatale. </strong>La decennale storia d’amore fra Charis Wilson, modella, amante e moglie di Edward Weston (1886-1958), uno dei maestri della fotografia americana della prima metà del secolo, stava scivolando su chi doveva avere credito della crescita di piselli, appunto, ma anche dei cavoli di Bruxelles, dei broccoli e persino della lattuga.<br />
Tutta colpa del bombardamento giapponese su Pearl Harbor che aveva costretto gli americani a entrare in guerra e a trasformare i loro giardini in “orti per la vittoria”. Quello della coppia, nella casa di Wildcat Hill, nei pressi di <a href="http://travel.nytimes.com/2009/03/29/travel/29footsteps.html" target="_blank">Carmel</a>, nella California del nord, era gestito con amore da Charis. Fin quando, senza una ragione specifica, Edward, in lettere e conversazioni con gli amici, prese a riferirsi all’orto come al “suo orto”. E a Charis questo non piacque per niente, come non le piacque per niente che Edward si fosse portata a letto una giovane ammiratrice durante un fine settimana in cui Charis era andata a campeggiare con le amiche. Anche se, al suo rientro, Edward la informò spontaneamente che, sì, avevano fatto sesso, ma che era stato decisamente insoddisfacente.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-246"></span><strong>Charis &#8211; autrice della biografia “Through another lens”, </strong>attraverso un’altra lente, che ripercorre i suoi anni con Edward Weston &#8211; aveva percepito nella ragazza lo stesso interesse che aveva mosso lei, undici anni prima, ad accalappiare o, forse, a lasciarsi accalappiare da Weston. Certo è che il Maestro, nella sua ultima annotazione nel diario che teneva irregolarmente, scriveva: “Charis sarà ricordata come il più grande amore della mia vita”.<br />
Charis e Edward si erano incontrati a un concerto a Carmel, allora ancora un villaggio abitato prevalentemente da artisti. Lei non era neanche maggiorenne. Il fotografo chiese di esserle presentato. Nel suo diario la descriverà come “bella, dal corpo finemente proporzionato, una faccia intelligente spruzzata di efelidi, occhi azzurri, capelli castano dorati lunghi fino alle spalle”. Qualche tempo più tardi un’amica scriverà a Weston di avere finalmente trovato una modella adatta a lui e che avrebbe dovuto assolutamente incontrarla. Ironia, la modella si rivelò essere Charis.<br />
“I primi nudi di Charis”, annoterà Weston “furono i migliori che abbia mai fatto”. Fu durante la produzione della seconda serie che, fra i due, scattò la scintilla. “Gli occhi non mentono e lei non indossava alcuna maschera. Io mi persi nei suoi occhi”. Era il 22 aprile 1934. Charis, dal canto suo, scriverà: “In quel momento scoprii che la mia non era un’infatuazione a senso unico”.<br />
Il problema era come chiamare il Maestro. Per certi amici era Eduardo. Per altri era Eddie. Solo una ristretta cerchia lo chiamava Ed. Per Charis fu sempre Edward. I loro primi incontri furono di tipo clandestino, vuoi per la giovane età della ragazza, vuoi perchè Weston era ancora sposato con Flora Chandler che gli aveva dato quattro figli e già si era spupazzata la storia fra il Grande Fotografo e l’attivista politica Tina Modotti. E ora era la volta di questa ragazzina acqua e sapone. Flora sapeva che poteva fare ben poco per salvare il suo matrimonio, ma poteva inventarsi azioni di guerriglia, come quella sera che Weston annunciò che avrebbe passato la notte allo studio e lei, prima, gli preparò un’amorevole cena letteralmente imbottita d’aglio, tanto che neanche uno sciacallo affamato avrebbe potuto stargli vicino per il tanfo che emanava dalla pelle.<br />
Erano anni di depressione, quelli, depressione economica che attanagliava tutta l’America e che si rispecchiava anche nella routine domestica della coppia Weston-Wilson, una volta stabilitasi insieme. I pranzi e le cene erano pentoloni di stufato che, una volta cotto, durava giorni e giorni. Il vino e gli alcolici apparivano solo nelle feste comandate e Weston era diventato abilissimo a far durare ore mezzo bicchiere di vino. Gli abiti erano di stoffe solide e durature come velluto o jeans. Spesso si effettuavano scambi in natura: dieci litri di olio d’oliva valevano un ritratto fotografico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A proposito di ritratti: la vita professionale di Weston non fu proprio facile. </strong>All’epoca era prassi comune ritoccare le foto, soprattutto i ritratti, cancellando i difetti più evidenti del soggetto. Il fatto era che, invece, Weston predicava immagini che raccontassero la verità, rigorosamente non ritoccate. Per questo suo “credo” artistico si era giocato un bel pò di occasioni, come il ritratto di Gary Cooper e Rocky, la moglie. Rocky ne aveva sempre una che non andava: prima erano gli occhi, poi il naso, poi le mani, poi le linee del vestito. Weston offrì una seconda sessione fotografica. Questa andò peggio della prima. E le foto finirono nel cestino. Andò meglio con James Cagney, ma erano eccezioni.<br />
Era per questa incomprensione artistica che Weston preferiva fotografare la gente comune, i paesaggi, le nature morte piuttosto che le cosiddette celebrità che avevano sempre poco tempo a disposizione  e erano sempre pronti alle bizze. Prendi Stravinsky che gli aveva dato appuntamento a casa sua, a Hollywood, minuti prima di dover andare a provare con l’orchestra. A Weston non rimase che metterlo davanti alla porta aperta del garage, in piena luce, e usare un’esposizione veloce per eliminare lo sfondo facendolo diventare una macchia nera indistinta. Uno scatto e via. Da allora, nei suoi ritratti, usò spesso la “tecnica garage”.<br />
La sessione fotografica peggiore? Quella con lo scrittore Dashiell Hammett reduce dalle fatiche letterarie del detective Sam Spade nel “Falco maltese”. È pomeriggio avanzato. Hammett dorme perchè ha bevuto troppo a pranzo. Weston prepara il set in terrazza. Arriva Hammett con la faccia gonfia di quello che ha dormito troppo o troppo poco. Si mette in posa, ma è chiaro che non è il caso. Meglio soprassedere. Mentre Weston smonta il set, Hammet lo invita a cena. Perchè no. Appena tutti sono seduti intorno alla tavola, Hammett si scusa e si allontana. Mezz’ora dopo non si è ancora rivisto. Cominciano le ricerche. In casa non c’è. È in giardino svenuto su un aiola di fiori ai piedi di un fico. Lo trasportano a letto, completamente infangato. Agli ospiti, imbarazzati, vengono offerti dolce e caffè. Al liquore riappare Hammett. Qualcosa da mangiare? No, solo alcol. Scola il primo bicchiere e lo scaraventa contro il camino. Bicchiere un mille pezzi. Secondo bicchiere, stessa scena. A questo punto Weston decide che è il caso di togliere il disturbo e addio ritratto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il sodalizio, la storia d’amore, il matrimonio con Charis </strong>sarà il periodo artisticamente più fertile per Edward Weston. Saranno gli anni &#8211; tra il 1937 e il ‘39 &#8211; del lavoro per la fondazione Guggenheim che porterà alla creazione del libro “California e l’ovest”, una pietra miliare nella storia della fotografia contemporanea. Praticamente per la prima e unica volta nella sua carriera, Weston sarà libero da vincoli commerciali e potrà dedicarsi alla sua vera passione, i paesaggi. Con Charis viaggerà attraverso le strade meno conosciute e trafficate della California, del Nevada, Arizona, Nuovo Messico, Oregon e dello stato di Washington. Produrrà 1400 negativi, un quarto di tutti quelli realizzati nell’intera carriera. Accompagnata, fra l’altro, da una fibra fisica invidiabile, tenuto conto delle condizioni precarie in cui all’epoca ci si muoveva, niente roulotte attrezzate, aria condizionata, materassini, sedie, tavolini o frigo-bar. Anche il materiale fotografico sensibile, a quell’epoca, doveva essere resistente visto che veniva portato in giro, per mesi, con temperature oscillanti fra il polare, in montagna d’inverno, e l’africano, nei deserti d’estate.<br />
Charis sarà per Weston musa e assistente, modella e biografa, ma soprattutto autista, perchè, come lei scoprì da subito, quando si conobbero, che Weston non guidava. Perchè? gli aveva chiesto. Perchè per anni non aveva potuto permettersi di comprare un’auto e quando era arrivato il momento, aveva quattro figli che potevano farlo per lui e scarrozzarlo a piacimento.<br />
L’arrivo della guerra, poi, cambierà molte cose nella vita di milioni di persone. Anche in quella della coppia Weston-Wilson. Lei si iscriverà volontaria per il servizio avvistamento aereo e cercherà di aiutare lo sforzo bellico del Paese inscatolando sardine, ma sarà così scoordinata nell’infilare il pesce nelle scatolette che, per il bene della Patria, le chiederanno di stare a casa.<br />
Se per Charis il problema del loro rapporto risaliva all’orto di guerra, per Weston era colpa proprio di quel volontariato che teneva Charis lontana da lui. Alla fine il silenzio cadde su entrambi. Il passo successivo &#8211; la separazione &#8211; era inevitabile. A rendere ancora più straziante gli addii, il fatto che, di lì a poco, a Weston i medici diagnosticassero il morbo di Parkinson. Morì, anni più tardi, a Wildcat Hill, di mattina presto. Si era alzato per godersi l’alba. La sua ora giunse senza preavviso</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-full wp-image-578" title="Edward Weston sulla fotografia" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/edward_weston_2.jpg" alt="Edward Weston sulla fotografia" width="490" height="847" /></p>
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		<title>Il vicolo cieco dei vigliacchi</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Mar 2009 11:14:15 +0000</pubDate>
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James Ellroy è uno scrittore duro. Abrasivo. Scostante. A James Ellroy, bambino, hanno strangolato la madre e lui non perde occasione per raccontare storie di donne squartate nel corpo e nell’anima. James Ellroy è l’erede post-moderno della hard-boiled school. Suoi maestri lontani sono Dashiell Hammett e Raymond Chandler. “Il mio mondo, dice Ellroy, è [...]]]></description>
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<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-117 aligncenter" title="James Ellroy" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/james_ellroy_01_500x-199x300.jpg" alt="James Ellroy" width="199" height="300" /></p>
<p><strong>James Ellroy è uno scrittore duro. Abrasivo. Scostante. </strong>A James Ellroy, bambino, hanno strangolato la madre e lui non perde occasione per raccontare storie di donne squartate nel corpo e nell’anima. James Ellroy è l’erede post-moderno della hard-boiled school. Suoi maestri lontani sono Dashiell Hammett e Raymond Chandler. “Il mio mondo, dice Ellroy, è quello di Hammett. Hammett scriveva dell’uomo che aveva paura di essere, mentre Chandler scriveva dell’uomo che avrebbe voluto essere”. Anche se, poi, come Chandler, il mondo di Ellroy gravita tutto intorno a Los Angeles dove ha vissuto 33 anni. “La città che descrivo io è, però, opposta a quella di Chandler. C’era una bellezza intrinseca nella sua Los Angeles che non si ritrova assolutamente nei miei romanzi”.<br />
“A Los Angeles arrivi spregiudicato, riparti pregiudicato”, è la battuta preferita di Ellroy che riprende anche in uno dei saggi che fanno parte di “Corpi da reato”, un libro (Bompiani) che sembra messo insieme da uno che si è fatto di Lsd. Roba che se non arrivasse dall’America, col cavolo, che in Italia qualcuno lo avrebbe pubblicato. Il fatto è che i pezzi che compongono il volume sono articoli giornalistici scritti per il mensile GQ fra il 1994 e il 1998, frutto della collaborazione sincronica con Art Cooper direttore del prestigioso periodico americano. Anche se il termine “articoli giornalistici” non rende l’idea di cosa si tratti esattamente. <span id="more-115"></span><strong>Infamie inedite, le chiama Ellroy</strong>. Del tipo: “Howard Hughes sballa per una squillo detta Dusky Deelite. Rin Tin Tin si è scopato allo spasimo Lassie in un recente raduno di ragazzini. Mickey Cohen fatica a finanziare quella cagna in calore di Candy Barr. Candy partecipa a pellicole porno e manovra montagne di marijuana. Mickey è in penuria e postula prestiti persino ai suoi scherani, Stompanato ha piantato Mickey. Lana Turner è in lacrime e lutto per l’ex, Lex Barker. Ma ecco che Stompanato si stampa estemporaneamente nella sua esistenza: la bistratta, l’abbindola, l’abbuffa di banana, e adesso Lana con la lingua lisa e la bocca imbottita biascica: Lex chi? Bob Mitchum si monta una mulatta in un malfamato night di negropoli. Porfirio Rubirosa ha piroettato la proboscide a un party per Bill Bendix. Rock “Roccia” Hudson predilige prenderlo e porgerlo con giovani garzoni giunchiformi: glieli procura, previa pecunia, una checca chic che fa il cameriere al Delorès Drive-In. Lenny Bruce denuncia drogati alla Divisione Narcotici”,<br />
E in questo mondo, Ellroy, ci pesca a piene mani. Nei suoi racconti le bambole sono bionde veneri vistose vestite da puttane come i manichini delle vetrine di Frederick’s di Hollywood. E anche le dive del calibro di Lana Turner non sono da meno. Racconta Ellroy come Johnny Stompanato, alias Johnny Valentine, ex guardia del corpo del gangster Mickey Cohen e famoso gigolò, strapazza sboccatamente Lana. Lana risponde per le rime. Sprizza disprezzo. Vomita vetriolo. Gela Johnny giocando sulle sue glorie di gigolò, lo pela sulla pochezza del suo penuncolo, lo irride per la sua incommensurabile ignoranza. Gli dà del manigoldo mezzo mafioso, sfruttore di finocchi, lenone di lesbiche e magnaccia di mignotte. Lo accusa di passare il suo patetico pistolino a quella lavandaia di Yolanda, di farle da pappa e prostituirla previo agghindarla in ghingheri con la sua gonna di Givenchy. Un delicato declamare, come lo chiama Ellroy, che distoglieva dalle delizie della colazione vicini come Dino De Laurentiis, John “il duca” Wayne, Walt Disney.<br />
Nella versione letterario-revisionista di Ellroy a far fuori Stompanato non è, come nella realtà, Cheryl Crane, la figlia quattordicenne di Lana Turner che lo sbudella per difendere la madre dall’ennesima aggressione, ma è Yolanda, quella della gonna Givenchy. Licenza letteraria.<br />
Nella serie dei ritratti di questo “Corpi da reato”, da non perdere è il capitolo dal titolo “L’assassinio di mia madre” che è l’aperitivo giornalistico da cui è, poi, nato il libro “I miei luoghi oscuri”, scritto in collaborazione con il detective Bill Stoner, uscito l’anno scorso in Italia, sempre da Bompiani.<br />
La storia della vita di Ellroy è un romanzo giallo legato indissolubilmente alla città degli angeli. “Los angeles è il luogo dove vai se vuoi diventare qualcun altro”, dice. Los Angeles è bella e spietata e, soprattutto è carica di un’energia che annienta e che fa passare a chiunque la voglia di interrogarsi sulla ragione che lo ha spinto a Los Angeles.<br />
Lui a Los Angeles c’è direttamente nato. La seccatura della migrazione se l’erano sobbarcata i suoi genitori. “Mio padre arrivò a Los Angeles a metà degli anni Trenta. Era alto, bello e dotato di un notevole bagaglio di stronzate. Si era guadagnato un paio di medaglie durante la Prima Guerra Mondiale e questo lo spingeva a vantarsi di eroismi inventati di sana pianta. Saltava addosso a qualunque donna glielo permettesse e quelle che non glielo permettevano le giudicava irrimediabilmente lesbiche. Rita Haywoerth lo ingaggiò come contabile nonchè, a detta di mio padre, come occasionale ma efficiente prodigatore di minchia.<br />
“Mia madre vince un concorso di bellezza organizzato dalla casa di cosmetici Elmo e nel dicembre del ’38 volò a Los Angeles per incassare il premio. Conobbe un coglione che non s’è mai capito se era o no l’ereda della fortuna degli Spalding degli articoli sportivi. Lo sposò e ne divorziò nel giro di qualche mese. Conobbe mio padre nel ’40 e perse la testa per quanto era bello e per il suo bagaglio di stronzate. Mio padre piantò la moglie e andò a vivere con mia madre. Si sposarono sette mesi prima della mia nascita.<br />
“Mi portavano al cinema e mi incitavano a leggere libri. Sono cresciuto all’epoca del film noir. Mio padre diceva che Rita Hayworth era ninfomane. Johnnie Ray era checca. Lizabeth Scott era lesbica. I musicisti jazz erano tutti dei tossici. L’Algiers Hotel era un rinomato scopatoio. Un nano carogna di nome Mickey Cohen controllava i racket di Los Angeles dalla sua cella nel penitenziario. In realtà Rin Tin Tin era femmina. In realtà Lassie era maschio. Los Angeles era un inferno fuligginoso. Un abitante su tre era guardone o ladro o omosessuale o truffatore o fiutamutande o prostituta o strafatto di ero o magnaccia. Gli altri due terzi della popolazione erano composti di culistretti che cercavano di resistere all’impulso di sbirciare, rubare, truffate, omosessuare, strafarsi, fiutare mutande.<br />
“A nove anni conobbi una versione concentrata di quanto sopra. La conobbi perché il 22 giugno 1958 qualcuno trucidò mia madre e riuscì a passarla liscia”.<br />
Un altro che è riuscito a passarla liscia è O.J.Simpson a cui Ellroy aveva dedicato un ritratto su GQ, scritto quando il processo contro l’ex star del football accusato di aver ucciso l’ex moglie e un presunto fidanzato di lei, era ancora in corso e fa parte di questa antologia con il titolo “Sesso, lusso e soldi”.<br />
L’analisi di Ellroy è lucida e spietata. Mentre la stampa dozzinale e le televisioni spazzatura si gettavano sul processo come iene affamate, lui scriveva: “In fondo il doppio omicidio Simpson/Goldman è un delitto dozzinale. Se togliete la celebrità del sospetto omicida e il fascino dell’ambiente dello spettacolo vi resterà un crimine improvvisato”. È un affresco rinascimentale la descrizione che Ellroy fa di O.J. Simpson, uno che ha sistematicamente e brutalmente pestato la moglie per tutti gli ultimi cinque anni della sua vita, dandole in cambio il privilegio di guidare una Ferrari.<br />
“Il caso O.J.Simpson è un gigantesco romanzo russo ambientato a Los Angeles”, scrive Ellroy. “La storia si svolge a Los Angeles perché è il miglior posto sulla faccia della terra dove farsi gonfiare le tette o l’uccello. Il sogno di O.J. Simpson era diventare bianco. Il sogno di Ron Goldman era diventare attore. A Nicole bastava quella celebrità di seconda mano che deriva dall’andare a letto con uomini famosi. Il rapporto fra Nicole e O.J. fu equivoco e collusivo sin dall’inizio. Lui prendeva  bordo l’esatto tipo di bionda mozzafiato su cui cinquant’anni di cultura popolare gli avevano insegnato a sbavare. Lei prendeva a bordo un bell’uomo famoso e ricco, per di più immaturo e quindi, secondo lei, facile da dominare. Entrambi si avviarono verso Hollywood. O.J. portò con sè Nicole e la fece diventare celebrità dipendente con lo stesso principio per cui i papponi fanno diventare droga-dipendente le loro puttane. La portò in un mondo dove lui era un cittadino di seconda classe. I suoi amici non avevano di meglio da offrirgli che ruoli marginali in filmetti comici di quart’ordione. Era impossibile fare di lui una star del cinema, non tanto per la gamma espressiva degna di una tartaruga, quanto perché a Hollywood la sua immagine era quella di leccaculo di potenti”.<br />
E anche la sua immagine durante il processo non è che fosse tanto diversa. “O.J. si è ficcato nel vicolo cieco dei vigliacchi, dice secco Ellroy, non ha cuore di cambiare vita e per togliersela ci vuole immaginazione: devi trovarti in uno stato di dolore talmente intollerabile da farti preferire qualunque cosa alla sofferenza. E per fare questo lui non ha le palle&#8221;.</p>
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		<title>Il &#8220;quarto uomo&#8221; dei &#8220;cinque di Cambridge&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Mar 2009 10:38:10 +0000</pubDate>
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Il primo giorno di una nuova vita ha luci, sapori, suoni, frenesie diverse. Sia che si tratti di un nuovo amore, che della diagnosi di una malattia incurabile. Quella mattina del 15 novembre 1979, a settantadue anni, per sir Anthony Blunt, il primo giorno di nuova vita deve essere stato a dir poco febbrile. Il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-232 aligncenter" title="Anthony Blunt (Courtesy of the Courtald Institute, from &quot;Anthony Blunt: His Lives&quot;)" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/bluntpic1200.jpg" alt="Anthony Blunt (Courtesy of the Courtald Institute, from &quot;Anthony Blunt: His Lives&quot;)" width="200" height="251" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il primo giorno di una nuova vita ha luci, sapori, suoni, frenesie diverse</strong>. Sia che si tratti di un nuovo amore, che della diagnosi di una malattia incurabile. Quella mattina del 15 novembre 1979, a settantadue anni, per <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Anthony_Blunt" target="_blank">sir Anthony Blunt</a>, il primo giorno di nuova vita deve essere stato a dir poco febbrile. Il fatto era che, per sir Anthony, nuovi amori non se ne prospettavano e la malattia incurabile gliel’avevano già diagnosticata e lui, per tutta risposta, l’aveva affogata nel gin.<br />
Era la pubblica ignominia che non riusciva a gestire. Già, perché quella mattina l’allora primo ministro, signora Margaret Thatcher, si apprestava ad annunciare alla nazione inglese che sir Anthony Blunt, durante la seconda guerra mondiale, era stato una spia russa, un traditore. Proprio quel Blunt curatore della collezione personale dei dipinti della Regina, una delle massime autorità mondiali su Poussin, direttore dell’istituto  Warburg, nonché della fondazione Courtauld &#8211; due delle più influenti istituzioni mondiali in campo artistico. <span id="more-107"></span><br />
<strong>Sir Anthony Blunt, dirà la signora Thatcher, era reo confesso, </strong>ma il governo che l’aveva preceduta gli aveva garantito l’immunità in cambio di collaborazione. Sì, sir Anthony era stato il fantomatico “Quarto uomo” del circolo di spie conosciuto come “i cinque di Cambridge” – tutti provenivano dai circoli più elitari di quell’università &#8211; dove gli altri compari erano: Guy Francis de Moncy Burgess, figlio di un ufficiale di marina; Harold Adrian Russel Philby, meglio conosciuto col nome di battaglia di Kim; Donald Duart MacLean, figlio di un ministro liberale; John Cairncross, che era l’unico vero proletario del gruppo, uno che parlava con un rozzo accento scozzese che lo avrebbe tenuto lontano dai circoli aristocratici, uno che detestava Blunt anche se fu proprio Blunt a segnalarlo allo spionaggio sovietico per riconosciute qualità professionali. Cairncross  era il “Quinto uomo”, l’ultimo a venire scoperto e il più pericoloso del gruppo: documenti segreti recentemente declassificati indicano che fu lui a fornire ai russi le informazioni su come costruire la loro prima bomba atomica.<br />
Le imprese spionistiche del gruppo risalivano ai primi anni Trenta e andarono avanti ben dopo la fine della seconda guerra mondiale. Nessuno dei cinque fu mai sottoposto a processo perché, a parte Blunt, restio ad abbandonare il suo mondo di privilegi e, nello stesso tempo, sicuro di avere garantita l’immunità, tutti gli altri ripararono in Unione Sovietica dove furono accolti da eroi.<br />
La decisione di Blunt di collaborare con il controspionaggio britannico risaliva al 1964 e prevedeva un accordo di totale immunità. Il tutto sarebbe rimasto fra le mura dell’MI5, lo spionaggio inglese se, nell’estate del 1976, il giornalista radiofonico della BBC, Andrew Boyle, non avesse avuto l’incarico, dall’editore Hutchinson, di scrivere una storia sulle spie di Cambridge che uscì tre anni più tardi con il titolo “The Climate of Treason”. Boyle era al corrente delle voci che giravano intorno al nome di Blunt e prese a lavorare alla tesi che sir Anthony fosse, appunto, il quarto uomo. Non riuscendo a trovare delle prove conclusive, nel libro, Blunt veniva indicato col nome di “Maurice” &#8211; citazione da un romanzo di E.M.Forster dove il protagonista è un accademico omosessuale di Cambridge che, come Blunt, aveva tradito gli ideali della sua classe privilegiata.<br />
A ridosso dell’uscita del libro cominciarono, sulla stampa, le prime indiscrezioni, le prime domande imbarazzanti: chi è Maurice? Maurice è Anthony Blunt? A queste domande Boyle, temendo possibili ritorsioni legali, rispondeva che l’unica fonte autorizzata a rispondere era il governo. E, visto che anche il governo non riusciva più a tenere lo scandalo soffocato, così fu.<br />
Per Blunt il peggio non era essere esposto al pubblico ludibrio, bensì essere privato del titolo nobiliare, essere costretto a dimettersi dalle prestigiose istituzioni culturali che dirigeva, dover abbandonare l’incarico di curatore della collezione d’arte della regina. Blunt, l’intoccabile, era divenuto un paria.</p>
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<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-106 aligncenter" title="L'intoccabile, un romanzo di John Banville" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/lintoccabile.jpg" alt="L'intoccabile, un romanzo di John Banville" width="140" height="220" /></p>
<p><strong>È proprio dalla figura di Blunt,</strong> che John Banville, raffinatissimo scrittore irlandese, ha preso spunto per il suo ultimo romanzo dal titolo “<em>L’intoccabile</em>” (Guanda editore), un gioco semi-biografico dove l’uomo Blunt si trasforma nel suo doppio Victor Maskell: entrambi spie per noia, spie per gioco; entrambi omosessuali – nel gruppo lo erano tutti meno Philby. Certo Banville si permette piccole licenze letterarie rispetto al suo modello umano, e il risultato è, comunque, più forte e devastante della biografia canonica, piena di dati e note a margine, come lo fu, per esempio, “Conspiracy of Silence: la vita segreta di Anthony Blunt”, scritto, a metà degli anni Ottanta, dai giornalisti Barrie Penrose e Simon Freeman.<br />
Victor Maskell, come sir Anthony, viene smascherato come spia e traditore. Annota Victor, nelle pagine del libro: «Mi sento come un bambino alla fine di una festa: una palpitazione nella regione del diaframma e una sorta di frenesia in tutto il corpo. L’eccitazione unita al terrore è una miscela inebriante. La pubblica ignominia è una strana cosa. Non mi riconosco nella versione pubblica di me che viene messa in giro proprio adesso. Oggi ho mantenuto la calma davanti a quel branco di sciacalli dei giornalisti. Sono stato grandioso. Gelido, asciutto, equilibrato. Sono un grande attore, è questo il segreto del mio successo». Entra in scena il personaggio di Miss Vandeleur, giornalista che vuole scrivere un su Maskell e chiede: «Perchè l’ha fatto? ». La risposta è identica a quella realmente data da Blunt ad un amico, membro della fondazione Coultard, che gli aveva chiesto la stessa cosa: «Cow-boy e indiani, mio caro, cow-boy e indiani».  Bisogno di divertirsi, paura della noia, un grande gioco in cui i sentimenti politici c’entravano ben poco. Più che l’attrazione verso l’Unione Sovietica, dietro quelle scelte, c’era piuttosto l’odio che l’aristocrazia inglese nutriva verso i barbari americani. Spiega Maskell a Miss Vandeleur: «Per l’odio per l’America, naturalmente. Deve capire, l’occupazione americana dell’Europa era per molti di noi una calamità peggiore di un’eventuale vittoria tedesca. I nazisti, almeno, erano un nemico chiaro e visibile».</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-108 aligncenter" title="John Banville" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/john-banville-300x288.jpg" alt="John Banville" width="300" height="288" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Banville, come spiega il fascino che l’ideologia populista comunista riusciva ad avere su un gruppo così sofisticato di aristocratici e intellettuali inglesi? Era veramente, come dice il suo personaggio, una reazione contro la crescente egemonia americana? Era una reazione incolsunta di gente cresciuta per governare un impero che, all’improvviso, si ritrova in uno stagno in cui a comandare sono gli americani?</strong><br />
«Sì, credo che la loro sia stata, fondamentalmente, una reazione anti-americana. Vedevano l’invasione americana dell’Europa non certo migliore di quella dei nazisti. Come dice Maskell, sarebbe stato meglio che la Germania avesse vinto la guerra perché, almeno, avremmo trattato con un nemico di cui conoscevamo le caratteristiche. Ma c’era anche qualcos’altro. Questa era una generazione di giovani che aveva scampato la prima guerra mondiale, non erano morti, come molti loro coetanei e come tutti i giovani nell’Inghilterra degli anni Venti si consideravano dei sopravvissuti e convivevano con forti sensi di colpa. Si sentivano traditi dalla generazione precedente, quella dei generali, dei padri e l’unico modo di rivalsa era uccidere i padri, passando ad una religione, ad una ideologia totalmente opposta a quella in cui loro credevano. La cosa di cui sono quasi certo è che nessuno di loro fosse, comunque, marxista convinto».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sir Anthony Blunt non fu mai processato nonostante molti indizi di colpevolezza puntassero diritto su di lui. Come mai?</strong><br />
«Fin dall’inizio degli anni Sessanta il controspionaggio inglese sapeva che sir Anthony era una spia. Io credo che quando lui fu confrontato riuscì a strappare un accordo di cui, tuttora, nessuno conosce i termini. Io credo che tutto risalga ad una sua missione in Germania nel 1945, poco dopo la sua nomina a curatore della collezione privata dei dipinti di casa reale che avvenne il 28 aprile, due giorni prima del suicidio di Hitler nel bunker di Berlino. Su diretta richiesta di re Giorgio VI, Blunt, fu spedito al castello di Schloss Kronberg, nei pressi di Francoforte, residenza del principe Filippo von Hesse. Il re era sicuro che fra le carte che venivano conservate al castello ci fossero lettere scritte dalla regina Vittoria alla figlia primogenita, l’imperatrice Federica, moglie di Federico di Prussia e lettere della Regina Mary ai suoi parenti tedeschi. Ma questo era il pretesto. La missione vera era un’altra. Esisteva il forte sospetto dell’esistenza di lettere e documenti che avrebbero provato le simpatie filo naziste del fratello del re, il Duca di Windsor, che aveva abdicato per sposare la divorziata americana Wally Simpson. E l’idea che carte di questa importanza potessero cadere in mano americana e magari sulle prime pagine dei loro giornali, era più che sufficiente per giustificare una missione segreta. Il castello di Schloss Kronberg veniva allora usato come un club dell’esercito americano. Blunt riuscì a trovare la contessa Margaret von Hesse che alloggiava in una casa del villaggio e le mostrò la lettera di re Giorgio VI in cui si chiedeva di consegnare le famose carte al suo emissario. La contessa scrisse una nota all’ufficiale americano iresponsabile del castello, ma questi, per nulla impressionato da quelle missive con tanto di stemmi reali, decise di chiedere l’autorizzazione a un suo superiore. Blunt capì immediatamente che quelle carte non sarebbero mai uscite di lì e decise di prendere l’iniziativa: mentre l’ufficiale era al telefono si precipitò in soffitta e se la svignò con due scatole che contenevano i documenti incriminati prima che gli americani si accorgessero di niente.<br />
Il fatto era che quei documenti avrebbero dimostrato un accordo fra Hitler e il Duca di Windsor che se e quando i tedeschi avessero invaso l’Inghilterra, lo avrebbero rimesso sul trono. Io sono quasi certo che Blunt tenne per sè alcuni di quei documenti e con quelli ricattasse il governo inglese altrimenti non vedo come possa aver ottenuto l’immunità».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come le è nata l’idea di scrivere un romanzo su Anthony Blunt?</strong><br />
«Sono sempre stato interessato dalla vicenda delle spie di Cambridge. Ricordo perfettamente la conferenza stampa che Anthony Blunt tenne il giorno dopo essere stato smascherato da Margaret Thatcher. Ero assolutamente affascinato dalla sua freddezza, dal suo autocontrollo, dall sua gelida ironia. Ricordo che mia moglie mi disse: avresti potuto inventarlo tu un personaggio così. Risposi: credo proprio che dovrò inventarlo».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come si è documentato per scrivere un romanzo che è una biografia, ma che è essenzialmente un’opera di fantasia?</strong><br />
«Le confesso di non avere letto molto sulle spie di Cambridge. Alla fine del mio libro cito alcuni titoli per coloro che volessero approfondire l’argomento, ma è tutto lì. In narrativa più ricerche fai e peggio: rischi di far inaridire l’immaginazione. Sapevo abbastanza di Anthony Blunt per poterlo dimenticare e andare avanti con il mio personaggio. L’importante, per me, è trovare il ritmo. Le confesso che ho passato un anno per scrivere il primo paragrafo e due anni per le seguenti venti pagine. Ricominciavo ogni volta daccapo. Non riuscivo a prendere il ritmo, non lo sentivo nella testa, poi, a un certo punto, il racconto ha cliccato e ho scritto il resto del libro in un anno circa».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quello che appare straordinario, nel suo romanzo, ma anche nelle cronache reali della vicenda delle spie di Cambridge, è il dilettantismo del loro comportamento. Nessuno di loro, poi, se non Cairncross è stipendiato dai russi e Cairncross accettò i soldi solo perché doveva pagare i conti del dentista. Un atteggiamento che fa venire alla mente quella figura tipicamente britannica del “dilettante vittoriano”.</strong><br />
«Certo. Il “dilettante vittoriano” è un elemento prezioso per la Gran Bretagna che proprio sul dilettantismo ha costruito uno dei più grandi imperi della storia. Il dilettante vittoriano fa parte della società britannica dove il potere è nelle mani di una classe rarefatta di uomini che hanno sì il potere, ma non devono far vedere di prenderlo troppo seriamente. In modo curioso, guardi, il governo Blair è un governo di dilettanti vittoriani. Blair è la quintessenza del dilettantismo, del felice entusiasta, Blair non è un politico cinico, crede veramente nelle cose che dice. Fra qualche anno forse cambierà, ma per il momento è così. Comunque tornando alle nostre spie dilettanti per i loro controllori sovietici la vita non doveva essere facile. Burgess era uno che si girava tutti i pub di Londra dicendo a tutti che faceva la spia e a volte entrava anche nei dettagli e la gente intorno pensava quanto era divertente. I russi diventavano matti, ma, con loro, era prendere o lasciare».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Victor, il suo personaggio si descrive come un marxista at a distance. Era lo stesso per Blunt? </strong><br />
«Certo è un atteggiamento aristocratico. Il gruppo si identificava come una società segreta, non per nulla tutti avevano cominciato insieme a Cambridge nella società segreta degli Apostoli, una società di gentiluomini, erano loro contro il resto del mondo. Eppoi fra di loro avevano molte cose in comune: l’educazione, il retroterra sociale, la sessualità: non dimentichiamoci che, a parte Philby, erano tutti omosessuali che vivevano in un loro mondo segreto e credo che lo spionaggio desse loro quella patina di serietà che sentivano mancare. Finalmente avrebbero potuto bere tutto lo champagne che volevano, sedurre tutti gli uomini che volevano: dietro avevano questa ideologia che li faceva automaticamente diventare gente seria. Se ci pensa è un grande modo di vivere».</p>
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		<title>J.D. Salinger e la giovane Holden</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2009 16:12:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Facile fare della morale stando, al sicuro, al di qua della pagina scritta. Facile prendere le difese della scrittrice indifesa di turno, vittima, come questa volta, di avances epistolari e autrice di memorie al peperoncino che se fossero fra due camionisti, col cavolo che verrebbero prese in considerazione dal Gotha dell’editoria mondiale. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-218 aligncenter" title="Joyce Maynard" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/jmaynard06sm-224x300.jpg" alt="Joyce Maynard" width="224" height="300" /></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Facile fare della morale stando, al sicuro, al di qua della pagina scritta. </strong>Facile prendere le difese della scrittrice indifesa di turno, vittima, come questa volta, di avances epistolari e autrice di memorie al peperoncino che se fossero fra due camionisti, col cavolo che verrebbero prese in considerazione dal Gotha dell’editoria mondiale. Ma quando il porcello di turno, o presunto tale, è una leggenda letteraria vivente che ha scelto di scomparire dal raggio dei riflettori della celebrità e per di più si chiama J.D.Salinger, non c’è scampo.<br />
Così, ecco uscire “At Home In The World”, a casa nel mondo (348 pagine, Picador), libro di ricordi in salsa morale, scritto da Joyce Maynard, 44 anni, signorina che vanta al suo attivo una rara convivenza di un anno proprio con quel Salinger, l’autore di <em>A Catcher in the Rye</em> (in italiano <em>ll giovane Holden</em>, editore Einaudi), romanzo in cui si specchiò un’intera generazione e che fu &#8211; ed è tuttora &#8211; fonte di dannazione eterna per il suo autore.<span id="more-101"></span><br />
<strong>Questa, in breve, la storia:</strong> Joyce Maynard è matricola a Yale e scrittrice precoce. A 18 anni &#8211; è il 23 aprile 1972 &#8211; il supplemento domenicale del New York Times pubblica un suo saggio: <em>An Eighteen Year Old Looks Back On Life</em>, ovvero: una diciottenne fa il punto sulla sua vita. In copertina un ritratto di Joyce: gli occhi troppo grandi su un corpo sbarazzino. Con una mano si regge la testa, con l’altra si aggrappa a un piede calzato in scarpe da ginnastica innocenti, pre-moda grundge.<br />
Prima di allora, annota nel suo articolo Joyce la categoria dei teen-ager, quella fascia giovanile che va dai 13 ai 19 anni, non esisteva: esistevano solo gli adolescenti che poi diventavano subito giovanotti. I teen agers (in inglese i numeri dal 13 al 19 hanno la desinenza “teen” e, da qui, nasce il termine teen-ager, appunto) sono un’invenzione del dopo guerra, un’invenzione che, appena concepita, è stata fregata. “Ci avevano promesso che quando saremmo cresciute avremmo potuto metterci il rossetto”, lamenta Joyce “ma quando abbiamo avuto l’età, il rossetto non era più di moda. Quando saremo grandi balleremo il twist come Chubby Checker, ma quando siamo stati grandi la nostra musica non aveva passi speciali da imparare e siamo rimasti a saltellare su noi stessi. Aspetta che arrivi il giorno che potremo votare, che potremo cantare, con Joan Baez, “<em>We shall Overcome</em>” e vi faremo vedere noi. Quando è arrivato il tempo di votare, tutto sembrava ormai avere perso interesse”.<br />
Quella di Joyce è stata la prima generazione cresciuta con la Tv e non è un caso che la ragazza fosse una televisione-dipendente dichiarata, che passasse le sue giornate scanalando da una soap-opera ad un’altra, che la sua vita si misurasse su quella di Ozzie and Harriet, del Dik Van Dyke Show o dell’Andy Griffith Show. A otto anni Joyce scrisse al presidente della catena televisiva CBS per informarlo della sua disponibilità a rimpiazzare Angela Cartwright, la bambina-attrice protagonista del Danny Thomas Show, nel caso quella parte si fosse resa disponibile. A quindici anni scrisse ai produttori di Sesame Street suggerendo di introdurre un personaggio teen-ager nel loro show che, nel caso, lei avrebbe potuto interpretare perfettamente.<br />
Lo stesso anno in cui si autocandida a Sesame Street, Joyce scrive alla redazione del giornale <em>Seventeen </em>proponendosi come collaboratrice e accludendo un esempio dei suoi scritti. Il giornale è interessato e acquista un suo pezzo. Per posta, a casa, Joyce riceve un assegno di 100 dollari. È l’inizio di una carriera nel mondo della scrittura.<br />
Dopo l’uscita dell’articolo sul <em>New York Times</em> Joyce è inondata di posta di lettori che si congratulano, criticano o vogliono confrontare le proprie esperienze con quelle della coetanea. Fra le lettere ce n’è una speciale. L’indirizzo sulla busta è scritto a mano. La carta è un foglio singolo del tipo ultraleggero, quasi trasparente, di quelli usati per la corrispondenza via aerea. Dal tipo di battitura a macchina è possibile dedurre che il testo non è stato scritto da una segretaria. La spaziatura è irregolare. Alcune lettere non sono allineate. Altre galleggiano nella pagina. L’indirizzo del mittente non lascia trapelare indizi e indica soltanto: Cornish, New Hampshire. La lettera comincia con un formale “Cara signorina Maynard”. Il contenuto loda la qualità della scrittura di Joyce, dà consigli su come coltivarla e su come evitare le trappole che gli sciacalli dell’editoria avrebbero, d’ora in avanti, disseminato sul suo cammino di enfant prodige. Attenzione anche a non farsi troppo coinvolgere dal deprecato giornalismo, corruttore di qualità letterarie. Lo scritto, infine, termina con delle scuse per aver espresso una visione così pessimistica della vita, ma il motivo è: “anch’io ci sono passato, anch’io conosco i pericoli e le lusinghe del successo giovanile”. La firma: J.D.Salinger.<br />
Un brivido. Ma, ironia, Joyce Maynard, era probabilmente l’unica matricola di Yale a non aver letto, fino ad allora, <em>Il giovane Holden</em>. O, se per quello, nessun altro scritto di Salinger. Sì, certo, lo conosceva di fama &#8211; come poteva non conoscerlo &#8211; ma confessa: “Se avessi ricevuto una lettera da una rock star come Bob Dylan, da un presentatore televisivo come Johnny Carson o anche da un regista come Peter Bogdanovich, che allora andava forte, mi sarei emozionata molto di più”.<br />
Joyce, da una parte, è felice, dall’altra è presa da attacchi di ansia. Cosa scriverà a Salinger? Come? Dovrà soppesare ogni parola, ogni frase? La prima stesura della risposta è scritta a mano, su un blocco di carta gialla formato protocollo. Quando il risultato la soddisfa, ribatte il tutto a macchina. Per conservarne una copia usa la carta carbone come le aveva insegnato la mamma, ardente archivista epistolare.<br />
Scrivere la conforta. Scrivere è uno scudo nei confronti del mondo esterno. Scrivere le evita il turbamento dell’essere ancora vergine. Già, perchè, fino ad allora non ha conosciuto uomini e la condizione di illibatezza le  rovina la vita. È un tarlo continuo. Per esorcizzarlo non trova niente di meglio che scrivere della sua esperienza su un giornale femminile. L’articolo si intitolerà: “L’imbarazzo di essere vergini”. Annota Joyce: “Sono troppo timida per rivolgere la parola a un ragazzo che mi piace, giù in mensa. Non riesco neanche a trovare il coraggio di sedermi accanto a qualcuno che non conosco, eppure posso benissimo scrivere un articolo, che sarà letto da decine di migliaia di persone, in cui ammetto candidamente di non avere mai avuto esperienze sessuali. La mia è una vita vissuta sempre più sulla carta”.<br />
Anche con Salinger, scrivere le viene facile. Eppoi ci sono  due cose che l’hanno colpita nel biglietto che ha ricevuto. Una è il fascino della “voce letteraria” che si sprigiona dallo scritto. L’altra è che lo sconosciuto ammiratore sembra conoscerla alla perfezione. Scrive Joyce a Salinger: “Ricorderò i suoi suggerimenti finche vivrò. Leggo e rileggo la sua lettera, la porto sempre con me. A dire la verità, adesso, non ho neanche più bisogno di leggerla: la conosco a memoria. Non solo le parole, ma i sentimenti che esprimono”.<br />
“Non avevo neanche bisogno di apparire troppo letteraria nella mia risposta a J.D.Salinger”, scrive oggi Joyce nelle sue memorie “anche perchè quello che lo aveva attratto di me era proprio la mia mancanza di interesse nel mondo letterario. Gli scrivo che mi piace andare in bicicletta che non ho molti amici, che ascolto musica, che disegno, che mi piace recitare e che spero, un giorno, di diventare attrice. Gli racconto del mio mondo quotidiano: del dormitorio universitario, delle lezioni di inglese, della mensa, della commedia in cui recito. Gli dico anche di non sentirmi totalmente a mio agio qui a Yale. Buffo come possa dire a questo sconosciuto, cose che non direi mai a un ragazzo della mia età. Buffo come, con lui, di cui non so niente, possa parlare con la mia vera voce”.<br />
La prima lettera di Salinger è datata 25 aprile. La successiva porta il timbro 2 maggio. È scritta mentre è in volo verso New York e trasuda le solite paranoie: attenzione alla fama che può distrarre dalla scrittura, attenzione a quei tipi dell’editoria nuovaiorchese. E, a proposito, va bene che lei lo chiami “signor Salinger”, ma, se lo desidera, può chiamarlo Jerry.<br />
“In superficie siamo molto diversi”, riflette Joyce. “Lui ha trentacinque anni più di me. Entrambi siamo, sì, mezzi ebrei, ma lui è cresciuto a New York in una famiglia bene; io vengo da un paesino di campagna. Lui ha combattuto nella seconda guerra mondiale, veterano dello sbarco in Normandia; la mia unica esperienza politica è stata quella di distribuire adesivi della campagna elettorale di Lyndon Johnson. Lui è stato sposato due volte e io ho, forse, baciato un solo ragazzo in vita mia. Lui, a trent’anni, era all’apice del successo e ha scelto volontariamente di lasciarsi tutto dietro le spalle. Lui ha bisogno di quiete e solitudine per leggere, meditare e studiare senza essere distratto; io, invece, voglio andare a feste piene di gente famosa, voglio vestirmi bene, andare a pranzo al ristorante, rilasciare interviste, farmi fotografare, ballare al Plaza. Voglio andare a Hollywood: già mi vedo sul palcoscenico del Dorothy Chandler Pavillon mentre accetto l’Oscar. Mi vedo recitare a Broadway, posare per <em>Vogue</em>. Voglio avere soldi e riconoscimento internazionale e bei vestiti”.<br />
E a Yale, neanche a farlo apposta, si respira carrierismo, a Yale, in quella primavera del 1972, c’è la più alta concentrazione di giovani brillanti e ambiziosi che potevi trovare negli Stati Uniti. Tanto per non fare nomi ci sono Bill Clinton e Hillary Rodham. Per la cronaca c’è anche Meryl Streep.<br />
Le lettere di J.D.Salinger non contengono mai accenni riconducibili a sottintesi sessuali. Non accenna mai a nessuna donna nella sua vita passata o presente, nemmeno alla madre dei suoi figli. Joyce, dal canto suo, si guarda bene dal dire di non avere mai avuto un fidanzato. Eppoi questa relazione letteraria ben le si addice. Il fatto che Jerry Salinger non sia una presenza fisica le dà un senso di sicurezza. Si sente rassicurata dal non aver a che fare con la “meccanica dei corpi, dei baci, dei corpi nudi”.<br />
Alla fine del trimestre di primavera Joyce si decide ad acquistare una copia del Giovane Holden. “È una strana sensazione vedere il nome che conosco come una firma in fondo a una lettera, stampato a lettere gialle su una copertina rossa”. Dopo averlo letto chiederà a Jerry come gli sia venuto in mente quel buffo nome per il protagonista del romanzo: Holden Caulfield. Lui le risponde che aveva mescolato il nome di William Holden con quello dell’attrice Joan Caulfield. Pura attrazione cinematografica. Le dice anche che, per anni, Jerry Lewis aveva cercato disperatamente di acquistare i diritti del libro per poter produrre un film e recitare nella parte di Holden. Naturalmente le risposta è stata un deciso no.<br />
In maggio Salinger le dà il suo segretissimo numero di telefono e Joyce, sempre così timida nei rapporti con gli altri, questa volta non perde un istante e chiama. “Lui ha una voce meravigliosamente ricca e profonda. Nessuna traccia di accento dell’est, parla con intelligenza, humor e grande sicurezza”.<br />
Le telefonate, come le lettere, diventano giornaliere. Jerry Salinger è interessato a qualsiasi cosa Joyce abbia da dire. Vuole anche sapere cosa ha mangiato per cena. Di solito sono broccoli e yogurt. Ci sono però anche piccoli segreti che Joyce non rivela: che il suo corpo le sembra, come sempre, inadeguato e che ha messo gli occhi, naturalmente non ricambiata, su uno studente che segue il corso di disegno, che si chiama Garry Trudeau, che aveva appena raggiunto la celebrità con una nuova striscia che si chiamava Doonesbury.<br />
È tempo d’estate, tempo di vacanze, tempo di progetti, tempo di digerire una fantastica offerta di lavoro alla pagina degli editoriali del <em>New York Times</em>. Ma prima di tutto è tempo di passare due giorni a Cornish, New Hampshire dove, finalmente, incontrerà il leggendario J.D.Salinger. Ovvero, Jerry.<br />
“Ho sempre cercato di immaginare cosa passasse nella testa dei miei genitori quando sono venuti a prendermi all’autobus da Yale, prima che andassi a Cornish”, scrive Joyce che aveva  raccontato loro dell’avventura che stava vivendo con un uomo di 35 anni piu’ vecchio di lei. “Possibile che nessuno di loro abbia pensato che questa non era proprio una grande idea. Possibile che non si siano chiesti cosa passasse nella testa di un cinquantenne che invitava una diciottenne a passare da lui il fine settimana. Ma, se per quello, i genitori di Joyce non si erano mai preoccupati che la figlia facesse l’autostop o che, all’improvviso, perdesse peso in modo vistoso o che il suo corpo non fosse quello di una normale diciottenne.<br />
Anzi, la madre è orgogliosa che la figlia abbia attirato l’attenzione di un uomo così famoso e brillante. La madre le cuce persino l’abito da indossare per l’occasione. Tanto per restare in tema letterario le cuce le lettera A e Z sulle tasche davanti. Poi, siccome il padre non ama guidare in autostrada, è il suo ex insegnante di inglese ad accompagnarla all’appuntamento che segnerà per sempre la vita della ragazza.<br />
L’appuntamento è davanti ad un motel. “Anche se conoscevo la sua faccia per averla vista solo su vecchie copie di <em>Life</em>, lo riconosco immediatamente”, ricorda Joyce. “È alto e la sua altezza è ancora piu’ notevole a causa della sua magrezza”. Indossa blue jeans e una maglia a girocollo. A dispetto dei capelli ormai grigi,  Joyce rimane colpita dall’aspetto da ragazzino che si sprigiona dalle sue gambe lunghe, dalle lunghe braccia, dalle lunghe dita della mano. Eppoi gira su una BMW che guida con svogliata, veloce ed elegante noncuranza. Le sue prime parole sono: “I can’t believe you’re finally here”, non ci posso credere che sei finalmente qua.<br />
L’incontro fra i due è da manuale d’amore. Come quello, a suo tempo teorizzato da Roland Barthes nei celebri “<em>Frammenti</em>” (di un discorso amoroso, naturalmente). “I due non si conoscono ancora. Bisogna quindi che si raccontino”, scrive Barthes. E Joyce e Jerome che non si conoscono, subito si raccontano: lei della sua famiglia, della storia del suo vero nome che e’ Daphne, ma tutti la chiamano Joyce. Lui racconta le sue manie di cibo che deve essere naturale, non raffinato, cotto in un certo modo, ad una certa temperatura; racconta anche dei suoi studi di medicina omeopatica di cui e’ un profondo conoscitore. “È il piacere narrativo, quello che appaga”, aveva annotato con saggezza Barthes.<br />
In quel primo fine settimana prendono forma le prime schermaglie amorose. Lui le prende la mano mentre passeggiano. Lei dorme nella camera della figlia di Jerry e lui passa a rimboccarle le coperte. Lui cucina per lei. La porta in paese per il rito mattutino dell’acquisto del giornale. Al ritorno, nel cortile di casa, in auto, lui le passa un braccio dietro le spalle e la bacia. “I kiss him back”: Joyce restituisce il bacio.<br />
Da questo momento in poi la relazione prende un ritmo accellerato. “Jerry Salinger vive nella mia testa. Parliamo al telefono tutte le sere e, a volte, anche durante il giorno, dal mio ufficio al <em>Times.</em> Non faccio che pensare a lui”. I fine settimana sono duri da passare separati. Non passano dieci giorni che Salinger guida cinque ore fino a New York per andarla a prendere e, via, altre cinque ore per tornare in campagna nel New Hampshire. “Questa volta, quando entro in casa, so come finirà”, dice lei.<br />
La relazione sessuale fra Joyce e Jerry è complessa. Tutto quello che la ragazza sa sul sesso lo ha appreso da articoli letti sulla stampa femminile riguardanti soprattutto le relazioni prematrimoniali e le malattie veneree. Il disastro incombe. “Sono in piedi accanto al letto, indosso un abito da ragazzina. Lui me lo sfila dalla testa. Non indosso reggiseno. Non ne ho bisogno: non ho seno. Indosso solo mutandine di cotone che lui mi sfila. Buffo, penso che praticamente fino all’altro giorno giocavo ancora con le Barbie”.<br />
Il problema è che Joyce non aveva fatto i conti con i muscoli vaginali che le fanno cilecca. Sono così tesi e duri che impediscono qualsiasi tentativo di rapporto sessuale. Salinger si dimostra comprensivo: tenteremo di nuovo domani. Domani, però, è uguale, se non peggio. E i giorni seguenti lo stesso. Joyce torna a New York, ma la vita non è più la stessa. Da una parte la vergogna è infinita, dall’altra la vicenda la lega ancora di più a Salinger che è l’unica persona con cui può confidarsi e con cui riesce a vedere un futuro in comune.<br />
Lo vede così tanto che il successivo anno accademico decide di lasciar perdere Yale e mettere un freno alla sua carriera giornalistica. Il tutto per amore di J.D.Salinger e per quel maledetto vaginismo recidivo.<br />
Salinger riversa su di lei tutte le sue paranoie. Lei è già anoressica e lui le insegna a disfarsi del cibo non macrobiotico eventualmente ingerito, cacciandosi due dita in gola. Lei indossa una minigonna e lui: non hai niente di meglio da indossare? Non vedi che sei ridicola? Joyce, invece, non riesce minimamente a scalfire la corazza del recluso letterario piu’ famoso del mondo.<br />
Fra i due non succede praticamente nulla di interessante o di piccante fatta eccezione per del sesso orale sotto le coperte e il continuo tentativo di Salinger di guarirla da quel fastidioso vaginismo. Ma sempre senza successo. In un’intervista rilasciata da Joyce Maynard al San Francisco Chronicle all’indomani dell’uscita di questo suo libro negli Stati Uniti, ammette che in una situazione come quella non c’e’ mai una persona che è totalmente responsabile e una che è del tutto innocente. “Il fatto è”, dice “che io ero estremamente sensibile alla droga Salinger”.<br />
La vita insieme, poi, cambia le prospettive. Intorno non è più grandi tramonti e foreste rigogliose. Le foglie degli alberi, ora, appassiscono anche. I pomodori muoiono per il gelo e l’unica luce che brilla intorno a loro è quella della televisione, davanti alla quale i due siedono per ore in silenzio. Lui comincia a non sopportare più che lei lasci la biancheria umida nella lavatrice. Brutto segno. Quando l’editore di Joyce &#8211; che sta per pubblicare il suo primo libro, Looking Back, memorie di una teen-ager &#8211; le chiede se pensa che J.D.Salinger vorrebbe fare una dichiarazione in favore del libro, la risposta di lui e’ “I think I’ll pass”, magari un’altra volta. E quello che la colpisce di più è l’espressione di orrore che Salinger non riesce neanche a nascondere. Looking back esce e lei si rende conto che sarà un altro motivo di scontro tra di loro. Il libro è, infatti, un concentrato di tutto quello che Salinger odia.<br />
Lui, comunque, fa un ennesimo tentativo per cercare di avere un rapporto sessuale con lei: la porta da un medico di fiducia che, però, come gli altri, non ha la bacchetta magica per risolvere il problema. Per di più, Joyce vorrebbe avere un figlio da lui. Ma J.D.Salinger è stanco. “Non voglio avere più figli. Ne ho abbastanza di tutto questo”. Una pausa e poi: “È meglio che ora vai a casa e porti via tutte le tue cose”. Scaricata, così, su due piedi.<br />
Un quarto di secolo dopo questi fatti, il Salinger che esce dal racconto di Joyce è, certo, un misantropo, uno che non sopporta la biancheria sparsa per casa, uno un filo odioso perchè non fa niente per aiutare il lancio del libro della fidanzata quando gli sarebbe bastato alzare un dito per farlo diventare il best-seller dell’anno, ma che diritto abbiamo noi di giudicare questi peccati, tutto sommato, veniali? Eppoi anche Salinger ha diritto di vivere come vuole. O no? A questa domanda Joyce è solita rispondere che, allora, lui non avrebbe dovuto scrivere delle lettere a una ragazzina e invitarla ad andare a casa sua. Però, oggi, ammette, non sente rancore anche perchè sono molte le cose che ha imparato da lui, soprattutto sul piano della scrittura. Ma allora cos’è &#8211; o meglio, chi è &#8211; per lei Salinger? “So solo quello che non è: non è un dio”.</p>
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		<title>Fidel, te quiero mucho</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2009 14:49:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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«Mio nome è dottor Castro Fidel. Io sono Cuba. Posso visitare sua grande nave?». Era il 27 febbraio 1959. La motonave  M.S. Berlin, registro navale tedesco, era all’ancora nel porto dell’Avana dove, qualche settimana prima &#8211; l’8 gennaio &#8211; Fidel Castro, rovesciato il regime di Fulgencio Batista, si era autoincoronato signore assoluto di Cuba e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-94 aligncenter" title="Marita Lorenz con Fidel Castro" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/marita-lorenz-280x300.jpg" alt="Marita Lorenz con Fidel Castro" width="280" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>«Mio nome è dottor Castro Fidel. Io sono Cuba.</strong> Posso visitare sua grande nave?». Era il 27 febbraio 1959. La motonave  M.S. Berlin, registro navale tedesco, era all’ancora nel porto dell’Avana dove, qualche settimana prima &#8211; l’8 gennaio &#8211; Fidel Castro, rovesciato il regime di Fulgencio Batista, si era autoincoronato signore assoluto di Cuba e si era istallato al 24esimo piano dell’Havana Hilton Hotel, suite 2406-8, dal cui balcone, quella mattina, aveva visto la M.S. Berlin entrare in porto. Messi da parte gli assilli rivoluzionari aveva organizzato una spedizione per andare a curiosare fra i capitalisti in vacanza. A fare gli onori di casa per l’inaspettata visita era la diciannovenne Marita Lorenz, figlia del comandante Heinrich F. Lorenz, in quel particolare momento impegnato nell’indisturbabile pisolino pomeridiano. <span id="more-95"></span><br />
<strong>A Marita non era ben chiaro chi fosse quel signore dalla barba incolta</strong>, con gli stivali da combattimento slacciati da cui spuntavano calzini di colore diverso e che parlava in un inglese rotto e approssimativo, ma non le piaceva l’idea che lui e i suoi fossero saliti a bordo armati fino ai denti. Fu così che la ragazzina ordinò ai rudi barbudos di depositare le armi sul ponte.<br />
Fidel le consegnò il fucile e «le nostre mani si sfiorarono, i suoi occhi erano nei miei, il suo corpo lambiva il mio, il suo alito e la sua barba mi solleticavano il naso». Da quel momento fu amore a prima vista: «Avevo ancora fra le mani il fucile confiscato: la canna era fra le sue gambe: se avessi accidentalmente tirato il grilletto avrei disseminato le parti private del leader cubano sul territorio tedesco», scrive Marita Lorenz in Marita, un volume autobiografico in cui le gesta amorose di dittatori sudamericani si mescolano a personaggi che si chiamano Lee Harvey Oswald e Jack Ruby.<br />
Quando il comandante emerse dal sonno furono fatte le presentazioni ufficiali.  «Papà questo è il dottor Fidel Castro Ruz, comandante di Cuba». Agli ospiti fu fatta visitare la nave e offerto un rinfresco. Castro non mancò di chiedere consigli politici al comandante Lorenz che lo ammonì: «L’unica cosa che non deve mai fare è alienarsi la simpatia degli Stati Uniti». E Castro: «Non ne ho nessuna intenzione. Io, Comunista? Mai. La mia è una rivoluzione umanitaria». Durante la cena che seguì, Fidel trovò il tempo di contrabbandare sotto la tavola un tovagliolo su cui aveva scritto: “Para Marita, Alemanita Mia &#8211; Siempre, Fidel, Feb. 27, 1959”. Al momento dei sigari Castro chiese al comandante se poteva tenersi sua figlia come segretaria personale, questi rispose, grazie, ma la ragazza deve ancora finire la scuola.<br />
L’ora degli addii giunse sullo sfondo di un tramonto tropicale profumato al gelsomino accompagnato da una rumba che l’orchestra suonava sul ponte inferiore. La processione dei visitatori era aperta da Marita e Fidel mano nella mano, seguiti da venticinque barbudos e due ufficiali della Berlin. «Con la scusa di mostrargli il porto dell’Avana, lo spinsi fra le scialuppe di salvataggio sei e sette, mentre gli altri andavano avanti. Fidel mi teneva stretta. Non volevo che questo momento finisse mai. Mi baciò, oh, il mio primo bacio. Potevo sentire l’aroma dei suoi sigari cubani sulla barba. Mi sussurrò: Dulce, te quiero, mi cielo. Resta con me. E io: Fidel non posso, salpiamo fra due ore. E lui: Forse sono troppo vecchio? E io: no, sei perfetto. Poi mi mostrò l’Hilton dove, disse, mi avrebbe aspettato. Promettimi che tornerai». <em>Dissolvenza sul porto.</em><br />
Settimane più tardi Marita è sola nell’appartamento di famiglia a New York sull’87esima strada. Suona il telefono. Operatore: «Attenda, le passo il primo ministro». Il cuore le salta in gola. E lui: «Mi manchi. Torna all’Avana, Te quiero mucho Alemanita». A niente valgono le scuse. Meno di ventiquattro ore dopo tre barbudos la scortano all’aeroporto dove un apparecchio della Cubana Airlines l’attende per farla volare alla suite 2406-8 dell’hotel Hilton dell’Avana. Lui : «Stai con me per sempre», «Sì, sempre». Scrive ancora Marita: «La nostra passione ci fece dimenticare il mondo intorno a noi. Mano nella mano chiudemmo le persiane e Fidel ordinò a Che Guevara di non disturbarlo». Le effusioni durarono cinque ore. Il commento di Marita fu: «Non sembrava mai completamente nudo: indossava sempre la barba».<br />
Era marzo. Ad aprile Marita era incinta e gelosa delle lettere delle ammiratrici, soprattutto di quelle focose di Ava Gardner che, a un certo punto, stanca di aspettare i comodi di Castro si era presentata direttamente al famoso hotel Hilton dove, riconosciuta in Marita quella che le strappava le lettere, le affibbiò uno schiaffone scatenando l’intervento di una delle guardie del corpo di Castro. Più tardi Fidel rassicurò Marita: aveva mandato un barbudo a soddisfare i desideri erotici dell’attrice.<br />
Ma il pericolo non era solo della concorrenza femminile. Il 15 ottobre, approfittando dell’assenza di Castro dall’Avana, elementi controrivoluzionari &#8211; una categoria dello spirito di moda ai tempi della guerra fredda &#8211; le drogarono il bicchiere di latte quotidiano e la rapirono, apparentemente, per farla abortire. «C’era una luce violenta. Mi svegliai con la pancia piatta. Il bambino non c’era più. Ma da qualche parte un grido, un pianto di bambino. Il mio bambino era vivo». Come in un classico dello spionaggio &#8211; quelle pellicole in bianco e nero, tutte ombre e coni di luce &#8211; Marita si risveglia all’Hilton, nella suite di Castro, in un bagno di sangue. Il compagno Cienfuegos cerca di mettersi in contatto col comandante supremo al telefono e quando ci riesce quello gli risponde: «Non mi dire. Chi?». Marita, insanguinata, lascia l’Avana con in tasca l’anello di fidanzamento, la chiave della famosa suite e le lettere d’amore di Fidel. «Non avevo dubbi: sarei tornata».<br />
Sì, Marita sarebbe tornata all’Avana, ma con in tasca delle pillole per uccidere Castro, regalo della CIA, e in particolare di Frank Sturgis, personaggio che ritroveremo anni più tardi coinvolto nello scandalo Watergate. All’epoca Sturgis si faceva le ossa con le organizzazioni anticastriste e aveva preso in carico Marita. La CIA contava di usare il risentimento della donna verso Castro, ma non aveva fatto i conti con “l’amore” &#8211; sui volantini anticastristi che la CIA paracadutava sull’Avana lei scriveva, a mano: “Fidel, ti amo” &#8211; come non aveva fatto i conti con la stupidità: Marita aveva nascosto le pillole avvelenate in un vasetto di crema di bellezza e al momento di usarle quando si era trattato di rifilarle a Castro erano diventate una pappina che, anche gettata nel water, continuava a ritornare a galla nonostante i ripetuti getti di sciacquone che rischiarono di insospettire Fidel.<br />
L’incontro registrato da Marita si sarebbe svolto così: «Fidel entrò nella stanza come se io non me ne fossi mai andata. Voglio sapere del bambino, gli dissi. Non so niente, rispose lui accigliato. Stai attento, mio padre ti potrebbe uccidere. Allora Fidel crollò, disse che non aveva mai dato nessun ordine, che il dottore aveva agito di testa sua». Fidel era stanco. «Ti hanno mandato ad uccidermi? Si, Fidel, mi hanno mandato ad ucciderti». Fidel le dà la sua 45 e la sfida: «Spara». E lei: «È arrugginita, ha bisogno di essere oliata». Adesso Fidel è nudo, con la barba e i calzini &#8211; sempre di colore diverso, uno nero, uno marrone, ma, nota lei, stranamente senza buchi. Di lì a poco giocano al kamasutra mentre da sotto il letto spunta il fedele bazooka da cui Fidel non si separava mai. Al ritorno negli Stati Uniti gli agenti della CIA chiedono a Marita perchè non l’ha ucciso e lei risponde: «Da vivo può costruire ospedali e scuole per i bambini».<br />
Il debole di Marita verso i maschi latino americani si rinfuoca con la conoscenza carnale di Marcos Perez Jimenez, ex presidente del Venezuela, nemico giurato di Castro. Annota Marita: «Fidel mi amava, Marcos mi trovava sessualmente eccitante». Neanche dirlo, qualche settimana più tardi Marita è incinta. Il suo commento pimpante è: «Marcos sarebbe diventato papà e avrebbe imparato a cambiare i pannolini». Commenti in casa? «Non capisco perchè la mamma non era felice di avere un altro dittatore in famiglia». Nasce Monica.<br />
Nella vita spericolata di Marita sfilano nemici eccellenti come Robert Kennedy, all’epoca ministro della giustizia, che impacchetta l’imbarazzante Jimenez e lo spedisce in Perù, lasciando Marita senza fonte di sostentamento e con un altro aborto in corso. Questa volta sarebbero stati degli agenti provocatori che volevano tirarla sotto con la macchina. Ed ecco Marita rifarsi viva con Sturgis. C’è qualcosa da fare? L’unico lavoretto disponibile, al momento, era l’assassinio del presidente degli Stati Uniti. Si chiamava Operazione 40, i cubani volevano punire John Kennedy per il mancato aiuto nell’invasione di Cuba e la CIA voleva dare loro una mano. Annota Marita: «Ero l’assassino più sexy a disposizione dell’Op 40». È durante questa operazione che Marita fa la conoscenza di “Ozzie”, ovvero Lee Harvey Oswald e di un signore dall’aspetto mafioso che più tardi Marita riconoscerà come Jack Ruby, l’assassino di Oswald. Il cerchio si chiude.<br />
Non mancano, nella telenovela, ancora matrimoni, aborti e gravidanze, compresa quella dovuta a un cane che le aveva masticato il diaframma lasciandola senza protezione. Cos’altro? A pagina 192 Marita lavora per l’FBI  e a pagina 212, Monica &#8211; la figlia di Jimenez &#8211; spara a Sturgis. Ma il gran finale arriva verso pagina 241 quando Marita ritorna a Cuba e Castro le presenta il famoso figlio abortito nei primi capitoli della biografia. <em>Violini. Titoli di coda. </em>Marita: «È da tanto che non ci vediamo Fidel». «Sì, eravamo tanto giovani».</p>
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		<title>Amarcord Macondo</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Mar 2009 21:16:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Metti Mauro Rostagno e il sottoscritto. La coppia più improbabile del mondo. Il leader del Sessantotto e il giornalista a cui il Sessantotto interessava quanto una linea di filobus.
Era la primavera del 1978 &#8211; santiddio una vita fa &#8211; e Rostagno era reduce dal putiferio di Macondo, il locale alternativo di Milano che lo aveva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="size-full wp-image-38 aligncenter" title="Macondo" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/02/macondo.jpg" alt="Macondo" width="120" height="187" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Metti Mauro Rostagno e il sottoscritto</strong>. La coppia più improbabile del mondo. Il leader del Sessantotto e il giornalista a cui il Sessantotto interessava quanto una linea di filobus.<br />
Era la primavera del 1978 &#8211; santiddio una vita fa &#8211; e Rostagno era reduce dal putiferio di Macondo, il locale alternativo di Milano che lo aveva visto protagonista di una kermesse di spinelli movimentisti con risvolti politico-giudiziario-carcerari. La sua idea era quella di scrivere, a quattro mani, un libro per raccontare, a caldo, appunto, la vicenda di Macondo. <span id="more-86"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non sapevo spiegarmi perché</strong> Rostagno avesse accettato di lavorare con me invece di scegliersi una delle Grandi Firme nella costellazione del “Rotary del Sessantotto”, come Francesco Merlo ebbe a battezzare la lobby lottacontinuista sulle colonne del Corriere della Sera.<br />
A dire la verità non sapevo bene cosa aspettarmi dal nostro appuntamento, ma soprattutto non sapevo chi aspettarmi. Fatto sta che ci incontriamo, ci annusiamo &#8211; lui del segno dei Pesci , io Capricorno &#8211; ci troviamo simpatici e eccoci qua, chiusi in una stanza, con un registratore, una manciata di batterie, una dotazione industriale di nastri, dei panini alla cotoletta &#8211; o, forse, erano al formaggio, non ricordo, è passato tanto tempo &#8211; e litri di succhi di frutta.<br />
L’accordo era: tu raccontami tutto quello che ti pare, come ti pare, ci penso poi io a dargli la forma di libro. Fu così che Rostagno prese a parlare, a parlare, a parlare, raccontando di Macondo, di sè, degli amici e dei nemici della sinistra e, ironia, della Sicilia che lui adorava, che in qualche modo finiva sempre nei suoi racconti e dove anni più tardi finirà morto sparato.<br />
Anche Macondo nasce, indirettamente, in Sicilia. Dopo una vacanza a Selinunte e Lampedusa Mauro torna a Mlano, senza casa e incontra il ferroviere di Lotta Continua Marco Visentini che gli offre una stanza. Quindicimila al mese. Accade che un giorno, la “Lei” di Visentini, quella con la elle maiuscola, lascia il ferroviere che, disfatto, decide, su due piedi, di aprire con Rostagno un ristorante, “un posto dove una fetta del popolo degli uomini possa  mangiare, bere, fumare e passare una sera evitando le elle maiuscole per un poco. Siamo in quattro, il più ricco è Marco. Non ce l’avremmo mai fatta”.<br />
Fin quando spunta dal nulla Guia Sambonet che dice: “Ho trovato un posto che potrebbe essere Macondo per noi”. Siamo in via Castelfidardo 7, nel centro di Milano, tra Brera e Garibaldi, a lato il Naviglio interrato. La palazzina è una ex fabbrica e ex casa del Fascio: da lì è partita la marcia su Roma: “1500 metri quadrati di spazi da riempire di sogni e deliri e paranoie”. Il futuro ristorante viene battezzato “Romantica Bijou”. E comincia a mettersi in moto il passa-parola.<br />
E Macondo comincia a prendere forma. Arrivano gli altri. Le tribù di zingari. Arrivano i napoletani, incluso un principe verace. Arrivano con i libri, le mostre di pittura, ma nel frattempo, “portano calcinacci come nessuno e scaricano i camion con rapidità superiore a tutti. Arrivano i cugini ebrei. Arrivano Tonino e Michele, cioè chitarra e flauto, samba e jazz metropolitano, diciotto anni a testa. Arriva Barbara: è nata in Sicilia con nome di maschio, ma lei è tutt’altro, ma nessuno lo può spiegare”.<br />
Chi paga Macondo? Come tutte le avventure alternative  &#8211; faccio cose, vedo gente &#8211; niente è ben chiaro. Dice Rostagno: “I soldi li avevano messi alcuni di noi, ma non tutti. Io non ho messo niente di mio, salvo me stesso, perché non avevo altro”. Al ristorante si deve assumere gente. Ed ecco spuntare Jojò lottacontinuista che viene, neanche dirlo, dalla Sicilia, Selinunte, e Enzo, scorpione pugliese, “lavora 20 ore e ne parla 30: le dieci di scarto le passa a dire come si potrebbe mandare avanti il ristorante guadagnando di più (e avvelenando i clienti)”. Ciccio è l’elettricista, che ha un biglietto da visita che dice: “Subito luce, acqua, calma e volutta’”; Antonio, il capo mastro, combina un disastro dietro l’altro: il più pirotecnico riguarda la canna fumaria che avrebbe dovuto eliminare gli odori del ristorante: lui l’ha murata facendo esplodere la caldaia del vicino. Ottimisticamente, l’articolo tre dello statuto di Macondo stabiliva la durata della cooperativa in “cento anni”: Cento anni di solitudine. Marquez. Macondo.<br />
Macondo apre, in prova, il 29 ottobre del 1977 con una serata in onore del filosofo francese André Glucksmann. Una pedata nelle palle marxiste: era appena uscito il suo libro La cuoca e il mangia uomini, storie di gulag, “dell’atteggiamento di chi, non essendo la realtà uguale ai propri desideri, arma la realtà perché questa sia uguale ai desideri”.<br />
Non dimentichiamo che erano anni, quelli di Macondo, segnati dal frettoloso allineamento di gran parte della sinistra alla nuova chiesa vincente del Partito Comunista, “con tutto quello che segue”, dice Rostagno “devi pensare come loro altrimenti rischi la criminalizzazione immediata. Da questo al gulag non è che manchi molto”. E ancora: “Visto che i frutti dell’albero marxista sono avvelenati  &#8211; è così in Cina, è così in Vietnam, è così in Cambogia, è così in Unione Sovietica &#8211; perché dobbiamo continuare a coltivarlo? A annaffiarlo? Non mi importa nulla anche se ti chiami Carlo Marx. Se arrivi con i carri armati e mi schiacci sei un nemico”.<br />
Naturalmente il dibattito sul libro non si tiene. Lo sapevano tutti benissimo che era solo una scusa per far vedere Macondo a Milano. E dalle sette di pomeriggio alle tre di mattina del giorno dopo passano dalle cinque alle seimila persone, ininterrottamente. E non c’era nulla da vedere. E la gente continuava a passare.  Ricorda Rostagno: “C’erano gli intellettuali, i sottoproletari della cintura, i ragazzini scappati di casa a 15 anni, i radical-chic, i poveri e i ricchi, quelli delle classi alte e quelli delle classi basse e quelli che non avevano classe, c’erano donne e maschi, c’era gente che non sapeva se era maschio o femmina, gente che pensava di essere maschio essendo donna e viceversa, gente che non pensava nulla, i pazzi, gli emarginati, gli sfigati, i curiosi, chi veniva  lì per parlare bene, chi per parlare male. La nostra ambizione era che Macondo fosse uno specchio: lo spettacolo siete voi che venite ogni sera”.<br />
Fino da allora, il mondo della droga e quello di Rostagno erano in perenne rotta di collisione. “Abbiamo subito messo in chiaro che Macondo era proprietà privata e noi eravamo i gestori privati di una proprietà privata che destinavamo ad uso collettivo, ma di cui noi decidevamo i termini e i limiti: per esempio noi non volevamo che a Macondo ci si bucasse. Io non voglio entrare nelle scelte di nessuno, ognuno può scegliersi la sua strada, ma non a Macondo. Ci rendiamo conto che, comunque, bisogna fare un filtro. Con la deriva metropolitana arrivano le cose belle, ma anche quelle brutte. Cominciavano ad arrivare quelli che entrano e ti dicono: “Io ti dò la coca, tu mi dai la figa”. Alla malavita, poi, abbiamo fatto capire che se loro avevano amici duri da mettere in campo, li avremmo avuti anche noi”.<br />
Il fatto è che Macondo non aveva solo contro gli spacciatori e i ladri, ma anche parte della  sinistra. Il fatto che Rostagno non facesse più politica, in certi ambienti era considerato un tradimento. Non solo, ma siccome il posto funziona, in molti, a sinistra, pensano che lì si facessero i milioni. “Facevamo diecimila lire al giorno, soci e non soci. Sono uscito da quella storia senza una lira in tasca. E c’è poco da vantarsi di questo”.<br />
La storia della  proprietà privata, poi, non andava giù soprattutto a quelli di Autonomia con cui Rostagno aveva il dente particolarmente avvelenato. “Loro volevano che ci si comportasse come in una casa occupata. Questo voleva dire ridurre Macondo ad un letamaio che non sarebbe più stato utilizzato da nessuno. Una sera, poi, arrivano nel locale e, di punto in bianco, lanciano un petardo. A un macondino saltano i nervi e molla un ceffone a uno degli eroi che sta scappando. Da lì scaturì una discussione politica sul fatto che lo schiaffo è “femmina” e il pugno “maschio”. Il pugno poteva anche essere accettato e digerito con una serena discussione, lo schiaffo doveva essere assolutamente “pagato”. “Argomenti di logica tantrica”, li chiamava Rostagno.<br />
E si arriva alla mezzanotte del 22 febbraio 1978, quando era da poco iniziata l’attività serale di Macondo. Si apre una porta e spunta un tizio, tutto vestito di cuio, con in mano una lampada e una rivoltella nell’altra. Rostagno pensa che, dopo aver pestato i piedi a mezza sinistra, fossero arrivati i “giustizieri del popolo” a chiudere Macondo. Fu quando spuntarono i poliziotti con i mitra spianati che tutti i seicento e passa avventori tirarono un sospiro di sollievo. Anche perché l’operazione era comandata da uno dei questori di Milano, il dottor Pagnozzi, che con Rostagno aveva una storia passata. Si erano conosciuti anni prima a una manifestazione a Cinisello Balsamo. Nel corso di quel primo incontro al dottor Pagnozzi dettero otto punti perché qualcuno gli tirò una pietra in testa. Quando Rostagno lo rivide a Macondo pensò che quella serata non sarebbe stata delle più piacevoli. In un certo senso si sbagliava perché da quel lato il poliziotto rivelò un insospettato senso dello humor. Una volta in Questura gli mostrò un sasso levigato, dipinto di marrone con della pelle incollata sotto: la famosa pietra di Cinisello Balsamo.<br />
Il capo d’accusa per i macondini erano i falsi biglietti del tram delle “Linee Straordinarie Metropolitane”, fatti stampati in occasione del Convegno sull’arte di arrangiarsi, dove sul lato convalida stava scritto, su alcuni “Ce l’hai un filtro? “ su altri “Vale uno spino “ e sul retro: “Il biglietto è cedibile a chiunque altro stia rollando. Disonesto usarlo più di una volta o per prendere il metrò. Comunque non c’è nulla da preoccuparsi. Bambule’”.<br />
Era successo, più o meno, che una mamma aveva trovato nella tasca della giacca del figlio il finto biglietto e aveva esclamato: “Oddio, quelli di Macondo vanno davanti alle scuole a distribuire i biglietti. I ragazzi vanno a Macondo e si fanno regalare uno spino”. Rostagno era molto divertito. Dice: “Avevo calcolato che per fare una cosa del genere ci sarebbe voluto il bilancio della Fiat. Avevo davanti una barzelletta. Mi rincuoro”.<br />
A dire la verità c’era poco da stare allegri. Il dottor Pagnozzi doveva eseguire un ordine di cattura firmato dal sostituto procuratore della Repubblica Alfonso Marra che accusava i tredici soci fondatori di Macondo di aver adibito il locale all’uso di sostanze stupefacenti distribuite anche a giovani di età minore. Roba da trent’anni e passa di galera.<br />
La stampa di sinistra si spacca e comincia il balletto dei bizantinismi e dei distinguo. L’Unità titola: “Peggio dell’hashish è la malafede” e punta il dito marxista sulla linea di autodifesa dei macondini bollandola di “ironia d’accatto e qualche lacrima. Spezzoni di verità assemblati alla rinfusa, fino a comporre un’unica, interessata menzogna”. Rostagno è furibondo. Compagni quelli? Ma quali “compagni”. Dice: “A me oggi non me ne frega più niente di sapere se uno è compagno o non lo è. Io lo guardo negli occhi. Mi chiedono continuamente: ma tu sei un compagno? Io non lo so. So a mala pena cosa sono io, figurati se so cos’è un compagno”.<br />
Come quel compagno di Rostagno, erano gli anni della facoltà di sociologia di Trento, che si chiamava Renato Curcio, futuro capo delle Brigate Rosse. “Io e Renato andavamo nelle trattorie sempre con pochissimi soldi e sceglievamo un tavolo vicino a gente cha mangiava anche il secondo. Io mi alzavo e facevo una scena, tutti si giravano a guardarmi e intanto Renato, con la mollica del pane, zuppava nel piatto del vicino. Poi toccava a lui distrarre la gente. Eravamo diventati abilissimi”.<br />
Rostagno, però, allora, non capiva più il suo ex amico. “Renato è una persona dolcissima. Io non capisco come, oggi, uno come lui, uno di un’umanità profonda, amore per la natura, per i deboli, possa dire che l’esecuzione di Aldo Moro è il piu’ alto atto di umanità in una società divisa in classi. Le Brigate Rosse vivono in una bolla di sapone, sono un delirio perfetto. Sono diventati dei tecnocrati della rivoluzione. Abbattere la società divisa in classi non credo sia la cosa più importante della vita. Non capisco cosa abbia a che fare lo scontro di classe con la soppressione fisica di un corpo, con i suoi desideri, i suoi bisogni. Io mi ritrovo fratello di Moro, nella paura della morte, nel senso profondo della voglia di vivere. La sua soppressione è un tentativo di sopprimere anche me che non sono democristiano e non sono oppressore”.<br />
La vicenda Macondo si sgonfiò con la stessa rapidità con cui era montata. Uno dei testi chiave dell’accusa, una bambina di 14 anni diventa, involontariamente, teste di difesa. La bambina dice al giudice: “I biglietti li ho comprati perché mi sembravano carini”. La bolla di sapone scoppia in niente. Ma una bacchettata sulle dita, gli imputati la devono pur prendere e così i tredici imputati vengono condannati a tre mesi, ma con la concessione di tutte le attenuanti generiche e la sospensione della pena. Assolti da tutte le altre imputazioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La mia full immersion nel mondo di Mauro Rostagno</strong> durò esattamente due mattine e due pomeriggi. Alla sera del secondo giorno, riempite più di dieci cassette di registrazione, ci siamo salutati, stravolti. Le nostre strade si persero per sempre: io finito in California, lui in Sicilia. Il risultato di quell’incontro lontano fu un libro dal titolo “Macondo”. Ricordo gli mandai il testo della prima stesura aspettandomi che mi ritornasse con chissà quanti cambiamenti, quanti ripensamenti. Invece prese la busta e la consegnò alle stampe, così com’era. Nella prefazione scrisse: “L’ho letto d’un fiato. E riletto. Per me non c’era niente da cambiare o da aggiungere. E mi tornava alla mente quella pagina di Cent’anni di solitudine che dice: Il primo della stirpe è legato ad un albero e l’ultimo se lo stanno mangiando le formiche. Ora, come potete ben immaginare, io non sono legato a nessun albero e le formiche mi hanno trovato sempre poco saporito”.<br />
Anche a me è tornata in mente la stessa frase quando, negli Stati Uniti, appresi del suo omicidio. Evidentemente si era sbagliato e le formiche lo avevano trovato saporito. Oggi si scopre che quelle formiche non erano mafiose, erano compagne e compagni.</p>
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