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	<title>Au Lapin Agile &#187; Interviste</title>
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	<description>Storie, frammenti, cronache, appunti</description>
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		<title>Leonardo Sciascia: il coraggio, l’impegno, la signora Maria e gli spaghetti alle vongole.</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 20:23:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Immagino che l’avrete notato anche voi: le trasmissioni di cucina imperversano sulla televisione di Stato, ma anche, e forse di più, sul canale satellitare di Sky (immagino che anche Mediaset abbia la sua parte di cuochi, ma per evitare di inquinare il mio televisore nuovo di zecca ho programmato il telecomando in modo che salti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Immagino che l’avrete notato anche voi: le trasmissioni di cucina imperversano</strong> sulla televisione di Stato, ma anche, e forse di più, sul canale satellitare di Sky (immagino che anche Mediaset abbia la sua parte di cuochi, ma per evitare di inquinare il mio televisore nuovo di zecca ho programmato il telecomando in modo che salti automaticamente i canali di partito 4, 5 e 6).</p>
<p>Il mondo globalizzato che appare sugli schermi al plasma, nello splendore dell’alta definizione più o meno digitale, sembra riflettersi nel cibo e nel tourbillon di improbabili ricette transculturali. Sembra essere morbosamente ossessionato da pietanze più o meno esotiche, da salse, spezie e bombe caloriche che ti sfondano il fegato solo a sentirne parlare. Sembra essere passato dalle “vacanze intelligenti” di buona memoria a viaggi alla ricerca del Graal culinario. Anche volendo, durante lo zapping serale, pomeridiano o mattutino, è praticamente impossibile non imbattersi in una di queste trasmissioni.</p>
<p>Così, è stata la visione di un piatto di spaghetti alle vongole – apparso su non ricordo quale canale satellitare mentre saltabeccavo da un documentario sul medico del Fuhrer a un telefilm della serie Perry Mason – che mi ha riportato alla mente Leonardo Sciascia. E sua moglie, Maria Andronico.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-838" title="Leonardo Sciascia con la moglie Maria Andronico" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/03/20091120elpepicul_1-220x300.jpg" alt="Leonardo Sciascia con la moglie Maria Andronico" width="220" height="300" /></p>
<p><strong>Rewind. È il novembre del 1977.</strong> All’inizio di quell’anno l’avventura politica di Leonardo Sciascia nel Partito comunista era finita con un divorzio non proprio amichevole (lo scrittore era stato eletto al consiglio comunale di Palermo, da indipendente, nelle liste del Pci nel giugno del ’75). Quasi a voler sottolineare la fine di un’utopia, di lì a poco avrebbe pubblicato il polemico <em>Candido. Ovvero un sogno fatto in Sicilia.</em></p>
<p>Lo scrittore riprende così a viaggiare sempre più spesso fra Palermo e Parigi, come a voler rinsaldare i suoi legami con la cultura illuminista d’oltralpe. È durante uno di questi suoi spostamenti che lo intercetto a Milano, di ritorno dalla capitale francese. Ci eravamo sentiti al telefono (all’epoca le mail ce le sognavamo) e ci eravamo dati appuntamento al centralissimo hotel Manzoni di via Santo Spirito, un albergo che, pur situato nel cuore del quadrilatero della moda, aveva, almeno allora, un’anima intima e poco mondana che piaceva molto a Sciascia.</p>
<p>All’epoca abitavo a Firenze e anch’io prenotai al Manzoni. La sera dell’incontro decidemmo di continuare l’intervista, o quanto meno le chiacchiere sul suo passatempo preferito – costruire cornici – al ristorante. La scelta cadde su Bice, il celebre locale toscano di via Borgospesso, a pochi metri di distanza dall’albergo. Sciascia era un fedele habitué delle sorelle Mungai (una delle più famose dinastie di ristoratori toscani trapiantati a Milano): di Cesarina e del suo “Girarrosto” di corso Venezia e naturalmente di Bice, di cui amava il clima familiare e soprattutto la vicinanza al Manzoni.</p>
<p>Di quella cena ho netto il ricordo della signora Maria, e degli spaghetti alle vongole ordinate, con voluttà, da Sciascia, evidentemente memore di altri spaghetti alle vongole delibati da Bice. Quando il cameriere depositò il piatto fumante davanti all’autore di <em>Todo Modo</em>, la signora Maria, con tecnica evidentemente assodata nel tempo, se ne impossessò e pulì, con una velocità sorprendente e con una tecnica ancor più sbalorditiva, una ad una, tutte le vongole, togliendo la polpa dal guscio, e rimettendo dopo qualche attimo il piatto ancora caldo davanti al marito che, spenta la sigaretta (allora si poteva ancora fumare nei locali pubblici) attendeva il termine dell’operazione tenendo la forchetta a mezz’aria.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-839" title="Leonardo Sciascia" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/03/4-25_leonardo-sciascia-481x300.jpg" alt="Leonardo Sciascia" width="481" height="300" /></p>
<p><em>Quella che segue è l’intervista fatta a Leonardo Sciascia – prima  di quegli spagheti alle vongole – e pubblicata sul mensile </em>Critica  Sociale<em> nel gennaio 1978 con il titolo “Sciascia, Candido, il  coraggio, l’impegno”</em></p>
<p><span id="more-836"></span></p>
<p><strong>Leonardo Sciascia se non avesse fatto lo scrittore avrebbe voluto fare il falegname </strong>(«È un mestiere che mi ha affascinato fin da bambino, anche per gli odori: del legno, della colla»). Raccoglie stampe, acqueforti (e le mette in cornice) soprattutto del periodo 1880, 1930, francesi in modo particolare. È un bibliofilo («Ma soltanto un po’» e raccoglie tutto quello che riguarda Stendhal. Non ama i fumetti. Dice: «Non sono mai riuscito a leggerne uno. Per me è come una lingua ignota, indecifrabile». Detesta la fantascienza. Ne ha una specie di superstizione che tutto quello che immaginiamo e scriviamo finisca col realizzarsi. In questo senso il fascino che esercita su molti la fantascienza può anche essere, invece che ammirazione del futuro, terrore. In treno e d’estate, legge invece molti gialli.</p>
<p>Da qualche anno, più che leggere, preferisce rileggere. Dice: «Rileggo Stendhal quasi in perenne rotazioe. Tolstoi e i grandi russi. Diderot e Volaire. Degli scrittori d’oggi amo molto Carpentier, Manuel Scorza, Kundera. Degli italiani, Soldati e Calvino».</p>
<p>Leonardo Sciascia che incontriamo a Milano, in transito da Parigi per Palermo, ha d’altronde attinto molto spesso alla tecnica del giallo per i suoi libri. Basti pensare a <em>Il giorno della civetta</em>, scritto quando ufficialmente si negava l’esistenza della mafia, in cui l’applicazione della tecnica del giallo coincideva col tema fondamentale che è quello della “catena”, la catena gerarchica della mafia e della complicità mafiosa.</p>
<p><em>Sciascia, lei come si definirebbe?</em></p>
<p>«Uno che cerca di semplificare, secondo verità».</p>
<p><em>Lei ha scritto molto sulla mafia, i suoi romanzi sono ben più pungenti di certi saggi specialistici. Ha mai ricevuto avvertimenti mafiosi?</em></p>
<p>«No, mai. Ma in questo momento li sento nell’aria».</p>
<p><em>Cos’è per lei la mafia?</em></p>
<p>«Ho cercato, anni addietro, di darne una definizione da dizionario: “La mafia è un’associazione per delinquere, con fini di arricchimento per i propri associati, che si pone come intermediazione parassitaria, ed imposta con mezzi di violenza tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato”».</p>
<p><em>Esiste ancora, fra i giovani sicilani, il “comune senso dell’onore”?</em></p>
<p>«Non esiste più. Decisamente».</p>
<p><em>Dei libri che ha scritto qual è quello a cui è più affezionato?</em></p>
<p>«È <em>Morte dell’Inquisitore</em> perché lo considero come non finito».</p>
<p><em>È vero che lei non rilegge cose sue stampate per paura di trovarci errori tipografici?</em></p>
<p>«È vero. Ma forse la paura di trovarvi errori di stampa maschera il fatto che quello che ho scritto, una volta pubblicato, non mi interessa più».</p>
<p><em>Da un po’ di tempo si nota un certo ritorno alla cultura di provincia. Crede che riusciremo a trovare una “via nazionale alla cultura”?</em></p>
<p>«Sono sempre dell’opinione che l’Italia non abbia, né può avere una capitale culturale se non nel senso di una concentrazione di una concentrazione di istituti, di strumenti (e in questo senso Milano lo è ancora). La cultura italiana è stata ed è provinciale – cioè decentrata, eccentrica. Provinciale in senso deteriore forse è da considerare invece quella che si propone di non essere provinciale, di assumere come oggetto la città, la grande città».</p>
<p><em>Si dice che i comunisti non sarebbero più di moda, fra gli intellettuali, dopo il grande amore di due anni fa. Cosa ne pensa?</em></p>
<p>«Non credo. Fintanto che il Partito comunista apparirà come il cavallo che sta per arrivare al traguardo del potere, molti intellettuali l’ameranno ed applaudiranno».</p>
<p><em>Dopo l’esperienza come consigliere comunale del Partito comunista a Palemo, se la sentirebbe di andare al parlamento come deputato dello stesso partito?</em></p>
<p>«Non me la sarei sentita nemmeno prima. Ancora voglio scrivere qualche libro, voglio avere il tempo di scriverlo».</p>
<p><em>Cosa pensa del “compromesso storico”?</em></p>
<p>«Tutto il male possibile. Per dirla con una battuta: è un errore storico. E lo sconteremo tutti, per almeno vent’anni».</p>
<p><em>Cos’è rimasto per lei dell’intervista di Amendola all’</em>Espresso<em> in cui affermava che il coraggio civico non è mai stato una qualità ampiamente diffusa in larghe sfere della cultura italiana e opponeva il suo ottimismo al presunto psssimismo, soprattutto suo, di Montale e di Bobbio?</em></p>
<p>«Amendola ha detto una grande verità: solo che bisognava e bisogna rivolgerla veso coloro – verso quegli intellettuali – che si sono dichiarati d’accordo con lui. In quanto all’essere ottimisti o pessimisti non credo si possa, nel pessimismo, andare al di là del “compromesso storico”. Credere che non si possa governare l’Italia se non insieme alla Democrazia cristiana è toccare il fondo del pessimismo».</p>
<p><em>In un dibattito-scontro con Edoardo Sanguineti, lei disse di essersi ritrovato, dopo un anno e mezzo di esperienza in Consiglio comunale a Palermo, a fare la parte della “sentinella” dei tempi fascisti, quella che montava la guardia ai bidoni di benzina e che, nel suo caso, si è oltretutto accorto che il bidone che avrebbe dovuto custodire era vuoto. È stato dunque ingenuo credere nel cambiamento con l’avanzata del Pci?</em></p>
<p>«L’immagine della sentinella era sua, di Sanguineti. Io mi assegnavo un compito meno umile: volevo far parte di una pattuglia di guastatori. Ma non credo di essere stato un ingenuo: in fondo era un compito utopistico. Si trattava semplicemente di far certe cose e di non farne fare certe altre. Cose concrete. Poiché si doveva stare in consiglio comunale soltanto per lasciare fare le cose che non si dovevano fare, me ne sono andato. L’esperienza mi è servita. Moltissimo. Il guaio della sinistra in Italia è quello di aver seminato una doppia morale: una cosa è giusta se fatta da un uomo di sinistra o da un gruppo o un partito di sinistra; sbagliata o cattiva se fatta da un uomo di destra, o dalla destra. Poiché presto o tardi si raccogie quel che si semina, già si comncia a vedere che la sinistra non avrà un buon raccolto».</p>
<p><em>Alla vigilia del 15 giugno 1975, e dopo, si è sviluppato un grosso dibattito sul “pluralismo”. Il tema è stato preso a simbolo del nuovo volto del Partito comunista. A distanza di tempo di pluralismo non si parla quasi più. Che fine ha fatto?</em></p>
<p>«Il pluralismo era una specie di invenzione dell’ombrello, come nel famoso monologo di Gandolin. A un certo punto qualcuno si è dato ad inventare la democrazia. Ora, lei dice, non se ne parla più. Forse perché si sono accorti che il pluralismo – cioè la democrazia – esisteva già da prima: almeo formalmente».</p>
<p><em>Qual è il suo giudizio su Bernard-Henri Lévy, André Glucksmann e, in generale, sul fenomeno dei “nuovi filosofi”?</em></p>
<p>«Ho scritto una nota di introduzione all’edizione italiana del libro di Bernard-Henri Lévy (<em>La barbarie dal volto umano</em>, Marsilio). L’ho fatto più per rompere il conformistico rifiuto della sinistra nei riguardi dei “nuovi filosofi” che per adesione alla loro filosofia. Comunque a me non pare siano da relegare nella destra. Credo anzi che servano a ricordare alla sinistra la necessità di muoversi, di non sclerotizzrsi, di liberarsi di certi miti e di tornare ad essere creativa».</p>
<p><em>La figura dell’intelletuale “dissidente” all’interno di un partito di sinistra è talvolta contestata da certi marxisti. I “nuovi filosofi” teorizzano al contrario la necessità del dissenso. Cos’è per lei il dissenso?</em></p>
<p>«Definirei il dissenso come il bisogno di stare in un partito che non esiste, in una chiesa che non c’è. Appunto perché non ci sono, si sta dentro il vecchio partito, dentro lantica chiesa, a tentare di rinnovarle. Fatica forse inutil – ma la sola possibile, oggi».</p>
<p><em>Chi le ha proposto di entrare nelle liste del Partito comunista?</em></p>
<p>«Achille Occhetto. E ho accettato, ma dopo lunga esitazione, la sua proposta perché mi pareva che la sua gestione della segreteria regionale del Partito comunista fosse, nella critica e autocritica all’esperienza “milazzista”, la linea giusta per un rinnovamento del partito in Sicilia».</p>
<p><em>Quali sono i suoi rapporti personali e politici con Renao Guttuso?</em></p>
<p>«Con Guttuso ho rapporti di profonda amicizia, mai incrinati dalla sua ortodossia e dal mio dissenso. In questo siamo enrambi molto siciliani».</p>
<p><em>Nel campo delle arti visive, lei è d’accordo con l’estetica del “realismo socialista”?</em></p>
<p>«No, e del resto per un artista vero – qual è per esempio Guttuso – il “realismo socialist” non esiste. Guttuso è un grande pittore più quando fa “I tetti di Sicilia” che quando dipinge <em>I funerali di Togliatti</em>. Le etichette esistono in senso deteriore e per la parte deteriore».</p>
<p><em>Il Partito comunista nel campo della sperimentazione artistica ha ora abbandonato un atteggiamento di aperto conrasto.</em></p>
<p>«La politica culturale del Partito comunista è tutta una storia di ritardi, di disguidi, di qui pro quo. Credo che l’unico modo di far politica culturale, per un partito come il Partito comunista, sia quello di non farla».</p>
<p><em>Cosa avrebbe voluto che le avessimo chiesto e che non le abbiamo chiesto?</em></p>
<p>«Se ho delle inquietudini religiose. Le avrei risposto, come le rispondo, che le ho: il he rafforza la mia avversione a tutto quello che in Italia deriva dal cattolicesimo».</p>
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		<title>Oriana (Fallaci) ed io. Trent&#8217;anni fa.</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 12:41:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Febbraio 1980. Sono passati trent’anni esatti. La casa editrice Rizzoli aveva da poco pubblicato il libro “Un uomo” che Oriana Fallaci aveva dedicato al suo compagno Alekos Panagulis, conosciuto nel 1974, l’uomo da lei più amato, leader della Resistenza greca contro l’allora regime dei colonnelli che morirà in un misterioso incidente stradale il 1 maggio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Febbraio 1980. Sono passati trent’anni esatti. </strong>La casa editrice Rizzoli aveva da poco pubblicato il libro “<em>Un uomo</em>” che Oriana Fallaci aveva dedicato al suo compagno Alekos Panagulis, conosciuto nel 1974, l’uomo da lei più amato, leader della Resistenza greca contro l’allora regime dei colonnelli che morirà in un misterioso incidente stradale il 1 maggio 1976. La storia di Alekos verrà appunto raccontata dalla scrittrice fiorentina nel romanzo ”<em>Un uomo</em>” destinato a diventare un best seller.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-825" title="Oriana Fallaci con Alekos Panagulis (Collezione privata Oriana Fallaci)" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/03/700_dettaglio2_27.-OF-Panagulis.jpg" alt="Oriana Fallaci con Alekos Panagulis (Collezione privata Oriana Fallaci)" width="320" height="244" /></p>
<p>In quel febbraio del 1980 ero un fresco praticante assunto all’Editoriale del Corriere della Sera (si chiamava così allora). Nonostante la qualifica professionale di (apparente) neofita del mestiere (alle spalle avevo la pubblicazione di diversi libri e la partecipazine, nel 1975, alla nascita del primo quotidiano italiano in formato tabloid, stampato a Firenze, che purtroppo ebbe vita breve), ero stato nominato responsabile della pagina culturale del <em>Corriere Medico</em>, quotidiano nato da una costola del Corrierone. Si occupava del mondo della medicina e della scienza in generale (dai problemi sindacali, all’aggiornamento scientifico, alle scoperte). La pagina della cultura era un’oasi di pace e una fucina di idee solo perché non occupandosi di medicina non sottostava a pressioni politiche, pubblicitarie o semplicemente giornalistiche. C’erano, sì, i soliti medici scrittori che chiedevano di apparire sulle nostre colonne – che proprio in quei giorni passavano dal piombo alla fotocomposizione – ma venivano facilmente tenuti a bada.</p>
<p>Ogni uscita di un libro della Fallaci mandava in fibrillazione la casa editrice. Tutti i direttori venivano allertati per coprire l’evento al meglio. Alcuni venivano anche precettati per intervistare il “mostro sacro”. Compreso il mio direttore: Paolo Pietroni con cui, negli anni a seguire, condividerò l’avventura della rinascita di <em>Amica</em>, della nascita di <em>Max</em> (per cui mi manderà negli Stati Uniti come corrispondente), di <em>Sette</em>.</p>
<p>Quella mattina fatidica io arrivo in redazione soddisfatto di aver parcheggiato in via Solferino (già, allora, si poteva persino trovare posto davanti al Corriere e nelle strade adiacenti) e subito mi chiama Pietroni che, con aria distratta, butta lì che quel pomeriggio aveva qualcosa di estremamente importante da fare e che alle 15 non poteva andare a incontrare Oriana, come già organizzato. «Vacci tu» disse. Glielo feci ripetere. Lui ripetè: «Vacci tu».</p>
<p>L’unica cosa che mi venne in mente di replicare fu se era proprio importante il suo appuntamento. Lui bofonchiò qualcosa che assomigliava a “dentista” o forse era “dietista”. Poi riprese a leggere le carte che aveva davanti facendo così capire che il colloquio era finito. Tentai un’ultima disperata difesa: «Non ho con me il registratore». «Prendi un taxi», disse «e vai a casa a prenderlo». Non faceva una piega.</p>
<p>L’incontro era fissato per le 15 in casa editrice, in via Rizzoli. Corro a casa a recuperare il registratore e cercare di fissarmi in testa delle domande. Cosa diavolo avrei chiesto alla regina delle interviste, a quella che aveva infinocchiato l’Ayatollah Khomenei, che aveva innervosito Henry Kissinger, che poteva incontrare indifferentemente Indira Ghandi o Neil Armstrong, Mohammed Reza Pahalavi o Deng Xiao Ping, solo alzando la cornetta del telefono (all’epoca i cellulari erano fantascienza)?</p>
<p>«Un’intervista medica», si era raccomandato il direttore prima di sgusciare velocemente al suo appuntamento dal dentista o dalla dietista. Sì, certo, un’intervista medica.</p>
<p>Alle 15 spaccate ero in Rizzoli e ecco l’Oriana spuntare da uno di quei corridoio chilometrici del vecchio palazzo, quello che adesso è stato venduto e stanno buttando giù per farci, dicono, un centro commerciale.</p>
<p>Lei fiorentina, io quasi fiorentino, riusciamo a sintonizzarci parlando male di un amico comune. Nel senso che lei, chinandosi verso di me con aria cospratrice e soffiandomi un faccia una zaffata di fumo, se ne uscì con: «Quello stronzo è un agente della Cia». Ah, davvero, credevo fosse un professore universitario. «Certo, ma la John Hopkins è una copertura». Davvero? «Davvero». Altra zaffata di fumo. «Allora, cominciamo?». Sì, cominciamo. Meglio che cominciamo.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-828" title="&quot;Caro Castellaccio&quot;" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/03/Oriana-bis-500x166.jpg" alt="&quot;Caro Castellaccio&quot;" width="500" height="166" /></p>
<p>Quello che segue è dunque il testo dell’intervista pubblicata il 28 febbraio 1980 nelle pagine della cultura del <em>Corriere Medico</em>. Il titolo: “Una donna”.</p>
<p><span id="more-824"></span></p>
<p><strong>Quando il centralino passò la telefonata, il dottor Richard Kaufman si stupì che la sua amica Fallaci lo chiamasse durante il turno in ospedale.</strong></p>
<p>«Dick, sono malata, stò male», lo investì. «Credo di avere il cancro, che si fa?».</p>
<p>Dick Kaufman pensò che, tutto sommato, era proprio difficile essere amici di quella furia di italiana. Pensò anche che se non le avesse fatto subito un check up non avrebbe avuto più pace. Le disse quindi di andare da lui.</p>
<p>«Ci vado, faccio le radiografie e il cancro non c’è. Ne sono contenta, ovvio, ma anche un po’ mortificata per il caos che ho causato».</p>
<p>Oriana Fallaci si accende una sigaretta. «Dio quanto fumo! Troppo, troppo», dice quasi a se stessa.</p>
<p>«Quante?», le chiedo.</p>
<p>Almeno sessanta risponde con imbarazzo.</p>
<p>A sentire lei è un ospedale viaggiante, il ritratto al femminile del protagonista del romanzo di Jerome “tre uomini in barca”, quello che andando un giorno alla biblioteca per documentarsi su un lieve malanno, scopre di essere affetto da tutte le malattie ad eccezione del “ginocchio della lavandaia” e se ne sente offeso, quasi fosse un affronto, una menomazione.</p>
<p>«Dev’essere perché ho incominciato molto presto ad avere pessimi rapporti coi medici e perché i medici hanno cominciato ancora più presto a farmi le prepotenze. Un giorno, ero una bambina, avevo male alla pancia. Un normalissimo mal di pancia. Fui portata dal medico e subito lui mi tolse l’appendice. Poi mi mostrò una garza con su un pezzetto di Oriana roseo e chiaro, pulito e disse: “Non ce l’aveva l’appendicite, non si trattava di quello. Ma non importa, tanto è sempre meglio levarla. E in ricordo di quella bella impresa m’è rimasta una brutta cicatrice. E il complesso di essere malata anche quando non lo sono».</p>
<p>Ma cos’altro ti hanno fatto questi medici, a parte il crimine di aver preso un pezzetto di Oriana tutto roseo e pulito?</p>
<p>«Mi hanno preso trenta dollari dopo che mi ero visitata da sola. Senti questa. Un giorno mi ammalo a New York e mi metto a letto con la febbre e un mucchio di dolori. Chiamo il medico e lui mi risponde di andare al suo studio. “Non posso – mi lamento – sono a letto, ho la febbre”. E lui: “prenda uno specchio, si guardi la lingua”. Prendo lo specchio, mi guardo la lingua. “La vedo”, dico. E lui: “Com’è?”. E io: “Brutta, brutta”. E lui: “Ho capito. Ora si tocchi il fegato”. “Dov’è”, chiedo io. Me lo spiega, lo localizzo. Lo pigio e lo ripigio. “Le fa male?”, chiede il medico. “Sì, tanto”. “Ho capito”, dice lui. “Cosa ho”, dico io. “È malata”, dice lui. “E cosa devo fare?”. “Stia a letto”, dice lui. “Ci sono già”, dico io. “Ci rimanga”, risponde lui. Poi posa il ricevitore e il giorno dopo mi arriva una lettera espresso che mi costringe ad alzarmi dal letto. Dentro indovina che c’è?».</p>
<p>La ricetta.</p>
<p>«No, il conto di trenta dollari».</p>
<p>Eppure a sedici anni, cioè con due anni di anticipo sui suoi coetanei, avendo superato l’esame di maturità e dovendo scegliere la facoltà universitaria a cui iscriversi, Oriana si iscrisse a medicina per diventare psichiatra.</p>
<p>«La medicina è lo studio più umanistico che esista», dice lei. «È il più bello in assoluto. Resta in me un grande rammarico per non aver studiato medicina. Il fatto è che mio padre non poteva mantenermi all’università per sei anni e dovevo lavorare, e lavorare significava per me lavorare in un giornale. Non erano già trascorse due settimane dall’iscrizione che già facevo la cronista. Di notte. Tornavo a casa col camioncino che portava i giornali alla stazione. Durante la lezione di anatomia, che era alle otto e mezzo del mattino, finivo sempre con l’addormentarmi. Dopo un anno di questa vita ero ridotta a trentotto chili. E dovetti scegliere tra la medicina che non mi pagava e il giornalismo che già mi pagava. E beninoi. Finì così il mio sogno di diventare psichiatra».</p>
<p>E i tuoi rapporti con la medicina continuarono nel ruolo di paziente.</p>
<p>«Ho il corpo coperto di cicatrici che sembro un torero», dice tutta contenta di essere un soggetto clinicamente interessante. E racconta con umorismo di un male all’orecchio che divenne mastoidite dopo essere transitato per tutti i vari stadi dell’otite, e il relativo intervento chirurgico che lasciò una di quelle cicatrici.</p>
<p>E poi ci sono quelle del Messico, quando ti hanno sparato addesso, le ricordo.</p>
<p>«Già, tre pallottole mi presi. Ma solo tre. Fui fortunata. Una fortuna che in Vietnam chiamavano “la bonne blessure”, cioè la ferita che non ti ammazza, non lede gli organi vitali, ma che ti permette di tornare a casa. Uhm! Temevo che mi tagliassero la gamba, invece, lì, la pallottola era entrata educatamente tra l’arteria e i nervi senza lederli. Un’altra era approdata fra la dodicesima e la tredicesima vertebra sfiorando il midollo spinale. Una fortuna sfacciata, ti dico».</p>
<p>E si accende un’altra sigaretta. Ormai, nel portacenere le cicche non si contano più.</p>
<p>Io dico che non stai male come dici e devi essere molto forte per resistere al ritmo convulso di vita che tieni.</p>
<p>Esita un attimo per chiedersi se è un complmento o un’offesa. Poi cede. Confessa: «In effetti sono piuttosto forte. Se pensi che vivo sulla tensione continua, il tipo di tensione che fa venire l’infarto agli uomini d’affari. La vita che faccio. E poi il mio carattere. Senza contare il continuo spostarmi tra i due continenti. L’America e l’Europa. Ogni volta ciò provoca in me un malessere fisico. Non mi sono mai abituata a superare il trauma delle sei ore di differenza tra New York e Roma. Eppure faccio quella vita da quasi diciotto anni. Be’, sì, hai ragione. Devo essere molto sana per resistere a una routine simile. Se fossi davvero malata come dico, a quest’ora sarei morta e sepolta. Ma lo sai che fra ottobre e gennaio ho attraversato l’Atlantico sei volte? E a questo aggiungi la continua tensione di cui parlavo prima. Il mio carattere».</p>
<p>Cioè?</p>
<p>«Il carattere di una persona molto emotiva che si sforza continuamente di controllare la sua passione col raziocinio».</p>
<p>Una sorta di dottor Jeckyll e mister Hyde.</p>
<p>«Pù o meno. Voglio dire, è sempre la parte raziocinante che vince in me. Però attraverso uno sforzo quasi disumano.È molto stressante dominare le proprie emozioni, incanalarle sui sentieri della ragione, ma lo è ancora di più in un individuo che come me ignora l’indifferenza. Io partecipo sempre a tutt e in modo eccessivo: nella gioia come nel dolore. Sono esagerata, diceva Alekos. E va da sé che anche lui lo era. Per questo ho potuto descriverlo così bene. Alekos era me. Uomo».</p>
<p>Cerca una sigaretta. Mormora: «La gente come me e come Alekos è sempre troppo felice o tropo infelice», poi sorride divertita: «Dev’essere per questo che ingrasso poco».</p>
<p>Forse mangi poco.</p>
<p>«Poco, ma di tutto. Inclusi i piatti grassi e dolci. Ho un grande rispetto per il cibo, una grande curiosità. Pensa che una volta o viaggiato con un cavolo in braccio, da Hanoi a Firenze. Sì, un cavolo vietnamita che volevo portare a mio padre perché ne cavasse il seme e lo piantasse. Da Hanai l’ho portato in Cambogia, a Phnom Phem, da lì a Bankog, poi a Nuova Delhi, a Karachi e così via. Ad ogni scalo il cavolo puzzava sempre più. Perciò io lo chiudevo sempre più in buste di cellophane. Quando sono arrivata era quasi marcio e mio padre mi ha chiesto se ero impazzita. Oltretutto si trattava di un cavolo che in Toscana si trova dovunque».</p>
<p>Ma tu sai cucinare?</p>
<p>«Certo, e bene».</p>
<p>Quale cucina preferisci?</p>
<p>«Non esiste una cucina che preferisco. Mi incuriosiscono tutte. Ho una raccolta ragguardevole di libri di cucina. E va da sé che non li leggo quasi mai perché mi piace inventare».</p>
<p>E bere, ti piace?</p>
<p>«Meno che mangiare. Soprattutto i liquori. Detesto il whisky. Non sono mai riuscita a inghiottire un sorso di whisky. Sa di medicina. Puzza. La bevenda che preferisco  il vino- Quello lo bevo, sia pure in quantità ridotte, durante i pasti. Infatti non so concepire una cena senza il vino. Non digerisco se non ho il mio bocchiere di vino mentre mangio. Per noi toscani il vino non è alcol, è cibo. Ricordo che quand’ero bambina, spesso, mia madre mi dava per merenda una fetta di pane inzuppata nel vino e coperta di zucchero. Posso sostituire il vino con la birra e basta purché ciò avvenga d’estate. Ma la birra è una scoperta molto recente, l’ho fatta in America dove viene consumata assai più del vino».</p>
<p>Semti, parliamo un attimo di tutto questo in rapporto al tuo lavoro di scrittore. Quello dello scrittore è un lavoro sedentario. Come tratti la tua salute nei periodi in cui lavori su un libro?</p>
<p>«Male, malissimo. Non la tratto, la maltratto. Prendi l’esempio dei tre anni durante i quali ho lavorato a quest’ultimo libro. Tre anni vissuti dentro una stanza come dentro una gabbia, senza uscirne mai. Mai. Neanche per fare una passeggiata, respirare un po’ì d’aria pura. Ed ero in campagna, pensa. Il fatto è che quando scrivo mi chiudo in uno stato di ipnosi, autoipnosi, che mi estranea dalla vita. Dal mio stesso corpo. Mi concentro talmente sullo sforzo che non mi chiedo neanche se mi sento bene o male. Così la mattina verso le otto bevevo un caffè doppio e andavo avanti senza mangiare fino alla sera, fino alle sette. A volte, verso mezzogiorno, masticavo distrattamente una scheggia di parmigiano. Insomma, mangiavo la sera e basta. Il che non mi capita spesso, del resto. Non mangiare a mezzogiorno è un’abitudine che ho maturato in America dov’è raro che la gente affronti il pasto completo a metà giornata. Il vero pasto è quello serale. E a me piace arrivare alla cena affamata come un lupo. Il cibo ha più sapore così- Diventa una gioia sensuale».</p>
<p>E lo sport, ginnastica, ne fai?</p>
<p>«Io no. Si dura fatica a fare la ginnastica. Si suda, e poi, magari, vengono gli strappi muscolari. Per carità! In quel senso sono molto pigra, pigrissima. La mia sola ginnastica è andare in fretta. Vado sempre di fretta, corro sempre. Il mio portiere a New York mi rimprovera: ma che corre? Perché corre? Calma, calma».</p>
<p>E tu allora ti calmi?</p>
<p>«No, non ho il tempo di andare piano, di camminare da signora. La giornata è così breve, soltanto ventiquattro ore. E non bastano mai. Inoltre la calma mi annoia. Mi fa sbadigliare».</p>
<p>Capisco. Ma permettimi di insistere. Non hai mai fatto uno sport?</p>
<p>«Con lo sport ho chiuso a ventitré anni quando sciando all’Abetone mi ruppi un piede. Me ne offesi a morte. Buttai via gli sci e da quel giorno non voglio più vedere neanche la neva, le montagne e gli edelweiss».</p>
<p>Nonostante questo tuo peregrinare fra un continente e l’altro traspare, dal tuo ultimo libro, un grande amore per la casa. Per un luogo stabile. Come si concilia?</p>
<p>«Io quando viaggio mi porto dietro la casa, come le lumache. Viaggiare con una borsa e lo spazzolino da denti è una delle cose che non ho mai imparato. Riempio la valigia fino all’inverosimile, senza contare i fogli, i libri, i giornali, le fotocopie e, a volte, anche i quadri. Se potessi mi sposterei con le pentole. L’attaccamento alla casa, agli oggetti della casa, forse è tipico delle persone che non hanno un punto fisso».</p>
<p>Ti piaci?</p>
<p>«Io?». La sua risata è un’esplosione. «Se mi piacessi sarei un po’ più serena. Io sono sempre arrabbiata con me stessa. Mi maltratto sempre. Mi accuso. Quando una cosa va male, prima di berciare contro gli altri, bercio contro me stessa. Del resto quale persona con un po’ di cervello, di senso critico piace a se stessa? No, no, guarda: io non mi piaccio, mi rispetto. È diverso».</p>
<p><strong>Una nota a margine di quest&#8217;intervista:</strong><em> Mentre Oriana parlava io continuavo a adocchiare un libro nero con i bordi rossi che sembrava uno di quei breviari dei parroci di campagna che spuntava dalla sua borsa. Finita l’intervista le chiedo di che libro si trattasse.  «È la mia agenda», dice lei. La prende e me la mostra. Non le sfuggì il mio sguardo di fanatico di paraphernalia da cartoleria: «Quando torno a New York te ne compro una e te la mando», disse. Certo, grazie. </em></p>
<p><em>Figurati se Oriana Fallaci torna a New York, va in cartoleria, compra un’agenda e ma la spedisce. Comunque, grazie del pensiero.</em></p>
<p><em>Be’, non ricordo quanto tempo passò, ma di lì a poco mi arriva un pacchetto in redazione. Lo apro e dentro c’è una piccola agenda verdolina, con un biglietto attaccato con del nastro adesivo. Diceva: «N.Y. Feb. 80. Caro Castellaccio (aveva preso a chiamarmi così) l’agenda come la mia era finita. Così ho preso questa che non mi pare brutta. Oriana Fallaci». Rimasi senza parole. Anche perché, nonostante la sua estrema carineria, l’agenda era proprio brutta.</em></p>
<p><em><img class="aligncenter size-medium wp-image-827" title="&quot;Caro Castellaccio&quot;: bigliettino di accompagnamento inviato da Oriana insieme all'&quot;agenda americana&quot;" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/03/IMG_11011-400x300.jpg" alt="&quot;Caro Castellaccio&quot;: bigliettino di accompagnamento inviato da Oriana insieme all'&quot;agenda americana&quot;" width="400" height="300" /><br />
</em></p>
<p><em>Tre anni più tardi feci il mio primo viaggio negli Stati Uniti, a Los Angeles: la prima cosa che feci è andare in cartoleria a comprare l’agenda dei miei sogni.</em></p>
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		<title>Philip Kerr: ritratto di scrittore scozzese nel suo interno</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 17:57:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che fine ha fatto Philip Kerr? Scrive, direbbe il suo agente. In effetti se si dà un’occhiata alla sua produzione (cliccate qui) scrive e tanto. Peccato che non scriva più romanzi con Bernhard Gunther, detective privato le cui avventure si svolgono nella Berlino degli anni Trenta. Qui di seguito, un’intervista di qualche tempo fa.

“Esistono due [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Che fine ha fatto Philip Kerr? Scrive, direbbe il suo agente. In effetti se si dà un’occhiata alla sua produzione (</em><a href="http://www.unilibro.it/find_buy/findresult/libreria/prodotto-libro/autore-philip_kerr_.htm" target="_blank">cliccate qui</a><em>) scrive e tanto. Peccato che non scriva più romanzi con Bernhard Gunther, detective privato le cui avventure si svolgono nella Berlino degli anni Trenta. Qui di seguito, un’intervista di qualche tempo fa.</em></p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-803" title="Philip Kerr, courtesy El Mundo" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/02/1251997628_1-463x300.jpg" alt="Philip Kerr, courtesy El Mundo" width="463" height="300" /></p>
<p><strong>“Esistono due tipi di libri: quelli che si devono leggere e quelli che si vogliono leggere”</strong> teorizza Philip Kerr, enfant prodige della narrativa d’avventura anglosassone, avvocato di formazione, pubblicitario di mestiere, scozzese di nascita. “Io scrivo quelli che la gente vuole leggere”. Semplice.</p>
<p>Philip Kerr è uscito allo scoperto nel 1989, pubblicando un insolito libretto, “<em>Violette di marzo</em>” che lo scaraventò nell’olimpo delle migliori giovani promesse inglesi. È la storia di un detective privato tedesco, Bernhard Gunther, che svolge la professione più antica della narrativa poliziesca nella Berlino anni Trenta, in una Germania che si appresta ad indossare la divisa nera delle SS e che, di lì a poco, sarebbe precipitata nell’abisso della guerra. Il successo è immediato. I romanzi diventano tre e vengono raccolti in un omnibus dal titolo “<em>Berlino nera</em>”. In Italia le storie di Bernie Gunther sono pubblicate dall’editore Passigli.</p>
<p>Bernhard Gunther è un detective che, in gioventù, ha combattuto sul fronte turco. Prima guerra mondiale. Croce di ferro al valore. Di seconda classe, proprio come quella del Führer. Anche perché la prima classe la davano praticamente solo a quelli che abitavano già al cimitero. Le similarità con Adolf Hitler, però, finivano lì.</p>
<p>Bernie era stato anche nella polizia, col grado di Kriminalinspektor, ma aveva lasciato la Kripo &#8211; la Kriminalpolizei &#8211; per diventare investigatore privato. Un lavoro ingrato nella Germania del Terzo Reich. Anche se lui il cappello di feltro grigio scuro lo portava proprio come quelli della Gestapo, con la falda anteriore più bassa di quella posteriore, in modo che coprisse gli occhi. Una tecnica imparata in polizia. Ma anche in questo caso le similarità finivano lì.</p>
<p>Herr Gunther si occupa di tutto ad eccezione dei divorzi. “La gente ha strane reazioni quando si tratta di corna”, dice. La sua specialità sono le persone scomparse e, neanche dirlo, con l’avvento al potere dei nazional socialisti”, i suoi affari hanno avuto un notevole miglioramento.</p>
<p><span id="more-802"></span>Questo era il primo Kerr, poi sono arrivate avventure fanta-medico-archeo-tecnologiche. Come <em>Esaù</em>, un minestrone condito di scienza, sesso, scalate e abominevoli uomini delle nevi. Già, perché Esaù non è altri che uno Yeti che vive sull’Annapurna, uno dei più alti picchi del Nepal, in una sorta di valle degli orti nascosta a cui si accede saltando da un crepaccio e soprattutto cercando di non farsi uccidere da un agente segreto pazzo sfuggito di mano alla Cia.</p>
<p>Quello che è certo è che a Kerr non si riesce a dare un’etichetta. Letteraria, ma anche fisica. Siamo a Wimbledon, a sud di Londra. Suoniamo il campanello della palazzina a mattoncini rossi, a tre piani, dove abita (al pianoterra) e lavora (lui nel seminterrato, la moglie nell’attico) e ti si para davanti uno che diresti più iraniano che scozzese e che, difficilmente, immagineresti con indosso il gonnellino dei fucilieri di Sua Maestà. Per di più veste tutto di nero &#8211; probabilmente per fare il paio con i capelli corvini.</p>
<p>Racconta: “Sono nato a Edinburgo, nel 1956. Sono scozzese. I miei genitori sono entrambi scozzesi”. Kerr ci tiene a chiarire subito da che parte sta. “Ho vissuto lì fino a 15 anni. Forse 16. Dopo di allora ho sempre vissuto in Inghilterra”.</p>
<p>Scusi, ma la Scozia non sta in Inghilterra? Kerr sospira. “È difficile per altri europei capire come gli scozzesi si percepiscano diversi da tutti. Vede, gli scozzesi sono sempre stati molto nazionalisti e molto orgogliosi di essere tali”.</p>
<p>E lei? “Oggi non penso a me come a uno scozzese, anzi il più delle volte non mi piacciono neanche. Mi irritano”.</p>
<p>Come definirebbe uno scozzese? “Aggressivo. Uno pieno di amarezza e risentimento nei confronti degli inglesi. In un certo senso è come per gli irlandesi, con la sola differenza che gli scozzesi sono molto più creativi e industriosi e troppo intenti a fare soldi per riuscire a tradurre il loro nazionalismo in qualcosa di violento. La loro ribellione è solo teorica”.</p>
<p>Impensabile quindi, a parte lei, trovare uno scozzese all’estero. “Guardi, quelli che lasciano la Scozia, scappano. Robert Louis Stevenson se ne andò a Samoa e Muriel Spark vive in Toscana. Edinburgo è una città piccola e seducente ed è facile credere di essere al centro del mondo. Quando, poi, scopri che non è così, finisce che ritieni Edinburgo responsabile delle tua delusione. La Scozia è un mondo di piccolezza, di ristrettezza mentale da cui vuoi scappare. Io se, da una parte, non riuscirò mai a sfuggire dal fatto di essere scozzese, dall’altra non ho nessun desiderio di ritornare là, vivere là o, persino, scrivere sulla Scozia”.</p>
<p>Con tutto quello che mi dice, come si giustifica il fatto che il più famoso agente segreto di Sua Maestà Britannica, quello con licenza di uccidere, l’immortale 007, sia stato portato sullo schermo da uno scozzese d’origine controllata come Sean Connery? “Ian Fleming aveva fatto frequentare al suo personaggio una famosa università scozzese, una che pensa di essere la “<em>Eton del nord</em>”, dove sono stato anch’io, ma credo che l’unico allievo famoso di quella scuola sia stato proprio James Bond. Con questi precedenti era verosimile che l’attore che lo avrebbe impersonato potesse venire da Edinburgo: ecco il perché della scelta di Sean Connery, tipico scozzese, soprattutto ora che sta invecchiando, con quei tatuaggi che fanno tanto classe operaia e senza il minimo senso dell’eleganza, perché per uno scozzese fare attenzione ai vestiti è considerato effeminato. Assomiglia sempre più a mio nonno”.</p>
<p>Lasciamo perdere gli scozzesi e parliamo di come lei è diventato scrittore. “Ho studiato legge all’università, ma solo perché mio padre voleva che avessi un lavoro serio. Anche il padre di Robert Louis Stevenson aveva costretto il figlio a studiare legge. Poi mio padre morì, giovanissimo, a 47 anni, poco dopo che mi ero laureato. Rimasi colpito. Mi dissi: se anch’io dovessi vivere così poco voglio almeno inseguire i miei sogni. E i miei sogni erano diventare scrittore. Tutto quello che facevo, anche i miei impieghi erano sempre in funzione della scrittura. Lavoravo in un’agenzia di pubblicità perché mi lasciava abbastanza tempo libero per scrivere. Non dovevo presentarmi prima delle 10 del mattino, la pausa di pranzo era assolutamente elastica e non era necessario restare in ufficio fino a tardi. Così lavoravo a un romanzo prima di andare a lavorare, facevo le ricerche durante la pausa che non era mai meno di due ore e mezzo, e ci lavoravo la sera. Ho fatto questa vita fino al mio trentesimo compleanno. Ho scritto tre o quattro libri pessimi che fortunatamente non sono stati pubblicati, ma la scrittura è artigianato ed era come se mi fossi allenato per imparare un mestiere. Adesso sono contento di non essere stato pubblicato così presto, perché probabilmente sarei andato in un’altra direzione. Il primo libro segna il territorio letterario che finisci per abitare. All’epoca ero molto influenzato da Martin Amis che scriveva di giovani letterati che vivevano a Londra e che volevano partorire un romanzo. Ne ero quasi ossessionato, fin quando una mattina mi svegliai e mi chiesi: ma chi diavolo vuol leggere romanzi di romanzieri che fanno la fame? Così la smisi”.</p>
<p>E arrivò Berlino nazista. Un bel salto dalla <em>Swinging London</em>. “Io non sono mai stato un grande lettore di polizieschi, ma avevo fatto un corso post-laurea in filosofia legale tedesca, roba assolutamente arida, ma che mi fece interessare alla storia economica della Germania negli anni Trenta. Fu così che pensai che sarebbe stato interessante scrivere un libro sulla vita quotidiana di quel periodo usando la tecnica del romanzo giallo”</p>
<p>Mai stato a Berlino? “Mai. Berlino la conosco solo dai libri. Ho passato 18 mesi a fare ricerche storiche. Volevo sapere tutto quello che c’era da sapere sulla Berlino pre-bellica che è un po’ come fare il detective visto che, da allora, ormai tutto è cambiato. Per fortuna l’agenzia di pubblicità per cui lavoravo era in St.James Square dove, dall’altra parte della piazza c’è la London Library, una delle più antiche biblioteche della città, se non del mondo. Avevano una grande sezione di libri che erano stati comprati negli anni Venti e Trenta, proprio il periodo che mi interessava. E ho cominciato da lì”.</p>
<p>I romanzi su Berlino sono fortemente caratterizzati da minuziosi dettagli d’epoca che creano un’atmosfera coinvolgente. “Era quello il mio obiettivo. Volevo che la mia Berlino fosse come la Los Angeles di Chandler. Mi chiedevo: cosa avrebbe scritto Chandler se avesse ambientato un romanzo nella Germania degli anni Trenta? E come trama ho evitato come la peste quelle storie dove si vuole uccidere Hitler, rubare l’oro tedesco e stupidaggini del genere. Volevo creare un’indagine intorno a un crimine ordinario che avesse una sua dignità pur essendo circondato dal Grande Crimine che si stava perpetrando nel paese. Così scrissi “<em>Violette di Marzo</em>”. E il mio agente mi fece notare che dopo tutto lo sforzo fatto per quelle ricerche potevo anche scriverne un altro. Così feci. E poi un altro ancora. Arrivato al terzo mi divertivo molto, ma decisi di non andare avanti per non diventare pigro e soprattutto per non dare al lettore qualcosa di scontato. Eppoi, diciamocelo chiaramente, se il mio Bernie Gunther avesse avuto lo stesso successo di James Bond, lasciarlo sarebbe stato molto difficile, ma, all’epoca, non è che la gente facesse la fila per comprare i miei libri e allora perché non percorrere altri territori?”</p>
<p>I suoi editori, i suoi recensori la paragonano sempre a qualcuno. Ieri lei era Dashell Hammett. Oggi lei è Michael Crichton. Non si secca mai? “Essere paragonato a uno dei migliori, se non il migliore scrittore di best-seller del mondo è un onore, ne sono felice”.</p>
<p>Cosa cambia nella vita di uno scrittore che entra nella lista delle migliori giovani promesse inglesi, anno 1993? “Non cambia molto. La gente, per fortuna continua a non riconoscermi per strada, non sopporterei di avere una faccia famosa e riconoscibile. Certo, allora, è stato molto lusinghiero e il vantaggio è che, dopo, sono stato preso un po’ più sul serio. Però nell’ambiente letterario londinese il fatto che io faccia anche soldi è ritenuto pressochè criminale”.</p>
<p>Invidia? “Appunto. Tutti sono molto interessati ai soldi, ma nessuno lo ammette. È la storia della volpe e dell’uva. È chiaro che se uno scrive per vent’anni e non è pubblicato, finisce col dire che scrive solo per alti ideali e parla male di chi i soldi li fa”.</p>
<p>Fra lei e Hollywood è stato amore a prima vista, o quasi. Ma che ne è stato della trilogia su Berlino? “Anche quella è stata venduta, ma a una casa di produzione tedesca che non so cosa ne abbia fatto. A volte la gente compra un libro e poi si accorge che è difficile e costoso tirarne fuori un  film. Il cinema è un’area che non mi interessa più di tanto. Mi piace essere coinvolto alla periferia di Hollywood e finora ce l’ho fatta ad evitare di esserne risucchiato”.</p>
<p>Quindi niente prossimi trasferimenti a Los Angeles. “Non vivrei mai a Los Angeles. Se devo andarci, da Londra, sono dieci ore di aereo. Faccio quello che faccio più facilmente qui. E poi, ad essere onesto, vivrei molto più volentieri in Italia o in Francia che in America anche se il mio prossimo romanzo, ancora allo stadio di matita, è ambientato nell’America degli anni Sessanta”.</p>
<p>Allo stadio di matita? “Sì, io scrivo con una matita, ad essere più esatti, una penna porta mine. Lo trovo più fluido e manuale. Poi quando ho finito, ribatto il tutto al computer e nel frattempo faccio degli aggiustamenti. Non riuscirei mai a scrivere direttamente alla macchina. Ho bisogno di tempo, cambio. Il computer ti dà una libertà infinita. Pensi a quando si usava la carta carbone. Un incubo”.</p>
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		<title>Robert Harris e i fantasmi della storia</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 21:09:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Robert Harris è uno scrittore inglese che di fantasmi della storia se ne intende. Ha cominciato la sua carriera di romanziere, nel 1992, con uno strepitoso “Fatherland”, in cui l’ombra del fantasma di Hitler si allunga su un’Europa che ha visto, nella seconda guerra mondiale, la vittoria della Germania nazista, i cui tentacoli si dipanano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Robert Harris è uno scrittore inglese che di fantasmi della storia se ne intende.</strong> Ha cominciato la sua carriera di romanziere, nel 1992, con uno strepitoso “<em>Fatherland</em>”, in cui l’ombra del fantasma di Hitler si allunga su un’Europa che ha visto, nella seconda guerra mondiale, la vittoria della Germania nazista, i cui tentacoli si dipanano da Berlino verso Mosca, l’Inghilterra, la Francia, l’Olanda governate da regimi ossequiosi verso il Reich. L’azione &#8211; un’indagine in cui si intrecciano agenti della Gestapo e giornalisti americani, degna della migliore tradizione della detective story &#8211; si svolge a Berlino nel 1964, alla vigilia del settantacinquesimo compleanno del Fuhrer. Con questo libro, di cui sono state vendute quattro milioni di copie e ne è stato tratto un film televisivo prodotto dalla HBO, Robert Harris, all’epoca editorialista per il “<em>Sunday Times</em>” di Londra, è entrato a pieno titolo nel girone di serie “A” dei maestri della suspense, al fianco dei John Le Carre, dei Len Deighton, dei Martin Cruz Smith.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-790" title="Rober Harris" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/02/robert-harris-300x300.jpg" alt="Rober Harris" width="300" height="300" /></p>
<p>Il fantasma di Hitler si allunga anche sul secondo romanzo di Harris, “<em>Enigma</em>” (del 1995). Il titolo prende nome dalla potente macchina crittografica in possesso dei nazisti che sembrava essere assolutamente inviolabile. “<em>Enigma</em>” racconta &#8211; dal punto di vista di uno degli scienziati coinvolti nel progetto, asserragliato nel leggendario quartier generale di Bletchley Park &#8211; la storia di  come gli alleati riuscirono a penetrare i codici segreti nazisti e a contribuire alla vittoria finale. Di questo libro ne sono state vendute un altro paio di milioni di copie che hanno permesso a Harris di abbandonare definitivamente il giornalismo per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura creativa e nello stesso tempo di trasferirisi con la famiglia &#8211; moglie e figli – in una casa di campagna, fuori dalla pazza folla di Londra.</p>
<p>Harris ha poi continuato a lavorare sui fantasmi. Con “<em>Archangel</em>”, si è confrontato con un altro fantasma della nostra storia recente, Iosef Stalin, il dittatore sovietico che, secondo Robert Harris si è macchiato di crimini sanguinari più efferati della sua controparte tedesca. “<em>Archangel</em>” è la storia di un ricercatore inglese, Fluke Kelso, in visita a Mosca in occasione di un convegno internazionale sulla gestione degli archivi storici che viene avvicinato da un vecchio militante che asserisce di aver assistito alla morte di Stalin e alla “copertura” organizzata da Lavrentij Pavlovic Berija, il lugubre capo della polizia segreta, che non solo avrebbe preso tempo nell’annunciare la morte del dittatore nel tentativo di consolidare il proprio potere, ma avrebbe fatto sparire un certo libretto nero appartenuto a Stalin su cui chissà quali misfatti, quali segreti furono registrati. E qui siamo su un terreno friabile: invenzione letterararia o realtà? Harris dà voce alle teorie che il libretto era esistito veramente e lancia alla ricerca il suo personaggio. Man mano che ci si inoltra nella lettura si scoperchia un mondo di intrigo che va ben al di là di quello becero, buzzurro e violento delle storie di mafia russa. Il libretto di Stalin porta diritto a un progetto di controllo del mondo che neanche Hitler, nei suoi momenti di delirio di potere aveva teorizzato.</p>
<p><span id="more-785"></span>L&#8217;intervista che segue è stata fatta all&#8217;epoca della pubblicazione di “<em>Archangel</em>”.</p>
<p>Robert Harris è, all’apparenza, un signore inocuo che non diresti attraversato da visioni letterarie impetuose. Si presenta al nostro appuntamento, al bar del Ritz di Londra, in doppiopetto scuro, cravatta a pallini, fazzoletto a pallini. Si guarda intorno e l’ambiente è turisti giapponesi con telecamere e signore incipriate e impellicciate che prendono il tè, anche se sarebbe più esatto dire che si abbuffano su vigorosi pasticcini annaffiati da tè emaciati. Optiamo per un più popolare pub, in fondo alla strada, impregnato di schiamazzi umani, musicali e birreschi. Segno del destino, ci sediamo di fronte a un manifesto pubblicitario di una vecchia fabbrica di birra: “Archangel Ale”. Il lampo negli occhi di Harris non lascia prevedere niente di buono. Ne tasta la cornice, ma per fortuna il manifesto è avvitato al muro. Siamo salvi, anche se lui si lascia scappare un <em>«damn it</em>».</p>
<p><em>Allora, chi è Robert Harris?</em></p>
<p>«Sono nato il 7 marzo 1957 a Nottingham. Mio padre era uno stampatore. Sono andato a Cambridge che avevo 18 anni, dove ho preso un diploma di inglese. Dall’università sono entrato direttamente alla BBC. Ho cominciato come ricercatore per dei documentari, poi sono passato ai programmi giornalistici e nell’86 ho fatto il salto nella carta stampata. Sono diventato editorialista politico dell’Observer, prima e del Sunday Times, dopo. Nel ’91 ho cominciato a scrivere “Fatherland” e, da allora, come nelle fiabe, ho vissuto felice e contento».</p>
<p><em>Parliamo un po’ di Russia che è l’argomento intorno a cui ruota il suo romanzo. Lei ha scritto recentemente sul </em>Daily Mail<em> che fu Stalin e non Hitler il più efferato personaggio storico che abbia attraversato il nostro secolo. Cosa l’ha portato a questa conclusione?</em></p>
<p>«Negli anni passati, per una serie di motivi professionali, mi sono occupato, quasi a tempo pieno, di Hitler. Nell’immaginario collettivo Hitler è sinonimo di malvagità. Ma a un certo punto mi sono chiesto se puntando tutta la nostra attenzione su un unico uomo non finivamo per perdere di vista il quadro più generale. Mi sono anche chiesto se concentrandoci esclusivamente sulle vittime del nazismo non ci dimenticavamo di quelle del comunismo. E sono giunto alla conclusione che il vero fantasma da cui dobbiamo difenderci è quello di Stalin e non quello di Hitler di cui ormai sappiamo praticamente tutto. Stalin è uno che in un solo giorno, l’8 dicembre del 1938, firmò 30 liste di condannati a morte contenenti 5000 nomi e, dopo, se ne andò tranquillamente a teatro. Stalin è uno che avallò la fucilazione di 13.500 uomini per tentata diserzione durante la battaglia di Stalingrado. Stalin era uno sterminatore di massa il cui motto era: “chi vince non è giudicato”. Il fatto è che Stalin vinse e Hitler perse. E finisce che le nostre coscenze cercano di dimenticarsi dei crimini di Stalin contro l’umanità perchè, nonostante lui e Hitler fossero stati alleati fra il 1939 e il ’41, il suo apporto bellico, una volta passato dalla parte alleata, fu fondamentale per portare la Germania nazista alla sconfitta».</p>
<p><em>È per questo che, secondo lei, le vittime dei nazisti godono di maggior rispetto di quelle della repressione staliniana? Che differenza c’è fra morire a Dachau e morire in un Gulag sovietico?</em></p>
<p>«Questa è una materia complicata. Penso che sono molte le ragioni per cui ci soffermiamo più sui crimini dei nazisti che su quelli staliniani. Il motivo principale, credo, è che la Germania, essendo al centro dell’Europa, è parte della nostra tradizione occidentale, mentre la Russia è percepita come una nazione asiatica molto lontana da noi. I crimini del presidente Mao, poi, sono ancora più lontani. Secondo, durante la guerra, come dicevo prima, i russi combatterono dalla parte degli alleati e, in piccola parte, dobbiamo le nostre libertà anche a Stalin e alla sua spietatezza. Certo non è confortante. Anche quelli che Stalin ha ucciso erano essere umani, ma non hanno nessuno che parli per loro. Non c’è nessuno Spielberg che decide di tenere viva la loro memoria. Le vittime di Stalin sono vittime senza nome. Stalin era uno psicopatico serio, altro che Hitler, mentre per noi Hitler è diventato un cliché, una strada semplice per indicare il concetto di “cattivo”. Concentrarsi su Hitler ha fatto sì che l’attenzione venisse distratta da Stalin».</p>
<p><em>In Russia sembra ci sia di nuovo voglia di comunismo. Si respira un aria del tipo: si stava meglio quando si stava peggio. Lei pensa che il paese sia in cerca di un nuovo Stalin?</em></p>
<p>«Gli elementi ci sono tutti. C’è molta gente che sogna di avere un presidente con le palle. È un elemento molto radicato nell’anima russa. Stalin poi gode di una particolare ammirazione nell’immaginario collettivo di quel paese. Pensi che in un recente sondaggio è venuto fuori che un russo su sei non ha dubbi che Stalin sia stato il loro più grande leader. La situazione in Russia, da qualunque parte la si guardi, è spaventosa. È spaventoso che in quell’enorme paese ci siano diecimila testate nucleari sparse qua e là, è spaventoso che non ci sia nessuno a comandare veramente, che abbia in mano il controllo della situazione. Per la maggior parte dei russi la vita era decisamente meglio prima. Oggi il paese è impoverito e umiliato. Sì, molti, oggi, sono ricchi, ma la libertà incontrollata ha portato seri problemi soprattutto di crimine, di aids, di prostituzione. La situazione fuori Mosca, poi, è senza speranza. La maggior parte dei turisti si ferma nella capitale e non sa cosa c’è fuori le mura. Mosca è la città del boom, ma quando arrivi in periferia ti accorgi di cos’è la Russia veramente. In Occidente ne abbiamo un’impressione decisamente distorta».</p>
<p><em>Lei prevede una fine prossima a tutta questa follia o pensa che la situazione peggiorerà?</em></p>
<p>«È molto difficile dirlo. Anche perchè, la tendenza, quando si parla di Russia, è di essere un filo apocalittici. Ogni momento si dice: quest’inverno ci sarà il crollo. E la cosa si ripete dai tempi di Gorbaciov ma, alla fine, non è mai successo niente. Da questo punto di vista sono ottimista, ma lo scenario globale è sinistro. Viene da ridere che l’Occidente si preoccupi delle armi biologiche e chimiche di Saddam Hussein, uno scherzo in confronto alla potenza di fuoco nucleare della Russia, gestita, fra l’altro, da gente che non riceve lo stipendio da mesi».</p>
<p><em>Qualcuno ha paragonato la Russia di oggi alla California della corsa all’oro, un posto dove le opportunità si sprecano. È d’accordo?</em></p>
<p>«No. L’idea che la Russia attraversi una fase iniziale di capitalismo come era stato per la California del secolo scorso è assolutamente irreale. In Russia non c’è neanche l’ombra di una tradizione di proprietà privata: è una società più selvaggia del selvaggio West».</p>
<p><em>È possibile che il libretto nero protagonista del suo romanzo sia esistito veramente?</em></p>
<p>«Sì, è possibile, anzi probabile. Quando ho cominciato a scrivere il libro non sapevo di questa storia. L’ho scoperta facendo delle ricerche. C’era veramente un libretto che è scomparso come sono scomparse le lettere dal carcere di Bukarin. Le lettere di Bukarin, alla fine, sono state ritrovate e pubblicate ed è molto possibile che anche il famoso libretto di Stalin esista».</p>
<p><em>Lei ha scritto tempo fa su “</em>The Independent”<em> dell’influenza che suo padre ha avuto su di lei. Aggiungendo: “Ho sempre cercato di scrivere per gente come lui, non per i critici letterari”. Come descriverebbe la “gente come lui”?</em></p>
<p>«Un uomo intelligente che non aveva studiato molto, un autodidatta che leggeva Georges Simenon e Graham Greene, che sceglieva autori semplici, ma intelligenti con storie da raccontare».</p>
<p><em>Come scrive Robert Harris?</em></p>
<p>«Scrivo con una stilografica e poi ribatto il testo sul computer. Cerco di avvicinarmi il più possibile alla stesura finale perché non mi piace ritornare sul testo. Mi piace il silenzio anche se non potrei mai scrivere in un cottage deserto. Mi piace il rumore della casa».</p>
<p><span style="color: #808080;">NOTA:</span></p>
<p><span style="color: #808080;">Tutta  l&#8217;opera letteraria di Harris, in Italia, è pubblicata da Mondadori ed è reperibile <a href="http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&amp;xy=robert+harris" target="_blank">qui</a><br />
</span></p>
<p><span style="color: #993300;"><span style="color: #808080;">Dopo <em>Archangel</em> Harris ha scritto una serie di romanzi storici &#8211; <em>Pompei</em>, <em>Imperium</em> e recentemente <a href="http://www.librimondadori.it/web/mondadori/scheda-libro?autoreUUID=dda2aefc-9ea9-11dc-9517-454a8637094f&amp;isbn=978880459381" target="_blank"><em>Conspirata</em></a>. Questi ultimi due fanno parte di una trilogia dedicata alla vita di Cicerone vista attraverso i ricordi di Marco Tullio Tirone suo schiavo, ma anche segretario e confidente, una sorta di dr. Watson dell&#8217;antichità. Nel 2007 Harris aveva abbondonato, per un attimo, la storia antica per dedicarsi alla storia contemporanea scrivendo <em>Il ghostwriter</em>, una storia in cui si immagina un ex primo ministro britannico perseguitato dai fantasmi di un&#8217;impopolare guerra dichiarata per far piacere all&#8217;alleato americano e che ora rischia di costargli un&#8217;accusa di crimini di guerra a cui deve rispondere davanti al tribunale internazionale dell&#8217;Aja. Per questo si barrica negli Stati Uniti, paese che non riconosce quel tribunale, e decide di scrivere le sue memorie aiutato da un altro fantasma, quello di un ghost writer, appunto. Ogni riferimento a Tony Blair, dice Harris, è puramente casuale. <em>Naturalmente!</em> Il libro è stato portato sullo schermo dal regista Roman Polanski che presenta il film in concorso alla 60esima mostra internazionale del cinema di Berlino 2010 (11-21 febbraio). In Italia uscirà con il titolo &#8220;L&#8217;uomo nell&#8217;ombra&#8221;. Ecco il trailer:</span></span></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="450" height="242" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="wmode" value="transparent" /><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="src" value="http://www.traileraddict.com/emd/18140" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="450" height="242" src="http://www.traileraddict.com/emd/18140" allowfullscreen="true" wmode="transparent" allowscriptaccess="always"></embed></object></p>
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		<title>James Ellroy: un&#8217;adolescenza ai margini del crimine</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 13:30:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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		<description><![CDATA[Esce in Italia a gennaio 2010 l’ultimo romanzo di James Ellroy, Il sangue è randagio (Mondadori, traduzione di Giuseppe Costigliola, titolo originale: Blood’s a rover). Quella che segue è un’intervista a James Ellroy fatta qualche tempo fa a Los Angeles. La scheda del libro si trova in fondo al testo.


James Ellroy intascò per il suo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Esce in Italia a gennaio 2010 l’ultimo romanzo di James Ellroy, </em><strong>Il sangue è randagio</strong><em> (Mondadori, traduzione di Giuseppe Costigliola, titolo originale: </em>Blood’s a rover<em>). Quella che segue è un’intervista a James Ellroy fatta qualche tempo fa a Los Angeles. La scheda del libro si trova in fondo al testo.</em></p>
<p><em><img class="aligncenter size-medium wp-image-774" title="James Ellroy (da Wikipedia)" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/01/475px-JamesEllroy-237x300.jpg" alt="James Ellroy (da Wikipedia)" width="237" height="300" /><br />
</em></p>
<p><strong>James Ellroy intascò per il suo primo romanzo, <em>Brown&#8217;s Requiem</em>, tremilacinquecento dollari. </strong>Steve Erickson, suo biografo, racconta che il neo-scrittore saldò le mensilità arretrate dell&#8217;affitto, si comprò una Chevrolet del &#8216;64 e portò la sua ragazza fuori città per il fine settimana. Finiti i soldi, le chiese in prestito cinque dollari per un paio di hamburger e se ne andò da Los Angeles per trasferirsi nei sobborghi di New York e diventare uno dei più affermati autori di letteratura poliziesca contemporanea.</p>
<p>Un&#8217;adolescenza ai margini del crimine, quella di Ellroy. Prima la tragedia della madre, assassinata quando James aveva dieci anni (i fantasmi di quel lutto sono stati trasportati in <em>Black Dahlia</em>, il romanzo che lo ha assurto agli onori della notorietà internazionale), poi una saltuaria attività di piccola delinquenza: dai furtarelli nelle case degli amici a più impegnative ruberie con scasso.</p>
<p><em>Ellroy, quale impatto ha avuto questa sua pratica criminale nella sua professione di scrittore?</em> «C&#8217;e&#8217; un tema ricorrente nei miei romanzi: il furto con scasso. Io non ne ho fatti molti. I miei misfatti erano di tipo dilettantesco. Ero un maldestro e finivo per rubare oggetti marginali di nessun valore. L&#8217;eccitante era trovarsi dentro la casa di qualcuno, di immaginarne le abitudini, i vizi. A volte lo facevo solo per il piacere di guardarmi intorno e non toccare niente. E&#8217; per questo che i miei libri sono pieni di ladri voyeur. Mi piace rivivere il brivido dell&#8217;effrazione sulla pagina».</p>
<p><span id="more-772"></span><em>Che tipo di accoglienza hanno avuto i suoi primi romanzi negli Stati Uniti?</em> «A quel tempo non ero conosciuto. Alcuni critici erano infastiditi dalla violenza e dal sesso, ma in generale non e&#8217; andata male. <em>Brown&#8217;s Requiem</em> e <em>Clandestine</em> entrarono in finale per premi letterari di categoria. Il terzo libro, <em>Blood on the Moon</em>, e&#8217; diventato invece un film: <em>Cop</em>, con James Woods, nella parte del detective Lloyd Hopkins, il personaggio che e&#8217; poi ripreso in <em>Because the Night. </em>Lloyd, badi bene, non e&#8217; un eroe di tipo tradizionale, e&#8217; solo un poliziotto che tenta di controllare il caos della propria vita mettendo ordine nel caos della vita degli altri».</p>
<p><em>Perche&#8217; dopo quell&#8217;avventura ha deciso di abbandonare Lloyd Hopkins? </em>«Volevo scrivere opere di più ampio respiro letterario, con radici storiche. Per anni ero stato ossessionato dalla vicenda della Black Dahlia &#8211; la donna uccisa, l&#8217;assassino mai scoperto &#8211; il cui collegamento con la morte di mia madre era evidente, e quello e&#8217; diventato il mio libro successivo. Hopkins, in fondo, mi aveva annoiato».</p>
<p><em>Quali altri suoi romanzi sono stati portati sullo schermo? </em>«Molti di loro sono opzionati come progetti, ma non so a che stadio siano. E neanche mi interessa. Come non mi interessa scrivere sceneggiature. Con Hollywood non ho niente da spartire».</p>
<p><em>Quali sono le sue abitudine di scrittura? </em>«Sveglia alle otto. Lavoro fino all&#8217;una e mezzo. Palestra. Ancora due ore di lavoro nel tardo pomeriggio. Vita di famiglia, poi di nuovo lavoro dalle otto e mezzo alle undici di sera. Non so battere a macchina, scrivo a mano su blocchi di carta comune con una biro da due soldi, inchiostro nero. Le correzioni le faccio in rosso».</p>
<p><em>Tutti i suoi romanzi sono ambientati a Los Angeles. Come quelli della maggior parte degli autori di polizieschi. Perché quest&#8217;ossessione comune? </em>«Colpa di Raymond Chandler. Lui ha dato il via alla moda. Io, poi, vengo da Los Angeles, ci ho vissuto 33 anni. Anche se la città che descrivo io è antitetica a quella di Chandler. C&#8217;era una bellezza intrinseca nella sua Los Angeles che non si ritrova assolutamente nei miei romanzi».</p>
<p><em>Le sue storie sono attraversate dal terrore. Qual é la  differenza, ad esempio, con Stephen King? </em>«Io non credo nel soprannaturale, di nessun tipo»</p>
<p><em>Lei ha detto, una volta, di scrivere per fare colpo sulla gente. E&#8217; ancora così? </em>«Assolutamente. Adoro il successo. Adoro fare colpo sulla gente. Scrivo, poi, perche&#8217; ho storie da raccontare che bruciano dentro di me. Diventerei pazzo se non potessi metterle su carta».</p>
<p><em>Quando si è reso conto di essere un vero scrittore?</em> «Dal primo momento. Anche se il mio <em>Brown&#8217;s Requiem</em> non fu un successo, sapevo che lo sarebbe stato il successivo e poi quello dopo, e poi quello dopo ancora».</p>
<p><em>Qual è stata la peggiore recensione che ha mai avuto?</em> «Per <em>The Big Nowhere,</em> una critica del <em>New York Times</em> &#8211; una femminista, lesbica, radicale &#8211; ha scritto che ero fascista, razzista, antisemita. Che il signore l&#8217;abbia in gloria».</p>
<p><span style="color: #ff0000;">NOTA: A proposito di Ellroy date un occhiata anche a questo link: <a href="http://www.claudiocastellacci.com/libri/il-vicolo-cieco-dei-viagliacchi/" target="_blank">Il vicolo cieco dei vigliacchi</a></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-775" title="copertina originale del libro &quot;Il sangue è randagio&quot;" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/01/bloodsarovedijamesellroy.jpg" alt="copertina originale del libro &quot;Il sangue è randagio&quot;" width="198" height="300" /></p>
<p><span style="color: #808080;"><strong>Scheda del libro Il sangue è randagio (fonte: ufficio stampa Mondadori)</strong></span></p>
<p><span style="color: #808080;"><em>Estate del &#8216;68. Dopo gli omicidi di Martin Luther King e Robert Kennedy, gli Stati Uniti sembrano sul punto di esplodere. Disordini, speculazioni politiche e teorie del complotto scuotono dalle fondamenta la stabilità sociale. Una squadra di sabotatori si prepara a creare disordini durante la convention del partito democratico a Chicago. Le organizzazioni di militanti afroamericani sono sul piede di guerra nel southside di Los Angeles. J. Edgar Hoover, capo dell&#8217;FBI, prepara drastiche contromisure. E il destino ha piazzato tre uomini in un punto nevralgico della Storia.<br />
Dwight Holly, laureato a Yale, è l&#8217;uomo di fiducia di Hoover, incaricato di fomentare contrasti fra i gruppi del potere nero e ossessionato dalla figura di una comunista ebrea di nome Joan Rosen Klein. Wayne Tedrow, ex poliziotto e trafficante occasionale di droghe, lavora per il miliardario Howard Hawks alla costruzione di una rete di case da gioco nella Repubblica Dominicana. Il giovane Don Crutchfield, guardone e investigatore privato di mezza tacca, coinvolto in cose più grandi di lui.<br />
È un destino crudele e inesorabile a intrecciare le loro vite, trascinate in un vortice troppo violento per poter resistere. Con al centro un unico fulcro attorno a cui tutto ruota: Joan Rosen Klein, la Dea Rossa, autentica </em><em>femme fatale.<br />
Ellroy attraversa un quadriennio infuocato della storia americana mescolando la crudezza di eventi realmente accaduti alle vicende di personaggi le cui esistenze minime sono la sintesi di un&#8217;epoca di corruzione e malaffare. In una progressione da tragedia greca, nessuno scampa a questa dimensione catastrofica: non i militanti radicali, tossici e corrotti, non le loro controparti inviate dal potere, un branco di assassini pervertiti e psicotici accecati dal delirio di onnipotenza.<br />
Terza tappa di un viaggio cominciato con </em>American Tabloid<em> e proseguito con </em>Sei pezzi da mille, Il sangue è randagio<em> è un noir di rara profondità, spaventoso e magnetico, l&#8217;aspro ritratto di un mondo che ha perduto le linee di confine tra bene e male, giusto e ingiusto, dove nessuno può reclamare redenzione né tantomeno resurrezione.</em></span></p>
<p><span style="color: #808080;"><em>I libri di James Ellroy sono disponibili <a href="http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&amp;xy=james+ellroy" target="_blank">qui.</a><br />
</em></span></p>
<p><em><img class="aligncenter size-medium wp-image-776" title="Coperina di &quot;Il sangue è randagio&quot;, edizione italiana, Editore Mondadori" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/01/Cover_GRA-194x300.jpg" alt="Coperina di &quot;Il sangue è randagio&quot;, edizione italiana, Editore Mondadori" width="194" height="300" /><br />
</em></p>
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		<title>Michael Crichton: «Com&#8217;è divertente uccidere le spie nemiche»</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2009 17:50:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È da poco in libreria Pirate Latitudes, l’isola dei pirati, il romanzo postumo di Michael Crichton – l’autore di best seller come Congo, Andromeda, Jurassic Park – rinvenuto nel computer dello scrittore morto nel novembre del 2008. La storia, pubblicata in Italia da Garzanti, è ambientata nei Caraibi del secolo XVI e narra del complotto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>È da poco in libreria <em>Pirate Latitudes</em>, l’isola dei pirati, il romanzo postumo di Michael Crichton </strong>– l’autore di best seller come <em>Congo, Andromeda, Jurassic Park</em> – rinvenuto nel computer dello scrittore morto nel novembre del 2008. La storia, pubblicata in Italia da <a href="http://www.garzantilibri.it/default.php?page=news&amp;NEWSID=813" target="_blank">Garzanti</a>, è ambientata nei Caraibi del secolo XVI e narra del complotto tra il governatore della Giamaica e un pirata, Hunter, per rapinare il tesoro di un galeone spagnolo.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-756" title="L'isola dei pirati è il romanzo postumo di Michael Crichton pubblicato in Italia da Garzanti" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/LISOLA_DEI_PIRATI_micheal_crichton_garzanti_romanzo_postumo-198x300.jpg" alt="L'isola dei pirati è il romanzo postumo di Michael Crichton pubblicato in Italia da Garzanti" width="198" height="300" /></p>
<p>Conoscevo Michael Crichton. L’avevo incontrato più di una volta all’epoca in cui abitavo a Los Angeles: stavamo neanche troppo distanti: lui a Santa Monica, io a Pacific Palisades. Quello che segue è la cronaca di un’intervista e il ritratto di uno dei più grandi scrittori contemporanei mancato troppo presto.</p>
<p><strong>Innanzi tutto il nome. Si scrive Crichton, si pronuncia <em>Craiton</em>. </strong>Un’eccezione fonetica. Poi l’altezza. Io sono alto un metro e ottantotto, ma quando parlo con lui devo alzare la testa al cielo: saremo nell’ordine dei due metri e dieci buoni. Per fortuna ci mettiamo seduti e ci livelliamo ad un’altezza intermedia. Poi il modo di parlare: fai una domanda e ti risponde il silenzio, al silenzio ti subentra l’imbarazzo, ti schiarisci la gola e tenti con un’altra domanda, ma non fai in tempo a formularla che lui risponde a quella di prima; capito il ritmo ti adegui, ma le palpitazioni restano alte e ad ogni domanda ti chiedi: dio mio, risponderà o non risponderà? Poi c’è la sua passione per i computer che risale agli albori dell’elettronica. Alla fine dell’intervista, tanto per fare due chiacchiere, butto lì se aveva visto l’ultimo modello di un certo tipo di microportatile, dice: no, chi lo vende? Un certo importatore dalle parti di Beverly Hills, dico io. Andiamo, dice lui. Mi carica sulla sua Cadillac coupe dove le ginocchia gli arrivano in bocca. Sicuro che non vogliamo prendere la mia Jeep? si sta più comodi. Sicuro. Attraversiamo Los Angeles, da Santa Monica a Beverly Hills. Io prego solo che l’importatore abbia un esemplare di quel computer da fargli vedere: avevo letto la notizia su un giornale specializzato, ma non avevo approfondito. Arriviamo, lo riconoscono &#8211; difficile non riconoscerlo &#8211; per fortuna hanno un esemplare del palmare in questione, lui ci smanetta sopra un po’, poi, scuotendo la testa, dice: tastiera troppo piccola e esce. Io faccio dei sorrisi di convenienza ai commessi perplessi e lo seguo.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-757" title="Michael Crichton" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/michaelcrichton-480x300.jpg" alt="michaelcrichton" width="480" height="300" /></p>
<p>Michael Crichton è anche ER. Non solo, ovviamente. È anche <em>Jurassic Park, Congo, Sol Levante, Andromeda, Sfera</em>, è l’autore dei più grossi best-seller degli ultimi vent’anni. Nel 1994 qualcuno aveva calcolato che il contacopie delle sue vendite aveva, allora, superato quota cento milioni. Poi nessuno ha più tenuto il conto. Crichton è, comunque, uno scrittore anomalo ed eclettico, nel senso che a differenza dei suoi colleghi Turow, Clancy o Grisham, reclusi nell’orto della scrittura, non si dedica solo ed esclusivamente ai libri, ma fa altre  mille cose: dirige film, inventa soggetti cinematografici e televisivi, scrive dottissimi articoli di scienza del computer, sceneggiature per serie televisive, come ER, appunto, abbreviazione che sta per <em>Emergency Room</em>. Anche in Italia si è preferito tenere la dizione inglese perchè altrimenti avremmo dovuto chiamarla PS, Pronto Soccorso, e si sarebbe potuto equivocare con Pubblica Sicurezza o Post Scriptum.</p>
<p><span id="more-754"></span>ER ha avuto una gestazione travagliata e lunghissima. Nacque anni fa, nel 1965, nella mente di Michael Crichton, all’epoca studente di medicina alle prese, appunto, con il tirocinio in sale di pronto soccorso e voglioso di sfondare non tanto in uno studio medico bensì in uno studio cinematografico. Erano anni ancora ingenui, quelli, erano gli anni dei telefilm in bianco e nero del <em>Dottor Kildare</em>, quelli in cui per risparmiare sui costi di produzione di un telefilm, gli attori parlavano lentamente e si giravano lunghe sequenze di qualcuno che parcheggiava la macchina e poi si avviava, camminando, altrettanto lentamente, verso casa. «Io volevo cambiare tutto questo», dice Crichton. «Io volevo che ER, la serie che avevo in mente, si svolgesse a velocità più sostenuta di come accadono le cose nella vita. Volevo anche spezzare altre convenzioni televisive come il fatto che alla fine della storia, la telecamera sostasse sull’espressione compassata dei protagonisti o altre cretinate del genere. Ma la vera grande differenza era nelle storie: volevo che ER raccontasse storie vere e i fatti mi hanno dato ragione. Il successo è dovuto proprio al fatto che la gente si immedesimi in problemi reali, plausibili, veri, appunto.</p>
<p>La sceneggiatura originale di ER fu scritta nel 1974. Perchè la serie non fu, quindi, prodotta prima? «Semplice, perchè nessuno la voleva. Le obiezioni erano tutte le stesse: troppo veloce, troppo puntato sulla professione medica e poco sui pazienti, il dialogo è troppo tecnico». A salvare ER arrivò Steven Spielberg &#8211; la cui stella in celluloide brillava ormai già alta sull’orizzonte hollywoodiano &#8211; che convinse la NBC a tentare l’avventura. Era il 1989. Spielberg era personalmente desideroso di creare una serie televisiva di argomento medico e in attesa che i burocrati degli studios si dessero una mossa, si dedicò con Crichton al progetto <em>Jurassic Park</em> (1993).</p>
<p>Il retroterra culturale, la laurea in medicina conseguita con lode presso la facoltà di Harvard, hanno certamente aiutato Crichton nell’impresa ER. Il salto fra le due carriere così diverse fu però meno repentino di come si pensi. Con il passare del tempo, mentre la passione per la scienza medica si andava affievolendo, si rinfocolava il vecchio amore per la scrittura, amore probabilmente trasmessogli dal padre giornalista con cui, ironia, non aveva mai avuto un buon rapporto, anzi. Nel suo libro autobiografico <em>Viaggi</em>, Crichton descrive il padre, addirittura, come “<em>a first-rate son of a bitch</em>”, un figlio di puttana di prima grandezza. Ciononostante ammette che entrambi i genitori non lo hanno mai limitato in niente.</p>
<p>Crichton coltivava la passione per la scrittura già al tempo del College: collaborava ai quotidiani locali, al giornale della scuola; poi arrivò James Bond: spie e sesso, fughe e ammazzamenti, bambole che indossavano camicette di seta trasparente e uomini che portavano la pistola sotto la giacca dello smoking. I racconti di Ian Fleming erano creati sulla base di una formuletta ben identificabile e Crichton la prese come una sfida il riuscire a replicarli. Fu così che, di punto in bianco, fra una lezione di anatomia e l’altra, passò a ideare romanzi di spionaggio. Dice: «Confesso che trovavo più divertente uccidere, sulla carta, spie nemiche che salvare il prossimo in sala operatoria». Crichton scrisse e pubblicò ben otto di questi romanzi, uno dei quali, poi, <em>A case of need</em>, letteralmente, “Un caso di bisogno”, vinse l’ambitissimo Edgar Award, come miglior thriller dell’anno. Tutti erano firmati con rigorosi pseudonimi. Perchè? «Perchè il consiglio di facoltà dell’università di Harvard non avrebbe visto di buon occhio questa mia attività collaterale non propriamente ortodossa e che, nella loro ottica, avrebbe finito col distrarmi dagli studi».</p>
<p>Laureato con lode, con una tesi sulle discendenze razziali nell’antico Egitto, a 23 anni, Crichton ottenne l’incarico di insegnare antropologia all’Universitê di Cambridge, poi per un anno seguì i corsi di dottorato di ricerca presso il prestigioso Salk Institute: fu allora che prese la decisione storica di lasciare la medicina per dedicarsi esclusivamente alla scrittura. «La medicina è missione e a quel punto mi accorsi che la missione non era fatta per me». Reazioni? «I miei genitori, ma anche molti miei colleghi, erano orripilati. Il peggio fu spiegare non che lasciavo la professione, ma che me ne sarei andato a Los Angeles, proprio nel cuore del mondo del deprecato spettacolo. A quell’epoca un medico era considerato, che so, a livello di un giudice della corte costituzionale, il massimo della scala sociale. E, all’improvviso io lasciavo il trono per correre dietro a delle ballerine di fila».</p>
<p>Coincidenza, proprio in quel periodo aveva appena finito di scrivere il suo primo romanzo, <em>Andromeda</em>, pubblicato con il suo vero nome e che diventerà, da subito, un best seller e Hollywood se ne accaparrerà i diritti. Ricorda Crichton: «Quando <em>Andromeda</em> uscì, l’editore mi chiamò e mi disse: hai fatto un ottimo lavoro, è un buon libro, ma non ti deprimere per quello che succederà: venderemo si e no duemila copie e non so neanche se avremo una recensione».</p>
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		<title>Il dipinto segreto di Leonardo (il vero Codice da Vinci) e il suo scopritore</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2009 21:15:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Il segreto di Leonardo sta in un&#8217;intercapedine scoperta da uno scienziato italiano dell’Università di California nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze. Si tratta della Battaglia di Anghiari, il celebre murale di Leonardo scomparso 500 anni fa. Riportare alla luce l’affresco di Leonardo è un compito arduo (da un punto di vista tecnico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-641" title="L'ingegner Maurizio Seracini analizza gli affreschi di Vasari nel Salone dei 500 in Palazzo Vecchio a Firenze. Foto Laila Pozzo" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/05/seracini1-340x300.jpg" alt="L'ingegner Maurizio Seracini analizza gli affreschi di Vasari nel Salone dei 500 in Palazzo Vecchio a Firenze, courtesy Laila Pozzo" width="340" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Il segreto di Leonardo sta in un&#8217;intercapedine scoperta da uno scienziato italiano</strong> dell’Università di California nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze. Si tratta della <em>Battaglia di Anghiari</em>, il celebre murale di Leonardo scomparso 500 anni fa. Riportare alla luce l’affresco di Leonardo è un compito arduo (da un punto di vista tecnico e ancor più da un punto di vista burocratico) che si è dato, sin dagli anni Settanta, uno scienziato italiano, l&#8217;ingegner Maurizio Seracini, direttore di <a title="Cisa3" href="http://cisa3.calit2.net/" target="_blank">CISA3</a> (<em>Centro di scienze interdisciplinari per le arti, l’architettura e l’archeologia dell’Università di California a San Diego</em>). Come? Scopriamolo insieme a lui in questa intervista esclusiva, seguita dal video di una sua conferenza tenuta a UCSD su questa incredibile ricerca.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-637"></span><strong>«Come sveleremo il segreto della Battaglia di Anghiari di Leonardo? Bella domanda»</strong>. Sorride Maurizio Seracini, 60 anni, fiorentino, ingegnere biomedico, nel suo ufficio del CISA3, il Centro di scienze interdisciplinari per le arti, l’architettura e l’archeologia dell’Università di California a San Diego di cui è direttore. «Lo faremo mettendo la scienza al servizio dell’arte. Lo faremo con tecniche avanzatissime che quando se ne parlava trent’anni fa, quando studiavo qui, alla facoltà di ingegneria biomedica, avevano il sapore della fantascienza. Si vagheggiava di attivazione neutronica, di gammagrafia, di autoradiografia, oggi tecniche comuni. Lo faremo viaggiando virtualmente all’interno delle pareti del Salone dei 500. Lo faremo soprattutto con una sofisticatissima macchina per attivazione neutronica che abbiamo cominciato a mettere a punto nel 2008 con colleghi scienziati dei laboratori di fisica nucleare del centro di Los Alamos, quello dove negli anni Quaranta lavorò anche Enrico Fermi. Il progetto di questa apparecchiatura è poi stato portato avanti prima con colleghi dell&#8217;Univesità di Delft in Olanda e infine con ricercatori dell&#8217;Università di S.Pietroburgo, in Russia. Si tratta di una macchina che qualcuno ha soprannominato &#8220;sputa neutroni&#8221; che, in modo non invasivo, potrà dirci se dentro un muro, dietro a una parete, si nascondano elementi chimici associabili a pigmenti pittorici». Il muro di cui Seracini sta parlando è quello della sala del Gran Consiglio, in Palazzo Vecchio a Firenze, su cui Leonardo nel 1505 cominciò a dipingere la Battaglia di Anghiari e che andò “perso” nel 1563 allorché Giorgio Vasari rimodellò e riaffrescò la sala creando l’attuale Salone dei 500. È dagli anni Settanta che Seracini gli dà la caccia. Ma allora, anche il meglio che la scienza metteva a disposizione non era abbastanza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutta colpa delle stelle. </strong>«Come sono finito io, ingegnere biomedico, a trovarmi coinvolto con Leonardo? Tutta colpa delle stelle, degli americani e dei sovietici che in quello scorcio di anni Sessanta si sfidavano a colpi di astronauti e astronavi alla ricerca di primati spaziali. Faccio parte della generazione cresciuta con il mito kennedyano della Nuova Frontiera, della conquista dello spazio. E già prima dello sbarco dell’uomo sulla Luna – prima di quell’agosto del 1969 – anch’io volevo essere della partita. Come? Sognavo di diventare astronauta. Per cui prendo e parto per gli Stati Uniti a studiare ingegneria aerospaziale all’Università del Kansas. Era l’anno 1967 e i miei genitori avevano perso tutti i loro beni durante l’alluvione di Firenze l’anno prima. Così, per mancanza di supporto finanziario, dopo meno di un anno devo tornare a Firenze. Ma non mi perdo d’animo. Mi metto a lavorare nella pasticceria di mio padre e due anni più tardi sono pronto a ripartire per l’Università della California a San Diego per studiare ingegneria biomedica, una nuova disciplina ancora sconosciuta in Italia, ma che coniugava due mie passioni: l’ingegneria e la medicina, appunto. Nonostante che alla fine del primo anno i miei risparmi finissero, riesco a mantenermi agli studi con borse studio e mi laureo nel 1973 “summa cum laude”. Continuo a studiare per il Dottorato di ricerca fino alla fine del 1974 quando sono richiamato in Italia per il servizio militare e, visto che devo stare in Italia, mi laureo in ingegneria elettronica all’Università di Padova dove mi iscrivo anche alla Facoltà di medicina. Nel frattempo però devo trovare qualcosa da fare. Ma cosa?»</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si può sbirciare dentro un muro? </strong>Sarà il caso a decidere. «In California avevo conosciuto il professor Carlo Pedretti, probabilmente il massimo esperto di Leonardo al mondo, docente di storia dell’arte presso l’Università della California a Los Angeles (UCLA) di cui, da studente, seguivo i corsi per mia personale passione. Lo incontro per strada a Firenze. Stava conducendo una ricerca su documenti relativi alla Battaglia di Anghiari. Mi chiede: secondo te, con il tipo di tecnologia non invasiva che stavi studiando a San Diego, non si potrebbe “sbirciare” sotto le pareti del Salone per cercare la Battaglia senza danneggiare gli affreschi di Vasari? In effetti a San Diego avevo avuto modo di studiare e fare esperienza sui primi ecografi e l’idea non era sbagliata: se potevamo “guardare” dentro un corpo umano perché non sotto uno strato di pittura? Il progetto mi affascina».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È il 1976 quando parte l’avventura</strong>. Insieme a Seracini lavora un restauratore americano, Travers Newton e un fisico dell’Università di California, John Asmus. I primi finanziamenti arrivano, grazie all’interessamento di Pedretti, dalla Kress Foundation. L’amministrazione comunale di Firenze assegna loro, come sede, una stanza in Palazzo Vecchio e fa montare un’impalcatura nel Salone dei 500.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-639" title="L'ingegner Maurizio Seracini nel Salone dei 500 in Palazzo Vecchio a Firenze" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/05/8-451x300.jpg" alt="L'ingegner Maurizio Seracini nel Salone dei 500 in Palazzo Vecchio a Firenze" width="451" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo la maggior parte degli studiosi, la Battaglia sarebbe andata irrimediabilmente perduta</strong> all’epoca della ristrutturazione vasariana. Eppure, faceva notare Pedretti, Vasari aveva fatto altrove trasformazioni architettoniche simili cercando di non distruggere eventuali opere d’arte esistenti. Nella chiesa di Santa Maria Novella, Vasari aveva avuto l’incarico di costruire un nuovo altare proprio a ridosso di una parte dell’affresco della Trinità di Masaccio: lui lo aveva salvato proteggendolo con una parete di mattoni e un’intercapedine. Avrebbe potuto mai Vasari distruggere un murale di Leonardo, seppure non terminato?</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-642" title="Copia della Battaglia di Anghiari, Rubens, courtesy Editech" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/05/battle_of_anghiari-422x300.jpg" alt="Copia della Battaglia di Anghiari, Rubens, courtesy Editech" width="422" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leonardo contro Michelangelo.</strong> La Battaglia di Anghiari fu commissionata a Leonardo da Vinci nel 1504 dal gonfaloniere Pier Soderini per commemorare lo scontro del 29 giugno 1440 fra le truppe fiorentine alleate delle milizie pontificie di Papa Eugenio IV, che sconfissero presso Anghiari, nel territorio di Arezzo, le forze preponderanti del Duca di Milano, Francesco Maria Visconti. Nel contempo a Michelangelo Buonarroti fu chiesto di raffigurare la Battaglia di Càscina, avvenuta il 28 luglio 1364 tra le truppe pisane e quelle fiorentine, in cui queste ultime vendicarono la sconfitta subita pochi mesi prima. I due affreschi, che avrebbero dovuto essere alti 7 metri e larghi 17, realizzati su pareti fronteggianti, avrebbero concluso i lavori di costruzione della Sala del Maggior Consiglio della Repubblica di Firenze, su progetto di Fra’ Girolamo Savonarola, realizzati da Antonio da Sangallo. Il 4 maggio 1504 Pier Soderini anticipò a Leonardo 25 fiorini con un contratto che prevedeva un anno di tempo per finire il cartone preparatorio, senza comunque legare il disegno a nessuna preventiva autorizzazione. Per il cartone Leonardo adoperò 29 quaderni di fogli reali, 88 libbre di farina per impastarlo, tre teli di stoffa di lenzuolo per orlarlo. Terminato il cartone, Leonardo cominciò a dipingere nella sala del Gran Consiglio il 6 giugno 1505, data che è possibile stabilire grazie alla fortuita scoperta di due manoscritti rinvenuti nel 1967 nella Biblioteca Nazionale di Madrid.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-646" title="La scritta &quot;Cerca Trova&quot;, courtesy Editech" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/05/cerca_trova-225x300.jpg" alt="La scritta &quot;Cerca Trova&quot;, courtesy Editech" width="225" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cerca trova</strong>. I lavori di ricerca dell’equipe di Seracini partirono subito col piede giusto. «Uno degli indizi più interessanti», racconta «venne alla luce non appena fu montato il ponteggio mobile nel Salone. Stavo studiando la battaglia di Marciana in Val di Chiana, l’affresco dipinto da Vasari sulla parete est nel 1563, quando mi trovai davanti a uno stendardo, retto da un fante dell’esercito fiorentino, che recava la scritta “Cerca trova”. Un’iscrizione che nessuno aveva mai documentato e, se per quello, probabilmente neanche mai visto perché era posta così in alto che non si riusciva a vederla neanche dalla balconata: bisognava proprio salire fin lassù. Un vessillo di battaglia? Un motto araldico? Improbabile che fosse l’unico senza nient’altro di simile in nessuna delle altre centinaia di bandiere affrescate in tutta la sala. La cosa da fare era verificarne innanzitutto l’autenticità prelevando un campione per controllare se si poteva considerarlo appartenere alla stessa epoca dello strato pittorico sottostante. Tutti i risultati combaciavano. Che il Vasari avesse voluto lasciare un messaggio per i posteri? Cerca il Leonardo perduto e lo troverai».</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-645" title="L'ingegner Maurizio Seracini davanti alla scrita &quot;Cerca Trova&quot;: un indizio lasciato da Vasari? courtesy Editech" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/05/photo_21-400x300.jpg" alt="L'ingegner Maurizio Seracini davanti alla scrita &quot;Cerca Trova&quot;: un indizio lasciato da Vasari? courtesy Editech" width="400" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il petroliere mecenate. </strong>Nel bel mezzo delle ricerche, ad interessarsi del progetto e a subentrare nei finanziamenti arrivò il petroliere Harmand Hammer, magnate della Occidental Petroleum, un anziano personaggio a dir poco singolare. Il classico americano che si è fatto da solo. A 22 anni, studente di medicina, aveva già guadagnato il suo primo milione di dollari e essendo quello il periodo della rivoluzione bolscevica, affascinato dai cambiamenti sociali in corso, comprò di sua iniziativa ambulanze e medicine e le spedì in Russia. Il gesto gli accattivò la simpatia di Lenin di cui divenne grande amico e che accordò a Hammer la possibilità di commerciare liberamente con la neo-nata Unione Sovietica. In questa sua veste, cinquant’anni dopo, Richard Nixon mise Hammer a capo del programma che avrebbe portato all’apertura politica fra le due superpotenze. Insomma, a parte questi risvolti sociali, Hammer era un grande appassionato d’arte: fra le altre cose nel 1980 acquisterà uno dei più importanti manoscritti di Leonardo, il cosiddetto <em>Codice Leicester</em> – dal nome dello storico proprietario, il conte di Leicester – in cui l’artista si occupava di studi di idraulica e di moti dell’acqua. Il Codice, nel frattempo ribattezzato <em>Codice Hammer</em>, fu a sua volta acquistato nel 1994 da Bill Gates che ne è tuttora il proprietario.<br />
Tornando a noi, il fatto era che all’epoca, in quel 1976, da una parte la tecnologia non era abbastanza sofisticata da riuscire a rilevare un affresco nascosto sotto un muro, dall’altra Seracini e i suoi erano cani sciolti, né guelfi né ghibellini che per di più non stavano con nessun centro di potere cittadino. Di conseguenza la ricerca si interruppe e per il successivo quarto di secolo il progetto fu messo in freezer.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il vero Codice da Vinci</strong>. <em>Fast forward</em>. Passano venticinque anni. «Si immagini una scena da film», dice Seracini. «Siamo nel mio ufficio in via dei Bardi a Firenze, sulla sponda sinistra dell’Arno. Entra un signore, in compagnia di Idanna Pucci, nipote del celebre Emilio lo stilista di grido degli anni Sessanta, che in un perfetto stile britannico si presenta: il mio nome è Guinness, Loel Guinness. Senza fronzoli e senza giri di parole dice che vuole riprendere la ricerca della Battaglia. Scoprirò poi che si tratta dell’erede della famiglia Guinness, produttrice di uno dei marchi di birra più famosi al mondo, nonché presidente del Kalpa, una società che si interessa di finanziare sofisticati progetti interdisciplinari a livello internazionale. E questo aveva attirato la sua attenzione». Per farla breve, sorvolando sugli inutili e perigliosi passaggi burocratici che ci portano ai giorni nostri, il progetto riparte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Arriva Dan Brown.</strong> Bisogna però aprire una piccola, ma importante parentesi. Racconta Seracini: «Nel 2003 esce il romanzo di Dan Brown, “<em>Il Codice da Vinci</em>” che, all’epoca, io non leggo. Lo legge però una mia amica italiana che mi chiama dagli Stati Uniti: complimenti, dice. Complimenti, cosa? Sei nel libro di Dan Brown. In che senso? Come in che senso: si parla di te, sei uno dei personaggi del racconto, <em>sei a pagina 202.</em> Com’è che ero finito, involontariamente, nel libro di Dan Brown? Sempre per colpa, si fa per dire, di Leonardo. In questo caso dell’Adorazione dei Magi, l&#8217;opera che l’artista lasciò, incompiuta, a Firenze, nella casa di Amerigo Benci, quando nel 1482 si trasferì a Milano e che oggi è conservata alla Galleria degli Uffizi. Era accaduto che alla notizia di intraprendere un restauro su quest’opera, era nata una diatriba di chi era a favore e di chi era contrario, che aveva coinvolto, da un lato il sovrintendente ai musei fiorentini e dall’altro autorevolissimi personaggi a livello internazionale – da sir Ernst Gombrich a Carlo Pedretti, a James Beck. Tanto che la sovrintendenza decise di chiedermi di eseguire una approfondita campagna diagnostica al termine della quale sarebbe stata fatta una valutazione sull’opportunità o meno di procedere al restauro».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quel Leonardo non è proprio Leonardo.</strong> Lo studio – che è stato il più approfondito mai eseguito su un’opera di Leonardo – mise in evidenza da un lato che il supporto ligneo del dipinto necessitava di un intervento di restauro e dall’altro che sarebbe stato troppo rischioso per l’integrità pittorica del quadro, procedere a una rimozione seppur parziale delle vernici ossidate che lo ricoprivano.«Nessuno però si aspettava che la pittura monocromatica che vediamo sull’Adorazione non fosse mai stata applicata da Leonardo, ma che si trattasse di aggiunte posteriori. L’esame sui campioni non lasciava adito a dubbio alcuno». Un terremoto. Fino ad allora non un singolo storico dell’arte aveva mai osato sollevare dubbi sulla paternità di Leonardo nella stesura del colore dell’Adorazione. Ma non solo. «Grazie agli esami di riflettografia ad infrarossi», continua Seracini «era emerso un meraviglioso disegno preparatorio, quello sì di mano di Leonardo, che aveva rivelato straordinari segreti, come la presenza di numerose figure di animali, cavalli, la mangiatoia, un piccolo elefantino e l’incredibile schizzo di una sorta di “battaglia per lo stendardo” che non ho potuto fare a meno di ricollegare al nucleo centrale che Leonardo aveva ideato proprio per la Battaglia di Anghiari. Del resto confortato anche da illustri pareri di storici dell’arte, come Antonio Natali, attuale direttore del Museo degli Uffizi. Comunque sia, il tutto è stato documentato in modo inoppugnabile in 2400 riflettogrammi. Certo, chissà come a qualcuno sia venuto in mente di cancellare alla vista proprio questi e altri bellissimi disegni. Forse una censura ecclesiastica? Non lo sapremo mai. Questo è probabilmente il vero Codice da Vinci. Nel nostro caso un vero mistero finalmente svelato».</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-638" title="L'ingegner Maurizio Seracini (da People Magazine)" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/05/20070702-750-100-276x300.jpg" alt="L'ingegner Maurizio Seracini (da People Magazine)" width="276" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il silenzio delle istituzioni.</strong> Nonostante l’entità di una scoperta che cambiava la prospettiva degli studi sull’arte del Rinascimento dopo che generazioni di storici si erano erroneamente pronunciati sulla magia del “non finito”, dei colori, e della tecnica di Leonardo, i risultati delle indagini non furono resi pubblici. Almeno fin quando la notizia venne all’orecchio del corrispondente per l’Italia del <em>New York Times</em> che realizzò una dettagliatissima inchiesta dal titolo “<a href="http://www.nytimes.com/2002/04/21/magazine/the-leonardo-cover-up.html?pagewanted=1" target="_blank"><em>The Leonardo cover up</em></a>”, ovvero il Leonardo occultato. Inutile dire il caos sollevato in tutto il mondo. Giornali e televisioni di qua e al di là dell’Atlantico – a differenza dei media italiani – si mobilitarono per raccontare l’incredibile storia inviando redattori e troupe televisive a Firenze. «È a questo punto», ricorda Seracini «che entra in scena Dan Brown: legge l’articolo, capisce come con opportune iperboli, questa storia si sarebbe potuta trasformare nell’ennesimo mistero che avvolge Leonardo e mi inserisce nel suo libro. Certo, se lo avessi saputo in tempo magari avrei potuto spiegargli che in effetti non c’erano manovre occulte dietro questa scoperta e che il dipinto non era stato affatto nascosto nei depositi degli Uffizi dopo le mie indagini. Ma forse tutto questo a Dan Brown non interessava. Dopotutto stava scrivendo un romanzo e non un libro di storia. In ogni caso, le assicuro, fa un certo effetto ritrovarsi in un romanzo pieno di personaggi inventati».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Entra in scena l&#8217;Università di California</strong>. Ed eccoci arrivati all’ultima decisiva tappa di questa storia. Tappa che vede Maurizio Seracini tornare, in un certo senso, alle origini del suo racconto e cioè alla facoltà di ingegneria dell’Università di California a San Diego che, proprio sulla scia della ricerca della Battaglia di Anghiari e delle scoperte sull’Adorazione dei Magi, gli offre la possibilità di realizzare il progetto che sogna da una vita: creare un centro di ricerca nel campo dei Beni culturali. Nasce così il “Centro di scienze interdisciplinari per l’arte, l’architettura e l’archeologia” – abbreviato in <em>CISA3</em> – di cui lo nominano direttore. Ed è così che ora, ad avallare il rigore scientifico della ricerca c’è una delle più importanti istituzioni universitarie al mondo. Chissà però se la burocrazia italiota, le guerre fra guelfi e ghibellini che ancora oggi, imperterrite, si combattono nella cerchia muraria del comune di Firenze, lascerà che questa volta la ricerca del murale di Leonardo sia finalmente portata a compimento.«Intanto un primo successo lo abbiamo avuto», dice Seracini. «Utilizzando una sofisticata apparecchiatura radar che ha rilevato proprio sulla fatidica parete est – quella del “Cerca trova” – un’intercapedine. Perché mai Vasari avrebbe creato un’intercapedine al momento della ristrutturazione, unica poi in tutto il Salone? È molto plausibile che, come nel caso di Masaccio, l’ipotesi più probabile è che lo abbia fatto per proteggere quello che resta del murale di Leonardo. Ma la tecnologia decisiva quella che potrà dire una parola definitiva sulla possibile presenza del murale di Leonardo è la strumentazione per eseguire analisi per attivazione neutronica di cui parlavo all’inizio del mio racconto».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come funziona? </strong>«I neutroni sono particelle atomiche che possono attraversare corpi molto densi e spessi, come appunto una muratura e interagire con i nuclei degli elementi chimici con i quali entrano in collisione, generando sia raggi beta che si disperdono all’interno della parete, sia raggi gamma che possono ripassare la parete e venire acquisiti da rilevatori particolari. Esami spettroscopici associati alle energie specifiche dei raggi gamma rivelati, permettono di identificare quali elementi chimici abbiano generato questi raggi gamma. Con questa tecnica, dunque, se si spara un fascio di neutroni sulla parete del Vasari, questo riesce a passare non solo l’intonaco, ma tutti i materiali della parete stessa e a “leggere” i vari elementi chimici che la compongono. E se si ha – come effettivamente ora stiamo acquisendo – una campionatura di tutti i materiali che compongono il muro: dall’intonaco ai mattoni, alle pietre retrostanti, ai materiali pittorici usati da Leonardo per la Battaglia, deducibili dai documenti originali in cui questi sono elencati con pignola precisione, la macchina potrà dire, una volta per tutte, se lì sotto c’è il Leonardo perduto».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E ora lasciamo la parola a Maurizio Seracini, in questa sua conferenza tenuta all&#8217;Università di California a San Diego.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="512" height="542" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/-jgiyRZTfgg&amp;hl=en&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="512" height="542" src="http://www.youtube.com/v/-jgiyRZTfgg&amp;hl=en&amp;fs=1" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutto il mondo si interessa al lavoro di ricerca di Maurizio Seracini </strong>e della sua società, la <a href="http://www.editech.com/" target="_blank">Editech</a>: negli Stati Uniti la più prestigiosa testata giornalistica televisiva del Paese, <a href="http://images.google.it/imgres?imgurl=http://www.calit2.net/images/articles/2008/seracini_safer_400.jpg&amp;imgrefurl=http://www.calit2.net/newsroom/article.php%3Fid%3D1279&amp;usg=__4Q3a15faYSq-owmcKaAmnagUVfo=&amp;h=300&amp;w=400&amp;sz=86&amp;hl=it&amp;start=4&amp;tbnid=hqJwBmMXb_77TM:&amp;tbnh=93&amp;tbnw=124&amp;prev=/images%3Fq%3Dmaurizio%2Bseracini%26gbv%3D2%26hl%3Dit%26safe%3Doff%26sa%3DG%26newwindow%3D1" target="_blank"><em>60 minutes</em></a> (network CBS) manda il suo più importante anchor man a intervistarlo; gli inglesi di Channel 4 inviano una troupe che vive in simbiosi con Seracini per settimane, mesi, spostandosi con lui da Firenze alla California e finendo col produrre un esplosivo documentario dal titolo <a href="http://www.divxturka.net/documentaries/404125-channel-4-da-vinci-detective-2009-a.html" target="_blank"><em>The Da Vinci Detective</em></a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In Italia è silenzio. Le istituzioni sono codardamente silenziose. </strong>Le reti televisive tricolori trasmettono solo programmi di cucina, quiz inframmezzati da balletti e notiziari taroccati per far piacere al miliardario che governa l&#8217;Italia. Chi può, scappa dal Paese, anche se solo televisivamente e in modo virtuale e si gode programmi come questi:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parte Prima:</strong></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="512" height="398" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/1TlfVjhwYaY&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="512" height="398" src="http://www.youtube.com/v/1TlfVjhwYaY&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p><strong>Parte seconda:</strong></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="512" height="398" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/pYO_2h3kVMM&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="512" height="398" src="http://www.youtube.com/v/pYO_2h3kVMM&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="text-decoration: underline;"><em>Una nota &#8220;storica&#8221; a margine di quest&#8217;intervista:</em></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Flashback.</strong><strong> </strong>Eravamo in tanti a voler fare gli americani. Io ero all&#8217;ultimo anno di liceo lingustico, Maurizio al primo di ingegneria: corso accademico fiorentino 1967/1968, tempo di caos. In quella stagione di demagogia scolastica, invece di frequentare assemblee e cortei, andavamo a studiare alla Biblioteca Nazionale, ascoltavamo long playing di Frank Sinatra e parlavamo di America, della conquista dello spazio, di cosa avremmo “sicuramente” fatto da grandi: io, il giornalista; lui, l’ingegnere aerospaziale. Una mattina il caos all’università fu peggiore del solito, all’orizzonte non si prospettava nulla di buono e Maurizio annunciò che sarebbe andato in America: Università del Kansas, prima, Università di California a San Diego, dopo. E partì. Per le vacanze di Natale e per quelle estive tornava a Firenze e raccontava dell’America, dell’efficienza che vi si respirava, della vita al campus, delle partite di pallavolo, del Vietnam, di Herbert Marcuse che insegnava nella sua università (io ne approfittai per farmi dedicare una copia di </em>Man At One Dimension<em>, L’uomo a una dimensione). Neanche dirlo che lo invidiavo. Ad ogni viaggio tornava più “americano” di prima, ma con un sottofondo di nostalgia da emigrato che io proprio non capivo: ma come, era al centro del mondo, studiava quello che aveva sempre sognato, una buona metà degli insegnanti erano premi Nobel e lui rimpiangeva Reggello e la sua casa di campagna? Maurizio si laureò </em><em>cum laude in ingegneria biomedica: durante il cammino aveva abbandonato l’idea della conquista delle stelle ed era passato ad una specialità allora pressochè ignota sulle nostre sponde mediterranee. Aveva tutte le carte in regola per entrare nel club esclusivo dei cervelli in fuga, ma lui era titubante, straziato fra l’America e la sua Firenze. Firenze ebbe la meglio e lui decise di tornare. Io &#8211; che nel frattempo avevo perseverato nel rincorrere il sogno del giornalismo &#8211; decisi di partire. Destinazione California.<br />
Questo avveniva alla fine degli anni Ottanta. Passano dieci anni e la storia si inverte. Io rientro in Italia e poco dopo a partire è Maurizio: destinazione California, Università di San Diego, la sua </em>Alma Mater<em> che lo richiama per un incarico prestigioso la cui storia è raccontata qui sopra. Neanche dirlo, Maurizio è Maurizio Seracini, </em>l&#8217;ingegnere<em>.</em></p>
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		<title>Architettura e cinema</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Apr 2009 18:55:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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La California si sogna. La California si vive. La prima grazie all’industria dell’illusione per eccellenza: il cinema; la seconda attraverso un’arte solida e concreta: l’architettura.
Hollywood fu inventata da una manciata di europei che si trasferirono in California agli inizi del secolo scorso: si chiamavano Zukor, Goldwyn, Lang, Lubitsch, Stroheim, così come europei erano anche gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-593" title="Courtesy Julius Shulman, Case Study House no. 22, architect Pierre Koenig, 1960" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/04/juliusshulman-192x300.jpg" alt="Courtesy Julius Shulman, Case Study House no. 22, architect Pierre Koenig, 1960" width="192" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La California si sogna. La California si vive. </strong>La prima grazie all’industria dell’illusione per eccellenza: il cinema; la seconda attraverso un’arte solida e concreta: l’architettura.<br />
Hollywood fu inventata da una manciata di europei che si trasferirono in California agli inizi del secolo scorso: si chiamavano Zukor, Goldwyn, Lang, Lubitsch, Stroheim, così come europei erano anche gli architetti che intorno alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale, si trasferirono sulle sponde del Pacifico e che con le loro opere finiranno col definire il concetto di “stile di vita californiano” come lo conosciamo noi oggi. L’architettura modernista capitanata da Walter Gropius, il fondatore del Bauhaus, la scuola che più segnerà la cultura occidentale della prima metà del secolo scorso troverà infatti un fertile terreno di diffusione in California, il laboratorio ideale dove poter tentare esperimenti sociali, economici, artistici che spesso, da nessuna altra parte al mondo, potrebbero avere una possibilità di sopravvivenza, tanto meno di sviluppo. <span id="more-599"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La contaminazione incrociata di cinema e architettura </strong>colpisce ancora producendo due interessanti libri: “Architecture and Film”, a cura di Mark Lamster (Princeton Press, 256 pagg. $ 24.95) che esamina l’effetto che l’industria cinematografica ha avuto sulla percezione dello spettatore degli spazi urbani e rurali d’America e  “Modernism Rediscovered” a cura di Pierluigi Serraino e Julius Shulman (Taschen, 575 pagg, $ 39.99), un viaggio attraverso opere spesso dimenticate di architetti più o meno famosi, più o meno di grido, che hanno comunque segnato un epoca irripetibile sia nella storia dell’architettura che in quella del costume. Il libro si avvale delle immagini tratte dall’archivio personale, messo insieme in 64 anni di lavoro, da Julius Shulman, ultranovantenne &#8211; anche lui di origini europee, figlio di emigrati russi &#8211; il cui nome è indissolubilmente legato alla storia della fotografia dell’architettura californiana. Per chi fosse comunque interessato ad avere un panorama completo delle opere dei capostipiti del modernismo stesso consigliamo di aggiungere alla lista della spesa un libro, sempre di Shulman, uscito anni fa da Rizzoli International, dal titolo “A Constructed View” dove si possono rivisitare le opere storiche di Koenig, Schindler, Soriano, Ellwood e degli altri grandi.<br />
Il libro di Serraino e Shulman copre cinque decadi, dagli anni Trenta ai Settanta, e illustra circa 300 progetti il cui centro emotivo e culturale è saldamente ancorato nella California del Sud, soprattutto a Los Angeles. Purtroppo molte delle abitazioni che si possono ammirare in questo prezioso volume sono andate perdute per sempre perché costruite prima che si sviluppasse nel pubblico una sensibilità culturale di conservazione e le esigenze del mercato finissero per vincere sulla nostalgia, sentimento non quotato e non ammesso alla borsa immobiliare. Un esempio per tutti l’abitazione che l’architetto Paul László aveva costruito per sé a Beverly Hills (1955), fornita persino di una monorotaia per trasportare la spesa del supermercato dalla rampa di accesso del garage fino in cucina.<br />
Sono comunque i progetti sopravvissuti, ancora rintracciabili, quelli più entusiasmanti per il lettore, come il complesso “Mutual Housing” di Brentwood degli architetti Quincy Jones, Whitney Smith e Edgardo Contini (1950) che riassume in sé tutti gli elementi dello stile di vita dell’America post bellica: terra costellata di gin tonic sorseggiati sul bordo della piscina da mariti che avevano le sembianze di Rock Hudson, da mogli modellate sullo stampino di Doris Day, da figli rispettosi, cani educati, station wagon supermolleggiate dalle code a punta. Uno stile di vita esportato in tutto il mondo proprio attraverso il cinema che sviluppa una sua architettura costruendo ciò di cui abbisogna sui propri set e la cui finzione a volte finisce con l’influenzare i progetti veri. L’appartamento da scapolo di Rock Hudson in “Pillow Talk” è copiato da un modello pre-esistente o è il set cinematografico a influenzare gli architetti che disegneranno appartamenti in quello stile con gadget acchiappa-ragazze incorporati?<br />
Il libro di Serraino e Shulman che apparentemente ha l’aspetto di un saggio di architettura, finisce con il trasformarsi in una guida alternativa ai segreti meglio conservati dalla California. A partire dalla casa che Quincy Jones &#8211; l’architetto non il cantante &#8211; si costruì per sé sulle colline di Hollywood (1946), al Tennis club di Palm Springs, sempre di Jones (1947) per arrivare al più recente Desert Museum di Palm Springs disegnato da William Clarks (1976).<br />
Ma che effetto fa il modernismo ad un architetto italiano cresciuto a pane e Rinascimento, a uno che per lavoro deve fare giornalmente i conti con i leggendari coniugi Eames o magari con l’ineffabile Koenig, oppure con il rigoroso Schindler? Pierluigi Bonvicini che costruisce, progetta, inventa da uno studio a due passi dalle spiagge del Pacifico aveva lasciato la Toscana dopo la laurea e dopo aver scritto un saggio – una delle rare pubblicazioni che fino a qualche anno fa circolassero su John Lautner, l’architetto, guarda caso, più amato dai cineasti di Hollywood perché le sue case “sono” Hollywood: i suoi progetti incarnano lo spirito di spettacolarità, di simbolo di peccato che si addice alle avventure di spie, agenti segreti, assassini e maliarde<br />
«Sfogliare questo libro, per me, è come sfogliare l’album di famiglia, sia per i miei rapporti personali con Julius Shulman che con molti degli architetti che vi si incontrano. Pur non avendo io aderito alla corrente del Modernismo, ne ho subito l’inevitabile fascino culturale, come ho subito l’influenza dello spirito e della cultura americana degli anni Cinquanta e Sessanta che sono stati formativi per il mio interesse verso l’America e la California in particolare. Devo dire che Serraino e Shulman riportano alla luce perle dimenticate e talvolta addirittura sconosciute del Modernismo con un linguaggio visivo singolarmente omogeneo. Il comun denominatore non è infatti solamente lo stile architettonico proposto, ma il punto di vista del fotografo che instaura, ogni volta, un rapporto quasi magico con l’architettura».<br />
Nostalgia di quei tempi? «No. Direi grande affetto. Quello che è certo è che così tanto è accaduto in così tanto poco tempo. Queste immagini che oggi rappresentano il passato allora erano il futuro. Il Modernismo in architettura è stato un elemento catalizzatore con cui si manifestavano le tendenze culturali e spirituali di un popolo emerso dagli eventi della seconda guerra mondiale con un rafforzato spirito pioneristico e idealista insieme».<br />
Quali sono gli elementi tecnici che caratterizzano questa corrente. «Le scelte tecnologiche e compositive degli architetti del Modernismo hanno le loro radici proprio in questi concetti di progresso e democrazia. L’uso innovativo di materiali come l’acciaio, il legno, il vetro, il cemento, sempre usati sottotono, oggi diremmo in modo minimalista e proiettati fiduciosamente come gesti allusivi verso nuovi orizzonti da definire, risponde alla convinzione di un progresso coadiuvato da tecnologie benefiche e liberatrici. L’eccezione che conferma la regola è la casa costruita da Richard Spencer a Malibu nel 1955 che, eludendo gli astrattismi della corrente, sembra quasi materializzarsi in una sorta di metaforico gabbiano appollaiato sulle sponde del Pacifico, pronto a spiccare il volo. Ma non è solo tecnica. L’organizzazione distributiva degli spazi, senza gerarchie, in un gioco continuo di pieni e vuoti danno origine a volumi architettonici ricchi di energia vitale. Ci pensi un attimo: non le sembra di essere calato all’interno di una struttura di quelle disegnate sulla tela da Piet Mondrian o da Paul Klee? E’ un leit-motiv che si ritrova nelle opere residenziali del modernismo di Neutra, di Charles e Ray Eames, di Soriano, di Quincy Jones».<br />
Lei come concilia la sua formazione classica con quest’esperienza<br />
«Ammetto di aver guardato al Modernismo con distaccata curiosità. La cultura italiana del dopoguerra a cui mi sono formato era ben diversa da quella americana della stessa epoca. C’erano anche lì idealismo e valori, ma alle spalle c’era tanta più sofferenza. A un europeo  questa realtà, pur essendo nata da radici comuni, sembra distante. Ma probabilmente è un effetto ciclico. I colleghi italiani dicono che i miei progetti americani sono distanti. Che ne so: sarà l’aria del Pacifico».</p>
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		<title>JFK: il caso è (davvero) chiuso?</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Mar 2009 15:14:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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E se Lee Harvey Oswald fosse veramente l’attentatore solitario di John Fitzgerald Kennedy, il 35esimo presidente degli Stati Uniti assassinato a Dallas, Texas, il 22 novembre 1963? E se quarantotto ore dopo Jack Ruby avesse veramente ucciso Oswald in un momento di follia vendicativa? Insomma, e se avesse ragione il tanto deprecato rapporto Warren e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="530" height="420" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/TpicOfFajNE&amp;hl=en&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="530" height="420" src="http://www.youtube.com/v/TpicOfFajNE&amp;hl=en&amp;fs=1" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>E se Lee Harvey Oswald fosse veramente l’attentatore solitario di John Fitzgerald Kennedy,</strong> il 35esimo presidente degli Stati Uniti assassinato a Dallas, Texas, il 22 novembre 1963? E se quarantotto ore dopo Jack Ruby avesse veramente ucciso Oswald in un momento di follia vendicativa? Insomma, e se avesse ragione il tanto deprecato rapporto Warren e dietro gli angoli bui del mistero del secolo non ci fosse alcun complotto?<br />
Questa la tesi “rivoluzionaria” sostenuta da Gerald Posner, ex avvocato passato al giornalismo investigativo, in “<em>Case Closed</em>”, Il caso è chiuso, un volume di 608 pagine edito da Random House.<span id="more-423"></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><img class="aligncenter size-medium wp-image-427" title="John e Jacqueline Kennedy arrivano a Dallas, Texas, il 22 novembre 1963" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/kennedys_arrive_at_dallas_11-22-63-301x300.jpg" alt="John e Jacqueline Kennedy arrivano a Dallas, Texas, il 22 novembre 1963" width="301" height="300" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Da quel novembre del ‘63</strong>, nei soli Stati Uniti, sono usciti qualche migliaio di libri che dibattono l’argomento: la stragande maggioranza deride le conclusioni a cui era arrivata la commissione d’inchiesta governativa guidata dall’allora capo della Corte Suprema, Earl Warren e sposa la tesi del complotto dietro al quale ci sarebbe ora la CIA, ora l’FBI, poi la mafia, poi i cubani anticastristi. A volte Oswald fa parte della congiura, a volte è una vittima innocente, o è un eroe che ha invano tentato di salvare il presidente. Raramente è l’assassinio solitario.<br />
Certo è che i retroscena biografici dei personaggi chiave coinvolti nella vicenda non aiutano a fare chiarezza: Lee Harvey Oswald era un ex marine filo comunista che, a 19 anni, nel bel mezzo della guerra fredda, cerca asilo politico in Unione Sovietica e dopo aver assaggiato le delizie del socialismo reale strepita fin quando non lo fanno ritornare negli Stati Uniti; Jack Ruby era un  proprietario di night con sotterranee connessioni mafiose, omosessuale, patriota dichiarato, ebreo non praticante, ma apparentemente ossessionato dall’idea che forze oscure volessero gettare la colpa dell’assassinio sulla comunità ebraica di Dallas.<br />
Buffo, come dopo tutto questo tempo, nonostante giornali, televisione, libri abbiano tenuta calda l’attenzione del pubblico, certi dettagli fondamentali dell’inchiesta si siano persi per strada. Un po’ per pigrizia, un po’ per assecondare questo o quel complotto. Ed è per sgombrare il campo da tutte le forzature, le inesattezze, le partigianerie, che Gerald Posner si è posto un compito ingrato: ripercorrere, passo passo, l’inchiesta ufficiale alla luce di nuove verifiche, nuove testimonianze: straordinaria quella rilasciata da Yuri Nosenko, l’ex alto funzionario del KGB passato all’occidente nel gennaio del 1964 che, a suo tempo, aveva, seguito la pratica per la richiesta di Oswald di asilo politico a Mosca. A parte rarissime eccezioni, nessuno prima di Posner era mai riuscito a parlare con Nosenko e soprattutto a raccogliere tutte quelle informazioni. E il risultato è un manuale del perfetto investigatore, scritto in tono secco, senza la sbavatura di un aggettivo di troppo, dove anche le note a piè di pagina sono fonte di interesse. Un grande omaggio alla memoria di John Kennedy. In pratica, quello che il rapporto Warren avrebbe dovuto essere e non è stato.<br />
<strong>Allora, il caso è veramente chiuso? </strong><br />
«No, al di là del titolo ambizioso non ho l’arroganza di possedere la verità. Ho solo voluto fare chiarezza sui fatti, ripulirli dalla stratificazione del tempo e delle inesattezze».<br />
<strong>Come è nata l’idea di “<em>Case Closed</em>”? </strong> «Sono sempre stato un lettore accanito di libri che sposavano la teoria del complotto e ad un certo punto mi sono accorto che troppo spesso uno contraddiva l’altro, non su tesi generiche, ma su fatti specifici. Così ho pensato di mettere da parte i cosiddetti documenti storici e di ripartire con l’indagine da zero. Il risultato è un libro basato su informazioni primarie e non su degli “hanno detto” e “hanno scritto”. Non pretende, ripeto, di avere la verità assoluta, ma è da raccomandarsi prima di intraprendere qualsiasi altra lettura sul caso Kennedy. Il lettore avrà a disposizione uno strumento per giudicare l’attendibilità o meno di certe prove che si pretendono di spacciare per storiche».<br />
<strong>Lei prende seriamente in esame l’ipotesi di un coinvolgimento della mafia nell’assassinio, mentre non sembra dare molto peso alle teorie del complotto governativo. </strong><br />
«Non ho mai pensato che il governo fosse coinvolto. È gente troppo inefficiente. Se mai qualcuno fosse riuscito ad organizzare un complotto del genere non sarebbe riuscito a tenerlo segreto per 30 giorni, si figuri per 30 anni. L’unica eventuale pista seria mi sembrava quella della mafia, a causa dei legami con Jack Ruby».<br />
<strong>In pratica lei dice che c’è stato un insabbiamento e un tentativo di inquinamento delle prove ma solo in relazione all’inettitudine di FBI e CIA? </strong><br />
«Assolutamente. L’FBI ha incasinato l’inchiesta. Hanno distrutto un appunto di Oswald per cercare di minimizzare  i contatti che avevano avuto con lui. La CIA se la faceva sotto all’idea che la commissione Warren scoprisse e rendesse pubblica l’alleanza stopulata con la mafia con l’obiettivo di uccidere Fidel Castro. Viene da ridere pensando che una delle più popolari teorie vedrebbe la CIA e la mafia complottare contro Kennedy. Ma se lo immagina: da tre anni e mezzo cercavano di far fuori Castro e non ne azzeccavano una. Vorrei stendere un velo pietoso sul tentativo di rifilargli sigari esplosivi. Sembravano la Banda Bassotti. E si vorrebbe far credere che, all’improvviso, con precisione inaudita, uccidono il presidente degli Stati Uniti e insabbiano le prove in modo tale che per 30 anni sono riusciti a sfuggire a cani mastini di investigatori».<br />
<strong>Lei descrive Oswald come uno molto attento ai dettagli. L’attentato di Dallas sembra invece un episodio estemporaneo. Come lo spiega? </strong><br />
«Kennedy è un bersaglio assolutamente casuale. Se Oswald fosse stato a Mosca, probabilmente il bersaglio sarebbe stato Nikita Kruscev. Questa per lui era un’occasione per azzoppare il sistema, per dare uno schiaffo a uno di questi due paesi &#8211; gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica &#8211; che ormai odiava e disprezzava perché avevano deluso le sue aspettative. Il caso vuole che Kennedy gli attraversi la strada. Certo non è una missione suicida. Se ci fosse stata un minimo di sicurezza nel palazzo, se i suoi colleghi avessero fatto, come al solito, colazione sparpagliati nei diversi piani del deposito di libri, Oswald avrebbe ripreso il fucile e se ne sarebbe ritornato a casa. L’attentato è talmente improvvisato che Oswald arriva sul posto con solo 4 colpi nel caricatore invece dei sei che poteva contenere. Più abborracciato di così. E poi, guardi, il 26 settembre quando Kennedy decide di visitare Dallas, Oswald è in viaggio verso Città del Messico dove cerca disperatamente di ottenere dall’ambasciata cubana un visto per l’isola. Se i cubani  lo avessero accontentato, la strada di Oswald non avrebbe mai incrociato quella di Kennedy. E quando torna a Dallas, in ottobre, non c’è ombra di contatti con nessuno. Oswald non incontra nessuno, non telefona a nessuno, non parla con nessuno se non con la moglie. In 30 anni di indagini non è mai emerso niente. E se non ci sono contatti non c’è complotto».<br />
<strong>Sapremo mai la verità? </strong><br />
«Dopo 30 anni di pasticci chi crede più al governo. Se domani rendessero pubblici, senza censura alcuna, tutti i documenti dell’inchiesta e non si trovasse traccia di complotto, ci sarebbe sempre qualcuno che direbbe: hanno distrutto le prove».<br />
<strong>In tutta questa storia la famiglia Kennedy è sempre rimasta nell’ombra, in silenzio. Perché? </strong><br />
«I Kennedy sono la più potente &#8211; direi l’unica vera dinastia politica in America. Hanno il paese e la stampa dalla loro parte. Il silenzio, secondo me, indica che anche loro non credono ci sia molto di più di Lee Harvey Oswald dietro la morte del presidente. In caso contrario ci sarebbero stati i fuochi d’artificio e le assicuro delle teste sarebbero cadute».</p>
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		<title>La guerra fotografica del soldato Avery</title>
		<link>http://www.claudiocastellacci.com/articoli/la-guerra-fotografica-del-soldato-avery/</link>
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		<pubDate>Sat, 14 Mar 2009 16:27:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il problema furono i piccioni. Accidenti a loro: neanche uno, uno, che avesse ritrovato la strada di casa. Fu per la sbadataggine di quei pennuti che tutta la documentazione fotografica della prima ondata dello sbarco anglo-americano in Normandia, il 6 giugno 1944, è andata persa. Probabilmente finirono impallinati, probabilmente finirono arrostiti, probabilmente a causa della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il problema furono i piccioni. </strong>Accidenti a loro: neanche uno, uno, che avesse ritrovato la strada di casa. Fu per la sbadataggine di quei pennuti che tutta la documentazione fotografica della prima ondata dello sbarco anglo-americano in Normandia, il 6 giugno 1944, è andata persa. Probabilmente finirono impallinati, probabilmente finirono arrostiti, probabilmente a causa della potenza di fuoco scatenata dalla flotta alleata, persero l’orientamento e chissà dove finirono.<br />
Fatto sta che un solo rullo fotografico si salvò. E non grazie ai piccioni. Ma solo perché un tale capitano Herman Wall fu prematuramente ferito a una gamba e reimbarcato per la terra ferma. Prima di entrare in sala operatoria, il capitano Wall, nonostante fosse mezzo moribondo e mezzo dissanguato, afferrò un chirurgo e gli consegnò una macchina fotografica che qualcuno durante lo sbarco gli aveva affidato e che lui aveva tenuto stretta a sè tutto quel tempo. “Dottore”, disse “deve consegnare subito queste foto al 162esimo Signal Corps. Il medico non sapeva neanche cosa fosse il Signal Corps, ma quelli erano tempi in cui non ci si facevano troppe domande. Chiamò un motociclista e gli ordinò di volare al 35 di Davey Street, un palazzo di cinque piani proprio di fronte al mitico Claridge’s dove a ricevere il motociclista ci sarebbe stato un sottufficiale, il sergente maggiore Sid Avery. Il sergente Avery, preso in consegna il rullo fotografico lo fece immediatamente sviluppare e, di lì a poco, le prime immagini del D-Day venivano rilanciate sulla stampa di tutto il mondo libero.<span id="more-384"></span><br />
<strong>Fino allo scoppio della guerra Sid Avery era stato un aspirante fotografo</strong> che aveva imparato i trucchi della camera oscura da zio Max che viveva ad Akron, Ohio, dove anche Sid era nato. “Avevo sette anni, era sotto Natale e zio Max doveva fotografare una fabbrica di gomme. Mi chiese se, dopo, volevo andare con lui in camera oscura. Io non sapevo neanche cosa fosse una camera oscura. Così mi ritrovai in una stanza illuminata da una fioca lampadina gialla con vassoi pieni di acqua su dei tavoli a cui arrivavo soltanto salendo su uno sgabello. E lo zio Max immerge delle carte bianche nelle vasche e all’improvviso i fogli si trasformano in fotografie. Pura magia. Non esagero a dire che quella sera la mia vita prese una svolta decisiva. Sarei diventato fotografo anch’io”.<br />
A ritardare la strabiliante carriera fotografica di Sid Avery che, negli anni Cinquanta, diventerà uno dei più ricercati fotografi della Hollywood degli anni d’oro, ci si mette la seconda guerra mondiale.<br />
“Io non sono un guerriero, lo sai. Non ho mai avuto l’anima del soldato. Nello sbarco in Normandia mi ci sono trovato per caso. Io sono un fotografo, uno che lavorava con Stanlio e Ollio e che, all’improvviso, si ritrova a fianco del generale Eisenhower nella più grande operazione bellica mai organizzata dai tempi di Alessandro il Macedone”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’anno era il 1940 </strong>e l’America si preparava a ristrutturare il proprio esercito chiamando alle armi tutti i giovani più o meno abili. Sid fu fra i primi ad essere chiamato. “Ricevetti nella posta una lettera che mi diceva che ero stato scelto per servire la Patria e che dovevo presentarmi il tal giorno nel tal posto. Lì mi chiesero cosa facevo nella vita civile e io risposi: il fotografo. Mi impacchettarono e mi spedirono a Fort McArthur per insegnarmi a rifare il letto, lucidare le scarpe, farmi il nodo alla cravatta e, occasionalmente, saltare le siepi. Quando furono certi che sapevo fare tutta questa roba mi dissero che ero stato assegnato al 162esimo Signal Photo Company di stanza a Little Rock, Arkansas, la prima unità dell’esercito che si occupava di propaganda militare. Ringraziai il cielo perchè almeno avrei fatto qualcosa che sapevo fare”.<br />
“Quando arrivai alla stazione di Little Rock l’ufficiale che smistava il personale mi gelò: non c’è nessuna 162esima Signal Photo Company qui. E io che faccio? Per il momento ti assegniamo ad un reparto di artiglieria in attesa che si scopra cosa diavolo è questo 162esimo. Fu così che finii fra i “Big Guns”, come i ragazzi chiamavano i cannoni. Rimasi là per tre o quattro settimane fin quando giunse la chiamata dalla mia compagnia. Vennero a prendermi con una jeep, erano in sei ed erano praticamente tutta la compagnia. Erano tutti graduati: ufficiali, sergenti, caporali, tutta gente di carriera, gente che aveva vissuto tutta la loro vita in divisa. Io ero l’unico soldato semplice, Private Avery. Tutti volevano darmi ordini: lo chef, in cucina, voleva che pelassi patate e cipolle; il sergente dell’approvvigionamento voleva che lo aiutassi a consegnare brande, materassi, cuscini a tutta la caserma; il sergente furiere voleva che lo aiutassi in ufficio e quello addetto ai servizi che scavassi dei canali intorno alle baracche che se si fosse messo a piovere a dirotto l’acqua avrebbe potuto scorrere via. Cominciavo a non poterne piu’.<br />
Fortunatamente, piano, piano, cominciò ad arrivare altra gente e i lavori cominciarono a diluirsi. La 162esima compagnia arrivò ad avere tre o quattrocento militari divisi in varie specialità: scrittori &#8211; alcuni erano sceneggiatori hollywoodiani &#8211; fotografi, stampatori esperti di camera oscura, proiezionisti. La maggior parte arrivava da Los Angeles ed ognuno nel suo campo, erano tutti grossi professionisti. Di lì a poco fui promosso al grado di sergente e, dopo neanche qualche mese, passai sergente maggiore. Giravo con tutta una serie di strisce sulle maniche della giacca e pensavo che, per me, il tempo della naja stava per finire. Mi mancava solo un mese a lasciare l’esercito. Ero sovraeccitato. Quando una mattina, una domenica di Dicembre, mentre stavamo giocando a volleyball, uno dei ragazzi che era rimasto alle tende corse verso di noi gridando come un forsennato. “Hanno attaccato Pearl Harbor. I gialli hanno attaccato Pearl Harbor”. “Chi diavolo è Pearl Harbor?”, chiesi. Non avevo alcuna idea di cosa stesse parlando. “Hanno attaccato le Hawaii”. Addio congedo. Era l’inizio della fine&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8220;Quella stessa mattina il comando scelse cinque di noi</strong> e ci spedirono immediatamente a New York assegnati alla redazione di “<em>Life</em>” perchè imparassimo l’abbici del lavoro redazionale, che tipo di storie richiedevano i giornali, che tipo di fotografie dovevamo fornire, perché il nostro compito sarebbe stato quello di documentare la guerra. Lavorammo in camera oscura, in redazione ed infine fummo assegnati, come assistenti, ai fotografi di Life. Io finii con Alfred Eisenstadt e il mio primo incarico fu di accompagnarlo all’accademia militare di West Point. Eisenstadt era uno con un caratterino che te lo raccomando: una volta, pensando di fargli un favore, andai a recuperargli una macchina fotografica che lui aveva lasciata in un’altra stanza. Mi assalì con il suo inconfondibile accento tedesco urlandomi: non toccare la mia Roloflex”.<br />
“Alla fine di quest’ultimo addestramento venimmo caricati sulla Queen Mary e spediti in Inghilterra. Fu un viaggio durissimo. La Queen Mary era attrezzata per portare poco più di un migliaio di passeggeri e noi eravamo in mille e ottocento questo voleva dire che in ogni cabina adibita ad ospitare due persone ce ne stavano dieci o quindici. Persino la piscina fu riempita di amache, le amache spuntavano dappertutto. Il peggio era che l’Atlantico brulicava di sottomarini tedeschi a caccia di navi e convogli da affondare e la Queen Mary era il boccone piu’ appetibile. E purtroppo la Marina non poteva assegnarci dei caccia di scorta sulla rotta e così eravamo in balia di noi stessi. Sì, avemmo un minimo di supporto aereo per le prime centinaia di miglia in mare aperto, ma era tutto quello che umanamente il comando militare poteva fare. E come se non bastasse beccammo la più grande tempesta che la Queen Mary avesse mai dovuto affrontare nella storia della sua esistenza. La nave era scossa come da un martello d’acciaio. Tutto e tutti venivamo sbattuti contro le pareti, oggetti e uomini. Io e altri quattro militari fummo gli unici a non soffrire il mal di mare e per sopravvivere ci guardammo bene dall’andare sottocoperta per via dell’odore di vomito che ormai aveva appestato ogni angolo della nave. Ci sistemammo a prua, dormendo lì, bevendo acqua e mangiando nient’altro che cracker. A tre o quattrocento miglia dalla costa inglese le cose cominciarono ad andare meglio e soprattutto arrivò la scorta aerea che ci indirizzò verso il porto di Grinnick in Scozia. Ricordo che quando misi piede a terra pensai che eravamo sbarcati in uno studio cinematografico della MGM. Tutto era così perfetto che non credevo ai miei occhi. Credevo di essere piombato in un film. Da lì ci spedirono a Londra e io fui incaricato di scegliere la sede per il quartier generale. Così, mappa alla mano andai diretto a occupare un palazzo di cinque piani che stava proprio di fronte al Claridge’s al 35 di Davey Street. I problemi piu’ grossi non li avevamo con i bombardamenti tedeschi, ma con l’indolenza degli inglesi. Questi non facevano altro che fare colazione, fare la siesta per il tè, per i biscotti, per quello e per quell’altro. I tedeschi ci bombardavano e quelli bevevano tè. La compagnia era costretta a stare nelle baracche in attesa che gli operai inglesi si ingozzassero di pasticcini e si decidessero a lavorare. Alla fine se dio volle riuscimmo a entrare in possesso del palazzo. Io avevo il comando delle operazioni e coordinavo un centinaio di uomini che lavoravano nei laboratori, ventiquattro ore su ventiquattro divisi in tre turni”.<br />
“Il materiale delle altre compagnie Signal Photo &#8211; la 163, 164, 165  e 166esima &#8211; sparse nei diversi teatri di guerra convergeva su di noi a Londra per essere poi rimesso in circolazione sui giornali. La mia vita era tutta lì. Sviluppare, stampare, spedire, controllare, gestire, l’intera baracca. Fin quando un giorno fui chiamato da funzionari dell’intelligence che mi dissero che avrebbero avuto bisogno di me per una missione segretissima per cui avrei ricevuto il massimo grado di security clearance. Praticamente lo stesso tipo di accesso ai documenti segreti di quello del generale Eisenhower. Io cominciai a preoccuparmi: come potevo incastrare i crucchi stando seduto nel mio ufficetto a sviluppare fotografie?&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8220;Tutto quello che devi fare è costruire una mappa, dissero. </strong>Una mappa? Già. Della Normandia. Dovrai procurarti tutte le guide turistiche possibili e immaginabili, tutti i depliant che regalano alle stazioni di servizio, tutti gli atlanti geografici che usano a scuola, dovrai sapere dove sono alberghi, ponti, incroci, chiese, fontane. Tutto. Sulla base di questo materiale dovrai ricostruire la piu’ precisa e perfetta mappa della Normandia. E posso sapere perché proprio la Normandia. I due tizi con l’impermeabile bianco e il bavero alzato mi guardarono in silenzio, poi, visto che ero stato appena promosso al massimo grado di segretezza, dissero: perché è lì che sbarcheremo in Europa.<br />
“Fu così che iniziò l’operazione D-Day. Al laboratorio cominciarono ad arrivare quintali di materiale, da ogni parte e con ogni mezzo, compresi i piccioni viaggiatori. Fu allertata la resistenza francese e le informazioni che avemmo sul terreno dello sbarco erano così dettagliate che avremmo potuto ricostruire la Normandia da quest’altra parte del canale.<br />
Eppoi arrivò il giorno fatale. Assieme al generale Eisenhower, al primo ministro inglese Wiston Churchill, al presidente degli Stati Uniti, ero uno dei pochissimi che conosceva la data e i dettagli dello sbarco. Una responsabilità immensa. Cosa ricordo di quella mattina? Poco. Ricordo che nessuno dei piccioni viaggiatori che avrebbero dovuto riportare indietro le pellicole con le immagini dello sbarco tornò indietro. Se non fosse stato per quel capitano ferito che riportò indietro un rullino oggi non avremmo niente per documentare il primo giorno dello sbarco”.</p>
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		<title>L&#8217;uomo che pettinò Marilyn Monroe</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Mar 2009 16:21:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Kareen Boursier è una rossa fiammeggiante, francese e famosa parrucchiera di divi hollywoodiani. Kareen, Carotte per gli amici, era l’unica, fino ad allora, autorizzata a sforbiciarmi i capelli. Il problema era che quella settimana Kareen non era a Los Angeles, io partivo per l’Europa e mia mamma, nonostante io abbia ormai la mia età, avrebbe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color:#000000;"><strong>Kareen Boursier è una rossa fiammeggiante</strong>, </span>francese e famosa parrucchiera di divi hollywoodiani. Kareen, Carotte per gli amici, era l’unica, fino ad allora, autorizzata a sforbiciarmi i capelli. Il problema era che quella settimana Kareen non era a Los Angeles, io partivo per l’Europa e mia mamma, nonostante io abbia ormai la mia età, avrebbe finito col lamentarsi dei miei capelli lunghi. Meglio tagliare il problema alla radice.<br />
Chiedo aiuto a Françoise Kirkland, moglie di Douglas, il fotografo famoso, fra l’altro, per aver ritratto Marilyn Monroe a letto, in un tenero abbraccio di lenzuola. Dice: “Vai da Mickey”. Io mi fido e vado da Mickey Song, altro famoso parrucchiere hollywoodiano che lavora sui set dei film o nel soggiorno di casa sua a Beverly Hills.<br />
Di solito quando mi tagliano i capelli mi assopisco, ma quel giorno non fu possibile. La stanza da lavoro di Mickey era un mausoleo al mito di Marilyn Monroe: bambole, foto, poster, piatti, posaceneri. Di tutto: non so più dove guardare. “Mai incontrata Marilyn?”, chiedo, così, tanto per ammazzare il tempo, mentre, <em>zac-zac</em>, i capelli se ne vanno. “Sì”, risponde lui, laconico. “Quando? Come?”. <em>Zac-zac</em>, ancora capelli che cadono. “La famosa sera che, al Madison Square Garden di New York, Marilyn cantò Happy Birthday Mr. President, in occasione del compleanno di John Kennedy”. <em>Zac-zac</em>, continua a tagliare imperterrito. “Scusa Mickey, ma tu cosa ci facevi lì?”. <em>Zac-zac.</em> “Ero il parrucchiere del Presidente”. <em>Zac-zac</em>. “Fatto”. “Il parrucchiere del Presidente? Mickey, perchè non ci sediamo di là e mi racconti tutto dall’inizio?”. “Okay”.<span id="more-377"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color:#000000;"><strong>Dissolvenza.</strong> </span>“Sono nato a Forth Worth, Texas, contea di Terrant, nel 1940.  Ho quattro sorelle e dodici nipoti che mi tengono discretamente occupato. Dopo il liceo sono andato alla Texas Christian University per circa un anno, ma ai miei genitori gli affari presero ad andare male e decisero di spostarsi qui a Los Angeles dove ho frequentato la Lapel Brothers School of Beauty che, oggi, non esiste più, purtroppo. Sai, io ero da sempre affascinato dai capelli: studiavo le pettinature delle mie compagne di scuola, leggevo giornali specializzati e torturavo le mie sorelline esercitandomi su di loro. Probabilmente i miei pensavano che ero pazzo, ma mi presi la rivincita un giorno che la maestra chiamò a casa per sapere chi era il parrucchiere delle ragazze perchè ci voleva andare anche lei.<br />
“A Los Angeles, i primi tempi furono duri. La mia famiglia non aveva soldi e io, allora, feci  un accordo con la scuola: avrei pagato la retta un tanto a settimana. I miei continuavano a pensare che sarebbe stato tempo perso, che non ce l’avrei mai fatta, ma quando cominciai a vincere premi su premi si ricredettero.<br />
“Finita la scuola uno dei miei insegnanti aprì un salone a Woodland Hills, un quartiere di Los Angeles che si stava sviluppando proprio allora, alla fine degli anni Cinquanta. Molti attori compravano case e terreni laggiù perchè tutto costava meno. Era ancora una zona vergine. Su Ventura, il viale che attraversa l’area non c’erano ancora grandi negozi. Pero’ c’eravamo noi. E le signore invece di guidare fino a Beverly Hills venivano li’ perche’ si trovavano bene. Era un continuo via vai di <em>mogli di</em>&#8230;.<br />
“Un giorno ero nell’ufficio del produttore Mervin Griffith, quando chiama Peter Lawford, all’epoca cognato dei Kennedy, grande amico di Frank Sinatra, uno che era nel giro giusto. Nel corso della conversazione Mervin dice che si sta tagliando i capelli e Lawford chiede chi sia il suo parrucchiere di fiducia. Mervin non vuole dirglielo. Il tira-e-molla va avanti per un po’. Lawford insiste e allora Mervin sorride, mette una mano sul microfono, abbassa la voce e mi dice: “Watch this”, sta a vedere. Poi si rivolge a Lawford: “Ti ricordi che l’altra sera mi parlavi di certe azioni che sarebbero salite? Bene&#8230;”. Fu così che io fui scambiato con delle informazioni azionarie.<br />
“La prima telefonata che ricevo da Lawford è per andare a casa sua, a Malibu, a tagliargli i capelli. Peter, all’epoca, li portava molto corti  e quando una settimana dopo mi richiama non capisco come possano essergli cresciuti così in fretta. Magari, pensai, vuole aggiustarli tutte le settimane e mi fregai le mani pensando che avevo trovato proprio un gran cliente. Invece arrivo a Malibu e trovo Robert Kennedy. Sapevo solo vagamente chi era perche’ i politici non mi impressionavano piu’ di tanto. Ero giovane: mi interessavano solo i divi del cinema. Comunque, feci i capelli anche a lui e deve essersi trovato bene perchè la prima volta che il fratello John arrivò in città, in piena campagna elettorale, fui chiamato per occuparmi di lui. Non ricordo più se era al Biltmore o al Beverly Hills Hotel. Uno dei due. Prima di arrivare a John Kennedy dovetti passare lo scrutinio di Jacqueline. Non mi chiese di tagliarle i capelli, ma semplicemente di metterglieli a posto. Le piacque il risultato e mi lasciò andare da lui. A quel punto scoprii il motivo di tutto quel traffico, di tutti quegli esami a cui ero stato sottoposto: Kennedy aveva i capelli incredibilmente folti, tanto che nella sua prima apparizione televisiva sembrava avesse un toupet. Il problema era “alleggerirlo”. Così gli assottigliai i capelli col rasoio. A Kennedy e al suo staff piacque il mio lavoro e nonostante lui avesse un suo parrucchiere regolare, prese a chiamarmi tutte le volte che i capelli si infittivano troppo. E cominciai a volare da una parte all’altra del Paese, dovunque lui si trovasse”.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color:#000000;"><strong>“Il più difficile dei Kennedy era Bob</strong>.</span> Era esigente, voleva che fossi sempre pronto ai suoi ordini. Una volta chiamò ordinandomi di incontrarlo immediatamente in un certo posto che neanche mi ricordo, ma in quel momento ero con dei clienti e avevo appuntamenti per il resto della giornata nel mio piccolo salone di Woodland Hills, dove la gente pagava 3 dollari per il taglio e 3,50 per taglio e shampoo, contro i  50 dollari  che mi pagavano i Kennedy. Allora Bob cominciò a urlare e io non ci pensai due volte a sbattergli il telefono in faccia. E lui richiama urlando ancora di più e io gli risbatto giu’ il telefono. E lui richiama di nuovo, ma adesso dice: “Non riabbassare, cerchiamo di ragionare”. Così alla fine trovammo un accordo. Credo che era la prima volta che qualcuno lo trattava, cosi’, a pesci in faccia. Oggi, ti confesso, non ne avrei il coraggio. Oggi avrei detto: sissignore, faccio tutto quello che vuole lei.<br />
“John Kennedy mi chiamò anche in occasione del famoso dibattito televisivo con Richard Nixon, quello con cui, praticamente, vinse le elezioni. Kennedy arrivava da Palm Springs ed era tutto abbronzato e in gran forma. Non ricordo molto del dibattito perchè ero nel retro dello studio, ma ricordo di aver imparato da lui una grande lezione: se non sei abbronzato è bene che ti metta su un fondo tinta.<br />
“Lavorai ancora con John Kennedy dopo la sua elezione a Presidente, il giorno dell’inaugurazione. Finito il mio lavoro me ne tornai in albergo a guardare la televisione. Alle dieci di sera uno dello staff del Presidente mi chiama per sapere dove diavolo ero finito e io gli spiego che, siccome non avevo lo smoking per la festa, avevo pensato di andarmene. Tutto lì. E quello, per tutta risposta, mi dice che, su espressa richiesta del Presidente degli Stati Uniti, avrebbero fatto riaprire un negozio di abbigliamento e mi avrebbero recapitato uno smoking in tempo per partecipare alla festa in suo onore. Rimasi senza fiato.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color:#ff0000;"><span style="color:#000000;"><strong>E poi ci fu Marilyn.</strong></span> </span>“Ero stato chiamato per tagliare i capelli al Presidente la notte della festa del suo compleanno. Il 19 maggio 1962. Li tagliai anche a Bob e, per la prima volta, a Ted. Da loro seppi che sarebbe arrivata Marilyn Monroe. Marilyn era la mia attrice preferita. Chiesi se potevo fare i capelli anche a lei. Mi dissero che non sapevano, ma che avrebbero chiesto. Non vedevo l’ora di conoscerla. Io stavo sotto, dove ci sono gli spogliatoi del Madison Square Garden, ed ecco che arriva Marilyn Monroe accompagnata da Bob Kennedy. Ero un po’ deluso perché aveva i capelli perfetti e non aveva certo bisogno di me. Ma Bob Kennedy mi disse: “Tieniti pronto, ha bisogno di essere ripettinata”. Non capivo cosa volesse dire. Poi Bob mi chiese di uscire dalla stanza. Non passò molto e quando mi fece rientrare Marilyn aveva i capelli scompigliati e una macchia di bagnato sul vestito. Lei mi guardò e disse: “Fai quello che puoi”. Così la ripettinai e le asciugai la macchia sul vestito, in basso, vicino al bordo con un asciugacapelli. Il motivo per cui lei salì in ritardo sul palcoscenico fu proprio perchè, in quel momento, le stavo ancora riassettando il vestito. Il problema era che la stoffa era così fragile, così sottile che non potevo dirigere il getto dell’asciugacapelli direttamente sull’abito: l’avrebbe arricciato o, peggio, sciolto o bruciato. Quando Marilyn sali’ sul palco io rimasi nella stanza a pulire e riordinare. Prima che se ne andasse avrei voluto avere con me una sua foto da farle firmare, ma tutto quello che avevo era un tovagliolino di carta. Lei me lo firmò, ma nella confusione lo persi. Pensa che razza di cimelio sarebbe stato, anche perchè quello non era un tovagliolino qualsiasi, c’era stampato sopra “The Kennedy Birthday Party”. Ma vuoi sapere cosa ho sempre pensato di tutto questo? Che Marilyn fosse il vero regalo di compleanno per il Presidente<br />
“Ero sicuro che non l’avrei mai più rivista. Invece un mese più tardi ricevo una telefonata da una sua segretaria. Dice che vuole che vada a casa sua, a Brentwood. E io mi faccio delle idee. Penso di esserle piaciuto e penso che mi chiederà di diventare il suo parrucchiere personale. Invece arrivo e la casa e’ piccola, priva di fascino, praticamente senza mobilio, roba che non associeresti a una diva del cinema. Li’ scopro che non le interessavano i capelli, voleva solo avere informazioni. Aveva avuto l’impressione che fossi intimo dei Kennedy e pertanto sapere un mucchio di cose. Del tipo? Del tipo: quali altre donne andavano e venivano, chi vedevano e via di questo passo. Mai in vita mia mi ero trovato in una situazione di stress del genere: da una parte mi sentivo legato da un senso di lealtà verso i Kennedy, dall’altro a farmi queste domande era Marilyn Monroe, la mia diva preferita. Credo di aver avuto la pressione alle stelle. Le dissi che non potevo parlare e me ne andai. Per la prima volta ebbi paura.<br />
“Qualche settimana più tardi mi chiamò Bob Kennedy e durante la conversazione buttò lì un: “Bravo, fai bene a proteggere i Kennedy”. E io: “Cosa vuol dire con questo?” E lui: “Marilyn ha registrato la vostra conversazione”. Mi sentii mancare. “Come è possibile”, chiesi. “Può aver messo il registratore sotto il divano”, disse. In quel momento fui proprio contento di non aver detto niente di compromettente. Ma poi pensai: e se a registrare la conversazione non fosse stata Marilyn?</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color:#ff0000;"><span style="color:#000000;"><strong>Epilogo</strong>.</span> </span>“L’ultima volta che tagliai i capelli al Presidente fu poco prima che fosse ucciso a Dallas, nel novembre del 1963. Mi ricordo che a un certo punto, per qualche ragione, mi venne di fare il nome di Marilyn e all’improvviso il Presidente diventò serio e smise di parlare.<br />
“Appresi della morte di John Kennedy, come tutti, dalla televisione. Rimasi traumatizzato. Mesi piu’ tardi incontrai Jacqueline che mi chiese cosa avrei voluto fare. Ricordo che risposi: “Voglio cercare di vivere la mia vita”. Avevo 23 anni, allora, e avevo già due morti ingombranti alle spalle. Jacqueline mi chiese anche se volevo restare in contatto con la famiglia. Non so perchè, dissi di no. E, sai una cosa, credo che, per un momento, mi abbia invidiato. Da allora non ho più avuto contatti con i Kennedy. Solo anni piu’ tardi, un giorno, al salone, arriva Nancy Reagan e chiede di incontrarmi. Disse: “Ti porto i saluti della signora Kennedy”. E quella semplice frase mi esplose in testa, così, all’improvviso”.</p>
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		<title>John Peck, la leggenda del surf</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 15:32:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="530" height="400" data="http://www.youtube.com/v/VT-0OVETeHQ&amp;hl=en&amp;fs=1" type="application/x-shockwave-flash"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/VT-0OVETeHQ&amp;hl=en&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>In quell’estate del 1962, in California, la vita per i giovani era ancora molto semplice. </strong>Stavi con i greasers o con i surfers. I primi li riconoscevi per i capelli scuri, impomatati, l’aria pallido metropolitana, i giubbotti preferibilmente di pelle. I secondi li identificavi per i capelli biondi bruciati dal sole, la perenne abbronzatura, bermuda e camicia svolazzante di due taglie più grande. I greasers guidavano auto superlucide, supercromate, super rombanti; i surfers giravano con giardinette arrugginite dal salmastro, con tavole da surf che spuntavano dai finestrini posteriori.<br />
All’inizio era tutto molto semplice, appunto. La colonna sonora era <em>Good Vibrations</em> e, intorno, la vita era in stile graffiti americani, come quella immortalata, anni dopo, da George Lucas nel film omonimo. I capelli dei ragazzi erano corti, le gonne delle ragazze erano lunghe e svolazzanti. La verginità era ancora un valore morale.<br />
L’America, la verginità la perderà l’anno seguente a Dallas, Texas, quando John Kennedy, il presidente ragazzo, verrà ucciso non si sa ancora da chi. I capelli dei ragazzi si faranno sempre più lunghi e le gonne delle ragazze sempre più corte. La guerra in Vietnam farà il resto. La ribellione dilagherà per tutto il Paese e niente sarà più come prima. La rivoluzione avrà l’aspetto dei figli dei fiori, delle droghe, dell’acido e delle tavole da surf in fiberglass, sempre più facili da maneggiare, sempre più economiche. <span id="more-270"></span></p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-272 aligncenter" title="John Peck" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/sp-peck-2-400x273.jpg" alt="John Peck" width="400" height="273" /></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>John Peck, leggenda vivente nel mondo del surf californiano</strong>, era il tipico rappresentante di quella nuova razza che sposava la cultura hippy e la cultura della spiaggia. A 15 anni scoprirà che il surf ce l’aveva nel sangue. La sua prima onda l’aveva cavalcata, appunto, nel 1959 con una tavola di legno di balsa sulla spiaggia di Coronado, a San Diego. E fu la rivelazione della sua vita. Subito dopo, suo padre, militare di carriera, fu trasferito alla base navale di Waikiki, nelle Hawaii e la famiglia Peck si stabilì accanto alla mitica spiaggia di Queen Surf. Il ragazzo si ritrovò, all’improvviso, immerso nella più avanzata e sofisticata cultura surfistica al mondo. «Waikiki era il paradiso», ricorda John Peck che incontriamo a Malibu a bordo del suo furgone Volkswagen giallo, reliquia del periodo dei figli dei fiori. «Allora non c’erano molti turisti e neanche troppe costruzioni. La spiaggia era tutta nostra. Buddy Boy Kaohe era il re di Queen Surf. E potevi incontrare miti come Ah Choy, BK, Rabbit e Joey Cabell».</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-271 aligncenter" title="John Peck" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/sp-peck-1c-400x257.jpg" alt="John Peck" width="400" height="257" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il mito, oggi, è lui, John Peck, surfista mistico, hippy gitano, guru non violento</strong>, che dice di parlare con Dio, pratica lo yoga, vive con un sussidio statale e per arrotondare le entrate dà una mano ad un amico che ripara auto. E dire che negli anni Settanta era finito al quinto posto nella lista dei dieci maggiori ricercati dalla polizia federale americana. Di quei guai con la giustizia non ama parlare molto, resta sul vago, dice cose sconnesse, come il fatto che Nixon avesse messo una taglia sulla sua testa perché, all’epoca, viveva in una comune maoista e il potere lo voleva vivo o morto. Dice: «Facevo tutte quelle cose che la polizia federale considerava comuniste, rivoluzionarie, sovversive, roba da alto tradimento». Una volta viene arrestato per aver “liberato” un’intero carico di pane che era stato depositato di fronte ad un fornaio di Wailuku per distribuirlo alla gente del paese. Un’altra volta “libera” un carico di droga e lo regala alla comunità hippy della zona. Questa volta non sono solo i federali ad avercela con lui, ma anche gli spacciatori. Come fece a cavarsela? John si trincera dietro: «Ero protetto dallo scudo di Cristo». E quando non è Cristo è Dio direttamente a proteggerlo o a parlargli come una volta ad un concerto di Jimi Hendrix o come quando Dio gli disse che doveva uscire dalla prigione di massima sicurezza dove lo avevano rinchiuso i federali. Lui dice di essere scappato cinque volte di prigione usando tecniche yoga che lo rendevano invisibile. Fatto sta che, alla fine, John Peck finì all’ospedale per malattie mentali  dove fu deciso di ritirare tutte le accuse contro di lui e far partire la richiesta per una pensione di invalidità come disabile mentale.</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Se John Peck avesse continuato sulla strada del surf professionistico</strong> oggi sarebbe probabilmente miliardario grazie alle sponsorizzazioni del settore e all’invenzione di un tipo particolare di tavola da surf che porta il suo nome: “<em>Peck penetrator</em>”. La stoffa del campione ce l’aveva fin dal primo momento. Lo stesso anno in cui aveva imparato a scorazzare sulle onde arrivò quarto nella gara annuale di Makaha, nelle Hawaii, mentre nel 1964 in una gara che si teneva a Malibu, arrivò secondo dietro Joey Cabell, un campione locale. Come se non bastasse i lettori della più importante rivista di surf lo votarono fra i primi dieci migliori surfisti della California. Il problema, però, era che John Peck presentava segni sempre più evidenti di insoddisfazione esistenziale. «Fu allora che entrai nel mondo della controcultura, Scoprii la marijuana e le altre droghe. Non ero esattamente dal lato giusto della società».<br />
Oltre al surf e alle droghe l’altra grande scoperta di John Peck fu l’allora emergente movimento di “espansione della coscienza” e l’incontro con uno dei suoi esponenti, un guru locale: «Era l’immagine di Cristo. Rimasi folgorato dall’espressione profonda dei suoi occhi. Gli chiesi di andare a vivere da lui e finimmo per trovare un accordo: gli avrei insegnato a fare surf in cambio di una stanza».</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-314 aligncenter" title="La &quot;Woody&quot;, l'auto dei surfisti" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/auto-400x264.jpg" alt="La &quot;Woody&quot;, l'auto dei surfisti" width="400" height="264" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In questo periodo John fu introdotto all’esperienza dell’Lsd </strong>e di altri acidi che rafforzarono sempre di più la sua esperienza mistica. Era anche il tempo in cui John si unì alla “fratellanza” – <em>The Brotherhood</em> &#8211; un network internazionale nato a Laguna Beach, California a metà degli anni Sessanta e che si chiamava originariamente “<em>The Brotherhood of Eternal Love</em>”, la fratellanza dell’amore eterno. Membro di spicco era Timothy Leary, il guru dell’Lsd recentemente scomparso. I fratelli facevano largo uso di sostanze psichedeliche che mischiavano a ideali di vita presi in prestito da religioni orientali, il tutto cementato da un codice di amore universale e di mutuo soccorso. Molti membri della fratellanza erano surfisti che, all’occorrenza, durante i loro viaggi alla ricerca dell’onda perfetta si trasformavano in corrieri della droga, attività con cui si mantenevano e che permetteva loro di non fare altro nella vita che cavalcare onde. Col tempo la fratellanza degenerò in una vera e propria rete di distribuzione di droghe pesanti il cui obiettivo non era  l’amore universale ma il più prosaico far soldi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-277 aligncenter" title="John Peck in posizione Yoga" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/sp-peck-2c1.jpg" alt="John Peck in posizione Yoga" width="205" height="300" /></p>
<p><strong>John, cosa vuol dire oggi essere un surfista e in particolare un surfista hippy? </strong>«Un surfista, questo vale per tutti, vive la propria vita in relazione ai flussi dell’oceano, in particolare le onde e il movimento dei fondali causato dalle onde stesse in pieno oceano. É uno stile di vita che si basa sulla consapevolezza della relazione che c’è fra il vento, l’acqua e le maree. É l’essere in sincronia con tutto questo. É esserci quando le onde migliori cominciano a dipanarsi, accompagnate dalle migliori condizioni di vento. E tu cavalchi la cresta dell’onda. È uno stile di vita in sintonia con il creatore, uno stile di vita salutista e, cosa da non disdegnare, estremamente divertente. I surfisti, per loro caratteristica, sono molto territoriali e difendono aggressivamente le loro zone di costa e non amano troppo che gente estranea invada il loro territorio. Sono capaci di crearti problemi se non rispetti il loro regno. Questi, però, non hanno niente a che vedere con gli hippies. I surfisti hippie discendono, come ideali, dai primi surfisti, gente che viaggiava e si spostava in continuazione da un posto all’altro nella ricerca delle onde migliori e abbandonavano certe zone diventate troppo popolari, affollate di gente che non aveva niente a che vedere con il loro stile di vita. Tutto questo peregrinare avvicinava il loro stile di vita a quello degli zingari. Che è poi anche il mio stile di vita. Qui intorno a Los Angeles, per esempio, andavamo d’inverno a Rincon, a sud di Santa Barbara, e d’estate battevamo le spiagge di Malibu. Io sono stato uno di quei surfisti zingari che viaggiava dalle Hawaii al Perù e dal Messico alla costa dell’est degli Stati Uniti alla ricerca delle onde migliori. É così che sono diventato il primo campione mondiale di surf. A quel tempo c’era molta oppressione nelle coscienze della gente e c’era grande bisogno di liberazione. Era una cosa che sentivamo molto soprattutto qui in California. Fu sempre a quel tempo che cominciai la mia ricerca spirituale, volevo capire cosa lega l’universo alle cose che ci circondano. Girai sempre di più, diventando sempre più zingaro. Ad un certo punto ho persino abbandonato il surf e la posizione di influenza che avevo, a quell’epoca, sul movimento. Molta gente che mi stimava seguì il mio esempio. Io volevo arrivare a vivere come gli Hindu dell’Himalaya tanto che, ad un certo punto, tutto quello che possedevo era un costume da bagno. E io andavo in giro proprio così, con solo un costume da bagno. Capitava che qualcuno mi offrisse in prestito la sua tavola da surf e, allora,  mi buttavo in acqua, cavalcavo le onde ed ero felice. Fu questo mio stile di vita che mi mise in serio contrasto con il governo perché, dicevano, non davo il buon esempio. La gente lasciava il lavoro, le case e si riversava a vivere nelle strade e il sistema veniva bellamente scavalcato, la gente non comprava più, ma barattava le cose. Fu così che nacque la cultura delle comuni e io ero un po’ al centro di tutto questo. In fondo non era che fossi contro il governo. Ero piuttosto un disilluso, uno a cui non piaceva troppo quello che stava succedendo nel Paese. Io ero contrario ad andare in giro per il mondo a uccidere la gente, ma non ho mai protestato contro il Vietnam, a dire la verità non credo nel concetto di protesta. Credo che non serva a niente, che sia una totale perdita di tempo. Penso piuttosto che uno debba seguire le proprie estasi, fare ciò che lo rende felice ed essere un esempio per la comunità». Oggi cosa ti rende felice? «Essere di aiuto agli altri. Fare surf e yoga dove, come e quando posso!».</p>
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		<title>Il dentista e la bomba pipistrello</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Mar 2009 15:33:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Orinare nel parcheggio della base aerea di March Field, nella contea di Riverside, California, non era stata una grande idea. Erano anni nervosi quelli. Qualche mese prima, il 7 dicembre 1941, i giapponesi, fregandosene dei minuetti della diplomazia, avevano lanciato un attacco preventivo contro gli Stati Uniti appiedandone la flotta del Pacifico a Pearl Harbour: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong></strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-264 aligncenter" title="La bomba pipistrello" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/bat-bomb1.jpg" alt="La bomba pipistrello" width="144" height="219" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Orinare nel parcheggio della base aerea di March Field, nella contea di Riverside, California, non era stata una grande idea.</strong> Erano anni nervosi quelli. Qualche mese prima, il 7 dicembre 1941, i giapponesi, fregandosene dei minuetti della diplomazia, avevano lanciato un attacco preventivo contro gli Stati Uniti appiedandone la flotta del Pacifico a Pearl Harbour: l’episodio  aveva scosso i nervi di una nazione e anche quelli della sentinella che aveva puntato il fucile contro il sergente Jack Couffer, reo di aver fatto i suoi bisogni all’aperto, centrando la ruota di una Buick. All’ufficiale di picchetto che era stato chiamato sul luogo del misfatto, Couffer porse una lettera stampigliata “Confidenziale” in cui lo si identificava impegnato in un’operazione segretissima, alle dirette dipendenze del generale Hap Arnold, comandante dell’aviazione militare degli Stati Uniti. Il Dipartimento della Guerra non avrebbe tollerato che venissero sollevate obiezioni sul modo di vestire, di viaggiare, di agire del sergente, così come qualsiasi tipo di discussione con personale non autorizzato. Davanti a un’intimazione del genere l’unica commento dell’ufficiale fu: “Veda se la prossima volta riesce a tenerla fino a una latrina”.<span id="more-265"></span><strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il progetto segretissimo a cui era stato assegnato Couffer era quello della “bomba al pipistrello” </strong>di cui, a cinquant’anni di distanza, l’ex sergente dà un ampio resoconto nel volume “Bat-Bomb”, (pubblicato dalle edizioni dell’Università del Texas, pagine 254).<br />
L’ispirazione  di rispondere a Pearl Harbour a suon di pipistrelli, milioni di pipistrelli &#8211; ognuno dei quali avrebbe portato sulle spalle una minuscola bomba incendiaria &#8211; era venuta a un dentista, il dottor Lytle S. Adams, inventore a tempo perso.<br />
L’operazione era stata studiata in ogni possibile dettaglio: peso, capacità di trasporto di ogni pipistrello, numero di uccelli che avrebbero potuto prendere posto in un bombardiere &#8211; duecentomila; numero ottimale per una missione di guerra &#8211; due milioni &#8211; pari a dieci aerei; orario della missione: mattino presto, un’ora prima dell’alba; periodo: inverno che corrisponde al letargo. Il fatto che qualche milione di animali sarebbe stato incenerito non sfiorò la mente di Adams, anzi, nella presentazione al progetto faceva notare come il pipistrello fosse la più vile forma di vita esistente sulla faccia della Terra e che, nella storia, era sempre stato associato al mondo delle tenebre e del male. “Fino ad oggi la ragione della sua creazione rimane sconosciuta”, scriveva. Probabilmente, continuava il dentista, i pipistrelli furono messi nelle caverne da Dio in attesa del momento in cui avrebbero avuto un ruolo nella libertà dell’uomo.<br />
L’obiettivo era quello di fiaccare con il fuoco lo spirito e la capacità di produzione bellica del Giappone. Prendi, per esempio, il distretto industriale di Osaka, intorno alla baia, dove erano concentrate metà delle industrie pesanti del Giappone e intorno a cui la gente viveva in quelle tipiche casette di legno e carta ideali per incenerirsi all’istante: la città, attaccata da milioni di pipistrelli, si sarebbe trasformata in un inferno. I sette milioni di abitanti sarebbero sopravvissuti, ma non le loro case e le loro industrie.<br />
Il progetto era passato dalle mani di Adams, direttamente a quelle Eleanor Roosevelt che se ne e fatta portavoce e paladino nei confronti del marito, il presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano. Questi, non sapendo bene cosa fare, aveva rifilato il tutto  al colonnello William Donovan &#8211; il futuro creatore dell’OSS (Office of Stategic Services), l’antenato diretto della CIA &#8211; con una nota di due righe in cui metteva le mani avanti: “Quest’uomo non è pazzo. L’idea sembra demenziale, ma potrebbe valer la pena prenderla in esame”, firmato: FDR.<br />
All’epoca in cui questi fatti si svolgono Jack Couffer era appena diciassettenne, studiava al liceo di Glendale e, il pomeriggio lavorava come assistente del professor Jack von Bloeker, curatore del laboratorio di mammiferi presso il museo della contea di Los Angeles, un’autorità nel campo dei pipistrelli. L’attacco di Pearl Harbour cambiò le loro vite come quelle di milioni di americani. Arruolati, addestrati, furono distaccati al progetto “Raggio X” &#8211; così era stata battezzata in codice l’operazione &#8211; che, nel frattempo, aveva ricevuto la non troppo convinta benedizione del Ministero della Guerra. A rinforzare l’equipe arrivò Louis Fieser, chimico di fama dell’università di Harvard, un pioniere nello sviluppo delle bombe al napalm, un tale Patricio Batista ex autista di Al Capone e Tim Holt, attore con brevetto di volo addetto ai test con i bombardieri. La loro mascotte era una tigre reale del Bengala.<br />
Il problema principale per Adams e la sua armata Brancaleone erano i finanziamenti. Infatti se da una parte il governo non voleva lasciare niente di intentato nello sforzo bellico contro il Giappone, dall’altra non voleva neanche buttare soldi per niente. Già stava finanziando &#8211; contro il parere di molti generali &#8211; un altro gruppo di matti che voleva fare delle bombe usando degli atomi. E poi c’era quel deputato texano che suggeriva di mobilitare la Guardia Nazionale per catturare tutti i conigli selvatici del Texas e spedirli sui campi di battaglia in Europa ottenendo un duplice scopo: primo, ripulire il Texas dal flagello dei conigli, secondo, visto che gli animali sono èpesanti abbastanza, potevano essere usati per neutralizzare i campi minati. Il risultato di tutto questo era che Adams stava finanziando la salvezza degli Stati Uniti di tasca sua.<br />
Un po’ come era successo a Howard Hughes – imprenditore visionario, pilota detentore di numerosi record fra cui quello del giro del mondo, produttore cinematografico e tante altre cose &#8211; che per salvare la patria rispose all’appello di Henry J. Kaiser, il costruttore delle “Liberty Ship”, le navi da trasporto che i suoi cantieri di Richmond, California, erano arrivati a varare in 4 giorni e 15 ore l’una. Il problema era però che i sottomarini tedeschi le affondavano a un ritmo superiore a quello con cui Kaiser riusciva a metterle in mare. La necessità di trasportare sul continente europeo armamenti pesanti era pressante per cui Keiser se ne venne fuori con l’idea delle navi volanti: “al di là della stessa immaginazione di Giulio Verne”. Howard Hughes si offrì di progettarle, Keiser di costruirle. L’accordo fu stipulato con una stretta di mano nella camera di un Hughes febbricitante al Fairmont Hotel di San Francisco il 22 agosto 1942.<br />
Per motivi strategici, l’idrovolante &#8211; battezzato “Spruce Goose”, l’anatra elegante &#8211; doveva essere costruito in legno. Difficoltà tecniche e intoppi burocratici ne rallentarono la progettazione tanto che, nell’ottobre del 1945, al momento della capitolazione di Germania e Giappone, i pezzi erano ancora da saldare insieme. L’aereo sarà montato solo nell’estate del ‘46: 100 metri di apertura alare, 26 metri di altezza, 8 motori a elica. Il 2 novembre 1947, ai comandi dello stesso Hughes, volerà &#8211; la prima e unica volta &#8211; alzandosi di soli pochi metri dal pelo dell’acqua nel porto di Long Beach, California. L’aereo tornerà a far parlare di sé nel 1976, alla morte di Hughes: diventerà un’attrazione turistica gestita dalla Walt Disney, fino a un paio di mesi fa, quando, chiuso il parco, lo Spruce Goose è stato venduto alla Evergreen International Aviation, una linea aerea charter privata specializzata in operazioni governative super segrete, con base a McMinnville, Oregon. Destinazione finale: il locale museo dell’aviazione.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-266 aligncenter" title="Una rara immagine della &quot;bomba pipistrello&quot;" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/bat-21-400x162.jpg" alt="Una rara immagine della &quot;bomba pipistrello&quot;" width="400" height="162" /></p>
<p style="text-align: justify;">Della bomba al pipistrello, invece, rimangono solo fotografie e i ricordi dell’ex sergente Couffer. Il progetto “raggio X” andò avanti, fra alti e bassi, fino al febbraio 1944. Poi fu affossato senza che fosse mai data una spiegazione convincente. Couffer avanza l’ipotesi che il progetto di quell’altro gruppo di matti, quelli  che volevano costruire bombe a base di atomi, doveva essere più convincente. Un anno dopo, infatti &#8211; il 16 luglio 1945 &#8211; ebbe luogo il primo test atomico nel deserto del Nuovo Messico, neanche tanto lontano dalle grotte di Carlsbad dove gli è uomini di Adams avevano localizzato numerose famiglie di pipistrelli che avrebbero dovuto incendiare il Giappone.<br />
Quale fosse il nesso fra bomba atomica e bomba al pipistrello non è dato sapere: tutti i documenti relativi all’ultimo periodo di ricerca del progetto “Raggio X” &#8211; in un primo tempo declassificati &#8211; sono stati ritirati dall’Archivio nazionale: “su ordine della CIA”.</p>
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		<title>Le orchidee del regno di Oz</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Mar 2009 10:50:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Terry Root arriva a bordo della sua Harley Davidson “fat boy”. Il rombo dello scappamento lo senti salire dalla valle sottostante dove, tutt’intorno, per ettari e ettari, si coltivano fragole. Anche le oche che starnazzano davanti a casa si spostano infastidite. Cercano riparo verso le serre. Ce ne sono sei, supertecnologiche, ipersensibili ai minimi cambiamenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-112 aligncenter" title="Orchidea ottenuta da Terry Root nel 1994" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/orchidea-300x225.jpg" alt="Orchidea ottenuta da Terry Root nel 1994" width="300" height="225" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Terry Root arriva a bordo della sua Harley Davidson “fat boy”.</strong> Il rombo dello scappamento lo senti salire dalla valle sottostante dove, tutt’intorno, per ettari e ettari, si coltivano fragole. Anche le oche che starnazzano davanti a casa si spostano infastidite. Cercano riparo verso le serre. Ce ne sono sei, supertecnologiche, ipersensibili ai minimi cambiamenti di luce e temperatura esterna, sparse in un’area di 77mila piedi quadrati. Ed è qui che Terry Root coltiva le più rare e preziose orchidee del mondo. Siamo in California. Ai confini fra il nord e il sud, nei pressi di Salinas &#8211; terra descritta da Steinbeck in “Pian della Tortilla”, all’interno della  penisola di Monterey. <span id="more-113"></span><br />
<strong>Terry Root, californiano di terza generazione,</strong> con la sua stazza da bevitore di birra, da motociclista incallito, mani come racchette da tennis, non riesci proprio a immaginartelo aggirarsi fra fiori delicati e foglioline tenere, eppure quando è nelle serre, in un mare di orchidee senza fine, lo vedi muoversi leggero e delicato in questo suo regno battezzato <em>The Orchid Zone</em>, dalle iniziali OZ: la terra del mago di Oz.<br />
Nel regno di Oz lavorano 25 persone a tempo pieno. Vi si allevano Paphiopedilums, orchidee meglio conosciute con il nome di Tropical Lady Slippers e altre specie rare come le Odontoglossums, le Miltoniopsis, le Masdevallias, le Phalaenopsis e le Zygopetalums. Da Oz esce solo il meglio del meglio.<br />
<strong><br />
In natura esistono più di ventimila specie di orchidee. All’occhio inesperto tutte le orchidee sembrano uniche e rare. Qual è la differenza fra quelle comuni e quelle veramente rare?</strong><br />
“Guardi, pensi ai cavalli: ce ne sono alcuni che vengono allevati per finire come cibo per cani in scatola e ce ne sono altri che vengono allevati per vincere i gran premi e valgono milioni di dollari. Tutto sta nella linea di sangue. Da parte nostra cerchiamo di allevare le migliori orchidee e non ci occupiamo di quelle che, per restare al nostro paragone sarebbero considerate cibo per cani”.<br />
<strong><br />
Come si diventa coltivatori di orchidee rare?</strong><br />
“Innanzitutto bisogna avere un bel po’ di soldi da spendere per procurarsi le piante da riproduzione giuste. Poi devi avere la sensibilità di quello che stai facendo, di quello che stai mettendo insieme. Puoi incrociare le migliori piante, ma se non hai occhio e cuore, alla fine ti ritrovi con un pugno di mosche. E’ qualcosa che ti senti dentro, nel cuore, nelle viscere, che ti scatta dopo aver visto migliaia e migliaia di piante ibridate. Nessuna scuola ti può insegnare a sentire dentro di te cosa è giusto e cosa non lo è. Io “sento” cosa nascerà”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è l’oscillazione di prezzo di una vostra orchidea?</strong><br />
“Si va dai due dollari ai ventimila dollari per pianta”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ventimila dollari per un orchidea?</strong><br />
“Nel caso specifico si trattava di una pianta rarissima. Gli era stato assegnato il certificato di prima classe dall’American Orchid Society”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanto vive un’orchidea?</strong><br />
“Indefinitamente. Ci sono alcune piante che hanno 150 anni. Se le si trattano come si deve non hanno praticamente fine, con naturalmente delle eccezioni”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come avviene l’impollinazione?</strong><br />
“A mano. Con uno stecchino si prende la parte maschile del fiore e la si trasferisce nella parte femminile di un altro fiore. Tutto molto semplice. Si usa uno stecchino perché una volta fatta l’operazione si getta via e non c’è contaminazione”.<br />
<strong><br />
Cos’è che rende le orchidee più care rispetto agli altri fiori?</strong><br />
“Il tempo di produzione. Per le normali piante da fiori bastano 120 giorni per la fioritura. Per le orchidee, le più veloci, ci vogliono almeno mille giorni e quelle più lente hanno bisogno fra i tremila e i quattromila giorni. Per alcune piante occorrono dieci anni per portarle a piena maturazione e fioritura. È questo tempo che si paga quando si compra un’orchidea. È proprio il caso di dire che il tempo è denaro”.</p>
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		<title>Il &#8220;quarto uomo&#8221; dei &#8220;cinque di Cambridge&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Mar 2009 10:38:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Il primo giorno di una nuova vita ha luci, sapori, suoni, frenesie diverse. Sia che si tratti di un nuovo amore, che della diagnosi di una malattia incurabile. Quella mattina del 15 novembre 1979, a settantadue anni, per sir Anthony Blunt, il primo giorno di nuova vita deve essere stato a dir poco febbrile. Il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-232 aligncenter" title="Anthony Blunt (Courtesy of the Courtald Institute, from &quot;Anthony Blunt: His Lives&quot;)" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/bluntpic1200.jpg" alt="Anthony Blunt (Courtesy of the Courtald Institute, from &quot;Anthony Blunt: His Lives&quot;)" width="200" height="251" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il primo giorno di una nuova vita ha luci, sapori, suoni, frenesie diverse</strong>. Sia che si tratti di un nuovo amore, che della diagnosi di una malattia incurabile. Quella mattina del 15 novembre 1979, a settantadue anni, per <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Anthony_Blunt" target="_blank">sir Anthony Blunt</a>, il primo giorno di nuova vita deve essere stato a dir poco febbrile. Il fatto era che, per sir Anthony, nuovi amori non se ne prospettavano e la malattia incurabile gliel’avevano già diagnosticata e lui, per tutta risposta, l’aveva affogata nel gin.<br />
Era la pubblica ignominia che non riusciva a gestire. Già, perché quella mattina l’allora primo ministro, signora Margaret Thatcher, si apprestava ad annunciare alla nazione inglese che sir Anthony Blunt, durante la seconda guerra mondiale, era stato una spia russa, un traditore. Proprio quel Blunt curatore della collezione personale dei dipinti della Regina, una delle massime autorità mondiali su Poussin, direttore dell’istituto  Warburg, nonché della fondazione Courtauld &#8211; due delle più influenti istituzioni mondiali in campo artistico. <span id="more-107"></span><br />
<strong>Sir Anthony Blunt, dirà la signora Thatcher, era reo confesso, </strong>ma il governo che l’aveva preceduta gli aveva garantito l’immunità in cambio di collaborazione. Sì, sir Anthony era stato il fantomatico “Quarto uomo” del circolo di spie conosciuto come “i cinque di Cambridge” – tutti provenivano dai circoli più elitari di quell’università &#8211; dove gli altri compari erano: Guy Francis de Moncy Burgess, figlio di un ufficiale di marina; Harold Adrian Russel Philby, meglio conosciuto col nome di battaglia di Kim; Donald Duart MacLean, figlio di un ministro liberale; John Cairncross, che era l’unico vero proletario del gruppo, uno che parlava con un rozzo accento scozzese che lo avrebbe tenuto lontano dai circoli aristocratici, uno che detestava Blunt anche se fu proprio Blunt a segnalarlo allo spionaggio sovietico per riconosciute qualità professionali. Cairncross  era il “Quinto uomo”, l’ultimo a venire scoperto e il più pericoloso del gruppo: documenti segreti recentemente declassificati indicano che fu lui a fornire ai russi le informazioni su come costruire la loro prima bomba atomica.<br />
Le imprese spionistiche del gruppo risalivano ai primi anni Trenta e andarono avanti ben dopo la fine della seconda guerra mondiale. Nessuno dei cinque fu mai sottoposto a processo perché, a parte Blunt, restio ad abbandonare il suo mondo di privilegi e, nello stesso tempo, sicuro di avere garantita l’immunità, tutti gli altri ripararono in Unione Sovietica dove furono accolti da eroi.<br />
La decisione di Blunt di collaborare con il controspionaggio britannico risaliva al 1964 e prevedeva un accordo di totale immunità. Il tutto sarebbe rimasto fra le mura dell’MI5, lo spionaggio inglese se, nell’estate del 1976, il giornalista radiofonico della BBC, Andrew Boyle, non avesse avuto l’incarico, dall’editore Hutchinson, di scrivere una storia sulle spie di Cambridge che uscì tre anni più tardi con il titolo “The Climate of Treason”. Boyle era al corrente delle voci che giravano intorno al nome di Blunt e prese a lavorare alla tesi che sir Anthony fosse, appunto, il quarto uomo. Non riuscendo a trovare delle prove conclusive, nel libro, Blunt veniva indicato col nome di “Maurice” &#8211; citazione da un romanzo di E.M.Forster dove il protagonista è un accademico omosessuale di Cambridge che, come Blunt, aveva tradito gli ideali della sua classe privilegiata.<br />
A ridosso dell’uscita del libro cominciarono, sulla stampa, le prime indiscrezioni, le prime domande imbarazzanti: chi è Maurice? Maurice è Anthony Blunt? A queste domande Boyle, temendo possibili ritorsioni legali, rispondeva che l’unica fonte autorizzata a rispondere era il governo. E, visto che anche il governo non riusciva più a tenere lo scandalo soffocato, così fu.<br />
Per Blunt il peggio non era essere esposto al pubblico ludibrio, bensì essere privato del titolo nobiliare, essere costretto a dimettersi dalle prestigiose istituzioni culturali che dirigeva, dover abbandonare l’incarico di curatore della collezione d’arte della regina. Blunt, l’intoccabile, era divenuto un paria.</p>
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<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-106 aligncenter" title="L'intoccabile, un romanzo di John Banville" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/lintoccabile.jpg" alt="L'intoccabile, un romanzo di John Banville" width="140" height="220" /></p>
<p><strong>È proprio dalla figura di Blunt,</strong> che John Banville, raffinatissimo scrittore irlandese, ha preso spunto per il suo ultimo romanzo dal titolo “<em>L’intoccabile</em>” (Guanda editore), un gioco semi-biografico dove l’uomo Blunt si trasforma nel suo doppio Victor Maskell: entrambi spie per noia, spie per gioco; entrambi omosessuali – nel gruppo lo erano tutti meno Philby. Certo Banville si permette piccole licenze letterarie rispetto al suo modello umano, e il risultato è, comunque, più forte e devastante della biografia canonica, piena di dati e note a margine, come lo fu, per esempio, “Conspiracy of Silence: la vita segreta di Anthony Blunt”, scritto, a metà degli anni Ottanta, dai giornalisti Barrie Penrose e Simon Freeman.<br />
Victor Maskell, come sir Anthony, viene smascherato come spia e traditore. Annota Victor, nelle pagine del libro: «Mi sento come un bambino alla fine di una festa: una palpitazione nella regione del diaframma e una sorta di frenesia in tutto il corpo. L’eccitazione unita al terrore è una miscela inebriante. La pubblica ignominia è una strana cosa. Non mi riconosco nella versione pubblica di me che viene messa in giro proprio adesso. Oggi ho mantenuto la calma davanti a quel branco di sciacalli dei giornalisti. Sono stato grandioso. Gelido, asciutto, equilibrato. Sono un grande attore, è questo il segreto del mio successo». Entra in scena il personaggio di Miss Vandeleur, giornalista che vuole scrivere un su Maskell e chiede: «Perchè l’ha fatto? ». La risposta è identica a quella realmente data da Blunt ad un amico, membro della fondazione Coultard, che gli aveva chiesto la stessa cosa: «Cow-boy e indiani, mio caro, cow-boy e indiani».  Bisogno di divertirsi, paura della noia, un grande gioco in cui i sentimenti politici c’entravano ben poco. Più che l’attrazione verso l’Unione Sovietica, dietro quelle scelte, c’era piuttosto l’odio che l’aristocrazia inglese nutriva verso i barbari americani. Spiega Maskell a Miss Vandeleur: «Per l’odio per l’America, naturalmente. Deve capire, l’occupazione americana dell’Europa era per molti di noi una calamità peggiore di un’eventuale vittoria tedesca. I nazisti, almeno, erano un nemico chiaro e visibile».</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-108 aligncenter" title="John Banville" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/john-banville-300x288.jpg" alt="John Banville" width="300" height="288" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Banville, come spiega il fascino che l’ideologia populista comunista riusciva ad avere su un gruppo così sofisticato di aristocratici e intellettuali inglesi? Era veramente, come dice il suo personaggio, una reazione contro la crescente egemonia americana? Era una reazione incolsunta di gente cresciuta per governare un impero che, all’improvviso, si ritrova in uno stagno in cui a comandare sono gli americani?</strong><br />
«Sì, credo che la loro sia stata, fondamentalmente, una reazione anti-americana. Vedevano l’invasione americana dell’Europa non certo migliore di quella dei nazisti. Come dice Maskell, sarebbe stato meglio che la Germania avesse vinto la guerra perché, almeno, avremmo trattato con un nemico di cui conoscevamo le caratteristiche. Ma c’era anche qualcos’altro. Questa era una generazione di giovani che aveva scampato la prima guerra mondiale, non erano morti, come molti loro coetanei e come tutti i giovani nell’Inghilterra degli anni Venti si consideravano dei sopravvissuti e convivevano con forti sensi di colpa. Si sentivano traditi dalla generazione precedente, quella dei generali, dei padri e l’unico modo di rivalsa era uccidere i padri, passando ad una religione, ad una ideologia totalmente opposta a quella in cui loro credevano. La cosa di cui sono quasi certo è che nessuno di loro fosse, comunque, marxista convinto».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sir Anthony Blunt non fu mai processato nonostante molti indizi di colpevolezza puntassero diritto su di lui. Come mai?</strong><br />
«Fin dall’inizio degli anni Sessanta il controspionaggio inglese sapeva che sir Anthony era una spia. Io credo che quando lui fu confrontato riuscì a strappare un accordo di cui, tuttora, nessuno conosce i termini. Io credo che tutto risalga ad una sua missione in Germania nel 1945, poco dopo la sua nomina a curatore della collezione privata dei dipinti di casa reale che avvenne il 28 aprile, due giorni prima del suicidio di Hitler nel bunker di Berlino. Su diretta richiesta di re Giorgio VI, Blunt, fu spedito al castello di Schloss Kronberg, nei pressi di Francoforte, residenza del principe Filippo von Hesse. Il re era sicuro che fra le carte che venivano conservate al castello ci fossero lettere scritte dalla regina Vittoria alla figlia primogenita, l’imperatrice Federica, moglie di Federico di Prussia e lettere della Regina Mary ai suoi parenti tedeschi. Ma questo era il pretesto. La missione vera era un’altra. Esisteva il forte sospetto dell’esistenza di lettere e documenti che avrebbero provato le simpatie filo naziste del fratello del re, il Duca di Windsor, che aveva abdicato per sposare la divorziata americana Wally Simpson. E l’idea che carte di questa importanza potessero cadere in mano americana e magari sulle prime pagine dei loro giornali, era più che sufficiente per giustificare una missione segreta. Il castello di Schloss Kronberg veniva allora usato come un club dell’esercito americano. Blunt riuscì a trovare la contessa Margaret von Hesse che alloggiava in una casa del villaggio e le mostrò la lettera di re Giorgio VI in cui si chiedeva di consegnare le famose carte al suo emissario. La contessa scrisse una nota all’ufficiale americano iresponsabile del castello, ma questi, per nulla impressionato da quelle missive con tanto di stemmi reali, decise di chiedere l’autorizzazione a un suo superiore. Blunt capì immediatamente che quelle carte non sarebbero mai uscite di lì e decise di prendere l’iniziativa: mentre l’ufficiale era al telefono si precipitò in soffitta e se la svignò con due scatole che contenevano i documenti incriminati prima che gli americani si accorgessero di niente.<br />
Il fatto era che quei documenti avrebbero dimostrato un accordo fra Hitler e il Duca di Windsor che se e quando i tedeschi avessero invaso l’Inghilterra, lo avrebbero rimesso sul trono. Io sono quasi certo che Blunt tenne per sè alcuni di quei documenti e con quelli ricattasse il governo inglese altrimenti non vedo come possa aver ottenuto l’immunità».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come le è nata l’idea di scrivere un romanzo su Anthony Blunt?</strong><br />
«Sono sempre stato interessato dalla vicenda delle spie di Cambridge. Ricordo perfettamente la conferenza stampa che Anthony Blunt tenne il giorno dopo essere stato smascherato da Margaret Thatcher. Ero assolutamente affascinato dalla sua freddezza, dal suo autocontrollo, dall sua gelida ironia. Ricordo che mia moglie mi disse: avresti potuto inventarlo tu un personaggio così. Risposi: credo proprio che dovrò inventarlo».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come si è documentato per scrivere un romanzo che è una biografia, ma che è essenzialmente un’opera di fantasia?</strong><br />
«Le confesso di non avere letto molto sulle spie di Cambridge. Alla fine del mio libro cito alcuni titoli per coloro che volessero approfondire l’argomento, ma è tutto lì. In narrativa più ricerche fai e peggio: rischi di far inaridire l’immaginazione. Sapevo abbastanza di Anthony Blunt per poterlo dimenticare e andare avanti con il mio personaggio. L’importante, per me, è trovare il ritmo. Le confesso che ho passato un anno per scrivere il primo paragrafo e due anni per le seguenti venti pagine. Ricominciavo ogni volta daccapo. Non riuscivo a prendere il ritmo, non lo sentivo nella testa, poi, a un certo punto, il racconto ha cliccato e ho scritto il resto del libro in un anno circa».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quello che appare straordinario, nel suo romanzo, ma anche nelle cronache reali della vicenda delle spie di Cambridge, è il dilettantismo del loro comportamento. Nessuno di loro, poi, se non Cairncross è stipendiato dai russi e Cairncross accettò i soldi solo perché doveva pagare i conti del dentista. Un atteggiamento che fa venire alla mente quella figura tipicamente britannica del “dilettante vittoriano”.</strong><br />
«Certo. Il “dilettante vittoriano” è un elemento prezioso per la Gran Bretagna che proprio sul dilettantismo ha costruito uno dei più grandi imperi della storia. Il dilettante vittoriano fa parte della società britannica dove il potere è nelle mani di una classe rarefatta di uomini che hanno sì il potere, ma non devono far vedere di prenderlo troppo seriamente. In modo curioso, guardi, il governo Blair è un governo di dilettanti vittoriani. Blair è la quintessenza del dilettantismo, del felice entusiasta, Blair non è un politico cinico, crede veramente nelle cose che dice. Fra qualche anno forse cambierà, ma per il momento è così. Comunque tornando alle nostre spie dilettanti per i loro controllori sovietici la vita non doveva essere facile. Burgess era uno che si girava tutti i pub di Londra dicendo a tutti che faceva la spia e a volte entrava anche nei dettagli e la gente intorno pensava quanto era divertente. I russi diventavano matti, ma, con loro, era prendere o lasciare».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Victor, il suo personaggio si descrive come un marxista at a distance. Era lo stesso per Blunt? </strong><br />
«Certo è un atteggiamento aristocratico. Il gruppo si identificava come una società segreta, non per nulla tutti avevano cominciato insieme a Cambridge nella società segreta degli Apostoli, una società di gentiluomini, erano loro contro il resto del mondo. Eppoi fra di loro avevano molte cose in comune: l’educazione, il retroterra sociale, la sessualità: non dimentichiamoci che, a parte Philby, erano tutti omosessuali che vivevano in un loro mondo segreto e credo che lo spionaggio desse loro quella patina di serietà che sentivano mancare. Finalmente avrebbero potuto bere tutto lo champagne che volevano, sedurre tutti gli uomini che volevano: dietro avevano questa ideologia che li faceva automaticamente diventare gente seria. Se ci pensa è un grande modo di vivere».</p>
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