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	<title>Au Lapin Agile &#187; Frammenti</title>
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		<title>Voglio fare l&#8217;americano</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2009 16:28:31 +0000</pubDate>
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Questo voleva essere un libro sul modo di essere “americani” in Italia. La colonna sonora di questo progetto – se mai un libro possa averne una – doveva essere (è) Tu vuo’ fa’ l’americano di Renato Carosone (vedi link You Tube). Era persino già pronta una prefazione d’eccellenza, scritta, all’epoca, sulla base di questo materiale, [...]]]></description>
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</a></div>
<p><strong>Questo voleva essere un libro sul modo di essere “americani” in Italia.</strong> La colonna sonora di questo progetto – se mai un libro possa averne una – doveva essere (è) <em>Tu vuo’ fa’ l’americano</em> di Renato Carosone (vedi link <a title="Tu vuo' fa' l'americano" href="http://www.youtube.com/watch?v=BqlJwMFtMCs" target="_blank">You Tube</a>). Era persino già pronta una prefazione d’eccellenza, scritta, all’epoca, sulla base di questo materiale, da Omar Calabrese – semiologo di fama, docente all’Universtà di Siena. Il fatto è che, giunto a un certo punto delle ricerche e di una prima stesura, l’americano sono andato a farlo veramente. Nel senso che il giornale (<em>Max</em>) per cui lavoravo all’epoca (era la seconda metà degli anni Ottanta) mi inviò come corrispondente dagli Stati Uniti con sede a Los Angeles, California. Lì rimasi per quasi dieci anni. E il progetto del libro rimase in un cassetto. <em>Fino ad oggi, maggio del 2009</em>. O meglio rimase su floppy disk da 5 pollici e 1/4. Già, perché i primi capitoli erano stati scritti su uno storico Olivetti M24 (il primo computer della casa d’Ivrea compatibile con il sistema MS-DOS. Aveva un hard-disk da “ben” 20 Mb, un processore Intel 8086 a 8 Mhz e 16 bit e costava l’iperbolica cifra di sei milioni di lire). Col tempo i floppy da 5 pollici e 1/4 divennero i più piccoli floppy da 3 e 1/2, poi divennero Zip (Iomega), poi i file finirono nella memoria fissa del primo Power Mac (8100) e via via sono giunti nella memoria del mio attuale Mac. Il fatto è che, all’epoca, i testi erano stati elaborati con un rudimentale programma di scrittura, il <em>WordStar 3.0</em> che allora era lo standard internazionale riconosciuto. Col tempo riuscire a leggere i file è stato sempre più difficile perché i nuovi programmi erano sempre meno compatibili con quelle prime avanguardie digitali. Fin quando, con santa pazienza, ho deciso di “restaurarli” e pubblicare in rete i cinque capitoli, a futura memoria.</p>
<div style="width: 420px; text-align: left;"><a href="http://issuu.com/claudiocastellacci/docs/america?mode=embed&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Flight%2Flayout.xml" target="_blank">Open publication</a> &#8211; Free <a href="http://issuu.com" target="_blank">publishing</a> &#8211; <a href="http://issuu.com/search?q=trends" target="_blank">More trends</a></div>
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		<title>Pregate che settembre arrivi presto</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 16:07:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Il sabato, dalla scogliera potevi vedere Ray dipingere, ricorda  Ralph Gaines, capitano della Santa Maria, una goletta tre alberi adibita al trasporto dei villeggianti, ancorata nel porticciolo di Edgartown, la città capoluogo di Martha’s Vineyard, isola-gioiello della costa dell’est degli Stati Uniti, a sud della celebrata penisola di Cape Cod, spiaggia prediletta della Boston che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong></strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-281 aligncenter" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px;" title="Martha's Vineyard" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/marthas-240x300.jpg" alt="Martha's Vineyard" width="240" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il sabato, dalla scogliera potevi vedere Ray dipinger</strong>e, ricorda  Ralph Gaines, capitano della Santa Maria, una goletta tre alberi adibita al trasporto dei villeggianti, ancorata nel porticciolo di Edgartown, la città capoluogo di Martha’s Vineyard, isola-gioiello della costa dell’est degli Stati Uniti, a sud della celebrata penisola di Cape Cod, spiaggia prediletta della Boston che conta.  Ralph si chiedeva sempre se un giorno o l’altro sarebbe finito anche lui in uno dei prestigiosi acquarelli di Ray Ellis, proprio come Bartolomeo, il nipote e compagno di giochi di Ralph che lo zio, famoso pittore e illustre residente dell’isola, aveva ritratto mentre pescava.<br />
Durante le vacanze estive, loro, i ragazzi, andavano alla scogliera portandosi dietro scatole di giornaletti, quelli che Ralph aveva metodicamente messo da parte durante i mesi di scuola: “La mamma non voleva che noi bambini ci distraessimo dalle incombenze scolastiche con le avventure dell’<em>Uomo Mascherato</em> e <em>Superman</em>”.<br />
Bartolomeo era stato battezzato in ricordo di Bartolomeo Gosnold, l’esploratore inglese che aveva scoperto, nel maggio del 1602, l’isola di Martha’s Vineyard. La leggenda dice che il nome Martha sarebbe che quello di  Martha Judde Golding, suocera e munifica finanziatrice della spedizione di Gosnold, probabilmente l’unica suocera al mondo ad avere ricevuto un onore simile.<span id="more-280"></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-282 aligncenter" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px;" title="I Kennedy a Hyannis Port" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/52bd0468e8ef412794c89d67394f16b92-400x277.jpg" alt="I Kennedy a Hyannis Port" width="400" height="277" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Judy aveva l’incarico di vegliare sui ragazzi.</strong> Judy, si diceva, era imparentata con i Kennedy. Che andava a cena a casa di Joe, il patriarca. Ma questo era tutto quello che le donne dicevano prima di abbassare gli occhi. Gli uomini alzavano le sopracciglia e facevano un gesto d’intesa con la testa. Con gli anni i ragazzi di allora scoprirono che gli sguardi abbassati erano per Janet Des Rosier, cugina alla lontana o forse solo amica di Judy, una delle numerose amanti di Joe la cui storia è venuta alla luce nel volume <em>The Sins of the Father</em> di Ronald Kessler.<br />
Le prodezze sessuali dei due avvenivano spesso a bordo del Marlin, lo yacht a due motori che Joe aveva comprato nel giugno del ‘52, e si dipanavano nelle acque antistanti Hyannis Port, fra l’isola di Martha’s Vineyard  e quella di Nantucket, ancora più a est, verso le acque aperte dell’Atlantico. “Sai le volte che abbiamo visto il Marlin”, ricorda Ralph. “Era una barca possente che ispirava soggezione, come il vecchio Joe”.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-283 aligncenter" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px;" title="John Kennedy a bordo del Marlin" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/59b957e89176446d98e4bbe6824bc69e2-207x300.jpg" alt="59b957e89176446d98e4bbe6824bc69e2" width="207" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I Kennedy avevano, da sempre, bazzicato la zona. </strong>Il loro feudo è lì a nord, a Hyannis Port, sulla penisola di Cape Cod, stato del Massachussetts, di cui John Fitzgerald era senatore quando &#8211; era la fine degli anni Cinquanta &#8211; si era lanciato alla scalata vittoriosa della Casa Bianca. Martha’s Vineyard era, come dire, loro terreno di caccia personale. Ted ha finito addirittura col legare il suo nome all’incidente stradale di Chappaquiddick &#8211; all’estrema punta sudorientale dell’isola &#8211; in cui aveva perso la vita Mary Jo Kopechne.<br />
A Martha’s Vineyard nessuno si elettrizza per un nome altisonante. Tutti sono vicini di casa di tutti. La gente &#8211; politici, attori, pescatori, rock star -  la vedi in pantaloncini corti, maglietta, sandali Bierkenstock, la incontri giù dal ferramenta che filosofeggia sulle punte da trapano e le qualità pseudo mistiche dei chiodi al titanio, la trovi al negozio di articoli da pesca che discute di lenze, ami, canne da altura. Si seccano molto a sentir dire che qui abitano solo attori come Michael J. Fox, Glenn Close, Meryl Streep, cantanti come Carly Simon, Billy Joel, modelle come Christie Brinkley, registi come Spike Lee, politici come l’ex segretario di Stato Henry Kissinger, l’ex ministro della difesa Robert McNamara, giornalisti mitici come Walter Cronkite e Barbara Walters o editori stellari come Katherine Graham, proprietaria del <em>Washington Post</em>.<br />
Nella trappola degli stereotipi c’era caduto persino il <em>New York Times</em> all’epoca della prima visita del presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, nell’agosto del 1993. Un editoriale al vetriolo aveva accusato il presidente di avere scelto deliberatamente un luogo di vacanza imbottito di politici, star del cinema, della canzone, miliardari. La gente dell’isola era insorta e il <em>Times</em> era stato costretto a fare marcia indietro affermando che la vera gente di Martha’s Vineyard è fatta di pescatori, agricoltori, bottegai, professionisti, lavoratori come tutti gli altri; che, sì, ci sono personaggi famosi, ma che non si tratta di uno zoo hollywoodiano.<br />
Sono circa 16.000 i residenti regolari di Martha’s Vineyard. D’estate si sfiora lo zero in più, nel senso che sono centomila e passa gli entusiasti che da ogni parte del paese fanno rotta sulla popolare località. Il bello è che, nonostante l’affollamento, l’isola mantiene le sue caratteristiche di privacy, di silenzio, di grande civiltà e soprattutto il record di non avere un solo cartello stradale di stop e limiti di velocità feroci. I locali li riconosci, comunque, perché hanno incollato sul paraurti posteriore delle loro auto l’adesivo che dice: <em>pregate che settembre arrivi presto.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em></em></p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-296 aligncenter" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px;" title="John e Jacqueline Kennedy assistono a una regata davanti a Martha's Vineyard" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/7ce300df211b45879756ecbaa845c10f1-298x300.jpg" alt="John e Jacqueline Kennedy assistono a una regata davanti a Martha's Vineyard" width="298" height="300" /></p>
<p><em></em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Neanche dirlo che, in alta stagione (comincia il 4 di luglio in concomitanza con la festa dell’indipendenza) </strong>chi voglia avventurarsi con la propria automobile sull’isola deve prenotare i 45 minuti di traversata del traghetto con discreto anticipo. Fino al pubblicizzato sbarco dell’inquilino della Casa Bianca e della reclamizzata gita in yacht con la dinastia Kennedy al completo, compresa di Jacqueline Onassis, uscita per l’occasione dallo splendido isolamento di Gay Head, la compagnia traghettatrice assicurava il trasporto a chiunque si presentasse all’imbarcadero di Woods Hole, all’estrema punta meridionale di Cape Cod, entro le 2 del pomeriggio. Ci si poteva mettere due ore o dieci, ma si arrivava. Dopo, Per &#8220;colpa&#8221; di Clinton, tutto è stato rivoluzionato.<br />
E come se non fosse bastato, nell’agosto del 1994, da una goletta battente bandiera di Sua Maestà britannica, era sbarcata a Martha’s Vineyard persino Sua Altezza Serenissima la principessa di Galles, meglio conosciuta nelle cronache anoressiche come Lady Diana. Fortunatamente, per la tranquillità di tutti, la principessa era subito scomparsa in una residenza appena fuori il villaggio di Tisbury, noto per essere sede della locale chiesa congregazionale e di un grande magazzino che ha sempre allettanti offerte speciali di materiale elettrico.<br />
Martha’s Vineyard può vantare, come qualsiasi signora della buona società, connessioni sia letterarie che cinematografiche: a Edgartown, nella strada che si chiama “Acqua del sud” (South Water Street) si trova la casa del capitano Valentine Pease, comandante la baleniera sulla quale lo scrittore Herman Melville fece il suo primo e unico viaggio di ricognizione letteraria prima di scrivere <em>Moby Dick</em>;  mentre la sensazione di “già visto”, che il visitatore riceve al primo impatto con il panorama dell’isola è dovuta alla pellicola spielberghiana <em>Lo squalo</em>: nel film Martha’s Vineyard interpretava la parte dell’isola di Amity.<br />
Non manca neanche un tocco funebre: nella pace campestre del cimitero di Abels Hill accanto alla tomba della scrittrice Lillian Hellman,è sepolto l’attore John Belushi, indimenticato <em>Blues Brother</em> : era solito ripetere che soltanto a Martha’s Vineyard riusciva a passare un’intera notte di sonno. Ora ci riposa per sempre.</p>
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		<title>Il dentista e la bomba pipistrello</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Mar 2009 15:33:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Orinare nel parcheggio della base aerea di March Field, nella contea di Riverside, California, non era stata una grande idea. Erano anni nervosi quelli. Qualche mese prima, il 7 dicembre 1941, i giapponesi, fregandosene dei minuetti della diplomazia, avevano lanciato un attacco preventivo contro gli Stati Uniti appiedandone la flotta del Pacifico a Pearl Harbour: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong></strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-264 aligncenter" title="La bomba pipistrello" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/bat-bomb1.jpg" alt="La bomba pipistrello" width="144" height="219" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Orinare nel parcheggio della base aerea di March Field, nella contea di Riverside, California, non era stata una grande idea.</strong> Erano anni nervosi quelli. Qualche mese prima, il 7 dicembre 1941, i giapponesi, fregandosene dei minuetti della diplomazia, avevano lanciato un attacco preventivo contro gli Stati Uniti appiedandone la flotta del Pacifico a Pearl Harbour: l’episodio  aveva scosso i nervi di una nazione e anche quelli della sentinella che aveva puntato il fucile contro il sergente Jack Couffer, reo di aver fatto i suoi bisogni all’aperto, centrando la ruota di una Buick. All’ufficiale di picchetto che era stato chiamato sul luogo del misfatto, Couffer porse una lettera stampigliata “Confidenziale” in cui lo si identificava impegnato in un’operazione segretissima, alle dirette dipendenze del generale Hap Arnold, comandante dell’aviazione militare degli Stati Uniti. Il Dipartimento della Guerra non avrebbe tollerato che venissero sollevate obiezioni sul modo di vestire, di viaggiare, di agire del sergente, così come qualsiasi tipo di discussione con personale non autorizzato. Davanti a un’intimazione del genere l’unica commento dell’ufficiale fu: “Veda se la prossima volta riesce a tenerla fino a una latrina”.<span id="more-265"></span><strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il progetto segretissimo a cui era stato assegnato Couffer era quello della “bomba al pipistrello” </strong>di cui, a cinquant’anni di distanza, l’ex sergente dà un ampio resoconto nel volume “Bat-Bomb”, (pubblicato dalle edizioni dell’Università del Texas, pagine 254).<br />
L’ispirazione  di rispondere a Pearl Harbour a suon di pipistrelli, milioni di pipistrelli &#8211; ognuno dei quali avrebbe portato sulle spalle una minuscola bomba incendiaria &#8211; era venuta a un dentista, il dottor Lytle S. Adams, inventore a tempo perso.<br />
L’operazione era stata studiata in ogni possibile dettaglio: peso, capacità di trasporto di ogni pipistrello, numero di uccelli che avrebbero potuto prendere posto in un bombardiere &#8211; duecentomila; numero ottimale per una missione di guerra &#8211; due milioni &#8211; pari a dieci aerei; orario della missione: mattino presto, un’ora prima dell’alba; periodo: inverno che corrisponde al letargo. Il fatto che qualche milione di animali sarebbe stato incenerito non sfiorò la mente di Adams, anzi, nella presentazione al progetto faceva notare come il pipistrello fosse la più vile forma di vita esistente sulla faccia della Terra e che, nella storia, era sempre stato associato al mondo delle tenebre e del male. “Fino ad oggi la ragione della sua creazione rimane sconosciuta”, scriveva. Probabilmente, continuava il dentista, i pipistrelli furono messi nelle caverne da Dio in attesa del momento in cui avrebbero avuto un ruolo nella libertà dell’uomo.<br />
L’obiettivo era quello di fiaccare con il fuoco lo spirito e la capacità di produzione bellica del Giappone. Prendi, per esempio, il distretto industriale di Osaka, intorno alla baia, dove erano concentrate metà delle industrie pesanti del Giappone e intorno a cui la gente viveva in quelle tipiche casette di legno e carta ideali per incenerirsi all’istante: la città, attaccata da milioni di pipistrelli, si sarebbe trasformata in un inferno. I sette milioni di abitanti sarebbero sopravvissuti, ma non le loro case e le loro industrie.<br />
Il progetto era passato dalle mani di Adams, direttamente a quelle Eleanor Roosevelt che se ne e fatta portavoce e paladino nei confronti del marito, il presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano. Questi, non sapendo bene cosa fare, aveva rifilato il tutto  al colonnello William Donovan &#8211; il futuro creatore dell’OSS (Office of Stategic Services), l’antenato diretto della CIA &#8211; con una nota di due righe in cui metteva le mani avanti: “Quest’uomo non è pazzo. L’idea sembra demenziale, ma potrebbe valer la pena prenderla in esame”, firmato: FDR.<br />
All’epoca in cui questi fatti si svolgono Jack Couffer era appena diciassettenne, studiava al liceo di Glendale e, il pomeriggio lavorava come assistente del professor Jack von Bloeker, curatore del laboratorio di mammiferi presso il museo della contea di Los Angeles, un’autorità nel campo dei pipistrelli. L’attacco di Pearl Harbour cambiò le loro vite come quelle di milioni di americani. Arruolati, addestrati, furono distaccati al progetto “Raggio X” &#8211; così era stata battezzata in codice l’operazione &#8211; che, nel frattempo, aveva ricevuto la non troppo convinta benedizione del Ministero della Guerra. A rinforzare l’equipe arrivò Louis Fieser, chimico di fama dell’università di Harvard, un pioniere nello sviluppo delle bombe al napalm, un tale Patricio Batista ex autista di Al Capone e Tim Holt, attore con brevetto di volo addetto ai test con i bombardieri. La loro mascotte era una tigre reale del Bengala.<br />
Il problema principale per Adams e la sua armata Brancaleone erano i finanziamenti. Infatti se da una parte il governo non voleva lasciare niente di intentato nello sforzo bellico contro il Giappone, dall’altra non voleva neanche buttare soldi per niente. Già stava finanziando &#8211; contro il parere di molti generali &#8211; un altro gruppo di matti che voleva fare delle bombe usando degli atomi. E poi c’era quel deputato texano che suggeriva di mobilitare la Guardia Nazionale per catturare tutti i conigli selvatici del Texas e spedirli sui campi di battaglia in Europa ottenendo un duplice scopo: primo, ripulire il Texas dal flagello dei conigli, secondo, visto che gli animali sono èpesanti abbastanza, potevano essere usati per neutralizzare i campi minati. Il risultato di tutto questo era che Adams stava finanziando la salvezza degli Stati Uniti di tasca sua.<br />
Un po’ come era successo a Howard Hughes – imprenditore visionario, pilota detentore di numerosi record fra cui quello del giro del mondo, produttore cinematografico e tante altre cose &#8211; che per salvare la patria rispose all’appello di Henry J. Kaiser, il costruttore delle “Liberty Ship”, le navi da trasporto che i suoi cantieri di Richmond, California, erano arrivati a varare in 4 giorni e 15 ore l’una. Il problema era però che i sottomarini tedeschi le affondavano a un ritmo superiore a quello con cui Kaiser riusciva a metterle in mare. La necessità di trasportare sul continente europeo armamenti pesanti era pressante per cui Keiser se ne venne fuori con l’idea delle navi volanti: “al di là della stessa immaginazione di Giulio Verne”. Howard Hughes si offrì di progettarle, Keiser di costruirle. L’accordo fu stipulato con una stretta di mano nella camera di un Hughes febbricitante al Fairmont Hotel di San Francisco il 22 agosto 1942.<br />
Per motivi strategici, l’idrovolante &#8211; battezzato “Spruce Goose”, l’anatra elegante &#8211; doveva essere costruito in legno. Difficoltà tecniche e intoppi burocratici ne rallentarono la progettazione tanto che, nell’ottobre del 1945, al momento della capitolazione di Germania e Giappone, i pezzi erano ancora da saldare insieme. L’aereo sarà montato solo nell’estate del ‘46: 100 metri di apertura alare, 26 metri di altezza, 8 motori a elica. Il 2 novembre 1947, ai comandi dello stesso Hughes, volerà &#8211; la prima e unica volta &#8211; alzandosi di soli pochi metri dal pelo dell’acqua nel porto di Long Beach, California. L’aereo tornerà a far parlare di sé nel 1976, alla morte di Hughes: diventerà un’attrazione turistica gestita dalla Walt Disney, fino a un paio di mesi fa, quando, chiuso il parco, lo Spruce Goose è stato venduto alla Evergreen International Aviation, una linea aerea charter privata specializzata in operazioni governative super segrete, con base a McMinnville, Oregon. Destinazione finale: il locale museo dell’aviazione.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-266 aligncenter" title="Una rara immagine della &quot;bomba pipistrello&quot;" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/bat-21-400x162.jpg" alt="Una rara immagine della &quot;bomba pipistrello&quot;" width="400" height="162" /></p>
<p style="text-align: justify;">Della bomba al pipistrello, invece, rimangono solo fotografie e i ricordi dell’ex sergente Couffer. Il progetto “raggio X” andò avanti, fra alti e bassi, fino al febbraio 1944. Poi fu affossato senza che fosse mai data una spiegazione convincente. Couffer avanza l’ipotesi che il progetto di quell’altro gruppo di matti, quelli  che volevano costruire bombe a base di atomi, doveva essere più convincente. Un anno dopo, infatti &#8211; il 16 luglio 1945 &#8211; ebbe luogo il primo test atomico nel deserto del Nuovo Messico, neanche tanto lontano dalle grotte di Carlsbad dove gli è uomini di Adams avevano localizzato numerose famiglie di pipistrelli che avrebbero dovuto incendiare il Giappone.<br />
Quale fosse il nesso fra bomba atomica e bomba al pipistrello non è dato sapere: tutti i documenti relativi all’ultimo periodo di ricerca del progetto “Raggio X” &#8211; in un primo tempo declassificati &#8211; sono stati ritirati dall’Archivio nazionale: “su ordine della CIA”.</p>
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		<title>Los Angeles, 1983-1984</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Mar 2009 12:34:08 +0000</pubDate>
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L&#8217;America ha per me il volto di Los Angeles. Los Angeles io l&#8217;ho incontrata un giorno di primavera: l&#8217;Europa alle spalle, con la sua cultura, le sue madeleine, i suoi marmi, i suoi incunaboli. Il primo balzo a New York, porta dell&#8217;impero annunciato da Manhattan e le sue luci, Manhattan e i suoi grattacieli, Manhattan [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
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<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;America ha per me il volto di Los Angeles.</strong> Los Angeles io l&#8217;ho incontrata un giorno di primavera: l&#8217;Europa alle spalle, con la sua cultura, le sue madeleine, i suoi marmi, i suoi incunaboli. Il primo balzo a New York, porta dell&#8217;impero annunciato da Manhattan e le sue luci, Manhattan e i suoi grattacieli, Manhattan e le sue strade, Manhattan e il Brooklyn Bridge, Manhattan e la Quinta Strada. Un trionfo di europeismo. Ma laggiu&#8217;, all&#8217;estremo ovest, c&#8217;e&#8217; quel macrocosmo chiamato Los Angeles: tre fusi orari di distanza e qualche ora di volo. Sognando California. Los Angeles e&#8217; al di la&#8217; di una porta automatica a vetri. La porta dell&#8217;aeroporto, imbuto infernale che ti inghiotte per scaraventarti nel regno di Starsky e Hutch. Dietro quella porta c&#8217;e&#8217; il paradiso che hai sognato. Dietro quella porta c&#8217;e&#8217; l&#8217;inferno con cui si sono cullati i tuoi incubi.<span id="more-125"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Era già buio quando sono arrivato alla casa di Greenfield. </strong>La camera da letto aveva tre finestre. Anzi quattro: una era minuscola e decisamente inutile, ma capire quali sono i criteri di costruzione di una casa di Los Angeles è un’impresa, tutto sommato, inutile. Fuori, il giardino tipico delle abitazioni di Los Angeles. Ma questo lo avrei visto il giorno dopo, a pomeriggio avanzato. Avrei anche conosciuto il vicino di casa che tentava di distinguersi dagli altri vicini &#8211; sorta di categoria dello spirito &#8211; allevando trifogli invece di tenero prato all’inglese. La cucina era dominata dal frigorifero a doppia porta. Il soggiorno era invece invaso dalla presenza di un divano a fiori dirimpettaio a un televisore con collegamenti per le stazioni via cavo. Una scala, con moquette grigia, portava sopra alle camere, ai giochi di ombre cinesi sulla parete.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Prima c’era stata la casa di via Ashton.</strong> L’avevo divisa con una scrittrice che adesso si era trasferita a Ketchum, Idaho, chiamata a dirigere un settimanale. A lei non piaceva. Ma le piaceva l’idea di cambiare città. Di fare un’esperienza diversa. Poi, quando si fosse stancata, avrebbe scritto un nuovo libro. E si sarebbe trasferita a San Francisco. O, forse, sarebbe tornata a Los Angeles. La casa di via Ashton era stata la mia prima casa losangelina, a parte un breve soggiorno in un albergo, molto europeo, nel cuore di Beverly Hills. La mia coinquilina scrittrice non era mai a casa, così io convivevo con il suo gatto, animale indipendente che usufruiva di un passaggio personale fatto di uno sportellino ritagliato nella porta d’ingresso. Seguiva con interesse la mia intrusione in quella casa: i nuovi oggetti che si disponevano sul tavolo, le pile di libri e giornali che si formavano accanto alla poltrona, l’odore del cibo che invadeva la cucina fino allora asettica perché la scrittrice era vegetariana e si nutriva solo di verdure crude. La casa di via Ashton aveva anche un balcone con ringhiera di legno (ma tutta la casa era di legno, nel migliore stile architettonico di Los Angeles), sovrastata dai rami di un grande albero che arrivavano ad accarezzare le finestre. La casa di via Ashton lasciò il posto alla casa di Greenfield. Poi fu il tempo della casa di Melrose</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’auto era diventata un’appendice indispensabile,</strong> un luogo in cui riponevo parte degli oggetti che accompagnavano la mia vita. Sul sedile posteriore si allungava una collezione variopinta di giornali, di fogli, di appunti. Sul sedile anteriore, invece, tutti gli altri oggetti di uso più immediato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un ingorgo piacevole,</strong> in compagnia di una Packard due porte, decappottabile, bicolore bianca e rossa, la ruota di scorta in bella mostra sul cofano posteriore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli autobus sono dei corpi estranei</strong> che interrompono l’armonia della linfa vitale del traffico di Los Angeles, lento, ordinato. Assurdamente regolare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ti metti in fila in auto nel cortile posteriore di un McDonald </strong>e quando è il tuo turno ti spenzoli verso un paletto fornito di microfono dal quale esce una voce che ti chiede in cosa può esserti utile. Tu guardi il grande cartello luminoso che c’è lì accanto e elenchi le cose che vuoi mangiare: hamburger, pollo, patate, eccetera. Poi, sempre lentamente, in fila, giri l’angolo dove un ragazzino in divisa McDonald ti chiede i soldi. Paghi e avanzi ancora lentamente a un’altra finestra dove qualcun altro, sempre in divisa, ti riassume quello che hai ordinato, aspetta che tu annuisca e ti chiede che tipo di salsa vuoi. Se gli dici che una qualsiasi va bene ti danno quella agrodolce. Evidentemente la meno richiesta che devono smaltire.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un altoparlante trasmette jazz </strong>da una stazione radio che, di tanto in tanto, interrompe i programmi per diffondere la pubblicità sulla superiorità delle patate americane usate dalla catena McDonald.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Venice quartiere di beat-memoria</strong>, c’è la fondazione Beyond Baroque, ospitata nel palazzo del vecchio municipio. La fondazione si occupa di poesia e di poeti. Poesia a Los Angeles. Chi avrebbe mai pensato che la poesia prosperasse all’ombra delle minacciose freeway.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Al cinema il silenzio è rotto dal crocchiare </strong>avido e ghiotto di quantità industriali di pop-corn venduti in secchielli di cartone e dal risucchio di Coca e Pepsi-Cola fornita, allo spettatore cannibale, in capaci bicchieri di carta con cannuccia pieghevole. Alla fine di ogni proiezione la sala è un universo costellato di detriti alimentari.</p>
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		<title>Il vicolo cieco dei vigliacchi</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Mar 2009 11:14:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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James Ellroy è uno scrittore duro. Abrasivo. Scostante. A James Ellroy, bambino, hanno strangolato la madre e lui non perde occasione per raccontare storie di donne squartate nel corpo e nell’anima. James Ellroy è l’erede post-moderno della hard-boiled school. Suoi maestri lontani sono Dashiell Hammett e Raymond Chandler. “Il mio mondo, dice Ellroy, è [...]]]></description>
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<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-117 aligncenter" title="James Ellroy" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/james_ellroy_01_500x-199x300.jpg" alt="James Ellroy" width="199" height="300" /></p>
<p><strong>James Ellroy è uno scrittore duro. Abrasivo. Scostante. </strong>A James Ellroy, bambino, hanno strangolato la madre e lui non perde occasione per raccontare storie di donne squartate nel corpo e nell’anima. James Ellroy è l’erede post-moderno della hard-boiled school. Suoi maestri lontani sono Dashiell Hammett e Raymond Chandler. “Il mio mondo, dice Ellroy, è quello di Hammett. Hammett scriveva dell’uomo che aveva paura di essere, mentre Chandler scriveva dell’uomo che avrebbe voluto essere”. Anche se, poi, come Chandler, il mondo di Ellroy gravita tutto intorno a Los Angeles dove ha vissuto 33 anni. “La città che descrivo io è, però, opposta a quella di Chandler. C’era una bellezza intrinseca nella sua Los Angeles che non si ritrova assolutamente nei miei romanzi”.<br />
“A Los Angeles arrivi spregiudicato, riparti pregiudicato”, è la battuta preferita di Ellroy che riprende anche in uno dei saggi che fanno parte di “Corpi da reato”, un libro (Bompiani) che sembra messo insieme da uno che si è fatto di Lsd. Roba che se non arrivasse dall’America, col cavolo, che in Italia qualcuno lo avrebbe pubblicato. Il fatto è che i pezzi che compongono il volume sono articoli giornalistici scritti per il mensile GQ fra il 1994 e il 1998, frutto della collaborazione sincronica con Art Cooper direttore del prestigioso periodico americano. Anche se il termine “articoli giornalistici” non rende l’idea di cosa si tratti esattamente. <span id="more-115"></span><strong>Infamie inedite, le chiama Ellroy</strong>. Del tipo: “Howard Hughes sballa per una squillo detta Dusky Deelite. Rin Tin Tin si è scopato allo spasimo Lassie in un recente raduno di ragazzini. Mickey Cohen fatica a finanziare quella cagna in calore di Candy Barr. Candy partecipa a pellicole porno e manovra montagne di marijuana. Mickey è in penuria e postula prestiti persino ai suoi scherani, Stompanato ha piantato Mickey. Lana Turner è in lacrime e lutto per l’ex, Lex Barker. Ma ecco che Stompanato si stampa estemporaneamente nella sua esistenza: la bistratta, l’abbindola, l’abbuffa di banana, e adesso Lana con la lingua lisa e la bocca imbottita biascica: Lex chi? Bob Mitchum si monta una mulatta in un malfamato night di negropoli. Porfirio Rubirosa ha piroettato la proboscide a un party per Bill Bendix. Rock “Roccia” Hudson predilige prenderlo e porgerlo con giovani garzoni giunchiformi: glieli procura, previa pecunia, una checca chic che fa il cameriere al Delorès Drive-In. Lenny Bruce denuncia drogati alla Divisione Narcotici”,<br />
E in questo mondo, Ellroy, ci pesca a piene mani. Nei suoi racconti le bambole sono bionde veneri vistose vestite da puttane come i manichini delle vetrine di Frederick’s di Hollywood. E anche le dive del calibro di Lana Turner non sono da meno. Racconta Ellroy come Johnny Stompanato, alias Johnny Valentine, ex guardia del corpo del gangster Mickey Cohen e famoso gigolò, strapazza sboccatamente Lana. Lana risponde per le rime. Sprizza disprezzo. Vomita vetriolo. Gela Johnny giocando sulle sue glorie di gigolò, lo pela sulla pochezza del suo penuncolo, lo irride per la sua incommensurabile ignoranza. Gli dà del manigoldo mezzo mafioso, sfruttore di finocchi, lenone di lesbiche e magnaccia di mignotte. Lo accusa di passare il suo patetico pistolino a quella lavandaia di Yolanda, di farle da pappa e prostituirla previo agghindarla in ghingheri con la sua gonna di Givenchy. Un delicato declamare, come lo chiama Ellroy, che distoglieva dalle delizie della colazione vicini come Dino De Laurentiis, John “il duca” Wayne, Walt Disney.<br />
Nella versione letterario-revisionista di Ellroy a far fuori Stompanato non è, come nella realtà, Cheryl Crane, la figlia quattordicenne di Lana Turner che lo sbudella per difendere la madre dall’ennesima aggressione, ma è Yolanda, quella della gonna Givenchy. Licenza letteraria.<br />
Nella serie dei ritratti di questo “Corpi da reato”, da non perdere è il capitolo dal titolo “L’assassinio di mia madre” che è l’aperitivo giornalistico da cui è, poi, nato il libro “I miei luoghi oscuri”, scritto in collaborazione con il detective Bill Stoner, uscito l’anno scorso in Italia, sempre da Bompiani.<br />
La storia della vita di Ellroy è un romanzo giallo legato indissolubilmente alla città degli angeli. “Los angeles è il luogo dove vai se vuoi diventare qualcun altro”, dice. Los Angeles è bella e spietata e, soprattutto è carica di un’energia che annienta e che fa passare a chiunque la voglia di interrogarsi sulla ragione che lo ha spinto a Los Angeles.<br />
Lui a Los Angeles c’è direttamente nato. La seccatura della migrazione se l’erano sobbarcata i suoi genitori. “Mio padre arrivò a Los Angeles a metà degli anni Trenta. Era alto, bello e dotato di un notevole bagaglio di stronzate. Si era guadagnato un paio di medaglie durante la Prima Guerra Mondiale e questo lo spingeva a vantarsi di eroismi inventati di sana pianta. Saltava addosso a qualunque donna glielo permettesse e quelle che non glielo permettevano le giudicava irrimediabilmente lesbiche. Rita Haywoerth lo ingaggiò come contabile nonchè, a detta di mio padre, come occasionale ma efficiente prodigatore di minchia.<br />
“Mia madre vince un concorso di bellezza organizzato dalla casa di cosmetici Elmo e nel dicembre del ’38 volò a Los Angeles per incassare il premio. Conobbe un coglione che non s’è mai capito se era o no l’ereda della fortuna degli Spalding degli articoli sportivi. Lo sposò e ne divorziò nel giro di qualche mese. Conobbe mio padre nel ’40 e perse la testa per quanto era bello e per il suo bagaglio di stronzate. Mio padre piantò la moglie e andò a vivere con mia madre. Si sposarono sette mesi prima della mia nascita.<br />
“Mi portavano al cinema e mi incitavano a leggere libri. Sono cresciuto all’epoca del film noir. Mio padre diceva che Rita Hayworth era ninfomane. Johnnie Ray era checca. Lizabeth Scott era lesbica. I musicisti jazz erano tutti dei tossici. L’Algiers Hotel era un rinomato scopatoio. Un nano carogna di nome Mickey Cohen controllava i racket di Los Angeles dalla sua cella nel penitenziario. In realtà Rin Tin Tin era femmina. In realtà Lassie era maschio. Los Angeles era un inferno fuligginoso. Un abitante su tre era guardone o ladro o omosessuale o truffatore o fiutamutande o prostituta o strafatto di ero o magnaccia. Gli altri due terzi della popolazione erano composti di culistretti che cercavano di resistere all’impulso di sbirciare, rubare, truffate, omosessuare, strafarsi, fiutare mutande.<br />
“A nove anni conobbi una versione concentrata di quanto sopra. La conobbi perché il 22 giugno 1958 qualcuno trucidò mia madre e riuscì a passarla liscia”.<br />
Un altro che è riuscito a passarla liscia è O.J.Simpson a cui Ellroy aveva dedicato un ritratto su GQ, scritto quando il processo contro l’ex star del football accusato di aver ucciso l’ex moglie e un presunto fidanzato di lei, era ancora in corso e fa parte di questa antologia con il titolo “Sesso, lusso e soldi”.<br />
L’analisi di Ellroy è lucida e spietata. Mentre la stampa dozzinale e le televisioni spazzatura si gettavano sul processo come iene affamate, lui scriveva: “In fondo il doppio omicidio Simpson/Goldman è un delitto dozzinale. Se togliete la celebrità del sospetto omicida e il fascino dell’ambiente dello spettacolo vi resterà un crimine improvvisato”. È un affresco rinascimentale la descrizione che Ellroy fa di O.J. Simpson, uno che ha sistematicamente e brutalmente pestato la moglie per tutti gli ultimi cinque anni della sua vita, dandole in cambio il privilegio di guidare una Ferrari.<br />
“Il caso O.J.Simpson è un gigantesco romanzo russo ambientato a Los Angeles”, scrive Ellroy. “La storia si svolge a Los Angeles perché è il miglior posto sulla faccia della terra dove farsi gonfiare le tette o l’uccello. Il sogno di O.J. Simpson era diventare bianco. Il sogno di Ron Goldman era diventare attore. A Nicole bastava quella celebrità di seconda mano che deriva dall’andare a letto con uomini famosi. Il rapporto fra Nicole e O.J. fu equivoco e collusivo sin dall’inizio. Lui prendeva  bordo l’esatto tipo di bionda mozzafiato su cui cinquant’anni di cultura popolare gli avevano insegnato a sbavare. Lei prendeva a bordo un bell’uomo famoso e ricco, per di più immaturo e quindi, secondo lei, facile da dominare. Entrambi si avviarono verso Hollywood. O.J. portò con sè Nicole e la fece diventare celebrità dipendente con lo stesso principio per cui i papponi fanno diventare droga-dipendente le loro puttane. La portò in un mondo dove lui era un cittadino di seconda classe. I suoi amici non avevano di meglio da offrirgli che ruoli marginali in filmetti comici di quart’ordione. Era impossibile fare di lui una star del cinema, non tanto per la gamma espressiva degna di una tartaruga, quanto perché a Hollywood la sua immagine era quella di leccaculo di potenti”.<br />
E anche la sua immagine durante il processo non è che fosse tanto diversa. “O.J. si è ficcato nel vicolo cieco dei vigliacchi, dice secco Ellroy, non ha cuore di cambiare vita e per togliersela ci vuole immaginazione: devi trovarti in uno stato di dolore talmente intollerabile da farti preferire qualunque cosa alla sofferenza. E per fare questo lui non ha le palle&#8221;.</p>
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		<title>Il &#8220;quarto uomo&#8221; dei &#8220;cinque di Cambridge&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Mar 2009 10:38:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Il primo giorno di una nuova vita ha luci, sapori, suoni, frenesie diverse. Sia che si tratti di un nuovo amore, che della diagnosi di una malattia incurabile. Quella mattina del 15 novembre 1979, a settantadue anni, per sir Anthony Blunt, il primo giorno di nuova vita deve essere stato a dir poco febbrile. Il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-232 aligncenter" title="Anthony Blunt (Courtesy of the Courtald Institute, from &quot;Anthony Blunt: His Lives&quot;)" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/bluntpic1200.jpg" alt="Anthony Blunt (Courtesy of the Courtald Institute, from &quot;Anthony Blunt: His Lives&quot;)" width="200" height="251" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il primo giorno di una nuova vita ha luci, sapori, suoni, frenesie diverse</strong>. Sia che si tratti di un nuovo amore, che della diagnosi di una malattia incurabile. Quella mattina del 15 novembre 1979, a settantadue anni, per <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Anthony_Blunt" target="_blank">sir Anthony Blunt</a>, il primo giorno di nuova vita deve essere stato a dir poco febbrile. Il fatto era che, per sir Anthony, nuovi amori non se ne prospettavano e la malattia incurabile gliel’avevano già diagnosticata e lui, per tutta risposta, l’aveva affogata nel gin.<br />
Era la pubblica ignominia che non riusciva a gestire. Già, perché quella mattina l’allora primo ministro, signora Margaret Thatcher, si apprestava ad annunciare alla nazione inglese che sir Anthony Blunt, durante la seconda guerra mondiale, era stato una spia russa, un traditore. Proprio quel Blunt curatore della collezione personale dei dipinti della Regina, una delle massime autorità mondiali su Poussin, direttore dell’istituto  Warburg, nonché della fondazione Courtauld &#8211; due delle più influenti istituzioni mondiali in campo artistico. <span id="more-107"></span><br />
<strong>Sir Anthony Blunt, dirà la signora Thatcher, era reo confesso, </strong>ma il governo che l’aveva preceduta gli aveva garantito l’immunità in cambio di collaborazione. Sì, sir Anthony era stato il fantomatico “Quarto uomo” del circolo di spie conosciuto come “i cinque di Cambridge” – tutti provenivano dai circoli più elitari di quell’università &#8211; dove gli altri compari erano: Guy Francis de Moncy Burgess, figlio di un ufficiale di marina; Harold Adrian Russel Philby, meglio conosciuto col nome di battaglia di Kim; Donald Duart MacLean, figlio di un ministro liberale; John Cairncross, che era l’unico vero proletario del gruppo, uno che parlava con un rozzo accento scozzese che lo avrebbe tenuto lontano dai circoli aristocratici, uno che detestava Blunt anche se fu proprio Blunt a segnalarlo allo spionaggio sovietico per riconosciute qualità professionali. Cairncross  era il “Quinto uomo”, l’ultimo a venire scoperto e il più pericoloso del gruppo: documenti segreti recentemente declassificati indicano che fu lui a fornire ai russi le informazioni su come costruire la loro prima bomba atomica.<br />
Le imprese spionistiche del gruppo risalivano ai primi anni Trenta e andarono avanti ben dopo la fine della seconda guerra mondiale. Nessuno dei cinque fu mai sottoposto a processo perché, a parte Blunt, restio ad abbandonare il suo mondo di privilegi e, nello stesso tempo, sicuro di avere garantita l’immunità, tutti gli altri ripararono in Unione Sovietica dove furono accolti da eroi.<br />
La decisione di Blunt di collaborare con il controspionaggio britannico risaliva al 1964 e prevedeva un accordo di totale immunità. Il tutto sarebbe rimasto fra le mura dell’MI5, lo spionaggio inglese se, nell’estate del 1976, il giornalista radiofonico della BBC, Andrew Boyle, non avesse avuto l’incarico, dall’editore Hutchinson, di scrivere una storia sulle spie di Cambridge che uscì tre anni più tardi con il titolo “The Climate of Treason”. Boyle era al corrente delle voci che giravano intorno al nome di Blunt e prese a lavorare alla tesi che sir Anthony fosse, appunto, il quarto uomo. Non riuscendo a trovare delle prove conclusive, nel libro, Blunt veniva indicato col nome di “Maurice” &#8211; citazione da un romanzo di E.M.Forster dove il protagonista è un accademico omosessuale di Cambridge che, come Blunt, aveva tradito gli ideali della sua classe privilegiata.<br />
A ridosso dell’uscita del libro cominciarono, sulla stampa, le prime indiscrezioni, le prime domande imbarazzanti: chi è Maurice? Maurice è Anthony Blunt? A queste domande Boyle, temendo possibili ritorsioni legali, rispondeva che l’unica fonte autorizzata a rispondere era il governo. E, visto che anche il governo non riusciva più a tenere lo scandalo soffocato, così fu.<br />
Per Blunt il peggio non era essere esposto al pubblico ludibrio, bensì essere privato del titolo nobiliare, essere costretto a dimettersi dalle prestigiose istituzioni culturali che dirigeva, dover abbandonare l’incarico di curatore della collezione d’arte della regina. Blunt, l’intoccabile, era divenuto un paria.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-106 aligncenter" title="L'intoccabile, un romanzo di John Banville" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/lintoccabile.jpg" alt="L'intoccabile, un romanzo di John Banville" width="140" height="220" /></p>
<p><strong>È proprio dalla figura di Blunt,</strong> che John Banville, raffinatissimo scrittore irlandese, ha preso spunto per il suo ultimo romanzo dal titolo “<em>L’intoccabile</em>” (Guanda editore), un gioco semi-biografico dove l’uomo Blunt si trasforma nel suo doppio Victor Maskell: entrambi spie per noia, spie per gioco; entrambi omosessuali – nel gruppo lo erano tutti meno Philby. Certo Banville si permette piccole licenze letterarie rispetto al suo modello umano, e il risultato è, comunque, più forte e devastante della biografia canonica, piena di dati e note a margine, come lo fu, per esempio, “Conspiracy of Silence: la vita segreta di Anthony Blunt”, scritto, a metà degli anni Ottanta, dai giornalisti Barrie Penrose e Simon Freeman.<br />
Victor Maskell, come sir Anthony, viene smascherato come spia e traditore. Annota Victor, nelle pagine del libro: «Mi sento come un bambino alla fine di una festa: una palpitazione nella regione del diaframma e una sorta di frenesia in tutto il corpo. L’eccitazione unita al terrore è una miscela inebriante. La pubblica ignominia è una strana cosa. Non mi riconosco nella versione pubblica di me che viene messa in giro proprio adesso. Oggi ho mantenuto la calma davanti a quel branco di sciacalli dei giornalisti. Sono stato grandioso. Gelido, asciutto, equilibrato. Sono un grande attore, è questo il segreto del mio successo». Entra in scena il personaggio di Miss Vandeleur, giornalista che vuole scrivere un su Maskell e chiede: «Perchè l’ha fatto? ». La risposta è identica a quella realmente data da Blunt ad un amico, membro della fondazione Coultard, che gli aveva chiesto la stessa cosa: «Cow-boy e indiani, mio caro, cow-boy e indiani».  Bisogno di divertirsi, paura della noia, un grande gioco in cui i sentimenti politici c’entravano ben poco. Più che l’attrazione verso l’Unione Sovietica, dietro quelle scelte, c’era piuttosto l’odio che l’aristocrazia inglese nutriva verso i barbari americani. Spiega Maskell a Miss Vandeleur: «Per l’odio per l’America, naturalmente. Deve capire, l’occupazione americana dell’Europa era per molti di noi una calamità peggiore di un’eventuale vittoria tedesca. I nazisti, almeno, erano un nemico chiaro e visibile».</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-108 aligncenter" title="John Banville" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/john-banville-300x288.jpg" alt="John Banville" width="300" height="288" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Banville, come spiega il fascino che l’ideologia populista comunista riusciva ad avere su un gruppo così sofisticato di aristocratici e intellettuali inglesi? Era veramente, come dice il suo personaggio, una reazione contro la crescente egemonia americana? Era una reazione incolsunta di gente cresciuta per governare un impero che, all’improvviso, si ritrova in uno stagno in cui a comandare sono gli americani?</strong><br />
«Sì, credo che la loro sia stata, fondamentalmente, una reazione anti-americana. Vedevano l’invasione americana dell’Europa non certo migliore di quella dei nazisti. Come dice Maskell, sarebbe stato meglio che la Germania avesse vinto la guerra perché, almeno, avremmo trattato con un nemico di cui conoscevamo le caratteristiche. Ma c’era anche qualcos’altro. Questa era una generazione di giovani che aveva scampato la prima guerra mondiale, non erano morti, come molti loro coetanei e come tutti i giovani nell’Inghilterra degli anni Venti si consideravano dei sopravvissuti e convivevano con forti sensi di colpa. Si sentivano traditi dalla generazione precedente, quella dei generali, dei padri e l’unico modo di rivalsa era uccidere i padri, passando ad una religione, ad una ideologia totalmente opposta a quella in cui loro credevano. La cosa di cui sono quasi certo è che nessuno di loro fosse, comunque, marxista convinto».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sir Anthony Blunt non fu mai processato nonostante molti indizi di colpevolezza puntassero diritto su di lui. Come mai?</strong><br />
«Fin dall’inizio degli anni Sessanta il controspionaggio inglese sapeva che sir Anthony era una spia. Io credo che quando lui fu confrontato riuscì a strappare un accordo di cui, tuttora, nessuno conosce i termini. Io credo che tutto risalga ad una sua missione in Germania nel 1945, poco dopo la sua nomina a curatore della collezione privata dei dipinti di casa reale che avvenne il 28 aprile, due giorni prima del suicidio di Hitler nel bunker di Berlino. Su diretta richiesta di re Giorgio VI, Blunt, fu spedito al castello di Schloss Kronberg, nei pressi di Francoforte, residenza del principe Filippo von Hesse. Il re era sicuro che fra le carte che venivano conservate al castello ci fossero lettere scritte dalla regina Vittoria alla figlia primogenita, l’imperatrice Federica, moglie di Federico di Prussia e lettere della Regina Mary ai suoi parenti tedeschi. Ma questo era il pretesto. La missione vera era un’altra. Esisteva il forte sospetto dell’esistenza di lettere e documenti che avrebbero provato le simpatie filo naziste del fratello del re, il Duca di Windsor, che aveva abdicato per sposare la divorziata americana Wally Simpson. E l’idea che carte di questa importanza potessero cadere in mano americana e magari sulle prime pagine dei loro giornali, era più che sufficiente per giustificare una missione segreta. Il castello di Schloss Kronberg veniva allora usato come un club dell’esercito americano. Blunt riuscì a trovare la contessa Margaret von Hesse che alloggiava in una casa del villaggio e le mostrò la lettera di re Giorgio VI in cui si chiedeva di consegnare le famose carte al suo emissario. La contessa scrisse una nota all’ufficiale americano iresponsabile del castello, ma questi, per nulla impressionato da quelle missive con tanto di stemmi reali, decise di chiedere l’autorizzazione a un suo superiore. Blunt capì immediatamente che quelle carte non sarebbero mai uscite di lì e decise di prendere l’iniziativa: mentre l’ufficiale era al telefono si precipitò in soffitta e se la svignò con due scatole che contenevano i documenti incriminati prima che gli americani si accorgessero di niente.<br />
Il fatto era che quei documenti avrebbero dimostrato un accordo fra Hitler e il Duca di Windsor che se e quando i tedeschi avessero invaso l’Inghilterra, lo avrebbero rimesso sul trono. Io sono quasi certo che Blunt tenne per sè alcuni di quei documenti e con quelli ricattasse il governo inglese altrimenti non vedo come possa aver ottenuto l’immunità».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come le è nata l’idea di scrivere un romanzo su Anthony Blunt?</strong><br />
«Sono sempre stato interessato dalla vicenda delle spie di Cambridge. Ricordo perfettamente la conferenza stampa che Anthony Blunt tenne il giorno dopo essere stato smascherato da Margaret Thatcher. Ero assolutamente affascinato dalla sua freddezza, dal suo autocontrollo, dall sua gelida ironia. Ricordo che mia moglie mi disse: avresti potuto inventarlo tu un personaggio così. Risposi: credo proprio che dovrò inventarlo».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come si è documentato per scrivere un romanzo che è una biografia, ma che è essenzialmente un’opera di fantasia?</strong><br />
«Le confesso di non avere letto molto sulle spie di Cambridge. Alla fine del mio libro cito alcuni titoli per coloro che volessero approfondire l’argomento, ma è tutto lì. In narrativa più ricerche fai e peggio: rischi di far inaridire l’immaginazione. Sapevo abbastanza di Anthony Blunt per poterlo dimenticare e andare avanti con il mio personaggio. L’importante, per me, è trovare il ritmo. Le confesso che ho passato un anno per scrivere il primo paragrafo e due anni per le seguenti venti pagine. Ricominciavo ogni volta daccapo. Non riuscivo a prendere il ritmo, non lo sentivo nella testa, poi, a un certo punto, il racconto ha cliccato e ho scritto il resto del libro in un anno circa».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quello che appare straordinario, nel suo romanzo, ma anche nelle cronache reali della vicenda delle spie di Cambridge, è il dilettantismo del loro comportamento. Nessuno di loro, poi, se non Cairncross è stipendiato dai russi e Cairncross accettò i soldi solo perché doveva pagare i conti del dentista. Un atteggiamento che fa venire alla mente quella figura tipicamente britannica del “dilettante vittoriano”.</strong><br />
«Certo. Il “dilettante vittoriano” è un elemento prezioso per la Gran Bretagna che proprio sul dilettantismo ha costruito uno dei più grandi imperi della storia. Il dilettante vittoriano fa parte della società britannica dove il potere è nelle mani di una classe rarefatta di uomini che hanno sì il potere, ma non devono far vedere di prenderlo troppo seriamente. In modo curioso, guardi, il governo Blair è un governo di dilettanti vittoriani. Blair è la quintessenza del dilettantismo, del felice entusiasta, Blair non è un politico cinico, crede veramente nelle cose che dice. Fra qualche anno forse cambierà, ma per il momento è così. Comunque tornando alle nostre spie dilettanti per i loro controllori sovietici la vita non doveva essere facile. Burgess era uno che si girava tutti i pub di Londra dicendo a tutti che faceva la spia e a volte entrava anche nei dettagli e la gente intorno pensava quanto era divertente. I russi diventavano matti, ma, con loro, era prendere o lasciare».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Victor, il suo personaggio si descrive come un marxista at a distance. Era lo stesso per Blunt? </strong><br />
«Certo è un atteggiamento aristocratico. Il gruppo si identificava come una società segreta, non per nulla tutti avevano cominciato insieme a Cambridge nella società segreta degli Apostoli, una società di gentiluomini, erano loro contro il resto del mondo. Eppoi fra di loro avevano molte cose in comune: l’educazione, il retroterra sociale, la sessualità: non dimentichiamoci che, a parte Philby, erano tutti omosessuali che vivevano in un loro mondo segreto e credo che lo spionaggio desse loro quella patina di serietà che sentivano mancare. Finalmente avrebbero potuto bere tutto lo champagne che volevano, sedurre tutti gli uomini che volevano: dietro avevano questa ideologia che li faceva automaticamente diventare gente seria. Se ci pensa è un grande modo di vivere».</p>
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