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	<title>Au Lapin Agile &#187; Biografia</title>
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		<title>Joe Kennedy: l&#8217;immagine è realtà</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Dec 2009 21:06:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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A scoprire l’importanza dell’immagine e la forza politica dei mezzi di comunicazione di massa fu per primo Joseph P. Kennedy, il padre del presidente degli Stati Uniti assassinato a Dallas. Una recente biografia (Joseph P.  Kennedy presents. His Hollywood years, editore Knopf) ne rivela il carattere visionario e astuto. Un uomo per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--[if gte mso 10]> <mce:style><! /* Style Definitions */ table.MsoNormalTable {mso-style-name:"Tabella normale"; mso-tstyle-rowband-size:0; mso-tstyle-colband-size:0; mso-style-noshow:yes; mso-style-parent:""; mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt; mso-para-margin:0cm; mso-para-margin-bottom:.0001pt; mso-pagination:widow-orphan; font-size:12.0pt; font-family:"Times New Roman"; mso-ascii-font-family:Cambria; mso-ascii-theme-font:minor-latin; mso-fareast-font-family:"Times New Roman"; mso-fareast-theme-font:minor-fareast; mso-hansi-font-family:Cambria; mso-hansi-theme-font:minor-latin; mso-bidi-font-family:"Times New Roman"; mso-bidi-theme-font:minor-bidi;} --> <!--[endif]--> <!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><em><span style="font-size: 10pt;">A scoprire l’importanza dell’immagine e la forza politica dei mezzi di comunicazione di massa fu per primo Joseph P. Kennedy, il padre del presidente degli Stati Uniti assassinato a Dallas. Una recente biografia</span></em><span style="font-size: 10pt;"> (</span><span style="font-size: 10pt;">Joseph P.  Kennedy presents. His Hollywood years</span><em><em><span style="font-size: 10pt;">, <em>editore Knopf</em></span></em></em><span style="font-size: 10pt;">)</span><em><em><span style="font-size: 10pt;"> </span><em><span style="font-size: 10pt;">ne rivela il carattere visionario e astuto. Un uomo per cui niente contava nella vita se non il proprio tornaconto.</span></em></em></em></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><strong>Prima di Silvio Berlusconi e Rupert Murdoch c’era Joseph Patrick Kennedy.</strong> Ad affermare per primo che «l’immagine è realtà» non è stato, come si potrebbe credere, il patron di Mediaset e dintorni o il mega magnate australiano di News Corporation, bensì proprio quel Joseph, capostipite della dinastia Kennedy, padre di un presidente degli Stati Uniti (John, ucciso a Dallas, Texas), di due senatori (Robert e Edward) e nonno di una mancata senatrice (Caroline, la figlia di John, che ha rinunciato a ereditare il feudo nuovaiorchese che era stato di suo zio Robert e recentemente lasciato libero da Hillary Clinton salita a più alti incarichi governativi). </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-740" title="Joseph Kennedy" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/josephkennedy-432x300.jpg" alt="Joseph Kennedy" width="432" height="300" /><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;">L’interesse di Joseph (“Joe”) Kennedy per la nascente industria cinematografica risale al 1919, al tempo in cui, per conto della banca per cui lavorava, aveva scoperto che quel business poteva trasformarsi, con un’oculata gestione, in una miniera d’oro. La televisione non era stata ancora inventata e la Hollywood dei film muti muoveva i suoi primi incerti passi in un panorama sociale appannaggio di emigrati ebrei tedeschi della diaspora: Carl Laemmle, Louis B. Mayer, Marcus Loew, Adolph Zuckor. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;">Joe Kennedy piantò tutto e si buttò anima e corpo nell’avventura che la maggior parte dei suoi colleghi banchieri guardava dall’alto in basso senza prenderla sul serio: troppa improvvisazione, troppa mancanza di regole. Ma era proprio questo vuoto normativo che affascinava Kennedy. Certo era che prima di allora nessuno era mai sbarcato a Hollywood proveniente nientemeno che da Wall Street. La sorpresa di tutti fu riassunta dall’uscita di Marcus Loew, futuro magnate della MGM: «Un banchiere? E dire che pensavo che questo mestiere fosse roba da pellai».</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><span id="more-737"></span>Questa e altre storie sono raccontate da Cari Beauchamp in un libro uscito settimana scorsa negli Stati Uniti dal titolo “<em>Joseph P. Kennedy presents. His Hollywood years</em>”, editore Knopf. Sugli anni hollywoodiani del patriarca è sempre stato scritto poco, vuoi perché i biografi hanno finito per soffermarsi con più attenzione sulle altre sue attività &#8211; è stato, fra l’altro, il primo presidente della commissione di Borsa, ambasciatore in Gran Bretagna, nonché padre di un presidente &#8211; vuoi perché quasi tutte le notizie che lo riguardano, compresa la storia che avrebbe trafficato in contrabbando di alcolici nel periodo del proibizionismo, erano basate su fonti secondarie, articoli di giornale su cui Joe aveva avuto possibilità di intervenire, censurare, suggerire, inventare. Il suo amore per la segretezza è riassunto in una sua celebre uscita: «Non lasciare mai niente di scritto che un giorno non vorresti vedere ripreso sulla prima pagina del <em>New York Times</em>». Non solo: qualsiasi traccia cartacea Joe Kennedy si fosse lasciato dietro nel corso della vita è stata accuratamente messa sotto chiave e in seguito consegnata alla gestione della John F. Kennedy Library che solo recentemente ha permesso che alcune di queste carte riapparissero dall’oblio. Anche se col contagocce e sotto stretto controllo. Quello che Beauchamp è riuscita a sbirciare rivela il profilo di un uomo d’affari tanto visionario e astuto quanto guardingo &#8211; e perchè no, un po’ gaglioffo &#8211; per cui niente contava nella vita se non il proprio tornaconto personale.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-741" title="Gloria Swanson fu per anni l'amante di Joseph Kennedy" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/427px-gloria_swanson-james_abbe_1921-213x300.jpg" alt="Gloria Swanson fu per anni l'amante di Joseph Kennedy" width="213" height="300" /><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;">Sbarcato a Hollywood, Joe Kennedy acquisterà per 1.1 milioni di dollari lo studio FBO (Film Booking Offices) e comincerà la scalata nel mondo della celluloide senza guardare in faccia nessuno: fosse Fred Thomson, il cow boy che spopolava sugli schermi dell’epoca, a cui rovinò la carriera e distrusse la vita con un contratto capestro, o fosse Gloria Swanson, la diva del muto sposata con il marchese Henri de la Falaise de la Coudraye (il terzo dei suoi sei mariti), per anni sua amante che Joe, di punto in bianco, piantò lasciandola con debiti (fatti da lui, ma imputati alla società dell’attrice) per quasi un milione di dollari. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><img class="aligncenter size-full wp-image-738" title="FBO" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/fbologo27.jpg" alt="FBO" width="100" height="104" /><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;">Kennedy, dopo aver fatto il bello e il cattivo tempo, dopo essere arrivato a gestire contemporaneamente tre studi e una catena di sale cinematografiche &#8211; caso unico nella storia di Hollywood &#8211; aveva fiutato l’aria che cambiava: si era alla vigilia dela Grande Depressione e del crollo di Borsa del 1929. Se ne era così tornato sulla costa dell’est dopo essersi disfatto, con grande acume e preveggenza, delle partecipazioni azionarie nello neo-nato studio RKO (quello che produrrà capolavori come King Kong e Citizen Kane), creato nell’ottobre del 1928, da una fusione della sua FBO con altre due società. Incassati 5 milioni di dollari, era ormai tempo di occuparsi di altro. Come acquistare il Chicago’s Merchandise Mart, il più grande edificio di uffici al mondo il cui attuale presidente è un suo nipote, Christopher Kennedy. Come diventare, nel 1937, su incarico del presidente Franklin D. Roosevelt, ambasciatore presso la corte d’Inghilterra finendo però per essere richiamato a causa di una serie di gaffe diplomatiche che gli precluderanno qualsiasi futura velleità politica: si era dichiarato a favore dell’isolazionismo, cercava di promuovere le relazioni con la Germania nazista ed era incorso in una serie di “sfortunate” esternazioni antisemite.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><img class="aligncenter size-full wp-image-739" title="RKO" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/rkologo1cp5.jpg" alt="RKO" width="300" height="227" /><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;">Esiliato dalla luce dei riflettori, ma non dalla gestione occulta del potere, fu lui che gestì nell’ombra, e con successo, la campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti del figlio John. Morirà a 81 anni, nel 1969, paralizzato su una sedia a rotelle, lasciandosi dietro un’eredità valutata in mezzo miliardo di dollari e una scia di segreti non ancora portati alla luce.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><em><em><br />
</em></em></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><em><em> </em></em></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"><em><em> </em></em></span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Il dipinto segreto di Leonardo (il vero Codice da Vinci) e il suo scopritore</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2009 21:15:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Il segreto di Leonardo sta in un&#8217;intercapedine scoperta da uno scienziato italiano dell’Università di California nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze. Si tratta della Battaglia di Anghiari, il celebre murale di Leonardo scomparso 500 anni fa. Riportare alla luce l’affresco di Leonardo è un compito arduo (da un punto di vista tecnico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-641" title="L'ingegner Maurizio Seracini analizza gli affreschi di Vasari nel Salone dei 500 in Palazzo Vecchio a Firenze. Foto Laila Pozzo" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/05/seracini1-340x300.jpg" alt="L'ingegner Maurizio Seracini analizza gli affreschi di Vasari nel Salone dei 500 in Palazzo Vecchio a Firenze, courtesy Laila Pozzo" width="340" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Il segreto di Leonardo sta in un&#8217;intercapedine scoperta da uno scienziato italiano</strong> dell’Università di California nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze. Si tratta della <em>Battaglia di Anghiari</em>, il celebre murale di Leonardo scomparso 500 anni fa. Riportare alla luce l’affresco di Leonardo è un compito arduo (da un punto di vista tecnico e ancor più da un punto di vista burocratico) che si è dato, sin dagli anni Settanta, uno scienziato italiano, l&#8217;ingegner Maurizio Seracini, direttore di <a title="Cisa3" href="http://cisa3.calit2.net/" target="_blank">CISA3</a> (<em>Centro di scienze interdisciplinari per le arti, l’architettura e l’archeologia dell’Università di California a San Diego</em>). Come? Scopriamolo insieme a lui in questa intervista esclusiva, seguita dal video di una sua conferenza tenuta a UCSD su questa incredibile ricerca.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-637"></span><strong>«Come sveleremo il segreto della Battaglia di Anghiari di Leonardo? Bella domanda»</strong>. Sorride Maurizio Seracini, 60 anni, fiorentino, ingegnere biomedico, nel suo ufficio del CISA3, il Centro di scienze interdisciplinari per le arti, l’architettura e l’archeologia dell’Università di California a San Diego di cui è direttore. «Lo faremo mettendo la scienza al servizio dell’arte. Lo faremo con tecniche avanzatissime che quando se ne parlava trent’anni fa, quando studiavo qui, alla facoltà di ingegneria biomedica, avevano il sapore della fantascienza. Si vagheggiava di attivazione neutronica, di gammagrafia, di autoradiografia, oggi tecniche comuni. Lo faremo viaggiando virtualmente all’interno delle pareti del Salone dei 500. Lo faremo soprattutto con una sofisticatissima macchina per attivazione neutronica che abbiamo cominciato a mettere a punto nel 2008 con colleghi scienziati dei laboratori di fisica nucleare del centro di Los Alamos, quello dove negli anni Quaranta lavorò anche Enrico Fermi. Il progetto di questa apparecchiatura è poi stato portato avanti prima con colleghi dell&#8217;Univesità di Delft in Olanda e infine con ricercatori dell&#8217;Università di S.Pietroburgo, in Russia. Si tratta di una macchina che qualcuno ha soprannominato &#8220;sputa neutroni&#8221; che, in modo non invasivo, potrà dirci se dentro un muro, dietro a una parete, si nascondano elementi chimici associabili a pigmenti pittorici». Il muro di cui Seracini sta parlando è quello della sala del Gran Consiglio, in Palazzo Vecchio a Firenze, su cui Leonardo nel 1505 cominciò a dipingere la Battaglia di Anghiari e che andò “perso” nel 1563 allorché Giorgio Vasari rimodellò e riaffrescò la sala creando l’attuale Salone dei 500. È dagli anni Settanta che Seracini gli dà la caccia. Ma allora, anche il meglio che la scienza metteva a disposizione non era abbastanza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutta colpa delle stelle. </strong>«Come sono finito io, ingegnere biomedico, a trovarmi coinvolto con Leonardo? Tutta colpa delle stelle, degli americani e dei sovietici che in quello scorcio di anni Sessanta si sfidavano a colpi di astronauti e astronavi alla ricerca di primati spaziali. Faccio parte della generazione cresciuta con il mito kennedyano della Nuova Frontiera, della conquista dello spazio. E già prima dello sbarco dell’uomo sulla Luna – prima di quell’agosto del 1969 – anch’io volevo essere della partita. Come? Sognavo di diventare astronauta. Per cui prendo e parto per gli Stati Uniti a studiare ingegneria aerospaziale all’Università del Kansas. Era l’anno 1967 e i miei genitori avevano perso tutti i loro beni durante l’alluvione di Firenze l’anno prima. Così, per mancanza di supporto finanziario, dopo meno di un anno devo tornare a Firenze. Ma non mi perdo d’animo. Mi metto a lavorare nella pasticceria di mio padre e due anni più tardi sono pronto a ripartire per l’Università della California a San Diego per studiare ingegneria biomedica, una nuova disciplina ancora sconosciuta in Italia, ma che coniugava due mie passioni: l’ingegneria e la medicina, appunto. Nonostante che alla fine del primo anno i miei risparmi finissero, riesco a mantenermi agli studi con borse studio e mi laureo nel 1973 “summa cum laude”. Continuo a studiare per il Dottorato di ricerca fino alla fine del 1974 quando sono richiamato in Italia per il servizio militare e, visto che devo stare in Italia, mi laureo in ingegneria elettronica all’Università di Padova dove mi iscrivo anche alla Facoltà di medicina. Nel frattempo però devo trovare qualcosa da fare. Ma cosa?»</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si può sbirciare dentro un muro? </strong>Sarà il caso a decidere. «In California avevo conosciuto il professor Carlo Pedretti, probabilmente il massimo esperto di Leonardo al mondo, docente di storia dell’arte presso l’Università della California a Los Angeles (UCLA) di cui, da studente, seguivo i corsi per mia personale passione. Lo incontro per strada a Firenze. Stava conducendo una ricerca su documenti relativi alla Battaglia di Anghiari. Mi chiede: secondo te, con il tipo di tecnologia non invasiva che stavi studiando a San Diego, non si potrebbe “sbirciare” sotto le pareti del Salone per cercare la Battaglia senza danneggiare gli affreschi di Vasari? In effetti a San Diego avevo avuto modo di studiare e fare esperienza sui primi ecografi e l’idea non era sbagliata: se potevamo “guardare” dentro un corpo umano perché non sotto uno strato di pittura? Il progetto mi affascina».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È il 1976 quando parte l’avventura</strong>. Insieme a Seracini lavora un restauratore americano, Travers Newton e un fisico dell’Università di California, John Asmus. I primi finanziamenti arrivano, grazie all’interessamento di Pedretti, dalla Kress Foundation. L’amministrazione comunale di Firenze assegna loro, come sede, una stanza in Palazzo Vecchio e fa montare un’impalcatura nel Salone dei 500.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-639" title="L'ingegner Maurizio Seracini nel Salone dei 500 in Palazzo Vecchio a Firenze" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/05/8-451x300.jpg" alt="L'ingegner Maurizio Seracini nel Salone dei 500 in Palazzo Vecchio a Firenze" width="451" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo la maggior parte degli studiosi, la Battaglia sarebbe andata irrimediabilmente perduta</strong> all’epoca della ristrutturazione vasariana. Eppure, faceva notare Pedretti, Vasari aveva fatto altrove trasformazioni architettoniche simili cercando di non distruggere eventuali opere d’arte esistenti. Nella chiesa di Santa Maria Novella, Vasari aveva avuto l’incarico di costruire un nuovo altare proprio a ridosso di una parte dell’affresco della Trinità di Masaccio: lui lo aveva salvato proteggendolo con una parete di mattoni e un’intercapedine. Avrebbe potuto mai Vasari distruggere un murale di Leonardo, seppure non terminato?</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-642" title="Copia della Battaglia di Anghiari, Rubens, courtesy Editech" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/05/battle_of_anghiari-422x300.jpg" alt="Copia della Battaglia di Anghiari, Rubens, courtesy Editech" width="422" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leonardo contro Michelangelo.</strong> La Battaglia di Anghiari fu commissionata a Leonardo da Vinci nel 1504 dal gonfaloniere Pier Soderini per commemorare lo scontro del 29 giugno 1440 fra le truppe fiorentine alleate delle milizie pontificie di Papa Eugenio IV, che sconfissero presso Anghiari, nel territorio di Arezzo, le forze preponderanti del Duca di Milano, Francesco Maria Visconti. Nel contempo a Michelangelo Buonarroti fu chiesto di raffigurare la Battaglia di Càscina, avvenuta il 28 luglio 1364 tra le truppe pisane e quelle fiorentine, in cui queste ultime vendicarono la sconfitta subita pochi mesi prima. I due affreschi, che avrebbero dovuto essere alti 7 metri e larghi 17, realizzati su pareti fronteggianti, avrebbero concluso i lavori di costruzione della Sala del Maggior Consiglio della Repubblica di Firenze, su progetto di Fra’ Girolamo Savonarola, realizzati da Antonio da Sangallo. Il 4 maggio 1504 Pier Soderini anticipò a Leonardo 25 fiorini con un contratto che prevedeva un anno di tempo per finire il cartone preparatorio, senza comunque legare il disegno a nessuna preventiva autorizzazione. Per il cartone Leonardo adoperò 29 quaderni di fogli reali, 88 libbre di farina per impastarlo, tre teli di stoffa di lenzuolo per orlarlo. Terminato il cartone, Leonardo cominciò a dipingere nella sala del Gran Consiglio il 6 giugno 1505, data che è possibile stabilire grazie alla fortuita scoperta di due manoscritti rinvenuti nel 1967 nella Biblioteca Nazionale di Madrid.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-646" title="La scritta &quot;Cerca Trova&quot;, courtesy Editech" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/05/cerca_trova-225x300.jpg" alt="La scritta &quot;Cerca Trova&quot;, courtesy Editech" width="225" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cerca trova</strong>. I lavori di ricerca dell’equipe di Seracini partirono subito col piede giusto. «Uno degli indizi più interessanti», racconta «venne alla luce non appena fu montato il ponteggio mobile nel Salone. Stavo studiando la battaglia di Marciana in Val di Chiana, l’affresco dipinto da Vasari sulla parete est nel 1563, quando mi trovai davanti a uno stendardo, retto da un fante dell’esercito fiorentino, che recava la scritta “Cerca trova”. Un’iscrizione che nessuno aveva mai documentato e, se per quello, probabilmente neanche mai visto perché era posta così in alto che non si riusciva a vederla neanche dalla balconata: bisognava proprio salire fin lassù. Un vessillo di battaglia? Un motto araldico? Improbabile che fosse l’unico senza nient’altro di simile in nessuna delle altre centinaia di bandiere affrescate in tutta la sala. La cosa da fare era verificarne innanzitutto l’autenticità prelevando un campione per controllare se si poteva considerarlo appartenere alla stessa epoca dello strato pittorico sottostante. Tutti i risultati combaciavano. Che il Vasari avesse voluto lasciare un messaggio per i posteri? Cerca il Leonardo perduto e lo troverai».</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-645" title="L'ingegner Maurizio Seracini davanti alla scrita &quot;Cerca Trova&quot;: un indizio lasciato da Vasari? courtesy Editech" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/05/photo_21-400x300.jpg" alt="L'ingegner Maurizio Seracini davanti alla scrita &quot;Cerca Trova&quot;: un indizio lasciato da Vasari? courtesy Editech" width="400" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il petroliere mecenate. </strong>Nel bel mezzo delle ricerche, ad interessarsi del progetto e a subentrare nei finanziamenti arrivò il petroliere Harmand Hammer, magnate della Occidental Petroleum, un anziano personaggio a dir poco singolare. Il classico americano che si è fatto da solo. A 22 anni, studente di medicina, aveva già guadagnato il suo primo milione di dollari e essendo quello il periodo della rivoluzione bolscevica, affascinato dai cambiamenti sociali in corso, comprò di sua iniziativa ambulanze e medicine e le spedì in Russia. Il gesto gli accattivò la simpatia di Lenin di cui divenne grande amico e che accordò a Hammer la possibilità di commerciare liberamente con la neo-nata Unione Sovietica. In questa sua veste, cinquant’anni dopo, Richard Nixon mise Hammer a capo del programma che avrebbe portato all’apertura politica fra le due superpotenze. Insomma, a parte questi risvolti sociali, Hammer era un grande appassionato d’arte: fra le altre cose nel 1980 acquisterà uno dei più importanti manoscritti di Leonardo, il cosiddetto <em>Codice Leicester</em> – dal nome dello storico proprietario, il conte di Leicester – in cui l’artista si occupava di studi di idraulica e di moti dell’acqua. Il Codice, nel frattempo ribattezzato <em>Codice Hammer</em>, fu a sua volta acquistato nel 1994 da Bill Gates che ne è tuttora il proprietario.<br />
Tornando a noi, il fatto era che all’epoca, in quel 1976, da una parte la tecnologia non era abbastanza sofisticata da riuscire a rilevare un affresco nascosto sotto un muro, dall’altra Seracini e i suoi erano cani sciolti, né guelfi né ghibellini che per di più non stavano con nessun centro di potere cittadino. Di conseguenza la ricerca si interruppe e per il successivo quarto di secolo il progetto fu messo in freezer.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il vero Codice da Vinci</strong>. <em>Fast forward</em>. Passano venticinque anni. «Si immagini una scena da film», dice Seracini. «Siamo nel mio ufficio in via dei Bardi a Firenze, sulla sponda sinistra dell’Arno. Entra un signore, in compagnia di Idanna Pucci, nipote del celebre Emilio lo stilista di grido degli anni Sessanta, che in un perfetto stile britannico si presenta: il mio nome è Guinness, Loel Guinness. Senza fronzoli e senza giri di parole dice che vuole riprendere la ricerca della Battaglia. Scoprirò poi che si tratta dell’erede della famiglia Guinness, produttrice di uno dei marchi di birra più famosi al mondo, nonché presidente del Kalpa, una società che si interessa di finanziare sofisticati progetti interdisciplinari a livello internazionale. E questo aveva attirato la sua attenzione». Per farla breve, sorvolando sugli inutili e perigliosi passaggi burocratici che ci portano ai giorni nostri, il progetto riparte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Arriva Dan Brown.</strong> Bisogna però aprire una piccola, ma importante parentesi. Racconta Seracini: «Nel 2003 esce il romanzo di Dan Brown, “<em>Il Codice da Vinci</em>” che, all’epoca, io non leggo. Lo legge però una mia amica italiana che mi chiama dagli Stati Uniti: complimenti, dice. Complimenti, cosa? Sei nel libro di Dan Brown. In che senso? Come in che senso: si parla di te, sei uno dei personaggi del racconto, <em>sei a pagina 202.</em> Com’è che ero finito, involontariamente, nel libro di Dan Brown? Sempre per colpa, si fa per dire, di Leonardo. In questo caso dell’Adorazione dei Magi, l&#8217;opera che l’artista lasciò, incompiuta, a Firenze, nella casa di Amerigo Benci, quando nel 1482 si trasferì a Milano e che oggi è conservata alla Galleria degli Uffizi. Era accaduto che alla notizia di intraprendere un restauro su quest’opera, era nata una diatriba di chi era a favore e di chi era contrario, che aveva coinvolto, da un lato il sovrintendente ai musei fiorentini e dall’altro autorevolissimi personaggi a livello internazionale – da sir Ernst Gombrich a Carlo Pedretti, a James Beck. Tanto che la sovrintendenza decise di chiedermi di eseguire una approfondita campagna diagnostica al termine della quale sarebbe stata fatta una valutazione sull’opportunità o meno di procedere al restauro».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quel Leonardo non è proprio Leonardo.</strong> Lo studio – che è stato il più approfondito mai eseguito su un’opera di Leonardo – mise in evidenza da un lato che il supporto ligneo del dipinto necessitava di un intervento di restauro e dall’altro che sarebbe stato troppo rischioso per l’integrità pittorica del quadro, procedere a una rimozione seppur parziale delle vernici ossidate che lo ricoprivano.«Nessuno però si aspettava che la pittura monocromatica che vediamo sull’Adorazione non fosse mai stata applicata da Leonardo, ma che si trattasse di aggiunte posteriori. L’esame sui campioni non lasciava adito a dubbio alcuno». Un terremoto. Fino ad allora non un singolo storico dell’arte aveva mai osato sollevare dubbi sulla paternità di Leonardo nella stesura del colore dell’Adorazione. Ma non solo. «Grazie agli esami di riflettografia ad infrarossi», continua Seracini «era emerso un meraviglioso disegno preparatorio, quello sì di mano di Leonardo, che aveva rivelato straordinari segreti, come la presenza di numerose figure di animali, cavalli, la mangiatoia, un piccolo elefantino e l’incredibile schizzo di una sorta di “battaglia per lo stendardo” che non ho potuto fare a meno di ricollegare al nucleo centrale che Leonardo aveva ideato proprio per la Battaglia di Anghiari. Del resto confortato anche da illustri pareri di storici dell’arte, come Antonio Natali, attuale direttore del Museo degli Uffizi. Comunque sia, il tutto è stato documentato in modo inoppugnabile in 2400 riflettogrammi. Certo, chissà come a qualcuno sia venuto in mente di cancellare alla vista proprio questi e altri bellissimi disegni. Forse una censura ecclesiastica? Non lo sapremo mai. Questo è probabilmente il vero Codice da Vinci. Nel nostro caso un vero mistero finalmente svelato».</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-638" title="L'ingegner Maurizio Seracini (da People Magazine)" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/05/20070702-750-100-276x300.jpg" alt="L'ingegner Maurizio Seracini (da People Magazine)" width="276" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il silenzio delle istituzioni.</strong> Nonostante l’entità di una scoperta che cambiava la prospettiva degli studi sull’arte del Rinascimento dopo che generazioni di storici si erano erroneamente pronunciati sulla magia del “non finito”, dei colori, e della tecnica di Leonardo, i risultati delle indagini non furono resi pubblici. Almeno fin quando la notizia venne all’orecchio del corrispondente per l’Italia del <em>New York Times</em> che realizzò una dettagliatissima inchiesta dal titolo “<a href="http://www.nytimes.com/2002/04/21/magazine/the-leonardo-cover-up.html?pagewanted=1" target="_blank"><em>The Leonardo cover up</em></a>”, ovvero il Leonardo occultato. Inutile dire il caos sollevato in tutto il mondo. Giornali e televisioni di qua e al di là dell’Atlantico – a differenza dei media italiani – si mobilitarono per raccontare l’incredibile storia inviando redattori e troupe televisive a Firenze. «È a questo punto», ricorda Seracini «che entra in scena Dan Brown: legge l’articolo, capisce come con opportune iperboli, questa storia si sarebbe potuta trasformare nell’ennesimo mistero che avvolge Leonardo e mi inserisce nel suo libro. Certo, se lo avessi saputo in tempo magari avrei potuto spiegargli che in effetti non c’erano manovre occulte dietro questa scoperta e che il dipinto non era stato affatto nascosto nei depositi degli Uffizi dopo le mie indagini. Ma forse tutto questo a Dan Brown non interessava. Dopotutto stava scrivendo un romanzo e non un libro di storia. In ogni caso, le assicuro, fa un certo effetto ritrovarsi in un romanzo pieno di personaggi inventati».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Entra in scena l&#8217;Università di California</strong>. Ed eccoci arrivati all’ultima decisiva tappa di questa storia. Tappa che vede Maurizio Seracini tornare, in un certo senso, alle origini del suo racconto e cioè alla facoltà di ingegneria dell’Università di California a San Diego che, proprio sulla scia della ricerca della Battaglia di Anghiari e delle scoperte sull’Adorazione dei Magi, gli offre la possibilità di realizzare il progetto che sogna da una vita: creare un centro di ricerca nel campo dei Beni culturali. Nasce così il “Centro di scienze interdisciplinari per l’arte, l’architettura e l’archeologia” – abbreviato in <em>CISA3</em> – di cui lo nominano direttore. Ed è così che ora, ad avallare il rigore scientifico della ricerca c’è una delle più importanti istituzioni universitarie al mondo. Chissà però se la burocrazia italiota, le guerre fra guelfi e ghibellini che ancora oggi, imperterrite, si combattono nella cerchia muraria del comune di Firenze, lascerà che questa volta la ricerca del murale di Leonardo sia finalmente portata a compimento.«Intanto un primo successo lo abbiamo avuto», dice Seracini. «Utilizzando una sofisticata apparecchiatura radar che ha rilevato proprio sulla fatidica parete est – quella del “Cerca trova” – un’intercapedine. Perché mai Vasari avrebbe creato un’intercapedine al momento della ristrutturazione, unica poi in tutto il Salone? È molto plausibile che, come nel caso di Masaccio, l’ipotesi più probabile è che lo abbia fatto per proteggere quello che resta del murale di Leonardo. Ma la tecnologia decisiva quella che potrà dire una parola definitiva sulla possibile presenza del murale di Leonardo è la strumentazione per eseguire analisi per attivazione neutronica di cui parlavo all’inizio del mio racconto».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come funziona? </strong>«I neutroni sono particelle atomiche che possono attraversare corpi molto densi e spessi, come appunto una muratura e interagire con i nuclei degli elementi chimici con i quali entrano in collisione, generando sia raggi beta che si disperdono all’interno della parete, sia raggi gamma che possono ripassare la parete e venire acquisiti da rilevatori particolari. Esami spettroscopici associati alle energie specifiche dei raggi gamma rivelati, permettono di identificare quali elementi chimici abbiano generato questi raggi gamma. Con questa tecnica, dunque, se si spara un fascio di neutroni sulla parete del Vasari, questo riesce a passare non solo l’intonaco, ma tutti i materiali della parete stessa e a “leggere” i vari elementi chimici che la compongono. E se si ha – come effettivamente ora stiamo acquisendo – una campionatura di tutti i materiali che compongono il muro: dall’intonaco ai mattoni, alle pietre retrostanti, ai materiali pittorici usati da Leonardo per la Battaglia, deducibili dai documenti originali in cui questi sono elencati con pignola precisione, la macchina potrà dire, una volta per tutte, se lì sotto c’è il Leonardo perduto».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E ora lasciamo la parola a Maurizio Seracini, in questa sua conferenza tenuta all&#8217;Università di California a San Diego.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="512" height="542" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/-jgiyRZTfgg&amp;hl=en&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="512" height="542" src="http://www.youtube.com/v/-jgiyRZTfgg&amp;hl=en&amp;fs=1" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutto il mondo si interessa al lavoro di ricerca di Maurizio Seracini </strong>e della sua società, la <a href="http://www.editech.com/" target="_blank">Editech</a>: negli Stati Uniti la più prestigiosa testata giornalistica televisiva del Paese, <a href="http://images.google.it/imgres?imgurl=http://www.calit2.net/images/articles/2008/seracini_safer_400.jpg&amp;imgrefurl=http://www.calit2.net/newsroom/article.php%3Fid%3D1279&amp;usg=__4Q3a15faYSq-owmcKaAmnagUVfo=&amp;h=300&amp;w=400&amp;sz=86&amp;hl=it&amp;start=4&amp;tbnid=hqJwBmMXb_77TM:&amp;tbnh=93&amp;tbnw=124&amp;prev=/images%3Fq%3Dmaurizio%2Bseracini%26gbv%3D2%26hl%3Dit%26safe%3Doff%26sa%3DG%26newwindow%3D1" target="_blank"><em>60 minutes</em></a> (network CBS) manda il suo più importante anchor man a intervistarlo; gli inglesi di Channel 4 inviano una troupe che vive in simbiosi con Seracini per settimane, mesi, spostandosi con lui da Firenze alla California e finendo col produrre un esplosivo documentario dal titolo <a href="http://www.divxturka.net/documentaries/404125-channel-4-da-vinci-detective-2009-a.html" target="_blank"><em>The Da Vinci Detective</em></a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In Italia è silenzio. Le istituzioni sono codardamente silenziose. </strong>Le reti televisive tricolori trasmettono solo programmi di cucina, quiz inframmezzati da balletti e notiziari taroccati per far piacere al miliardario che governa l&#8217;Italia. Chi può, scappa dal Paese, anche se solo televisivamente e in modo virtuale e si gode programmi come questi:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parte Prima:</strong></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="512" height="398" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/1TlfVjhwYaY&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="512" height="398" src="http://www.youtube.com/v/1TlfVjhwYaY&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p><strong>Parte seconda:</strong></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="512" height="398" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/pYO_2h3kVMM&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="512" height="398" src="http://www.youtube.com/v/pYO_2h3kVMM&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="text-decoration: underline;"><em>Una nota &#8220;storica&#8221; a margine di quest&#8217;intervista:</em></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Flashback.</strong><strong> </strong>Eravamo in tanti a voler fare gli americani. Io ero all&#8217;ultimo anno di liceo lingustico, Maurizio al primo di ingegneria: corso accademico fiorentino 1967/1968, tempo di caos. In quella stagione di demagogia scolastica, invece di frequentare assemblee e cortei, andavamo a studiare alla Biblioteca Nazionale, ascoltavamo long playing di Frank Sinatra e parlavamo di America, della conquista dello spazio, di cosa avremmo “sicuramente” fatto da grandi: io, il giornalista; lui, l’ingegnere aerospaziale. Una mattina il caos all’università fu peggiore del solito, all’orizzonte non si prospettava nulla di buono e Maurizio annunciò che sarebbe andato in America: Università del Kansas, prima, Università di California a San Diego, dopo. E partì. Per le vacanze di Natale e per quelle estive tornava a Firenze e raccontava dell’America, dell’efficienza che vi si respirava, della vita al campus, delle partite di pallavolo, del Vietnam, di Herbert Marcuse che insegnava nella sua università (io ne approfittai per farmi dedicare una copia di </em>Man At One Dimension<em>, L’uomo a una dimensione). Neanche dirlo che lo invidiavo. Ad ogni viaggio tornava più “americano” di prima, ma con un sottofondo di nostalgia da emigrato che io proprio non capivo: ma come, era al centro del mondo, studiava quello che aveva sempre sognato, una buona metà degli insegnanti erano premi Nobel e lui rimpiangeva Reggello e la sua casa di campagna? Maurizio si laureò </em><em>cum laude in ingegneria biomedica: durante il cammino aveva abbandonato l’idea della conquista delle stelle ed era passato ad una specialità allora pressochè ignota sulle nostre sponde mediterranee. Aveva tutte le carte in regola per entrare nel club esclusivo dei cervelli in fuga, ma lui era titubante, straziato fra l’America e la sua Firenze. Firenze ebbe la meglio e lui decise di tornare. Io &#8211; che nel frattempo avevo perseverato nel rincorrere il sogno del giornalismo &#8211; decisi di partire. Destinazione California.<br />
Questo avveniva alla fine degli anni Ottanta. Passano dieci anni e la storia si inverte. Io rientro in Italia e poco dopo a partire è Maurizio: destinazione California, Università di San Diego, la sua </em>Alma Mater<em> che lo richiama per un incarico prestigioso la cui storia è raccontata qui sopra. Neanche dirlo, Maurizio è Maurizio Seracini, </em>l&#8217;ingegnere<em>.</em></p>
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		<title>Pregate che settembre arrivi presto</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 16:07:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Il sabato, dalla scogliera potevi vedere Ray dipingere, ricorda  Ralph Gaines, capitano della Santa Maria, una goletta tre alberi adibita al trasporto dei villeggianti, ancorata nel porticciolo di Edgartown, la città capoluogo di Martha’s Vineyard, isola-gioiello della costa dell’est degli Stati Uniti, a sud della celebrata penisola di Cape Cod, spiaggia prediletta della Boston che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong></strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-281 aligncenter" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px;" title="Martha's Vineyard" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/marthas-240x300.jpg" alt="Martha's Vineyard" width="240" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il sabato, dalla scogliera potevi vedere Ray dipinger</strong>e, ricorda  Ralph Gaines, capitano della Santa Maria, una goletta tre alberi adibita al trasporto dei villeggianti, ancorata nel porticciolo di Edgartown, la città capoluogo di Martha’s Vineyard, isola-gioiello della costa dell’est degli Stati Uniti, a sud della celebrata penisola di Cape Cod, spiaggia prediletta della Boston che conta.  Ralph si chiedeva sempre se un giorno o l’altro sarebbe finito anche lui in uno dei prestigiosi acquarelli di Ray Ellis, proprio come Bartolomeo, il nipote e compagno di giochi di Ralph che lo zio, famoso pittore e illustre residente dell’isola, aveva ritratto mentre pescava.<br />
Durante le vacanze estive, loro, i ragazzi, andavano alla scogliera portandosi dietro scatole di giornaletti, quelli che Ralph aveva metodicamente messo da parte durante i mesi di scuola: “La mamma non voleva che noi bambini ci distraessimo dalle incombenze scolastiche con le avventure dell’<em>Uomo Mascherato</em> e <em>Superman</em>”.<br />
Bartolomeo era stato battezzato in ricordo di Bartolomeo Gosnold, l’esploratore inglese che aveva scoperto, nel maggio del 1602, l’isola di Martha’s Vineyard. La leggenda dice che il nome Martha sarebbe che quello di  Martha Judde Golding, suocera e munifica finanziatrice della spedizione di Gosnold, probabilmente l’unica suocera al mondo ad avere ricevuto un onore simile.<span id="more-280"></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-282 aligncenter" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px;" title="I Kennedy a Hyannis Port" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/52bd0468e8ef412794c89d67394f16b92-400x277.jpg" alt="I Kennedy a Hyannis Port" width="400" height="277" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Judy aveva l’incarico di vegliare sui ragazzi.</strong> Judy, si diceva, era imparentata con i Kennedy. Che andava a cena a casa di Joe, il patriarca. Ma questo era tutto quello che le donne dicevano prima di abbassare gli occhi. Gli uomini alzavano le sopracciglia e facevano un gesto d’intesa con la testa. Con gli anni i ragazzi di allora scoprirono che gli sguardi abbassati erano per Janet Des Rosier, cugina alla lontana o forse solo amica di Judy, una delle numerose amanti di Joe la cui storia è venuta alla luce nel volume <em>The Sins of the Father</em> di Ronald Kessler.<br />
Le prodezze sessuali dei due avvenivano spesso a bordo del Marlin, lo yacht a due motori che Joe aveva comprato nel giugno del ‘52, e si dipanavano nelle acque antistanti Hyannis Port, fra l’isola di Martha’s Vineyard  e quella di Nantucket, ancora più a est, verso le acque aperte dell’Atlantico. “Sai le volte che abbiamo visto il Marlin”, ricorda Ralph. “Era una barca possente che ispirava soggezione, come il vecchio Joe”.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-283 aligncenter" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px;" title="John Kennedy a bordo del Marlin" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/59b957e89176446d98e4bbe6824bc69e2-207x300.jpg" alt="59b957e89176446d98e4bbe6824bc69e2" width="207" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I Kennedy avevano, da sempre, bazzicato la zona. </strong>Il loro feudo è lì a nord, a Hyannis Port, sulla penisola di Cape Cod, stato del Massachussetts, di cui John Fitzgerald era senatore quando &#8211; era la fine degli anni Cinquanta &#8211; si era lanciato alla scalata vittoriosa della Casa Bianca. Martha’s Vineyard era, come dire, loro terreno di caccia personale. Ted ha finito addirittura col legare il suo nome all’incidente stradale di Chappaquiddick &#8211; all’estrema punta sudorientale dell’isola &#8211; in cui aveva perso la vita Mary Jo Kopechne.<br />
A Martha’s Vineyard nessuno si elettrizza per un nome altisonante. Tutti sono vicini di casa di tutti. La gente &#8211; politici, attori, pescatori, rock star -  la vedi in pantaloncini corti, maglietta, sandali Bierkenstock, la incontri giù dal ferramenta che filosofeggia sulle punte da trapano e le qualità pseudo mistiche dei chiodi al titanio, la trovi al negozio di articoli da pesca che discute di lenze, ami, canne da altura. Si seccano molto a sentir dire che qui abitano solo attori come Michael J. Fox, Glenn Close, Meryl Streep, cantanti come Carly Simon, Billy Joel, modelle come Christie Brinkley, registi come Spike Lee, politici come l’ex segretario di Stato Henry Kissinger, l’ex ministro della difesa Robert McNamara, giornalisti mitici come Walter Cronkite e Barbara Walters o editori stellari come Katherine Graham, proprietaria del <em>Washington Post</em>.<br />
Nella trappola degli stereotipi c’era caduto persino il <em>New York Times</em> all’epoca della prima visita del presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, nell’agosto del 1993. Un editoriale al vetriolo aveva accusato il presidente di avere scelto deliberatamente un luogo di vacanza imbottito di politici, star del cinema, della canzone, miliardari. La gente dell’isola era insorta e il <em>Times</em> era stato costretto a fare marcia indietro affermando che la vera gente di Martha’s Vineyard è fatta di pescatori, agricoltori, bottegai, professionisti, lavoratori come tutti gli altri; che, sì, ci sono personaggi famosi, ma che non si tratta di uno zoo hollywoodiano.<br />
Sono circa 16.000 i residenti regolari di Martha’s Vineyard. D’estate si sfiora lo zero in più, nel senso che sono centomila e passa gli entusiasti che da ogni parte del paese fanno rotta sulla popolare località. Il bello è che, nonostante l’affollamento, l’isola mantiene le sue caratteristiche di privacy, di silenzio, di grande civiltà e soprattutto il record di non avere un solo cartello stradale di stop e limiti di velocità feroci. I locali li riconosci, comunque, perché hanno incollato sul paraurti posteriore delle loro auto l’adesivo che dice: <em>pregate che settembre arrivi presto.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em></em></p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-296 aligncenter" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px;" title="John e Jacqueline Kennedy assistono a una regata davanti a Martha's Vineyard" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/7ce300df211b45879756ecbaa845c10f1-298x300.jpg" alt="John e Jacqueline Kennedy assistono a una regata davanti a Martha's Vineyard" width="298" height="300" /></p>
<p><em></em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Neanche dirlo che, in alta stagione (comincia il 4 di luglio in concomitanza con la festa dell’indipendenza) </strong>chi voglia avventurarsi con la propria automobile sull’isola deve prenotare i 45 minuti di traversata del traghetto con discreto anticipo. Fino al pubblicizzato sbarco dell’inquilino della Casa Bianca e della reclamizzata gita in yacht con la dinastia Kennedy al completo, compresa di Jacqueline Onassis, uscita per l’occasione dallo splendido isolamento di Gay Head, la compagnia traghettatrice assicurava il trasporto a chiunque si presentasse all’imbarcadero di Woods Hole, all’estrema punta meridionale di Cape Cod, entro le 2 del pomeriggio. Ci si poteva mettere due ore o dieci, ma si arrivava. Dopo, Per &#8220;colpa&#8221; di Clinton, tutto è stato rivoluzionato.<br />
E come se non fosse bastato, nell’agosto del 1994, da una goletta battente bandiera di Sua Maestà britannica, era sbarcata a Martha’s Vineyard persino Sua Altezza Serenissima la principessa di Galles, meglio conosciuta nelle cronache anoressiche come Lady Diana. Fortunatamente, per la tranquillità di tutti, la principessa era subito scomparsa in una residenza appena fuori il villaggio di Tisbury, noto per essere sede della locale chiesa congregazionale e di un grande magazzino che ha sempre allettanti offerte speciali di materiale elettrico.<br />
Martha’s Vineyard può vantare, come qualsiasi signora della buona società, connessioni sia letterarie che cinematografiche: a Edgartown, nella strada che si chiama “Acqua del sud” (South Water Street) si trova la casa del capitano Valentine Pease, comandante la baleniera sulla quale lo scrittore Herman Melville fece il suo primo e unico viaggio di ricognizione letteraria prima di scrivere <em>Moby Dick</em>;  mentre la sensazione di “già visto”, che il visitatore riceve al primo impatto con il panorama dell’isola è dovuta alla pellicola spielberghiana <em>Lo squalo</em>: nel film Martha’s Vineyard interpretava la parte dell’isola di Amity.<br />
Non manca neanche un tocco funebre: nella pace campestre del cimitero di Abels Hill accanto alla tomba della scrittrice Lillian Hellman,è sepolto l’attore John Belushi, indimenticato <em>Blues Brother</em> : era solito ripetere che soltanto a Martha’s Vineyard riusciva a passare un’intera notte di sonno. Ora ci riposa per sempre.</p>
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		<title>John Peck, la leggenda del surf</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 15:32:38 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="530" height="400" data="http://www.youtube.com/v/VT-0OVETeHQ&amp;hl=en&amp;fs=1" type="application/x-shockwave-flash"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/VT-0OVETeHQ&amp;hl=en&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>In quell’estate del 1962, in California, la vita per i giovani era ancora molto semplice. </strong>Stavi con i greasers o con i surfers. I primi li riconoscevi per i capelli scuri, impomatati, l’aria pallido metropolitana, i giubbotti preferibilmente di pelle. I secondi li identificavi per i capelli biondi bruciati dal sole, la perenne abbronzatura, bermuda e camicia svolazzante di due taglie più grande. I greasers guidavano auto superlucide, supercromate, super rombanti; i surfers giravano con giardinette arrugginite dal salmastro, con tavole da surf che spuntavano dai finestrini posteriori.<br />
All’inizio era tutto molto semplice, appunto. La colonna sonora era <em>Good Vibrations</em> e, intorno, la vita era in stile graffiti americani, come quella immortalata, anni dopo, da George Lucas nel film omonimo. I capelli dei ragazzi erano corti, le gonne delle ragazze erano lunghe e svolazzanti. La verginità era ancora un valore morale.<br />
L’America, la verginità la perderà l’anno seguente a Dallas, Texas, quando John Kennedy, il presidente ragazzo, verrà ucciso non si sa ancora da chi. I capelli dei ragazzi si faranno sempre più lunghi e le gonne delle ragazze sempre più corte. La guerra in Vietnam farà il resto. La ribellione dilagherà per tutto il Paese e niente sarà più come prima. La rivoluzione avrà l’aspetto dei figli dei fiori, delle droghe, dell’acido e delle tavole da surf in fiberglass, sempre più facili da maneggiare, sempre più economiche. <span id="more-270"></span></p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-272 aligncenter" title="John Peck" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/sp-peck-2-400x273.jpg" alt="John Peck" width="400" height="273" /></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>John Peck, leggenda vivente nel mondo del surf californiano</strong>, era il tipico rappresentante di quella nuova razza che sposava la cultura hippy e la cultura della spiaggia. A 15 anni scoprirà che il surf ce l’aveva nel sangue. La sua prima onda l’aveva cavalcata, appunto, nel 1959 con una tavola di legno di balsa sulla spiaggia di Coronado, a San Diego. E fu la rivelazione della sua vita. Subito dopo, suo padre, militare di carriera, fu trasferito alla base navale di Waikiki, nelle Hawaii e la famiglia Peck si stabilì accanto alla mitica spiaggia di Queen Surf. Il ragazzo si ritrovò, all’improvviso, immerso nella più avanzata e sofisticata cultura surfistica al mondo. «Waikiki era il paradiso», ricorda John Peck che incontriamo a Malibu a bordo del suo furgone Volkswagen giallo, reliquia del periodo dei figli dei fiori. «Allora non c’erano molti turisti e neanche troppe costruzioni. La spiaggia era tutta nostra. Buddy Boy Kaohe era il re di Queen Surf. E potevi incontrare miti come Ah Choy, BK, Rabbit e Joey Cabell».</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-271 aligncenter" title="John Peck" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/sp-peck-1c-400x257.jpg" alt="John Peck" width="400" height="257" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il mito, oggi, è lui, John Peck, surfista mistico, hippy gitano, guru non violento</strong>, che dice di parlare con Dio, pratica lo yoga, vive con un sussidio statale e per arrotondare le entrate dà una mano ad un amico che ripara auto. E dire che negli anni Settanta era finito al quinto posto nella lista dei dieci maggiori ricercati dalla polizia federale americana. Di quei guai con la giustizia non ama parlare molto, resta sul vago, dice cose sconnesse, come il fatto che Nixon avesse messo una taglia sulla sua testa perché, all’epoca, viveva in una comune maoista e il potere lo voleva vivo o morto. Dice: «Facevo tutte quelle cose che la polizia federale considerava comuniste, rivoluzionarie, sovversive, roba da alto tradimento». Una volta viene arrestato per aver “liberato” un’intero carico di pane che era stato depositato di fronte ad un fornaio di Wailuku per distribuirlo alla gente del paese. Un’altra volta “libera” un carico di droga e lo regala alla comunità hippy della zona. Questa volta non sono solo i federali ad avercela con lui, ma anche gli spacciatori. Come fece a cavarsela? John si trincera dietro: «Ero protetto dallo scudo di Cristo». E quando non è Cristo è Dio direttamente a proteggerlo o a parlargli come una volta ad un concerto di Jimi Hendrix o come quando Dio gli disse che doveva uscire dalla prigione di massima sicurezza dove lo avevano rinchiuso i federali. Lui dice di essere scappato cinque volte di prigione usando tecniche yoga che lo rendevano invisibile. Fatto sta che, alla fine, John Peck finì all’ospedale per malattie mentali  dove fu deciso di ritirare tutte le accuse contro di lui e far partire la richiesta per una pensione di invalidità come disabile mentale.</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Se John Peck avesse continuato sulla strada del surf professionistico</strong> oggi sarebbe probabilmente miliardario grazie alle sponsorizzazioni del settore e all’invenzione di un tipo particolare di tavola da surf che porta il suo nome: “<em>Peck penetrator</em>”. La stoffa del campione ce l’aveva fin dal primo momento. Lo stesso anno in cui aveva imparato a scorazzare sulle onde arrivò quarto nella gara annuale di Makaha, nelle Hawaii, mentre nel 1964 in una gara che si teneva a Malibu, arrivò secondo dietro Joey Cabell, un campione locale. Come se non bastasse i lettori della più importante rivista di surf lo votarono fra i primi dieci migliori surfisti della California. Il problema, però, era che John Peck presentava segni sempre più evidenti di insoddisfazione esistenziale. «Fu allora che entrai nel mondo della controcultura, Scoprii la marijuana e le altre droghe. Non ero esattamente dal lato giusto della società».<br />
Oltre al surf e alle droghe l’altra grande scoperta di John Peck fu l’allora emergente movimento di “espansione della coscienza” e l’incontro con uno dei suoi esponenti, un guru locale: «Era l’immagine di Cristo. Rimasi folgorato dall’espressione profonda dei suoi occhi. Gli chiesi di andare a vivere da lui e finimmo per trovare un accordo: gli avrei insegnato a fare surf in cambio di una stanza».</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-314 aligncenter" title="La &quot;Woody&quot;, l'auto dei surfisti" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/auto-400x264.jpg" alt="La &quot;Woody&quot;, l'auto dei surfisti" width="400" height="264" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In questo periodo John fu introdotto all’esperienza dell’Lsd </strong>e di altri acidi che rafforzarono sempre di più la sua esperienza mistica. Era anche il tempo in cui John si unì alla “fratellanza” – <em>The Brotherhood</em> &#8211; un network internazionale nato a Laguna Beach, California a metà degli anni Sessanta e che si chiamava originariamente “<em>The Brotherhood of Eternal Love</em>”, la fratellanza dell’amore eterno. Membro di spicco era Timothy Leary, il guru dell’Lsd recentemente scomparso. I fratelli facevano largo uso di sostanze psichedeliche che mischiavano a ideali di vita presi in prestito da religioni orientali, il tutto cementato da un codice di amore universale e di mutuo soccorso. Molti membri della fratellanza erano surfisti che, all’occorrenza, durante i loro viaggi alla ricerca dell’onda perfetta si trasformavano in corrieri della droga, attività con cui si mantenevano e che permetteva loro di non fare altro nella vita che cavalcare onde. Col tempo la fratellanza degenerò in una vera e propria rete di distribuzione di droghe pesanti il cui obiettivo non era  l’amore universale ma il più prosaico far soldi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-277 aligncenter" title="John Peck in posizione Yoga" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/sp-peck-2c1.jpg" alt="John Peck in posizione Yoga" width="205" height="300" /></p>
<p><strong>John, cosa vuol dire oggi essere un surfista e in particolare un surfista hippy? </strong>«Un surfista, questo vale per tutti, vive la propria vita in relazione ai flussi dell’oceano, in particolare le onde e il movimento dei fondali causato dalle onde stesse in pieno oceano. É uno stile di vita che si basa sulla consapevolezza della relazione che c’è fra il vento, l’acqua e le maree. É l’essere in sincronia con tutto questo. É esserci quando le onde migliori cominciano a dipanarsi, accompagnate dalle migliori condizioni di vento. E tu cavalchi la cresta dell’onda. È uno stile di vita in sintonia con il creatore, uno stile di vita salutista e, cosa da non disdegnare, estremamente divertente. I surfisti, per loro caratteristica, sono molto territoriali e difendono aggressivamente le loro zone di costa e non amano troppo che gente estranea invada il loro territorio. Sono capaci di crearti problemi se non rispetti il loro regno. Questi, però, non hanno niente a che vedere con gli hippies. I surfisti hippie discendono, come ideali, dai primi surfisti, gente che viaggiava e si spostava in continuazione da un posto all’altro nella ricerca delle onde migliori e abbandonavano certe zone diventate troppo popolari, affollate di gente che non aveva niente a che vedere con il loro stile di vita. Tutto questo peregrinare avvicinava il loro stile di vita a quello degli zingari. Che è poi anche il mio stile di vita. Qui intorno a Los Angeles, per esempio, andavamo d’inverno a Rincon, a sud di Santa Barbara, e d’estate battevamo le spiagge di Malibu. Io sono stato uno di quei surfisti zingari che viaggiava dalle Hawaii al Perù e dal Messico alla costa dell’est degli Stati Uniti alla ricerca delle onde migliori. É così che sono diventato il primo campione mondiale di surf. A quel tempo c’era molta oppressione nelle coscienze della gente e c’era grande bisogno di liberazione. Era una cosa che sentivamo molto soprattutto qui in California. Fu sempre a quel tempo che cominciai la mia ricerca spirituale, volevo capire cosa lega l’universo alle cose che ci circondano. Girai sempre di più, diventando sempre più zingaro. Ad un certo punto ho persino abbandonato il surf e la posizione di influenza che avevo, a quell’epoca, sul movimento. Molta gente che mi stimava seguì il mio esempio. Io volevo arrivare a vivere come gli Hindu dell’Himalaya tanto che, ad un certo punto, tutto quello che possedevo era un costume da bagno. E io andavo in giro proprio così, con solo un costume da bagno. Capitava che qualcuno mi offrisse in prestito la sua tavola da surf e, allora,  mi buttavo in acqua, cavalcavo le onde ed ero felice. Fu questo mio stile di vita che mi mise in serio contrasto con il governo perché, dicevano, non davo il buon esempio. La gente lasciava il lavoro, le case e si riversava a vivere nelle strade e il sistema veniva bellamente scavalcato, la gente non comprava più, ma barattava le cose. Fu così che nacque la cultura delle comuni e io ero un po’ al centro di tutto questo. In fondo non era che fossi contro il governo. Ero piuttosto un disilluso, uno a cui non piaceva troppo quello che stava succedendo nel Paese. Io ero contrario ad andare in giro per il mondo a uccidere la gente, ma non ho mai protestato contro il Vietnam, a dire la verità non credo nel concetto di protesta. Credo che non serva a niente, che sia una totale perdita di tempo. Penso piuttosto che uno debba seguire le proprie estasi, fare ciò che lo rende felice ed essere un esempio per la comunità». Oggi cosa ti rende felice? «Essere di aiuto agli altri. Fare surf e yoga dove, come e quando posso!».</p>
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		<title>Edward Weston e la disputa sui piselli</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Mar 2009 14:16:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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La disputa sui piselli fu fatale. La decennale storia d’amore fra Charis Wilson, modella, amante e moglie di Edward Weston (1886-1958), uno dei maestri della fotografia americana della prima metà del secolo, stava scivolando su chi doveva avere credito della crescita di piselli, appunto, ma anche dei cavoli di Bruxelles, dei broccoli e persino della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-573" title="Edward Weston (Courtesy the Los Angeles Times) dopo aver ricevuto una borsa di studio dalla fondazione Guggenheim, nel 1937. All'epoca viveva al 4166 di Brunswick Ave. a Los Angeles." src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/edward-weston01-237x300.jpg" alt="Edward Weston (Courtesy the Los Angeles Times) dopo aver ricevuto una borsa di studio dalla fondazione Guggenheim, nel 1937. All'epoca viveva al 4166 di Brunswick Ave. a Los Angeles." width="237" height="300" /></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;"><strong>La disputa sui piselli fu fatale. </strong>La decennale storia d’amore fra Charis Wilson, modella, amante e moglie di Edward Weston (1886-1958), uno dei maestri della fotografia americana della prima metà del secolo, stava scivolando su chi doveva avere credito della crescita di piselli, appunto, ma anche dei cavoli di Bruxelles, dei broccoli e persino della lattuga.<br />
Tutta colpa del bombardamento giapponese su Pearl Harbor che aveva costretto gli americani a entrare in guerra e a trasformare i loro giardini in “orti per la vittoria”. Quello della coppia, nella casa di Wildcat Hill, nei pressi di <a href="http://travel.nytimes.com/2009/03/29/travel/29footsteps.html" target="_blank">Carmel</a>, nella California del nord, era gestito con amore da Charis. Fin quando, senza una ragione specifica, Edward, in lettere e conversazioni con gli amici, prese a riferirsi all’orto come al “suo orto”. E a Charis questo non piacque per niente, come non le piacque per niente che Edward si fosse portata a letto una giovane ammiratrice durante un fine settimana in cui Charis era andata a campeggiare con le amiche. Anche se, al suo rientro, Edward la informò spontaneamente che, sì, avevano fatto sesso, ma che era stato decisamente insoddisfacente.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-246"></span><strong>Charis &#8211; autrice della biografia “Through another lens”, </strong>attraverso un’altra lente, che ripercorre i suoi anni con Edward Weston &#8211; aveva percepito nella ragazza lo stesso interesse che aveva mosso lei, undici anni prima, ad accalappiare o, forse, a lasciarsi accalappiare da Weston. Certo è che il Maestro, nella sua ultima annotazione nel diario che teneva irregolarmente, scriveva: “Charis sarà ricordata come il più grande amore della mia vita”.<br />
Charis e Edward si erano incontrati a un concerto a Carmel, allora ancora un villaggio abitato prevalentemente da artisti. Lei non era neanche maggiorenne. Il fotografo chiese di esserle presentato. Nel suo diario la descriverà come “bella, dal corpo finemente proporzionato, una faccia intelligente spruzzata di efelidi, occhi azzurri, capelli castano dorati lunghi fino alle spalle”. Qualche tempo più tardi un’amica scriverà a Weston di avere finalmente trovato una modella adatta a lui e che avrebbe dovuto assolutamente incontrarla. Ironia, la modella si rivelò essere Charis.<br />
“I primi nudi di Charis”, annoterà Weston “furono i migliori che abbia mai fatto”. Fu durante la produzione della seconda serie che, fra i due, scattò la scintilla. “Gli occhi non mentono e lei non indossava alcuna maschera. Io mi persi nei suoi occhi”. Era il 22 aprile 1934. Charis, dal canto suo, scriverà: “In quel momento scoprii che la mia non era un’infatuazione a senso unico”.<br />
Il problema era come chiamare il Maestro. Per certi amici era Eduardo. Per altri era Eddie. Solo una ristretta cerchia lo chiamava Ed. Per Charis fu sempre Edward. I loro primi incontri furono di tipo clandestino, vuoi per la giovane età della ragazza, vuoi perchè Weston era ancora sposato con Flora Chandler che gli aveva dato quattro figli e già si era spupazzata la storia fra il Grande Fotografo e l’attivista politica Tina Modotti. E ora era la volta di questa ragazzina acqua e sapone. Flora sapeva che poteva fare ben poco per salvare il suo matrimonio, ma poteva inventarsi azioni di guerriglia, come quella sera che Weston annunciò che avrebbe passato la notte allo studio e lei, prima, gli preparò un’amorevole cena letteralmente imbottita d’aglio, tanto che neanche uno sciacallo affamato avrebbe potuto stargli vicino per il tanfo che emanava dalla pelle.<br />
Erano anni di depressione, quelli, depressione economica che attanagliava tutta l’America e che si rispecchiava anche nella routine domestica della coppia Weston-Wilson, una volta stabilitasi insieme. I pranzi e le cene erano pentoloni di stufato che, una volta cotto, durava giorni e giorni. Il vino e gli alcolici apparivano solo nelle feste comandate e Weston era diventato abilissimo a far durare ore mezzo bicchiere di vino. Gli abiti erano di stoffe solide e durature come velluto o jeans. Spesso si effettuavano scambi in natura: dieci litri di olio d’oliva valevano un ritratto fotografico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A proposito di ritratti: la vita professionale di Weston non fu proprio facile. </strong>All’epoca era prassi comune ritoccare le foto, soprattutto i ritratti, cancellando i difetti più evidenti del soggetto. Il fatto era che, invece, Weston predicava immagini che raccontassero la verità, rigorosamente non ritoccate. Per questo suo “credo” artistico si era giocato un bel pò di occasioni, come il ritratto di Gary Cooper e Rocky, la moglie. Rocky ne aveva sempre una che non andava: prima erano gli occhi, poi il naso, poi le mani, poi le linee del vestito. Weston offrì una seconda sessione fotografica. Questa andò peggio della prima. E le foto finirono nel cestino. Andò meglio con James Cagney, ma erano eccezioni.<br />
Era per questa incomprensione artistica che Weston preferiva fotografare la gente comune, i paesaggi, le nature morte piuttosto che le cosiddette celebrità che avevano sempre poco tempo a disposizione  e erano sempre pronti alle bizze. Prendi Stravinsky che gli aveva dato appuntamento a casa sua, a Hollywood, minuti prima di dover andare a provare con l’orchestra. A Weston non rimase che metterlo davanti alla porta aperta del garage, in piena luce, e usare un’esposizione veloce per eliminare lo sfondo facendolo diventare una macchia nera indistinta. Uno scatto e via. Da allora, nei suoi ritratti, usò spesso la “tecnica garage”.<br />
La sessione fotografica peggiore? Quella con lo scrittore Dashiell Hammett reduce dalle fatiche letterarie del detective Sam Spade nel “Falco maltese”. È pomeriggio avanzato. Hammett dorme perchè ha bevuto troppo a pranzo. Weston prepara il set in terrazza. Arriva Hammett con la faccia gonfia di quello che ha dormito troppo o troppo poco. Si mette in posa, ma è chiaro che non è il caso. Meglio soprassedere. Mentre Weston smonta il set, Hammet lo invita a cena. Perchè no. Appena tutti sono seduti intorno alla tavola, Hammett si scusa e si allontana. Mezz’ora dopo non si è ancora rivisto. Cominciano le ricerche. In casa non c’è. È in giardino svenuto su un aiola di fiori ai piedi di un fico. Lo trasportano a letto, completamente infangato. Agli ospiti, imbarazzati, vengono offerti dolce e caffè. Al liquore riappare Hammett. Qualcosa da mangiare? No, solo alcol. Scola il primo bicchiere e lo scaraventa contro il camino. Bicchiere un mille pezzi. Secondo bicchiere, stessa scena. A questo punto Weston decide che è il caso di togliere il disturbo e addio ritratto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il sodalizio, la storia d’amore, il matrimonio con Charis </strong>sarà il periodo artisticamente più fertile per Edward Weston. Saranno gli anni &#8211; tra il 1937 e il ‘39 &#8211; del lavoro per la fondazione Guggenheim che porterà alla creazione del libro “California e l’ovest”, una pietra miliare nella storia della fotografia contemporanea. Praticamente per la prima e unica volta nella sua carriera, Weston sarà libero da vincoli commerciali e potrà dedicarsi alla sua vera passione, i paesaggi. Con Charis viaggerà attraverso le strade meno conosciute e trafficate della California, del Nevada, Arizona, Nuovo Messico, Oregon e dello stato di Washington. Produrrà 1400 negativi, un quarto di tutti quelli realizzati nell’intera carriera. Accompagnata, fra l’altro, da una fibra fisica invidiabile, tenuto conto delle condizioni precarie in cui all’epoca ci si muoveva, niente roulotte attrezzate, aria condizionata, materassini, sedie, tavolini o frigo-bar. Anche il materiale fotografico sensibile, a quell’epoca, doveva essere resistente visto che veniva portato in giro, per mesi, con temperature oscillanti fra il polare, in montagna d’inverno, e l’africano, nei deserti d’estate.<br />
Charis sarà per Weston musa e assistente, modella e biografa, ma soprattutto autista, perchè, come lei scoprì da subito, quando si conobbero, che Weston non guidava. Perchè? gli aveva chiesto. Perchè per anni non aveva potuto permettersi di comprare un’auto e quando era arrivato il momento, aveva quattro figli che potevano farlo per lui e scarrozzarlo a piacimento.<br />
L’arrivo della guerra, poi, cambierà molte cose nella vita di milioni di persone. Anche in quella della coppia Weston-Wilson. Lei si iscriverà volontaria per il servizio avvistamento aereo e cercherà di aiutare lo sforzo bellico del Paese inscatolando sardine, ma sarà così scoordinata nell’infilare il pesce nelle scatolette che, per il bene della Patria, le chiederanno di stare a casa.<br />
Se per Charis il problema del loro rapporto risaliva all’orto di guerra, per Weston era colpa proprio di quel volontariato che teneva Charis lontana da lui. Alla fine il silenzio cadde su entrambi. Il passo successivo &#8211; la separazione &#8211; era inevitabile. A rendere ancora più straziante gli addii, il fatto che, di lì a poco, a Weston i medici diagnosticassero il morbo di Parkinson. Morì, anni più tardi, a Wildcat Hill, di mattina presto. Si era alzato per godersi l’alba. La sua ora giunse senza preavviso</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-full wp-image-578" title="Edward Weston sulla fotografia" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/edward_weston_2.jpg" alt="Edward Weston sulla fotografia" width="490" height="847" /></p>
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		<title>Il vicolo cieco dei vigliacchi</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Mar 2009 11:14:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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James Ellroy è uno scrittore duro. Abrasivo. Scostante. A James Ellroy, bambino, hanno strangolato la madre e lui non perde occasione per raccontare storie di donne squartate nel corpo e nell’anima. James Ellroy è l’erede post-moderno della hard-boiled school. Suoi maestri lontani sono Dashiell Hammett e Raymond Chandler. “Il mio mondo, dice Ellroy, è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-117 aligncenter" title="James Ellroy" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/james_ellroy_01_500x-199x300.jpg" alt="James Ellroy" width="199" height="300" /></p>
<p><strong>James Ellroy è uno scrittore duro. Abrasivo. Scostante. </strong>A James Ellroy, bambino, hanno strangolato la madre e lui non perde occasione per raccontare storie di donne squartate nel corpo e nell’anima. James Ellroy è l’erede post-moderno della hard-boiled school. Suoi maestri lontani sono Dashiell Hammett e Raymond Chandler. “Il mio mondo, dice Ellroy, è quello di Hammett. Hammett scriveva dell’uomo che aveva paura di essere, mentre Chandler scriveva dell’uomo che avrebbe voluto essere”. Anche se, poi, come Chandler, il mondo di Ellroy gravita tutto intorno a Los Angeles dove ha vissuto 33 anni. “La città che descrivo io è, però, opposta a quella di Chandler. C’era una bellezza intrinseca nella sua Los Angeles che non si ritrova assolutamente nei miei romanzi”.<br />
“A Los Angeles arrivi spregiudicato, riparti pregiudicato”, è la battuta preferita di Ellroy che riprende anche in uno dei saggi che fanno parte di “Corpi da reato”, un libro (Bompiani) che sembra messo insieme da uno che si è fatto di Lsd. Roba che se non arrivasse dall’America, col cavolo, che in Italia qualcuno lo avrebbe pubblicato. Il fatto è che i pezzi che compongono il volume sono articoli giornalistici scritti per il mensile GQ fra il 1994 e il 1998, frutto della collaborazione sincronica con Art Cooper direttore del prestigioso periodico americano. Anche se il termine “articoli giornalistici” non rende l’idea di cosa si tratti esattamente. <span id="more-115"></span><strong>Infamie inedite, le chiama Ellroy</strong>. Del tipo: “Howard Hughes sballa per una squillo detta Dusky Deelite. Rin Tin Tin si è scopato allo spasimo Lassie in un recente raduno di ragazzini. Mickey Cohen fatica a finanziare quella cagna in calore di Candy Barr. Candy partecipa a pellicole porno e manovra montagne di marijuana. Mickey è in penuria e postula prestiti persino ai suoi scherani, Stompanato ha piantato Mickey. Lana Turner è in lacrime e lutto per l’ex, Lex Barker. Ma ecco che Stompanato si stampa estemporaneamente nella sua esistenza: la bistratta, l’abbindola, l’abbuffa di banana, e adesso Lana con la lingua lisa e la bocca imbottita biascica: Lex chi? Bob Mitchum si monta una mulatta in un malfamato night di negropoli. Porfirio Rubirosa ha piroettato la proboscide a un party per Bill Bendix. Rock “Roccia” Hudson predilige prenderlo e porgerlo con giovani garzoni giunchiformi: glieli procura, previa pecunia, una checca chic che fa il cameriere al Delorès Drive-In. Lenny Bruce denuncia drogati alla Divisione Narcotici”,<br />
E in questo mondo, Ellroy, ci pesca a piene mani. Nei suoi racconti le bambole sono bionde veneri vistose vestite da puttane come i manichini delle vetrine di Frederick’s di Hollywood. E anche le dive del calibro di Lana Turner non sono da meno. Racconta Ellroy come Johnny Stompanato, alias Johnny Valentine, ex guardia del corpo del gangster Mickey Cohen e famoso gigolò, strapazza sboccatamente Lana. Lana risponde per le rime. Sprizza disprezzo. Vomita vetriolo. Gela Johnny giocando sulle sue glorie di gigolò, lo pela sulla pochezza del suo penuncolo, lo irride per la sua incommensurabile ignoranza. Gli dà del manigoldo mezzo mafioso, sfruttore di finocchi, lenone di lesbiche e magnaccia di mignotte. Lo accusa di passare il suo patetico pistolino a quella lavandaia di Yolanda, di farle da pappa e prostituirla previo agghindarla in ghingheri con la sua gonna di Givenchy. Un delicato declamare, come lo chiama Ellroy, che distoglieva dalle delizie della colazione vicini come Dino De Laurentiis, John “il duca” Wayne, Walt Disney.<br />
Nella versione letterario-revisionista di Ellroy a far fuori Stompanato non è, come nella realtà, Cheryl Crane, la figlia quattordicenne di Lana Turner che lo sbudella per difendere la madre dall’ennesima aggressione, ma è Yolanda, quella della gonna Givenchy. Licenza letteraria.<br />
Nella serie dei ritratti di questo “Corpi da reato”, da non perdere è il capitolo dal titolo “L’assassinio di mia madre” che è l’aperitivo giornalistico da cui è, poi, nato il libro “I miei luoghi oscuri”, scritto in collaborazione con il detective Bill Stoner, uscito l’anno scorso in Italia, sempre da Bompiani.<br />
La storia della vita di Ellroy è un romanzo giallo legato indissolubilmente alla città degli angeli. “Los angeles è il luogo dove vai se vuoi diventare qualcun altro”, dice. Los Angeles è bella e spietata e, soprattutto è carica di un’energia che annienta e che fa passare a chiunque la voglia di interrogarsi sulla ragione che lo ha spinto a Los Angeles.<br />
Lui a Los Angeles c’è direttamente nato. La seccatura della migrazione se l’erano sobbarcata i suoi genitori. “Mio padre arrivò a Los Angeles a metà degli anni Trenta. Era alto, bello e dotato di un notevole bagaglio di stronzate. Si era guadagnato un paio di medaglie durante la Prima Guerra Mondiale e questo lo spingeva a vantarsi di eroismi inventati di sana pianta. Saltava addosso a qualunque donna glielo permettesse e quelle che non glielo permettevano le giudicava irrimediabilmente lesbiche. Rita Haywoerth lo ingaggiò come contabile nonchè, a detta di mio padre, come occasionale ma efficiente prodigatore di minchia.<br />
“Mia madre vince un concorso di bellezza organizzato dalla casa di cosmetici Elmo e nel dicembre del ’38 volò a Los Angeles per incassare il premio. Conobbe un coglione che non s’è mai capito se era o no l’ereda della fortuna degli Spalding degli articoli sportivi. Lo sposò e ne divorziò nel giro di qualche mese. Conobbe mio padre nel ’40 e perse la testa per quanto era bello e per il suo bagaglio di stronzate. Mio padre piantò la moglie e andò a vivere con mia madre. Si sposarono sette mesi prima della mia nascita.<br />
“Mi portavano al cinema e mi incitavano a leggere libri. Sono cresciuto all’epoca del film noir. Mio padre diceva che Rita Hayworth era ninfomane. Johnnie Ray era checca. Lizabeth Scott era lesbica. I musicisti jazz erano tutti dei tossici. L’Algiers Hotel era un rinomato scopatoio. Un nano carogna di nome Mickey Cohen controllava i racket di Los Angeles dalla sua cella nel penitenziario. In realtà Rin Tin Tin era femmina. In realtà Lassie era maschio. Los Angeles era un inferno fuligginoso. Un abitante su tre era guardone o ladro o omosessuale o truffatore o fiutamutande o prostituta o strafatto di ero o magnaccia. Gli altri due terzi della popolazione erano composti di culistretti che cercavano di resistere all’impulso di sbirciare, rubare, truffate, omosessuare, strafarsi, fiutare mutande.<br />
“A nove anni conobbi una versione concentrata di quanto sopra. La conobbi perché il 22 giugno 1958 qualcuno trucidò mia madre e riuscì a passarla liscia”.<br />
Un altro che è riuscito a passarla liscia è O.J.Simpson a cui Ellroy aveva dedicato un ritratto su GQ, scritto quando il processo contro l’ex star del football accusato di aver ucciso l’ex moglie e un presunto fidanzato di lei, era ancora in corso e fa parte di questa antologia con il titolo “Sesso, lusso e soldi”.<br />
L’analisi di Ellroy è lucida e spietata. Mentre la stampa dozzinale e le televisioni spazzatura si gettavano sul processo come iene affamate, lui scriveva: “In fondo il doppio omicidio Simpson/Goldman è un delitto dozzinale. Se togliete la celebrità del sospetto omicida e il fascino dell’ambiente dello spettacolo vi resterà un crimine improvvisato”. È un affresco rinascimentale la descrizione che Ellroy fa di O.J. Simpson, uno che ha sistematicamente e brutalmente pestato la moglie per tutti gli ultimi cinque anni della sua vita, dandole in cambio il privilegio di guidare una Ferrari.<br />
“Il caso O.J.Simpson è un gigantesco romanzo russo ambientato a Los Angeles”, scrive Ellroy. “La storia si svolge a Los Angeles perché è il miglior posto sulla faccia della terra dove farsi gonfiare le tette o l’uccello. Il sogno di O.J. Simpson era diventare bianco. Il sogno di Ron Goldman era diventare attore. A Nicole bastava quella celebrità di seconda mano che deriva dall’andare a letto con uomini famosi. Il rapporto fra Nicole e O.J. fu equivoco e collusivo sin dall’inizio. Lui prendeva  bordo l’esatto tipo di bionda mozzafiato su cui cinquant’anni di cultura popolare gli avevano insegnato a sbavare. Lei prendeva a bordo un bell’uomo famoso e ricco, per di più immaturo e quindi, secondo lei, facile da dominare. Entrambi si avviarono verso Hollywood. O.J. portò con sè Nicole e la fece diventare celebrità dipendente con lo stesso principio per cui i papponi fanno diventare droga-dipendente le loro puttane. La portò in un mondo dove lui era un cittadino di seconda classe. I suoi amici non avevano di meglio da offrirgli che ruoli marginali in filmetti comici di quart’ordione. Era impossibile fare di lui una star del cinema, non tanto per la gamma espressiva degna di una tartaruga, quanto perché a Hollywood la sua immagine era quella di leccaculo di potenti”.<br />
E anche la sua immagine durante il processo non è che fosse tanto diversa. “O.J. si è ficcato nel vicolo cieco dei vigliacchi, dice secco Ellroy, non ha cuore di cambiare vita e per togliersela ci vuole immaginazione: devi trovarti in uno stato di dolore talmente intollerabile da farti preferire qualunque cosa alla sofferenza. E per fare questo lui non ha le palle&#8221;.</p>
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		<title>Le orchidee del regno di Oz</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Mar 2009 10:50:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Terry Root arriva a bordo della sua Harley Davidson “fat boy”. Il rombo dello scappamento lo senti salire dalla valle sottostante dove, tutt’intorno, per ettari e ettari, si coltivano fragole. Anche le oche che starnazzano davanti a casa si spostano infastidite. Cercano riparo verso le serre. Ce ne sono sei, supertecnologiche, ipersensibili ai minimi cambiamenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-112 aligncenter" title="Orchidea ottenuta da Terry Root nel 1994" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/orchidea-300x225.jpg" alt="Orchidea ottenuta da Terry Root nel 1994" width="300" height="225" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Terry Root arriva a bordo della sua Harley Davidson “fat boy”.</strong> Il rombo dello scappamento lo senti salire dalla valle sottostante dove, tutt’intorno, per ettari e ettari, si coltivano fragole. Anche le oche che starnazzano davanti a casa si spostano infastidite. Cercano riparo verso le serre. Ce ne sono sei, supertecnologiche, ipersensibili ai minimi cambiamenti di luce e temperatura esterna, sparse in un’area di 77mila piedi quadrati. Ed è qui che Terry Root coltiva le più rare e preziose orchidee del mondo. Siamo in California. Ai confini fra il nord e il sud, nei pressi di Salinas &#8211; terra descritta da Steinbeck in “Pian della Tortilla”, all’interno della  penisola di Monterey. <span id="more-113"></span><br />
<strong>Terry Root, californiano di terza generazione,</strong> con la sua stazza da bevitore di birra, da motociclista incallito, mani come racchette da tennis, non riesci proprio a immaginartelo aggirarsi fra fiori delicati e foglioline tenere, eppure quando è nelle serre, in un mare di orchidee senza fine, lo vedi muoversi leggero e delicato in questo suo regno battezzato <em>The Orchid Zone</em>, dalle iniziali OZ: la terra del mago di Oz.<br />
Nel regno di Oz lavorano 25 persone a tempo pieno. Vi si allevano Paphiopedilums, orchidee meglio conosciute con il nome di Tropical Lady Slippers e altre specie rare come le Odontoglossums, le Miltoniopsis, le Masdevallias, le Phalaenopsis e le Zygopetalums. Da Oz esce solo il meglio del meglio.<br />
<strong><br />
In natura esistono più di ventimila specie di orchidee. All’occhio inesperto tutte le orchidee sembrano uniche e rare. Qual è la differenza fra quelle comuni e quelle veramente rare?</strong><br />
“Guardi, pensi ai cavalli: ce ne sono alcuni che vengono allevati per finire come cibo per cani in scatola e ce ne sono altri che vengono allevati per vincere i gran premi e valgono milioni di dollari. Tutto sta nella linea di sangue. Da parte nostra cerchiamo di allevare le migliori orchidee e non ci occupiamo di quelle che, per restare al nostro paragone sarebbero considerate cibo per cani”.<br />
<strong><br />
Come si diventa coltivatori di orchidee rare?</strong><br />
“Innanzitutto bisogna avere un bel po’ di soldi da spendere per procurarsi le piante da riproduzione giuste. Poi devi avere la sensibilità di quello che stai facendo, di quello che stai mettendo insieme. Puoi incrociare le migliori piante, ma se non hai occhio e cuore, alla fine ti ritrovi con un pugno di mosche. E’ qualcosa che ti senti dentro, nel cuore, nelle viscere, che ti scatta dopo aver visto migliaia e migliaia di piante ibridate. Nessuna scuola ti può insegnare a sentire dentro di te cosa è giusto e cosa non lo è. Io “sento” cosa nascerà”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è l’oscillazione di prezzo di una vostra orchidea?</strong><br />
“Si va dai due dollari ai ventimila dollari per pianta”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ventimila dollari per un orchidea?</strong><br />
“Nel caso specifico si trattava di una pianta rarissima. Gli era stato assegnato il certificato di prima classe dall’American Orchid Society”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanto vive un’orchidea?</strong><br />
“Indefinitamente. Ci sono alcune piante che hanno 150 anni. Se le si trattano come si deve non hanno praticamente fine, con naturalmente delle eccezioni”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come avviene l’impollinazione?</strong><br />
“A mano. Con uno stecchino si prende la parte maschile del fiore e la si trasferisce nella parte femminile di un altro fiore. Tutto molto semplice. Si usa uno stecchino perché una volta fatta l’operazione si getta via e non c’è contaminazione”.<br />
<strong><br />
Cos’è che rende le orchidee più care rispetto agli altri fiori?</strong><br />
“Il tempo di produzione. Per le normali piante da fiori bastano 120 giorni per la fioritura. Per le orchidee, le più veloci, ci vogliono almeno mille giorni e quelle più lente hanno bisogno fra i tremila e i quattromila giorni. Per alcune piante occorrono dieci anni per portarle a piena maturazione e fioritura. È questo tempo che si paga quando si compra un’orchidea. È proprio il caso di dire che il tempo è denaro”.</p>
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		<title>Fidel, te quiero mucho</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2009 14:49:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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«Mio nome è dottor Castro Fidel. Io sono Cuba. Posso visitare sua grande nave?». Era il 27 febbraio 1959. La motonave  M.S. Berlin, registro navale tedesco, era all’ancora nel porto dell’Avana dove, qualche settimana prima &#8211; l’8 gennaio &#8211; Fidel Castro, rovesciato il regime di Fulgencio Batista, si era autoincoronato signore assoluto di Cuba e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-94 aligncenter" title="Marita Lorenz con Fidel Castro" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/marita-lorenz-280x300.jpg" alt="Marita Lorenz con Fidel Castro" width="280" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>«Mio nome è dottor Castro Fidel. Io sono Cuba.</strong> Posso visitare sua grande nave?». Era il 27 febbraio 1959. La motonave  M.S. Berlin, registro navale tedesco, era all’ancora nel porto dell’Avana dove, qualche settimana prima &#8211; l’8 gennaio &#8211; Fidel Castro, rovesciato il regime di Fulgencio Batista, si era autoincoronato signore assoluto di Cuba e si era istallato al 24esimo piano dell’Havana Hilton Hotel, suite 2406-8, dal cui balcone, quella mattina, aveva visto la M.S. Berlin entrare in porto. Messi da parte gli assilli rivoluzionari aveva organizzato una spedizione per andare a curiosare fra i capitalisti in vacanza. A fare gli onori di casa per l’inaspettata visita era la diciannovenne Marita Lorenz, figlia del comandante Heinrich F. Lorenz, in quel particolare momento impegnato nell’indisturbabile pisolino pomeridiano. <span id="more-95"></span><br />
<strong>A Marita non era ben chiaro chi fosse quel signore dalla barba incolta</strong>, con gli stivali da combattimento slacciati da cui spuntavano calzini di colore diverso e che parlava in un inglese rotto e approssimativo, ma non le piaceva l’idea che lui e i suoi fossero saliti a bordo armati fino ai denti. Fu così che la ragazzina ordinò ai rudi barbudos di depositare le armi sul ponte.<br />
Fidel le consegnò il fucile e «le nostre mani si sfiorarono, i suoi occhi erano nei miei, il suo corpo lambiva il mio, il suo alito e la sua barba mi solleticavano il naso». Da quel momento fu amore a prima vista: «Avevo ancora fra le mani il fucile confiscato: la canna era fra le sue gambe: se avessi accidentalmente tirato il grilletto avrei disseminato le parti private del leader cubano sul territorio tedesco», scrive Marita Lorenz in Marita, un volume autobiografico in cui le gesta amorose di dittatori sudamericani si mescolano a personaggi che si chiamano Lee Harvey Oswald e Jack Ruby.<br />
Quando il comandante emerse dal sonno furono fatte le presentazioni ufficiali.  «Papà questo è il dottor Fidel Castro Ruz, comandante di Cuba». Agli ospiti fu fatta visitare la nave e offerto un rinfresco. Castro non mancò di chiedere consigli politici al comandante Lorenz che lo ammonì: «L’unica cosa che non deve mai fare è alienarsi la simpatia degli Stati Uniti». E Castro: «Non ne ho nessuna intenzione. Io, Comunista? Mai. La mia è una rivoluzione umanitaria». Durante la cena che seguì, Fidel trovò il tempo di contrabbandare sotto la tavola un tovagliolo su cui aveva scritto: “Para Marita, Alemanita Mia &#8211; Siempre, Fidel, Feb. 27, 1959”. Al momento dei sigari Castro chiese al comandante se poteva tenersi sua figlia come segretaria personale, questi rispose, grazie, ma la ragazza deve ancora finire la scuola.<br />
L’ora degli addii giunse sullo sfondo di un tramonto tropicale profumato al gelsomino accompagnato da una rumba che l’orchestra suonava sul ponte inferiore. La processione dei visitatori era aperta da Marita e Fidel mano nella mano, seguiti da venticinque barbudos e due ufficiali della Berlin. «Con la scusa di mostrargli il porto dell’Avana, lo spinsi fra le scialuppe di salvataggio sei e sette, mentre gli altri andavano avanti. Fidel mi teneva stretta. Non volevo che questo momento finisse mai. Mi baciò, oh, il mio primo bacio. Potevo sentire l’aroma dei suoi sigari cubani sulla barba. Mi sussurrò: Dulce, te quiero, mi cielo. Resta con me. E io: Fidel non posso, salpiamo fra due ore. E lui: Forse sono troppo vecchio? E io: no, sei perfetto. Poi mi mostrò l’Hilton dove, disse, mi avrebbe aspettato. Promettimi che tornerai». <em>Dissolvenza sul porto.</em><br />
Settimane più tardi Marita è sola nell’appartamento di famiglia a New York sull’87esima strada. Suona il telefono. Operatore: «Attenda, le passo il primo ministro». Il cuore le salta in gola. E lui: «Mi manchi. Torna all’Avana, Te quiero mucho Alemanita». A niente valgono le scuse. Meno di ventiquattro ore dopo tre barbudos la scortano all’aeroporto dove un apparecchio della Cubana Airlines l’attende per farla volare alla suite 2406-8 dell’hotel Hilton dell’Avana. Lui : «Stai con me per sempre», «Sì, sempre». Scrive ancora Marita: «La nostra passione ci fece dimenticare il mondo intorno a noi. Mano nella mano chiudemmo le persiane e Fidel ordinò a Che Guevara di non disturbarlo». Le effusioni durarono cinque ore. Il commento di Marita fu: «Non sembrava mai completamente nudo: indossava sempre la barba».<br />
Era marzo. Ad aprile Marita era incinta e gelosa delle lettere delle ammiratrici, soprattutto di quelle focose di Ava Gardner che, a un certo punto, stanca di aspettare i comodi di Castro si era presentata direttamente al famoso hotel Hilton dove, riconosciuta in Marita quella che le strappava le lettere, le affibbiò uno schiaffone scatenando l’intervento di una delle guardie del corpo di Castro. Più tardi Fidel rassicurò Marita: aveva mandato un barbudo a soddisfare i desideri erotici dell’attrice.<br />
Ma il pericolo non era solo della concorrenza femminile. Il 15 ottobre, approfittando dell’assenza di Castro dall’Avana, elementi controrivoluzionari &#8211; una categoria dello spirito di moda ai tempi della guerra fredda &#8211; le drogarono il bicchiere di latte quotidiano e la rapirono, apparentemente, per farla abortire. «C’era una luce violenta. Mi svegliai con la pancia piatta. Il bambino non c’era più. Ma da qualche parte un grido, un pianto di bambino. Il mio bambino era vivo». Come in un classico dello spionaggio &#8211; quelle pellicole in bianco e nero, tutte ombre e coni di luce &#8211; Marita si risveglia all’Hilton, nella suite di Castro, in un bagno di sangue. Il compagno Cienfuegos cerca di mettersi in contatto col comandante supremo al telefono e quando ci riesce quello gli risponde: «Non mi dire. Chi?». Marita, insanguinata, lascia l’Avana con in tasca l’anello di fidanzamento, la chiave della famosa suite e le lettere d’amore di Fidel. «Non avevo dubbi: sarei tornata».<br />
Sì, Marita sarebbe tornata all’Avana, ma con in tasca delle pillole per uccidere Castro, regalo della CIA, e in particolare di Frank Sturgis, personaggio che ritroveremo anni più tardi coinvolto nello scandalo Watergate. All’epoca Sturgis si faceva le ossa con le organizzazioni anticastriste e aveva preso in carico Marita. La CIA contava di usare il risentimento della donna verso Castro, ma non aveva fatto i conti con “l’amore” &#8211; sui volantini anticastristi che la CIA paracadutava sull’Avana lei scriveva, a mano: “Fidel, ti amo” &#8211; come non aveva fatto i conti con la stupidità: Marita aveva nascosto le pillole avvelenate in un vasetto di crema di bellezza e al momento di usarle quando si era trattato di rifilarle a Castro erano diventate una pappina che, anche gettata nel water, continuava a ritornare a galla nonostante i ripetuti getti di sciacquone che rischiarono di insospettire Fidel.<br />
L’incontro registrato da Marita si sarebbe svolto così: «Fidel entrò nella stanza come se io non me ne fossi mai andata. Voglio sapere del bambino, gli dissi. Non so niente, rispose lui accigliato. Stai attento, mio padre ti potrebbe uccidere. Allora Fidel crollò, disse che non aveva mai dato nessun ordine, che il dottore aveva agito di testa sua». Fidel era stanco. «Ti hanno mandato ad uccidermi? Si, Fidel, mi hanno mandato ad ucciderti». Fidel le dà la sua 45 e la sfida: «Spara». E lei: «È arrugginita, ha bisogno di essere oliata». Adesso Fidel è nudo, con la barba e i calzini &#8211; sempre di colore diverso, uno nero, uno marrone, ma, nota lei, stranamente senza buchi. Di lì a poco giocano al kamasutra mentre da sotto il letto spunta il fedele bazooka da cui Fidel non si separava mai. Al ritorno negli Stati Uniti gli agenti della CIA chiedono a Marita perchè non l’ha ucciso e lei risponde: «Da vivo può costruire ospedali e scuole per i bambini».<br />
Il debole di Marita verso i maschi latino americani si rinfuoca con la conoscenza carnale di Marcos Perez Jimenez, ex presidente del Venezuela, nemico giurato di Castro. Annota Marita: «Fidel mi amava, Marcos mi trovava sessualmente eccitante». Neanche dirlo, qualche settimana più tardi Marita è incinta. Il suo commento pimpante è: «Marcos sarebbe diventato papà e avrebbe imparato a cambiare i pannolini». Commenti in casa? «Non capisco perchè la mamma non era felice di avere un altro dittatore in famiglia». Nasce Monica.<br />
Nella vita spericolata di Marita sfilano nemici eccellenti come Robert Kennedy, all’epoca ministro della giustizia, che impacchetta l’imbarazzante Jimenez e lo spedisce in Perù, lasciando Marita senza fonte di sostentamento e con un altro aborto in corso. Questa volta sarebbero stati degli agenti provocatori che volevano tirarla sotto con la macchina. Ed ecco Marita rifarsi viva con Sturgis. C’è qualcosa da fare? L’unico lavoretto disponibile, al momento, era l’assassinio del presidente degli Stati Uniti. Si chiamava Operazione 40, i cubani volevano punire John Kennedy per il mancato aiuto nell’invasione di Cuba e la CIA voleva dare loro una mano. Annota Marita: «Ero l’assassino più sexy a disposizione dell’Op 40». È durante questa operazione che Marita fa la conoscenza di “Ozzie”, ovvero Lee Harvey Oswald e di un signore dall’aspetto mafioso che più tardi Marita riconoscerà come Jack Ruby, l’assassino di Oswald. Il cerchio si chiude.<br />
Non mancano, nella telenovela, ancora matrimoni, aborti e gravidanze, compresa quella dovuta a un cane che le aveva masticato il diaframma lasciandola senza protezione. Cos’altro? A pagina 192 Marita lavora per l’FBI  e a pagina 212, Monica &#8211; la figlia di Jimenez &#8211; spara a Sturgis. Ma il gran finale arriva verso pagina 241 quando Marita ritorna a Cuba e Castro le presenta il famoso figlio abortito nei primi capitoli della biografia. <em>Violini. Titoli di coda. </em>Marita: «È da tanto che non ci vediamo Fidel». «Sì, eravamo tanto giovani».</p>
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