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	<title>Au Lapin Agile &#187; Articoli</title>
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	<description>Storie, frammenti, cronache, appunti</description>
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		<title>Oriana (Fallaci) ed io. Trent&#8217;anni fa.</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 12:41:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Febbraio 1980. Sono passati trent’anni esatti. La casa editrice Rizzoli aveva da poco pubblicato il libro “Un uomo” che Oriana Fallaci aveva dedicato al suo compagno Alekos Panagulis, conosciuto nel 1974, l’uomo da lei più amato, leader della Resistenza greca contro l’allora regime dei colonnelli che morirà in un misterioso incidente stradale il 1 maggio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Febbraio 1980. Sono passati trent’anni esatti. </strong>La casa editrice Rizzoli aveva da poco pubblicato il libro “<em>Un uomo</em>” che Oriana Fallaci aveva dedicato al suo compagno Alekos Panagulis, conosciuto nel 1974, l’uomo da lei più amato, leader della Resistenza greca contro l’allora regime dei colonnelli che morirà in un misterioso incidente stradale il 1 maggio 1976. La storia di Alekos verrà appunto raccontata dalla scrittrice fiorentina nel romanzo ”<em>Un uomo</em>” destinato a diventare un best seller.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-825" title="Oriana Fallaci con Alekos Panagulis (Collezione privata Oriana Fallaci)" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/03/700_dettaglio2_27.-OF-Panagulis.jpg" alt="Oriana Fallaci con Alekos Panagulis (Collezione privata Oriana Fallaci)" width="320" height="244" /></p>
<p>In quel febbraio del 1980 ero un fresco praticante assunto all’Editoriale del Corriere della Sera (si chiamava così allora). Nonostante la qualifica professionale di (apparente) neofita del mestiere (alle spalle avevo la pubblicazione di diversi libri e la partecipazine, nel 1975, alla nascita del primo quotidiano italiano in formato tabloid, stampato a Firenze, che purtroppo ebbe vita breve), ero stato nominato responsabile della pagina culturale del <em>Corriere Medico</em>, quotidiano nato da una costola del Corrierone. Si occupava del mondo della medicina e della scienza in generale (dai problemi sindacali, all’aggiornamento scientifico, alle scoperte). La pagina della cultura era un’oasi di pace e una fucina di idee solo perché non occupandosi di medicina non sottostava a pressioni politiche, pubblicitarie o semplicemente giornalistiche. C’erano, sì, i soliti medici scrittori che chiedevano di apparire sulle nostre colonne – che proprio in quei giorni passavano dal piombo alla fotocomposizione – ma venivano facilmente tenuti a bada.</p>
<p>Ogni uscita di un libro della Fallaci mandava in fibrillazione la casa editrice. Tutti i direttori venivano allertati per coprire l’evento al meglio. Alcuni venivano anche precettati per intervistare il “mostro sacro”. Compreso il mio direttore: Paolo Pietroni con cui, negli anni a seguire, condividerò l’avventura della rinascita di <em>Amica</em>, della nascita di <em>Max</em> (per cui mi manderà negli Stati Uniti come corrispondente), di <em>Sette</em>.</p>
<p>Quella mattina fatidica io arrivo in redazione soddisfatto di aver parcheggiato in via Solferino (già, allora, si poteva persino trovare posto davanti al Corriere e nelle strade adiacenti) e subito mi chiama Pietroni che, con aria distratta, butta lì che quel pomeriggio aveva qualcosa di estremamente importante da fare e che alle 15 non poteva andare a incontrare Oriana, come già organizzato. «Vacci tu» disse. Glielo feci ripetere. Lui ripetè: «Vacci tu».</p>
<p>L’unica cosa che mi venne in mente di replicare fu se era proprio importante il suo appuntamento. Lui bofonchiò qualcosa che assomigliava a “dentista” o forse era “dietista”. Poi riprese a leggere le carte che aveva davanti facendo così capire che il colloquio era finito. Tentai un’ultima disperata difesa: «Non ho con me il registratore». «Prendi un taxi», disse «e vai a casa a prenderlo». Non faceva una piega.</p>
<p>L’incontro era fissato per le 15 in casa editrice, in via Rizzoli. Corro a casa a recuperare il registratore e cercare di fissarmi in testa delle domande. Cosa diavolo avrei chiesto alla regina delle interviste, a quella che aveva infinocchiato l’Ayatollah Khomenei, che aveva innervosito Henry Kissinger, che poteva incontrare indifferentemente Indira Ghandi o Neil Armstrong, Mohammed Reza Pahalavi o Deng Xiao Ping, solo alzando la cornetta del telefono (all’epoca i cellulari erano fantascienza)?</p>
<p>«Un’intervista medica», si era raccomandato il direttore prima di sgusciare velocemente al suo appuntamento dal dentista o dalla dietista. Sì, certo, un’intervista medica.</p>
<p>Alle 15 spaccate ero in Rizzoli e ecco l’Oriana spuntare da uno di quei corridoio chilometrici del vecchio palazzo, quello che adesso è stato venduto e stanno buttando giù per farci, dicono, un centro commerciale.</p>
<p>Lei fiorentina, io quasi fiorentino, riusciamo a sintonizzarci parlando male di un amico comune. Nel senso che lei, chinandosi verso di me con aria cospratrice e soffiandomi un faccia una zaffata di fumo, se ne uscì con: «Quello stronzo è un agente della Cia». Ah, davvero, credevo fosse un professore universitario. «Certo, ma la John Hopkins è una copertura». Davvero? «Davvero». Altra zaffata di fumo. «Allora, cominciamo?». Sì, cominciamo. Meglio che cominciamo.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-828" title="&quot;Caro Castellaccio&quot;" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/03/Oriana-bis-500x166.jpg" alt="&quot;Caro Castellaccio&quot;" width="500" height="166" /></p>
<p>Quello che segue è dunque il testo dell’intervista pubblicata il 28 febbraio 1980 nelle pagine della cultura del <em>Corriere Medico</em>. Il titolo: “Una donna”.</p>
<p><span id="more-824"></span></p>
<p><strong>Quando il centralino passò la telefonata, il dottor Richard Kaufman si stupì che la sua amica Fallaci lo chiamasse durante il turno in ospedale.</strong></p>
<p>«Dick, sono malata, stò male», lo investì. «Credo di avere il cancro, che si fa?».</p>
<p>Dick Kaufman pensò che, tutto sommato, era proprio difficile essere amici di quella furia di italiana. Pensò anche che se non le avesse fatto subito un check up non avrebbe avuto più pace. Le disse quindi di andare da lui.</p>
<p>«Ci vado, faccio le radiografie e il cancro non c’è. Ne sono contenta, ovvio, ma anche un po’ mortificata per il caos che ho causato».</p>
<p>Oriana Fallaci si accende una sigaretta. «Dio quanto fumo! Troppo, troppo», dice quasi a se stessa.</p>
<p>«Quante?», le chiedo.</p>
<p>Almeno sessanta risponde con imbarazzo.</p>
<p>A sentire lei è un ospedale viaggiante, il ritratto al femminile del protagonista del romanzo di Jerome “tre uomini in barca”, quello che andando un giorno alla biblioteca per documentarsi su un lieve malanno, scopre di essere affetto da tutte le malattie ad eccezione del “ginocchio della lavandaia” e se ne sente offeso, quasi fosse un affronto, una menomazione.</p>
<p>«Dev’essere perché ho incominciato molto presto ad avere pessimi rapporti coi medici e perché i medici hanno cominciato ancora più presto a farmi le prepotenze. Un giorno, ero una bambina, avevo male alla pancia. Un normalissimo mal di pancia. Fui portata dal medico e subito lui mi tolse l’appendice. Poi mi mostrò una garza con su un pezzetto di Oriana roseo e chiaro, pulito e disse: “Non ce l’aveva l’appendicite, non si trattava di quello. Ma non importa, tanto è sempre meglio levarla. E in ricordo di quella bella impresa m’è rimasta una brutta cicatrice. E il complesso di essere malata anche quando non lo sono».</p>
<p>Ma cos’altro ti hanno fatto questi medici, a parte il crimine di aver preso un pezzetto di Oriana tutto roseo e pulito?</p>
<p>«Mi hanno preso trenta dollari dopo che mi ero visitata da sola. Senti questa. Un giorno mi ammalo a New York e mi metto a letto con la febbre e un mucchio di dolori. Chiamo il medico e lui mi risponde di andare al suo studio. “Non posso – mi lamento – sono a letto, ho la febbre”. E lui: “prenda uno specchio, si guardi la lingua”. Prendo lo specchio, mi guardo la lingua. “La vedo”, dico. E lui: “Com’è?”. E io: “Brutta, brutta”. E lui: “Ho capito. Ora si tocchi il fegato”. “Dov’è”, chiedo io. Me lo spiega, lo localizzo. Lo pigio e lo ripigio. “Le fa male?”, chiede il medico. “Sì, tanto”. “Ho capito”, dice lui. “Cosa ho”, dico io. “È malata”, dice lui. “E cosa devo fare?”. “Stia a letto”, dice lui. “Ci sono già”, dico io. “Ci rimanga”, risponde lui. Poi posa il ricevitore e il giorno dopo mi arriva una lettera espresso che mi costringe ad alzarmi dal letto. Dentro indovina che c’è?».</p>
<p>La ricetta.</p>
<p>«No, il conto di trenta dollari».</p>
<p>Eppure a sedici anni, cioè con due anni di anticipo sui suoi coetanei, avendo superato l’esame di maturità e dovendo scegliere la facoltà universitaria a cui iscriversi, Oriana si iscrisse a medicina per diventare psichiatra.</p>
<p>«La medicina è lo studio più umanistico che esista», dice lei. «È il più bello in assoluto. Resta in me un grande rammarico per non aver studiato medicina. Il fatto è che mio padre non poteva mantenermi all’università per sei anni e dovevo lavorare, e lavorare significava per me lavorare in un giornale. Non erano già trascorse due settimane dall’iscrizione che già facevo la cronista. Di notte. Tornavo a casa col camioncino che portava i giornali alla stazione. Durante la lezione di anatomia, che era alle otto e mezzo del mattino, finivo sempre con l’addormentarmi. Dopo un anno di questa vita ero ridotta a trentotto chili. E dovetti scegliere tra la medicina che non mi pagava e il giornalismo che già mi pagava. E beninoi. Finì così il mio sogno di diventare psichiatra».</p>
<p>E i tuoi rapporti con la medicina continuarono nel ruolo di paziente.</p>
<p>«Ho il corpo coperto di cicatrici che sembro un torero», dice tutta contenta di essere un soggetto clinicamente interessante. E racconta con umorismo di un male all’orecchio che divenne mastoidite dopo essere transitato per tutti i vari stadi dell’otite, e il relativo intervento chirurgico che lasciò una di quelle cicatrici.</p>
<p>E poi ci sono quelle del Messico, quando ti hanno sparato addesso, le ricordo.</p>
<p>«Già, tre pallottole mi presi. Ma solo tre. Fui fortunata. Una fortuna che in Vietnam chiamavano “la bonne blessure”, cioè la ferita che non ti ammazza, non lede gli organi vitali, ma che ti permette di tornare a casa. Uhm! Temevo che mi tagliassero la gamba, invece, lì, la pallottola era entrata educatamente tra l’arteria e i nervi senza lederli. Un’altra era approdata fra la dodicesima e la tredicesima vertebra sfiorando il midollo spinale. Una fortuna sfacciata, ti dico».</p>
<p>E si accende un’altra sigaretta. Ormai, nel portacenere le cicche non si contano più.</p>
<p>Io dico che non stai male come dici e devi essere molto forte per resistere al ritmo convulso di vita che tieni.</p>
<p>Esita un attimo per chiedersi se è un complmento o un’offesa. Poi cede. Confessa: «In effetti sono piuttosto forte. Se pensi che vivo sulla tensione continua, il tipo di tensione che fa venire l’infarto agli uomini d’affari. La vita che faccio. E poi il mio carattere. Senza contare il continuo spostarmi tra i due continenti. L’America e l’Europa. Ogni volta ciò provoca in me un malessere fisico. Non mi sono mai abituata a superare il trauma delle sei ore di differenza tra New York e Roma. Eppure faccio quella vita da quasi diciotto anni. Be’, sì, hai ragione. Devo essere molto sana per resistere a una routine simile. Se fossi davvero malata come dico, a quest’ora sarei morta e sepolta. Ma lo sai che fra ottobre e gennaio ho attraversato l’Atlantico sei volte? E a questo aggiungi la continua tensione di cui parlavo prima. Il mio carattere».</p>
<p>Cioè?</p>
<p>«Il carattere di una persona molto emotiva che si sforza continuamente di controllare la sua passione col raziocinio».</p>
<p>Una sorta di dottor Jeckyll e mister Hyde.</p>
<p>«Pù o meno. Voglio dire, è sempre la parte raziocinante che vince in me. Però attraverso uno sforzo quasi disumano.È molto stressante dominare le proprie emozioni, incanalarle sui sentieri della ragione, ma lo è ancora di più in un individuo che come me ignora l’indifferenza. Io partecipo sempre a tutt e in modo eccessivo: nella gioia come nel dolore. Sono esagerata, diceva Alekos. E va da sé che anche lui lo era. Per questo ho potuto descriverlo così bene. Alekos era me. Uomo».</p>
<p>Cerca una sigaretta. Mormora: «La gente come me e come Alekos è sempre troppo felice o tropo infelice», poi sorride divertita: «Dev’essere per questo che ingrasso poco».</p>
<p>Forse mangi poco.</p>
<p>«Poco, ma di tutto. Inclusi i piatti grassi e dolci. Ho un grande rispetto per il cibo, una grande curiosità. Pensa che una volta o viaggiato con un cavolo in braccio, da Hanoi a Firenze. Sì, un cavolo vietnamita che volevo portare a mio padre perché ne cavasse il seme e lo piantasse. Da Hanai l’ho portato in Cambogia, a Phnom Phem, da lì a Bankog, poi a Nuova Delhi, a Karachi e così via. Ad ogni scalo il cavolo puzzava sempre più. Perciò io lo chiudevo sempre più in buste di cellophane. Quando sono arrivata era quasi marcio e mio padre mi ha chiesto se ero impazzita. Oltretutto si trattava di un cavolo che in Toscana si trova dovunque».</p>
<p>Ma tu sai cucinare?</p>
<p>«Certo, e bene».</p>
<p>Quale cucina preferisci?</p>
<p>«Non esiste una cucina che preferisco. Mi incuriosiscono tutte. Ho una raccolta ragguardevole di libri di cucina. E va da sé che non li leggo quasi mai perché mi piace inventare».</p>
<p>E bere, ti piace?</p>
<p>«Meno che mangiare. Soprattutto i liquori. Detesto il whisky. Non sono mai riuscita a inghiottire un sorso di whisky. Sa di medicina. Puzza. La bevenda che preferisco  il vino- Quello lo bevo, sia pure in quantità ridotte, durante i pasti. Infatti non so concepire una cena senza il vino. Non digerisco se non ho il mio bocchiere di vino mentre mangio. Per noi toscani il vino non è alcol, è cibo. Ricordo che quand’ero bambina, spesso, mia madre mi dava per merenda una fetta di pane inzuppata nel vino e coperta di zucchero. Posso sostituire il vino con la birra e basta purché ciò avvenga d’estate. Ma la birra è una scoperta molto recente, l’ho fatta in America dove viene consumata assai più del vino».</p>
<p>Semti, parliamo un attimo di tutto questo in rapporto al tuo lavoro di scrittore. Quello dello scrittore è un lavoro sedentario. Come tratti la tua salute nei periodi in cui lavori su un libro?</p>
<p>«Male, malissimo. Non la tratto, la maltratto. Prendi l’esempio dei tre anni durante i quali ho lavorato a quest’ultimo libro. Tre anni vissuti dentro una stanza come dentro una gabbia, senza uscirne mai. Mai. Neanche per fare una passeggiata, respirare un po’ì d’aria pura. Ed ero in campagna, pensa. Il fatto è che quando scrivo mi chiudo in uno stato di ipnosi, autoipnosi, che mi estranea dalla vita. Dal mio stesso corpo. Mi concentro talmente sullo sforzo che non mi chiedo neanche se mi sento bene o male. Così la mattina verso le otto bevevo un caffè doppio e andavo avanti senza mangiare fino alla sera, fino alle sette. A volte, verso mezzogiorno, masticavo distrattamente una scheggia di parmigiano. Insomma, mangiavo la sera e basta. Il che non mi capita spesso, del resto. Non mangiare a mezzogiorno è un’abitudine che ho maturato in America dov’è raro che la gente affronti il pasto completo a metà giornata. Il vero pasto è quello serale. E a me piace arrivare alla cena affamata come un lupo. Il cibo ha più sapore così- Diventa una gioia sensuale».</p>
<p>E lo sport, ginnastica, ne fai?</p>
<p>«Io no. Si dura fatica a fare la ginnastica. Si suda, e poi, magari, vengono gli strappi muscolari. Per carità! In quel senso sono molto pigra, pigrissima. La mia sola ginnastica è andare in fretta. Vado sempre di fretta, corro sempre. Il mio portiere a New York mi rimprovera: ma che corre? Perché corre? Calma, calma».</p>
<p>E tu allora ti calmi?</p>
<p>«No, non ho il tempo di andare piano, di camminare da signora. La giornata è così breve, soltanto ventiquattro ore. E non bastano mai. Inoltre la calma mi annoia. Mi fa sbadigliare».</p>
<p>Capisco. Ma permettimi di insistere. Non hai mai fatto uno sport?</p>
<p>«Con lo sport ho chiuso a ventitré anni quando sciando all’Abetone mi ruppi un piede. Me ne offesi a morte. Buttai via gli sci e da quel giorno non voglio più vedere neanche la neva, le montagne e gli edelweiss».</p>
<p>Nonostante questo tuo peregrinare fra un continente e l’altro traspare, dal tuo ultimo libro, un grande amore per la casa. Per un luogo stabile. Come si concilia?</p>
<p>«Io quando viaggio mi porto dietro la casa, come le lumache. Viaggiare con una borsa e lo spazzolino da denti è una delle cose che non ho mai imparato. Riempio la valigia fino all’inverosimile, senza contare i fogli, i libri, i giornali, le fotocopie e, a volte, anche i quadri. Se potessi mi sposterei con le pentole. L’attaccamento alla casa, agli oggetti della casa, forse è tipico delle persone che non hanno un punto fisso».</p>
<p>Ti piaci?</p>
<p>«Io?». La sua risata è un’esplosione. «Se mi piacessi sarei un po’ più serena. Io sono sempre arrabbiata con me stessa. Mi maltratto sempre. Mi accuso. Quando una cosa va male, prima di berciare contro gli altri, bercio contro me stessa. Del resto quale persona con un po’ di cervello, di senso critico piace a se stessa? No, no, guarda: io non mi piaccio, mi rispetto. È diverso».</p>
<p><strong>Una nota a margine di quest&#8217;intervista:</strong><em> Mentre Oriana parlava io continuavo a adocchiare un libro nero con i bordi rossi che sembrava uno di quei breviari dei parroci di campagna che spuntava dalla sua borsa. Finita l’intervista le chiedo di che libro si trattasse.  «È la mia agenda», dice lei. La prende e me la mostra. Non le sfuggì il mio sguardo di fanatico di paraphernalia da cartoleria: «Quando torno a New York te ne compro una e te la mando», disse. Certo, grazie. </em></p>
<p><em>Figurati se Oriana Fallaci torna a New York, va in cartoleria, compra un’agenda e ma la spedisce. Comunque, grazie del pensiero.</em></p>
<p><em>Be’, non ricordo quanto tempo passò, ma di lì a poco mi arriva un pacchetto in redazione. Lo apro e dentro c’è una piccola agenda verdolina, con un biglietto attaccato con del nastro adesivo. Diceva: «N.Y. Feb. 80. Caro Castellaccio (aveva preso a chiamarmi così) l’agenda come la mia era finita. Così ho preso questa che non mi pare brutta. Oriana Fallaci». Rimasi senza parole. Anche perché, nonostante la sua estrema carineria, l’agenda era proprio brutta.</em></p>
<p><em><img class="aligncenter size-medium wp-image-827" title="&quot;Caro Castellaccio&quot;: bigliettino di accompagnamento inviato da Oriana insieme all'&quot;agenda americana&quot;" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/03/IMG_11011-400x300.jpg" alt="&quot;Caro Castellaccio&quot;: bigliettino di accompagnamento inviato da Oriana insieme all'&quot;agenda americana&quot;" width="400" height="300" /><br />
</em></p>
<p><em>Tre anni più tardi feci il mio primo viaggio negli Stati Uniti, a Los Angeles: la prima cosa che feci è andare in cartoleria a comprare l’agenda dei miei sogni.</em></p>
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		<title>Philip Kerr: ritratto di scrittore scozzese nel suo interno</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 17:57:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che fine ha fatto Philip Kerr? Scrive, direbbe il suo agente. In effetti se si dà un’occhiata alla sua produzione (cliccate qui) scrive e tanto. Peccato che non scriva più romanzi con Bernhard Gunther, detective privato le cui avventure si svolgono nella Berlino degli anni Trenta. Qui di seguito, un’intervista di qualche tempo fa.

“Esistono due [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Che fine ha fatto Philip Kerr? Scrive, direbbe il suo agente. In effetti se si dà un’occhiata alla sua produzione (</em><a href="http://www.unilibro.it/find_buy/findresult/libreria/prodotto-libro/autore-philip_kerr_.htm" target="_blank">cliccate qui</a><em>) scrive e tanto. Peccato che non scriva più romanzi con Bernhard Gunther, detective privato le cui avventure si svolgono nella Berlino degli anni Trenta. Qui di seguito, un’intervista di qualche tempo fa.</em></p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-803" title="Philip Kerr, courtesy El Mundo" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/02/1251997628_1-463x300.jpg" alt="Philip Kerr, courtesy El Mundo" width="463" height="300" /></p>
<p><strong>“Esistono due tipi di libri: quelli che si devono leggere e quelli che si vogliono leggere”</strong> teorizza Philip Kerr, enfant prodige della narrativa d’avventura anglosassone, avvocato di formazione, pubblicitario di mestiere, scozzese di nascita. “Io scrivo quelli che la gente vuole leggere”. Semplice.</p>
<p>Philip Kerr è uscito allo scoperto nel 1989, pubblicando un insolito libretto, “<em>Violette di marzo</em>” che lo scaraventò nell’olimpo delle migliori giovani promesse inglesi. È la storia di un detective privato tedesco, Bernhard Gunther, che svolge la professione più antica della narrativa poliziesca nella Berlino anni Trenta, in una Germania che si appresta ad indossare la divisa nera delle SS e che, di lì a poco, sarebbe precipitata nell’abisso della guerra. Il successo è immediato. I romanzi diventano tre e vengono raccolti in un omnibus dal titolo “<em>Berlino nera</em>”. In Italia le storie di Bernie Gunther sono pubblicate dall’editore Passigli.</p>
<p>Bernhard Gunther è un detective che, in gioventù, ha combattuto sul fronte turco. Prima guerra mondiale. Croce di ferro al valore. Di seconda classe, proprio come quella del Führer. Anche perché la prima classe la davano praticamente solo a quelli che abitavano già al cimitero. Le similarità con Adolf Hitler, però, finivano lì.</p>
<p>Bernie era stato anche nella polizia, col grado di Kriminalinspektor, ma aveva lasciato la Kripo &#8211; la Kriminalpolizei &#8211; per diventare investigatore privato. Un lavoro ingrato nella Germania del Terzo Reich. Anche se lui il cappello di feltro grigio scuro lo portava proprio come quelli della Gestapo, con la falda anteriore più bassa di quella posteriore, in modo che coprisse gli occhi. Una tecnica imparata in polizia. Ma anche in questo caso le similarità finivano lì.</p>
<p>Herr Gunther si occupa di tutto ad eccezione dei divorzi. “La gente ha strane reazioni quando si tratta di corna”, dice. La sua specialità sono le persone scomparse e, neanche dirlo, con l’avvento al potere dei nazional socialisti”, i suoi affari hanno avuto un notevole miglioramento.</p>
<p><span id="more-802"></span>Questo era il primo Kerr, poi sono arrivate avventure fanta-medico-archeo-tecnologiche. Come <em>Esaù</em>, un minestrone condito di scienza, sesso, scalate e abominevoli uomini delle nevi. Già, perché Esaù non è altri che uno Yeti che vive sull’Annapurna, uno dei più alti picchi del Nepal, in una sorta di valle degli orti nascosta a cui si accede saltando da un crepaccio e soprattutto cercando di non farsi uccidere da un agente segreto pazzo sfuggito di mano alla Cia.</p>
<p>Quello che è certo è che a Kerr non si riesce a dare un’etichetta. Letteraria, ma anche fisica. Siamo a Wimbledon, a sud di Londra. Suoniamo il campanello della palazzina a mattoncini rossi, a tre piani, dove abita (al pianoterra) e lavora (lui nel seminterrato, la moglie nell’attico) e ti si para davanti uno che diresti più iraniano che scozzese e che, difficilmente, immagineresti con indosso il gonnellino dei fucilieri di Sua Maestà. Per di più veste tutto di nero &#8211; probabilmente per fare il paio con i capelli corvini.</p>
<p>Racconta: “Sono nato a Edinburgo, nel 1956. Sono scozzese. I miei genitori sono entrambi scozzesi”. Kerr ci tiene a chiarire subito da che parte sta. “Ho vissuto lì fino a 15 anni. Forse 16. Dopo di allora ho sempre vissuto in Inghilterra”.</p>
<p>Scusi, ma la Scozia non sta in Inghilterra? Kerr sospira. “È difficile per altri europei capire come gli scozzesi si percepiscano diversi da tutti. Vede, gli scozzesi sono sempre stati molto nazionalisti e molto orgogliosi di essere tali”.</p>
<p>E lei? “Oggi non penso a me come a uno scozzese, anzi il più delle volte non mi piacciono neanche. Mi irritano”.</p>
<p>Come definirebbe uno scozzese? “Aggressivo. Uno pieno di amarezza e risentimento nei confronti degli inglesi. In un certo senso è come per gli irlandesi, con la sola differenza che gli scozzesi sono molto più creativi e industriosi e troppo intenti a fare soldi per riuscire a tradurre il loro nazionalismo in qualcosa di violento. La loro ribellione è solo teorica”.</p>
<p>Impensabile quindi, a parte lei, trovare uno scozzese all’estero. “Guardi, quelli che lasciano la Scozia, scappano. Robert Louis Stevenson se ne andò a Samoa e Muriel Spark vive in Toscana. Edinburgo è una città piccola e seducente ed è facile credere di essere al centro del mondo. Quando, poi, scopri che non è così, finisce che ritieni Edinburgo responsabile delle tua delusione. La Scozia è un mondo di piccolezza, di ristrettezza mentale da cui vuoi scappare. Io se, da una parte, non riuscirò mai a sfuggire dal fatto di essere scozzese, dall’altra non ho nessun desiderio di ritornare là, vivere là o, persino, scrivere sulla Scozia”.</p>
<p>Con tutto quello che mi dice, come si giustifica il fatto che il più famoso agente segreto di Sua Maestà Britannica, quello con licenza di uccidere, l’immortale 007, sia stato portato sullo schermo da uno scozzese d’origine controllata come Sean Connery? “Ian Fleming aveva fatto frequentare al suo personaggio una famosa università scozzese, una che pensa di essere la “<em>Eton del nord</em>”, dove sono stato anch’io, ma credo che l’unico allievo famoso di quella scuola sia stato proprio James Bond. Con questi precedenti era verosimile che l’attore che lo avrebbe impersonato potesse venire da Edinburgo: ecco il perché della scelta di Sean Connery, tipico scozzese, soprattutto ora che sta invecchiando, con quei tatuaggi che fanno tanto classe operaia e senza il minimo senso dell’eleganza, perché per uno scozzese fare attenzione ai vestiti è considerato effeminato. Assomiglia sempre più a mio nonno”.</p>
<p>Lasciamo perdere gli scozzesi e parliamo di come lei è diventato scrittore. “Ho studiato legge all’università, ma solo perché mio padre voleva che avessi un lavoro serio. Anche il padre di Robert Louis Stevenson aveva costretto il figlio a studiare legge. Poi mio padre morì, giovanissimo, a 47 anni, poco dopo che mi ero laureato. Rimasi colpito. Mi dissi: se anch’io dovessi vivere così poco voglio almeno inseguire i miei sogni. E i miei sogni erano diventare scrittore. Tutto quello che facevo, anche i miei impieghi erano sempre in funzione della scrittura. Lavoravo in un’agenzia di pubblicità perché mi lasciava abbastanza tempo libero per scrivere. Non dovevo presentarmi prima delle 10 del mattino, la pausa di pranzo era assolutamente elastica e non era necessario restare in ufficio fino a tardi. Così lavoravo a un romanzo prima di andare a lavorare, facevo le ricerche durante la pausa che non era mai meno di due ore e mezzo, e ci lavoravo la sera. Ho fatto questa vita fino al mio trentesimo compleanno. Ho scritto tre o quattro libri pessimi che fortunatamente non sono stati pubblicati, ma la scrittura è artigianato ed era come se mi fossi allenato per imparare un mestiere. Adesso sono contento di non essere stato pubblicato così presto, perché probabilmente sarei andato in un’altra direzione. Il primo libro segna il territorio letterario che finisci per abitare. All’epoca ero molto influenzato da Martin Amis che scriveva di giovani letterati che vivevano a Londra e che volevano partorire un romanzo. Ne ero quasi ossessionato, fin quando una mattina mi svegliai e mi chiesi: ma chi diavolo vuol leggere romanzi di romanzieri che fanno la fame? Così la smisi”.</p>
<p>E arrivò Berlino nazista. Un bel salto dalla <em>Swinging London</em>. “Io non sono mai stato un grande lettore di polizieschi, ma avevo fatto un corso post-laurea in filosofia legale tedesca, roba assolutamente arida, ma che mi fece interessare alla storia economica della Germania negli anni Trenta. Fu così che pensai che sarebbe stato interessante scrivere un libro sulla vita quotidiana di quel periodo usando la tecnica del romanzo giallo”</p>
<p>Mai stato a Berlino? “Mai. Berlino la conosco solo dai libri. Ho passato 18 mesi a fare ricerche storiche. Volevo sapere tutto quello che c’era da sapere sulla Berlino pre-bellica che è un po’ come fare il detective visto che, da allora, ormai tutto è cambiato. Per fortuna l’agenzia di pubblicità per cui lavoravo era in St.James Square dove, dall’altra parte della piazza c’è la London Library, una delle più antiche biblioteche della città, se non del mondo. Avevano una grande sezione di libri che erano stati comprati negli anni Venti e Trenta, proprio il periodo che mi interessava. E ho cominciato da lì”.</p>
<p>I romanzi su Berlino sono fortemente caratterizzati da minuziosi dettagli d’epoca che creano un’atmosfera coinvolgente. “Era quello il mio obiettivo. Volevo che la mia Berlino fosse come la Los Angeles di Chandler. Mi chiedevo: cosa avrebbe scritto Chandler se avesse ambientato un romanzo nella Germania degli anni Trenta? E come trama ho evitato come la peste quelle storie dove si vuole uccidere Hitler, rubare l’oro tedesco e stupidaggini del genere. Volevo creare un’indagine intorno a un crimine ordinario che avesse una sua dignità pur essendo circondato dal Grande Crimine che si stava perpetrando nel paese. Così scrissi “<em>Violette di Marzo</em>”. E il mio agente mi fece notare che dopo tutto lo sforzo fatto per quelle ricerche potevo anche scriverne un altro. Così feci. E poi un altro ancora. Arrivato al terzo mi divertivo molto, ma decisi di non andare avanti per non diventare pigro e soprattutto per non dare al lettore qualcosa di scontato. Eppoi, diciamocelo chiaramente, se il mio Bernie Gunther avesse avuto lo stesso successo di James Bond, lasciarlo sarebbe stato molto difficile, ma, all’epoca, non è che la gente facesse la fila per comprare i miei libri e allora perché non percorrere altri territori?”</p>
<p>I suoi editori, i suoi recensori la paragonano sempre a qualcuno. Ieri lei era Dashell Hammett. Oggi lei è Michael Crichton. Non si secca mai? “Essere paragonato a uno dei migliori, se non il migliore scrittore di best-seller del mondo è un onore, ne sono felice”.</p>
<p>Cosa cambia nella vita di uno scrittore che entra nella lista delle migliori giovani promesse inglesi, anno 1993? “Non cambia molto. La gente, per fortuna continua a non riconoscermi per strada, non sopporterei di avere una faccia famosa e riconoscibile. Certo, allora, è stato molto lusinghiero e il vantaggio è che, dopo, sono stato preso un po’ più sul serio. Però nell’ambiente letterario londinese il fatto che io faccia anche soldi è ritenuto pressochè criminale”.</p>
<p>Invidia? “Appunto. Tutti sono molto interessati ai soldi, ma nessuno lo ammette. È la storia della volpe e dell’uva. È chiaro che se uno scrive per vent’anni e non è pubblicato, finisce col dire che scrive solo per alti ideali e parla male di chi i soldi li fa”.</p>
<p>Fra lei e Hollywood è stato amore a prima vista, o quasi. Ma che ne è stato della trilogia su Berlino? “Anche quella è stata venduta, ma a una casa di produzione tedesca che non so cosa ne abbia fatto. A volte la gente compra un libro e poi si accorge che è difficile e costoso tirarne fuori un  film. Il cinema è un’area che non mi interessa più di tanto. Mi piace essere coinvolto alla periferia di Hollywood e finora ce l’ho fatta ad evitare di esserne risucchiato”.</p>
<p>Quindi niente prossimi trasferimenti a Los Angeles. “Non vivrei mai a Los Angeles. Se devo andarci, da Londra, sono dieci ore di aereo. Faccio quello che faccio più facilmente qui. E poi, ad essere onesto, vivrei molto più volentieri in Italia o in Francia che in America anche se il mio prossimo romanzo, ancora allo stadio di matita, è ambientato nell’America degli anni Sessanta”.</p>
<p>Allo stadio di matita? “Sì, io scrivo con una matita, ad essere più esatti, una penna porta mine. Lo trovo più fluido e manuale. Poi quando ho finito, ribatto il tutto al computer e nel frattempo faccio degli aggiustamenti. Non riuscirei mai a scrivere direttamente alla macchina. Ho bisogno di tempo, cambio. Il computer ti dà una libertà infinita. Pensi a quando si usava la carta carbone. Un incubo”.</p>
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		<title>James Ellroy: un&#8217;adolescenza ai margini del crimine</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 13:30:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Esce in Italia a gennaio 2010 l’ultimo romanzo di James Ellroy, Il sangue è randagio (Mondadori, traduzione di Giuseppe Costigliola, titolo originale: Blood’s a rover). Quella che segue è un’intervista a James Ellroy fatta qualche tempo fa a Los Angeles. La scheda del libro si trova in fondo al testo.


James Ellroy intascò per il suo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Esce in Italia a gennaio 2010 l’ultimo romanzo di James Ellroy, </em><strong>Il sangue è randagio</strong><em> (Mondadori, traduzione di Giuseppe Costigliola, titolo originale: </em>Blood’s a rover<em>). Quella che segue è un’intervista a James Ellroy fatta qualche tempo fa a Los Angeles. La scheda del libro si trova in fondo al testo.</em></p>
<p><em><img class="aligncenter size-medium wp-image-774" title="James Ellroy (da Wikipedia)" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/01/475px-JamesEllroy-237x300.jpg" alt="James Ellroy (da Wikipedia)" width="237" height="300" /><br />
</em></p>
<p><strong>James Ellroy intascò per il suo primo romanzo, <em>Brown&#8217;s Requiem</em>, tremilacinquecento dollari. </strong>Steve Erickson, suo biografo, racconta che il neo-scrittore saldò le mensilità arretrate dell&#8217;affitto, si comprò una Chevrolet del &#8216;64 e portò la sua ragazza fuori città per il fine settimana. Finiti i soldi, le chiese in prestito cinque dollari per un paio di hamburger e se ne andò da Los Angeles per trasferirsi nei sobborghi di New York e diventare uno dei più affermati autori di letteratura poliziesca contemporanea.</p>
<p>Un&#8217;adolescenza ai margini del crimine, quella di Ellroy. Prima la tragedia della madre, assassinata quando James aveva dieci anni (i fantasmi di quel lutto sono stati trasportati in <em>Black Dahlia</em>, il romanzo che lo ha assurto agli onori della notorietà internazionale), poi una saltuaria attività di piccola delinquenza: dai furtarelli nelle case degli amici a più impegnative ruberie con scasso.</p>
<p><em>Ellroy, quale impatto ha avuto questa sua pratica criminale nella sua professione di scrittore?</em> «C&#8217;e&#8217; un tema ricorrente nei miei romanzi: il furto con scasso. Io non ne ho fatti molti. I miei misfatti erano di tipo dilettantesco. Ero un maldestro e finivo per rubare oggetti marginali di nessun valore. L&#8217;eccitante era trovarsi dentro la casa di qualcuno, di immaginarne le abitudini, i vizi. A volte lo facevo solo per il piacere di guardarmi intorno e non toccare niente. E&#8217; per questo che i miei libri sono pieni di ladri voyeur. Mi piace rivivere il brivido dell&#8217;effrazione sulla pagina».</p>
<p><span id="more-772"></span><em>Che tipo di accoglienza hanno avuto i suoi primi romanzi negli Stati Uniti?</em> «A quel tempo non ero conosciuto. Alcuni critici erano infastiditi dalla violenza e dal sesso, ma in generale non e&#8217; andata male. <em>Brown&#8217;s Requiem</em> e <em>Clandestine</em> entrarono in finale per premi letterari di categoria. Il terzo libro, <em>Blood on the Moon</em>, e&#8217; diventato invece un film: <em>Cop</em>, con James Woods, nella parte del detective Lloyd Hopkins, il personaggio che e&#8217; poi ripreso in <em>Because the Night. </em>Lloyd, badi bene, non e&#8217; un eroe di tipo tradizionale, e&#8217; solo un poliziotto che tenta di controllare il caos della propria vita mettendo ordine nel caos della vita degli altri».</p>
<p><em>Perche&#8217; dopo quell&#8217;avventura ha deciso di abbandonare Lloyd Hopkins? </em>«Volevo scrivere opere di più ampio respiro letterario, con radici storiche. Per anni ero stato ossessionato dalla vicenda della Black Dahlia &#8211; la donna uccisa, l&#8217;assassino mai scoperto &#8211; il cui collegamento con la morte di mia madre era evidente, e quello e&#8217; diventato il mio libro successivo. Hopkins, in fondo, mi aveva annoiato».</p>
<p><em>Quali altri suoi romanzi sono stati portati sullo schermo? </em>«Molti di loro sono opzionati come progetti, ma non so a che stadio siano. E neanche mi interessa. Come non mi interessa scrivere sceneggiature. Con Hollywood non ho niente da spartire».</p>
<p><em>Quali sono le sue abitudine di scrittura? </em>«Sveglia alle otto. Lavoro fino all&#8217;una e mezzo. Palestra. Ancora due ore di lavoro nel tardo pomeriggio. Vita di famiglia, poi di nuovo lavoro dalle otto e mezzo alle undici di sera. Non so battere a macchina, scrivo a mano su blocchi di carta comune con una biro da due soldi, inchiostro nero. Le correzioni le faccio in rosso».</p>
<p><em>Tutti i suoi romanzi sono ambientati a Los Angeles. Come quelli della maggior parte degli autori di polizieschi. Perché quest&#8217;ossessione comune? </em>«Colpa di Raymond Chandler. Lui ha dato il via alla moda. Io, poi, vengo da Los Angeles, ci ho vissuto 33 anni. Anche se la città che descrivo io è antitetica a quella di Chandler. C&#8217;era una bellezza intrinseca nella sua Los Angeles che non si ritrova assolutamente nei miei romanzi».</p>
<p><em>Le sue storie sono attraversate dal terrore. Qual é la  differenza, ad esempio, con Stephen King? </em>«Io non credo nel soprannaturale, di nessun tipo»</p>
<p><em>Lei ha detto, una volta, di scrivere per fare colpo sulla gente. E&#8217; ancora così? </em>«Assolutamente. Adoro il successo. Adoro fare colpo sulla gente. Scrivo, poi, perche&#8217; ho storie da raccontare che bruciano dentro di me. Diventerei pazzo se non potessi metterle su carta».</p>
<p><em>Quando si è reso conto di essere un vero scrittore?</em> «Dal primo momento. Anche se il mio <em>Brown&#8217;s Requiem</em> non fu un successo, sapevo che lo sarebbe stato il successivo e poi quello dopo, e poi quello dopo ancora».</p>
<p><em>Qual è stata la peggiore recensione che ha mai avuto?</em> «Per <em>The Big Nowhere,</em> una critica del <em>New York Times</em> &#8211; una femminista, lesbica, radicale &#8211; ha scritto che ero fascista, razzista, antisemita. Che il signore l&#8217;abbia in gloria».</p>
<p><span style="color: #ff0000;">NOTA: A proposito di Ellroy date un occhiata anche a questo link: <a href="http://www.claudiocastellacci.com/libri/il-vicolo-cieco-dei-viagliacchi/" target="_blank">Il vicolo cieco dei vigliacchi</a></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-775" title="copertina originale del libro &quot;Il sangue è randagio&quot;" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/01/bloodsarovedijamesellroy.jpg" alt="copertina originale del libro &quot;Il sangue è randagio&quot;" width="198" height="300" /></p>
<p><span style="color: #808080;"><strong>Scheda del libro Il sangue è randagio (fonte: ufficio stampa Mondadori)</strong></span></p>
<p><span style="color: #808080;"><em>Estate del &#8216;68. Dopo gli omicidi di Martin Luther King e Robert Kennedy, gli Stati Uniti sembrano sul punto di esplodere. Disordini, speculazioni politiche e teorie del complotto scuotono dalle fondamenta la stabilità sociale. Una squadra di sabotatori si prepara a creare disordini durante la convention del partito democratico a Chicago. Le organizzazioni di militanti afroamericani sono sul piede di guerra nel southside di Los Angeles. J. Edgar Hoover, capo dell&#8217;FBI, prepara drastiche contromisure. E il destino ha piazzato tre uomini in un punto nevralgico della Storia.<br />
Dwight Holly, laureato a Yale, è l&#8217;uomo di fiducia di Hoover, incaricato di fomentare contrasti fra i gruppi del potere nero e ossessionato dalla figura di una comunista ebrea di nome Joan Rosen Klein. Wayne Tedrow, ex poliziotto e trafficante occasionale di droghe, lavora per il miliardario Howard Hawks alla costruzione di una rete di case da gioco nella Repubblica Dominicana. Il giovane Don Crutchfield, guardone e investigatore privato di mezza tacca, coinvolto in cose più grandi di lui.<br />
È un destino crudele e inesorabile a intrecciare le loro vite, trascinate in un vortice troppo violento per poter resistere. Con al centro un unico fulcro attorno a cui tutto ruota: Joan Rosen Klein, la Dea Rossa, autentica </em><em>femme fatale.<br />
Ellroy attraversa un quadriennio infuocato della storia americana mescolando la crudezza di eventi realmente accaduti alle vicende di personaggi le cui esistenze minime sono la sintesi di un&#8217;epoca di corruzione e malaffare. In una progressione da tragedia greca, nessuno scampa a questa dimensione catastrofica: non i militanti radicali, tossici e corrotti, non le loro controparti inviate dal potere, un branco di assassini pervertiti e psicotici accecati dal delirio di onnipotenza.<br />
Terza tappa di un viaggio cominciato con </em>American Tabloid<em> e proseguito con </em>Sei pezzi da mille, Il sangue è randagio<em> è un noir di rara profondità, spaventoso e magnetico, l&#8217;aspro ritratto di un mondo che ha perduto le linee di confine tra bene e male, giusto e ingiusto, dove nessuno può reclamare redenzione né tantomeno resurrezione.</em></span></p>
<p><span style="color: #808080;"><em>I libri di James Ellroy sono disponibili <a href="http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&amp;xy=james+ellroy" target="_blank">qui.</a><br />
</em></span></p>
<p><em><img class="aligncenter size-medium wp-image-776" title="Coperina di &quot;Il sangue è randagio&quot;, edizione italiana, Editore Mondadori" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2010/01/Cover_GRA-194x300.jpg" alt="Coperina di &quot;Il sangue è randagio&quot;, edizione italiana, Editore Mondadori" width="194" height="300" /><br />
</em></p>
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		<title>19 dicembre 1999: dieci anni fa, oggi (19 dicembre 2009), Macao diventava cinese. Cronaca di un giorno prima</title>
		<link>http://www.claudiocastellacci.com/articoli/19-dicembre-1999-dieci-anni-fa-oggi-19-dicembre-2009-macao-diventava-cinese-cronaca-di-un-giorno-prima/</link>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2009 21:56:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Storie]]></category>
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		<description><![CDATA[Una settimana prima che la colonia portoghese di Macao venisse restituita alla Cina ero stato inviato dall’allora settimanale Amica (oggi mensile) a raccontare come si vivevano quegli ultimi giorni di “libertà”. Questa è la cronaca di quei giorni:
Maureen, cameriera del Dynasty, il ristorante cinese dell’hotel Mandarin Oriental di Macao è in stato di avanzata gravidanza. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Una settimana prima che la colonia portoghese di Macao venisse restituita alla Cina ero stato inviato dall’allora settimanale </em>Amica <em>(oggi mensile) a raccontare come si vivevano quegli ultimi giorni di “libertà”. Questa è la cronaca di quei giorni:</em></p>
<p><strong>Maureen, cameriera del Dynasty, il ristorante cinese dell’hotel Mandarin Oriental di Macao </strong>è in stato di avanzata gravidanza. Come la sua collega Chan, cameriera del Cafe Girasol, quello che occupa metà della hall del Mandarin. Come Virginia, commessa del negozio aperto da Ermenegildo Zegna nello stesso albergo. Come centinaia di altre giovani donne qui a Macao dove i reparti maternità di ospedali e cliniche si preparano a fronteggiare un’ondata di nascite programmate prima del fatidico 20 dicembre prossimo. Entro quella data i nuovi arrivati potranno ancora godere del diritto alla cittadinanza portoghese e all’ambito passaporto comunitario.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-764" title="Macao prima del passaggio alla Cina" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/macao_relief-254x300.jpg" alt="Macao prima del passaggio alla Cina" width="254" height="300" /></p>
<p>Allo scoccare della mezzanotte del 19 dicembre 1999 si consumerà, infatti, l’ultimo grande evento politico e sociale del millennio: dopo 442 anni di sonnacchioso dominio portoghese, a Macao, sarà ammainata la bandiera lusitana, sarà issata la bandiera rossa stellata della Repubblica Popolare Cinese, si spareranno salve di cannone, salve di fuochi d’artificio, il <em>vinho verde</em> scorrerà a fiumi e 1000 uomini dei reparti speciali dell’armata rossa, abbattuta la simbolica sbarra di confine, nei pressi di Zhuahi, prenderanno posizione in città. E Macao tornerà, di fatto e di diritto, alla Cina. Come era accaduto con Hong Kong dove, apparentemente, in due anni e mezzo di gestione cinese le cose non sono molto cambiate.</p>
<p>Mancavo da quattro anni da Hong Kong: il nuovo aeroporto <a href="http://www.hongkongairport.com/eng/index.html" target="_blank">Chek Lap Kok </a>è una piacevole ed efficiente sorpresa, l’autostrada di collegamento all’isola sprizza potenza e ricchezza; in città il traffico è sempre lo stesso, caotico, ma ordinato; le vetrine dei negozi traboccano di ogni ben di dio; i neon ammiccano come da cartolina (e pensare che Alberto Moravia, nel 1937, sulla <em>Gazzetta del Popolo</em> scriveva: “Hong Kong notturna è una delle città più buie che abbia mai veduto”); i grattacieli svettano come da brochure e il mercato azionario locale continua a dettare legge in questa parte di mondo. Certo, fa effetto vedere issata la bandiera cinese laddove prima sventolava la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Bandiera_del_Regno_Unito" target="_blank"><em>Union Jack</em></a> dei reparti Gurkha.</p>
<p><span id="more-763"></span><strong>Fa anche effetto notare che, qui, nel mare del sud della Cina, i gabbiani siano tornati.</strong> La notizia avrebbe fatto piacere a Ian Fleming, il creatore di James Bond, che quando esattamente quarant’anni fa era sbarcato dal Comet della Boac, l’allora compagnia di bandiera inglese, che in 26 ore e una manciata di scali &#8211; Beirut, Bahrein, Nuova Delhi, Bangkok &#8211; lo aveva aviotrasportato da Londra a Hong Kong, la prima cosa che notò fu, appunto, la totale assenza di gabbiani in quello specchio di mare che, una volta, pullulava, non solo di gabbiani, ma di pirati e avventurieri.</p>
<p>Il suo ospite – Hugh Barton, potente <em>taipan</em> locale &#8211; gli spiegò che i gabbiani, noti spazzini del mare, dalle loro parti, latitavano perché dovevano vedersela con la sterminata e affamata comunità cinese che viveva, come ai tempi di Suzie Wong, a bordo di miseri <em>sampan, </em>giù nella  baia, e che non si lasciava certo dietro briciole di alcunché di commestibile .</p>
<p>A Macao, cinquanta minuti di aliscafo da Hong Kong, i gabbiani, invece, non se ne sono mai andati. C’è sempre stato spazio per tutti, nonostante la colonia portoghese, insignificante appendice di territorio cinese, sia, statisticamente parlando, il comprensorio più densamente popolato al mondo. Un tocco di tolleranza mediterranea che qui si rispecchia nella vita di tutti i giorni, anche oggi, a ridosso del passaggio dei poteri dal Portogallo alla Cina.</p>
<p><strong>Un passaggio che si preannuncia, tutto sommato, morbido, senza le asperità che segnarono per gli inglesi la riconsegna di Hong Kong. </strong>Ma anche se, apparentemente, qui a Macao, le relazioni con Pechino sono rose e fiori, gli amministratori che si preparano a lasciare la colonia qualche apprensione ce l’hanno. A parte la formalità del mantenimento del portoghese come una delle lingue ufficiali del territorio, la principale preoccupazione riguarda gli oltre 100.000 cinesi di Macao in possesso di passaporto europeo che Pechino si rifiuta di riconoscere perché, per loro, i cinesi possono solo essere cinesi e non qualcos’altro. L’unica eccezione la fanno per i circa 8000 macanesi, i residenti di sangue misto che, siccome non sono di sangue puro, che si tengano pure il passaporto portoghese.</p>
<p>E questo al presidente Jorge Sampaio non va molto a genio anche perché, a differenza dell’Inghilterra, il Portogallo ha sempre garantito diritto di piena cittadinanza agli abitanti delle proprie colonie. Tanto che, all’epoca del suo viaggio in Cina nello scorso marzo, Sampaio aveva ventilato un possibile boicottaggio della cerimonia di passaggio dei poteri. Ma, alla fine, tutto sembra essere stato appianato dalla visita in ottobre del presidente cinese Jiang Zemin a Lisbona. Nelle tappe precedenti del suo tour europeo – Londra e Parigi – aveva firmato importanti accordi commerciali facendo intendere ai portoghesi che, in caso di aperta offesa, la Cina avrebbe potuto benissimo scaricare dalla lista dei partner gli ex padroni di Macao. La mossa e la diplomazia hanno ottenuto l’effetto desiderato e Sampaio non solo ha messo la sordina alla paternale di rito che tutti fanno ai cinesi sui diritti umani e la pena di morte, ma ha confermato la sua presenza a Macao e persino concesso che, prima della data fatidica, un’avanguardia di tecnici militari cinesi, seppure disarmati, entri in città per coordinare il successivo spiegamento di forze alla mezzanotte e un minuto del 19 dicembre.</p>
<p>Ufficialmente, i reparti speciali entreranno in città per mantenere l’ordine pubblico che, da quattro anni a questa parte sembra essere sfuggito di mano alla polizia. La città è stata letteralmente sconvolta dalle faide interne alla mafia locale – le famigerate <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Triade_%28organizzazione_criminale%29" target="_blank">triadi </a>cinesi – che gravitano intorno alla principale risorsa economica della colonia: il gioco d’azzardo. Chi sgozzando, chi mitragliando, chi piazzando bombe, tutti stanno cercando di trarre il massimo dei profitti prima dell’arrivo dei castigamatti, ma soprattutto di trovarsi in <em>pole position</em> allo scadere, nel 2001, dei diritti di gestione dei casino – oggi saldamente nelle mani monopoliste della STDM (<em>Sociedade de Tourismo e Diversoes de Macau) </em>società controllata da Stanley Ho, 77 anni, uno degli uomini più ricchi e potenti del mondo.</p>
<p><strong>I problemi con le triadi cominciarono nel 1996</strong>, quando la polizia di Hong Kong, volendo riconsegnare ai cinesi una città pulita, lanciò una durissima repressione, spingendo le organizzazioni criminali fuori dalla città: non avendo altro posto dove andare, queste si trasferirono a Macao. Lo stesso avvenne, per altri motivi, a Taiwan, dove la polizia di Taipei fece pulizia e le briciole finirono di nuovo qui. Il quadro si completa con la poco scaltra mossa portoghese di aver rinunciato a mantenere un esercito a Macao – fu ritirato nel 1976, dopo che nel ’66 e nel ’74 il Portogallo che non sapeva cosa farsene della colonia, aveva cercato invano di restituirla ai cinesi che, in quel momento, però, non erano politicamente pronti a riprendersela. I portoghesi, da allora, fanno affidamento solo sulla polizia locale per mantenere l’ordine, ma con il clima di rilassatezza mediterranea che si respira qua, non ci vuole un genio a capire che è facilissimo cadere preda della corruzione.</p>
<p>Così per ovviare al problema della corruzione nelle carceri, il governatore portoghese, generale Vasco Joaquim Rocha Vieira, stanco di avere detenuti con telefoni gsm , televisioni a colori, donnine allegre in cella, ha chiamato ad affiancare le 260 guardie carcerarie locali – una media di una guardia ogni 3 prigionieri – novanta ex appartenenti ai reparti speciali britannici dei Gurkha. A loro il compito di sorvegliare ospiti ad alto rischio, come Wan Kuok-koi, detto “Broken Tooth”, dente rotto, capo della triade 14K, rinchiuso nella prigione dell’isola di Coloane, la più appartata, la più verde, la più umana delle due isolette che fanno parte del territorio di Macao.</p>
<p>Sfortunatamente per le triadi anche Pechino è decisa a voler mettere le mani sui redditi prodotti dal gioco d’azzardo nei 10 casino di Macao che sarà, sì, un passatempo per debosciati capitalisti, ma genera talmente tanto denaro – il 60 per cento delle entrate fiscali, qualcosa come più di mille miliardi di lire – che persino gli ideologi osservanti del Partito Comunista Cinese hanno gesuiticamente chiuso prima uno, poi anche l’altro occhio e hanno deciso di mantenere in vita il passatempo. Almeno per i prossimi 50 anni, in cui Macao, come Hong Kong, sarà governata con lo slogan di “un paese due sistemi”: il paese è, naturalmente, la Cina, i due sistemi sono quello comunista e quello capitalista.</p>
<p><strong>La gente comune, quella senza tanti grilli democratici in testa, vede di buon occhio la prossima gestione cinese.</strong> La madrepatria, la Cina, è sempre una madre, è il ritornello che si sente da queste parti, e una madre si prende sempre cura dei suoi figli. Il Portogallo non è mai stato un vero padre, tutt’al più un patrigno. Un patrigno bonario, ma che, diciamo la verità, è stato menefreghisticamente assente, ha chiuso più di un occhio sulla corruzione dilagante e non ha saputo gestire correttamente il tasto delicato della sicurezza. Non sono riusciti a gestire neanche i ristoranti portoghesi che, indistintamente, hanno in cucina cuochi cinesi. L’unica vera presenza lusitana qui, è il vino che scorre a fiumi, ma per quello i portoghesi non devono impegnarsi molto: lo caricano sui container e lo spediscono.</p>
<p>La gente ne ha abbastanza degli ammazzamenti, dei regolamenti di conti fra bande che hanno dato una batosta mica da ridere al turismo non solo internazionale, ma anche a quello ricchissimo, locale, da Hong Kong che ha cominciato a disertare Macao. Certo i membri delle triadi si ammazzano fra di loro e si guardano bene dal molestare i turisti, ma non è piacevole sapere che dietro l’angolo può esplodere una bomba, una rissa o una sparatoria. Prendi ieri, lunedi 25 ottobre, scoppia una bomba in un ristorante di Zhuahi, l’agglomerato urbano al di là della sbarra di confine: due morti, una cameriera di 21 anni e un bambino di 8, quattordici i feriti gravi. La polizia cinese non ha dubbi che si tratti di un regolamento di conti fra triadi rivali, ma la coincidenza inquietante è che sia avvenuta all’indomani delle dichiarazioni del vice ministro cinese per la sicurezza, Tian Qiyu, che aveva promesso il pugno di ferro nellla repressione del crimine di confine.</p>
<p>Con la gestione cinese, le cose non potranno andare che meglio, si dice a Macao, dove l’unico rimpianto è che saranno abolite le feste portoghesi, ma in compenso ci si aspetta più sicurezza: la Cina sa come trattare le teste calde. Già, in Cina non fanno tanti discorsi, come quando hanno messo le mani su un gangster di Hong Kong, Cheung Tze-keung, conosciuto col soprannome di “<em>Big Spender</em>”, lo spendaccione, arrestato nella provincia cinese di Guangdong. Lo spendaccione fu portato davanti a un tribunale speciale, condannato, ricondannato nell’appello più veloce del mondo, trascinato dall’aula di tribunale nel cortile adiacente e fucilato.</p>
<p><strong>E così, eccoci qui a Macao a cercare di capire gli umori e le tendenze di un micromondo sull’orlo della resa politica, militare, culturale.</strong> Insomma, andrà, poi, tutto così bene? “Macao è sopravvissuta per più di quattro secoli, sfidando tifoni e uragani con la flessibilità di un bambù: sono sicuro che ancora una volta il vento soffierà dalla nostra parte”, dice Gary Ngai, direttore della Fondazione cino-latina, uno dei personaggi culturalmente più in vista della città, che è stato, fra le tante cose, l’interprete di Mao Tse-tung, che ha conosciuto Ciu En-lai, che parla correntemente otto lingue e con un’altra manciata non se la cava neanche male – ma tutto questo lo scopriremo più tardi, quando la conversazione si sposterà dall’ufficio al ristorante, davanti a un piatto di “<em>tacho cozido</em>”, specialità della cucina macanese che Gary si è offerto di introdurre ai nostri palati occidentali per far capire esattamente cosa si intende quando a Macao si usa, così spesso, il termine “<em>fusion</em>”, fusione, miscuglio, minestrone. Di razze, di lingue, di cucina, appunto.</p>
<p>Miscela che si ritrova dappertutto, anche nell’arte contemporanea macanese. Prendi Carlos Marreiros, architetto, urbanista, uomo politico leader dell’organizzazione “<em>Macau Sempre</em>” le cui opere – trionfo su tela di “E<em>ast meets West</em>”, oriente che si sposa con l’occidente &#8211; sono esposte al nuovo museo d’arte diretto da Ung Vai Meng, anche lui pittore e grafico di grande forza, nel cui ufficio sono esposte opere di altri artisti <em>fusion</em> come Jorge Smith, nato in Mozambico, madre cinese e padre mezzo cinese e mezzo zimbabwese, con nonna di Macao e studi a Lisbona: Jorge di mestiere fa il direttore vini e cibo dell’hotel Mandarin Oriental di Macao. Scopriremo che molti artisti e scrittori locali gravitano e lavorano intorno al mondo dei grandi alberghi e delll’industria turistica, come Annabel Jackson, inglese trapiantata a Hong Kong, direttore delle pubbliche relazioni del Mandarin Oriental di Hong Kong che è la più famosa <em>columnist</em> gastronomica locale, autrice di libri sulla cucina vietnamita, su quella di Macao, fra cui il recente “<em>Macau on a plate”</em>, Macao su un piatto (Roundhouse Asia), che aiuta a capire le sfumature della cultura artistica, letteraria, sociale, architettonica macanese che, come scrisse Alberto Moravia all’indomani di un suo viaggio, qui “è leggera, quasi commestibile. I capitelli ricciuti delle case sembrano di gialla crema, le colonne rosei savoiardi inzuppati nel sugo di lampone, le facciate zuccherose e stucchevoli, cassate siciliane. Ma dopo la tetraggine del granito e della rispettabilità di Hong Kong, questa pasticceria architettonica è un sollievo”.</p>
<p>Moravia scriveva quegli appunti nel 1937. Sessantadue anni dopo, possiamo confermare che poco o niente è cambiato. In più sono spuntate tracce dell’anima sportiva di Macao, una passione recente: sull’Avenida de Amizade, sul lungomare davanti allo specchio d’acqua dove una volta atterravano i clipper della Pan American, c’è, per esempio, la “torre di controllo” che viene attivata in occasione dell’annuale gran premio automobilistico di formula tre che, come a Montecarlo, si corre per le vie cittadine. E qui, nel 1990 hanno corso Mika Hakkinen e Michael Schumacher che una foto d’epoca esposta al locale museo del Grand Prix, ritrae abbracciati e sorridenti. E poi c’è la foto del podio di quell’anno: primo Schumacher, secondo Mika Salo, terzo Eddie Irvine. David Coulthard avrebbe corso solo l’anno dopo, e invece della foto c’è, comunque, la sua auto, accanto a quella di Schumacher. Però, com’è piccolo il mondo.</p>
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		<title>Michael Crichton: «Com&#8217;è divertente uccidere le spie nemiche»</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2009 17:50:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È da poco in libreria Pirate Latitudes, l’isola dei pirati, il romanzo postumo di Michael Crichton – l’autore di best seller come Congo, Andromeda, Jurassic Park – rinvenuto nel computer dello scrittore morto nel novembre del 2008. La storia, pubblicata in Italia da Garzanti, è ambientata nei Caraibi del secolo XVI e narra del complotto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>È da poco in libreria <em>Pirate Latitudes</em>, l’isola dei pirati, il romanzo postumo di Michael Crichton </strong>– l’autore di best seller come <em>Congo, Andromeda, Jurassic Park</em> – rinvenuto nel computer dello scrittore morto nel novembre del 2008. La storia, pubblicata in Italia da <a href="http://www.garzantilibri.it/default.php?page=news&amp;NEWSID=813" target="_blank">Garzanti</a>, è ambientata nei Caraibi del secolo XVI e narra del complotto tra il governatore della Giamaica e un pirata, Hunter, per rapinare il tesoro di un galeone spagnolo.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-756" title="L'isola dei pirati è il romanzo postumo di Michael Crichton pubblicato in Italia da Garzanti" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/LISOLA_DEI_PIRATI_micheal_crichton_garzanti_romanzo_postumo-198x300.jpg" alt="L'isola dei pirati è il romanzo postumo di Michael Crichton pubblicato in Italia da Garzanti" width="198" height="300" /></p>
<p>Conoscevo Michael Crichton. L’avevo incontrato più di una volta all’epoca in cui abitavo a Los Angeles: stavamo neanche troppo distanti: lui a Santa Monica, io a Pacific Palisades. Quello che segue è la cronaca di un’intervista e il ritratto di uno dei più grandi scrittori contemporanei mancato troppo presto.</p>
<p><strong>Innanzi tutto il nome. Si scrive Crichton, si pronuncia <em>Craiton</em>. </strong>Un’eccezione fonetica. Poi l’altezza. Io sono alto un metro e ottantotto, ma quando parlo con lui devo alzare la testa al cielo: saremo nell’ordine dei due metri e dieci buoni. Per fortuna ci mettiamo seduti e ci livelliamo ad un’altezza intermedia. Poi il modo di parlare: fai una domanda e ti risponde il silenzio, al silenzio ti subentra l’imbarazzo, ti schiarisci la gola e tenti con un’altra domanda, ma non fai in tempo a formularla che lui risponde a quella di prima; capito il ritmo ti adegui, ma le palpitazioni restano alte e ad ogni domanda ti chiedi: dio mio, risponderà o non risponderà? Poi c’è la sua passione per i computer che risale agli albori dell’elettronica. Alla fine dell’intervista, tanto per fare due chiacchiere, butto lì se aveva visto l’ultimo modello di un certo tipo di microportatile, dice: no, chi lo vende? Un certo importatore dalle parti di Beverly Hills, dico io. Andiamo, dice lui. Mi carica sulla sua Cadillac coupe dove le ginocchia gli arrivano in bocca. Sicuro che non vogliamo prendere la mia Jeep? si sta più comodi. Sicuro. Attraversiamo Los Angeles, da Santa Monica a Beverly Hills. Io prego solo che l’importatore abbia un esemplare di quel computer da fargli vedere: avevo letto la notizia su un giornale specializzato, ma non avevo approfondito. Arriviamo, lo riconoscono &#8211; difficile non riconoscerlo &#8211; per fortuna hanno un esemplare del palmare in questione, lui ci smanetta sopra un po’, poi, scuotendo la testa, dice: tastiera troppo piccola e esce. Io faccio dei sorrisi di convenienza ai commessi perplessi e lo seguo.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-757" title="Michael Crichton" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/michaelcrichton-480x300.jpg" alt="michaelcrichton" width="480" height="300" /></p>
<p>Michael Crichton è anche ER. Non solo, ovviamente. È anche <em>Jurassic Park, Congo, Sol Levante, Andromeda, Sfera</em>, è l’autore dei più grossi best-seller degli ultimi vent’anni. Nel 1994 qualcuno aveva calcolato che il contacopie delle sue vendite aveva, allora, superato quota cento milioni. Poi nessuno ha più tenuto il conto. Crichton è, comunque, uno scrittore anomalo ed eclettico, nel senso che a differenza dei suoi colleghi Turow, Clancy o Grisham, reclusi nell’orto della scrittura, non si dedica solo ed esclusivamente ai libri, ma fa altre  mille cose: dirige film, inventa soggetti cinematografici e televisivi, scrive dottissimi articoli di scienza del computer, sceneggiature per serie televisive, come ER, appunto, abbreviazione che sta per <em>Emergency Room</em>. Anche in Italia si è preferito tenere la dizione inglese perchè altrimenti avremmo dovuto chiamarla PS, Pronto Soccorso, e si sarebbe potuto equivocare con Pubblica Sicurezza o Post Scriptum.</p>
<p><span id="more-754"></span>ER ha avuto una gestazione travagliata e lunghissima. Nacque anni fa, nel 1965, nella mente di Michael Crichton, all’epoca studente di medicina alle prese, appunto, con il tirocinio in sale di pronto soccorso e voglioso di sfondare non tanto in uno studio medico bensì in uno studio cinematografico. Erano anni ancora ingenui, quelli, erano gli anni dei telefilm in bianco e nero del <em>Dottor Kildare</em>, quelli in cui per risparmiare sui costi di produzione di un telefilm, gli attori parlavano lentamente e si giravano lunghe sequenze di qualcuno che parcheggiava la macchina e poi si avviava, camminando, altrettanto lentamente, verso casa. «Io volevo cambiare tutto questo», dice Crichton. «Io volevo che ER, la serie che avevo in mente, si svolgesse a velocità più sostenuta di come accadono le cose nella vita. Volevo anche spezzare altre convenzioni televisive come il fatto che alla fine della storia, la telecamera sostasse sull’espressione compassata dei protagonisti o altre cretinate del genere. Ma la vera grande differenza era nelle storie: volevo che ER raccontasse storie vere e i fatti mi hanno dato ragione. Il successo è dovuto proprio al fatto che la gente si immedesimi in problemi reali, plausibili, veri, appunto.</p>
<p>La sceneggiatura originale di ER fu scritta nel 1974. Perchè la serie non fu, quindi, prodotta prima? «Semplice, perchè nessuno la voleva. Le obiezioni erano tutte le stesse: troppo veloce, troppo puntato sulla professione medica e poco sui pazienti, il dialogo è troppo tecnico». A salvare ER arrivò Steven Spielberg &#8211; la cui stella in celluloide brillava ormai già alta sull’orizzonte hollywoodiano &#8211; che convinse la NBC a tentare l’avventura. Era il 1989. Spielberg era personalmente desideroso di creare una serie televisiva di argomento medico e in attesa che i burocrati degli studios si dessero una mossa, si dedicò con Crichton al progetto <em>Jurassic Park</em> (1993).</p>
<p>Il retroterra culturale, la laurea in medicina conseguita con lode presso la facoltà di Harvard, hanno certamente aiutato Crichton nell’impresa ER. Il salto fra le due carriere così diverse fu però meno repentino di come si pensi. Con il passare del tempo, mentre la passione per la scienza medica si andava affievolendo, si rinfocolava il vecchio amore per la scrittura, amore probabilmente trasmessogli dal padre giornalista con cui, ironia, non aveva mai avuto un buon rapporto, anzi. Nel suo libro autobiografico <em>Viaggi</em>, Crichton descrive il padre, addirittura, come “<em>a first-rate son of a bitch</em>”, un figlio di puttana di prima grandezza. Ciononostante ammette che entrambi i genitori non lo hanno mai limitato in niente.</p>
<p>Crichton coltivava la passione per la scrittura già al tempo del College: collaborava ai quotidiani locali, al giornale della scuola; poi arrivò James Bond: spie e sesso, fughe e ammazzamenti, bambole che indossavano camicette di seta trasparente e uomini che portavano la pistola sotto la giacca dello smoking. I racconti di Ian Fleming erano creati sulla base di una formuletta ben identificabile e Crichton la prese come una sfida il riuscire a replicarli. Fu così che, di punto in bianco, fra una lezione di anatomia e l’altra, passò a ideare romanzi di spionaggio. Dice: «Confesso che trovavo più divertente uccidere, sulla carta, spie nemiche che salvare il prossimo in sala operatoria». Crichton scrisse e pubblicò ben otto di questi romanzi, uno dei quali, poi, <em>A case of need</em>, letteralmente, “Un caso di bisogno”, vinse l’ambitissimo Edgar Award, come miglior thriller dell’anno. Tutti erano firmati con rigorosi pseudonimi. Perchè? «Perchè il consiglio di facoltà dell’università di Harvard non avrebbe visto di buon occhio questa mia attività collaterale non propriamente ortodossa e che, nella loro ottica, avrebbe finito col distrarmi dagli studi».</p>
<p>Laureato con lode, con una tesi sulle discendenze razziali nell’antico Egitto, a 23 anni, Crichton ottenne l’incarico di insegnare antropologia all’Universitê di Cambridge, poi per un anno seguì i corsi di dottorato di ricerca presso il prestigioso Salk Institute: fu allora che prese la decisione storica di lasciare la medicina per dedicarsi esclusivamente alla scrittura. «La medicina è missione e a quel punto mi accorsi che la missione non era fatta per me». Reazioni? «I miei genitori, ma anche molti miei colleghi, erano orripilati. Il peggio fu spiegare non che lasciavo la professione, ma che me ne sarei andato a Los Angeles, proprio nel cuore del mondo del deprecato spettacolo. A quell’epoca un medico era considerato, che so, a livello di un giudice della corte costituzionale, il massimo della scala sociale. E, all’improvviso io lasciavo il trono per correre dietro a delle ballerine di fila».</p>
<p>Coincidenza, proprio in quel periodo aveva appena finito di scrivere il suo primo romanzo, <em>Andromeda</em>, pubblicato con il suo vero nome e che diventerà, da subito, un best seller e Hollywood se ne accaparrerà i diritti. Ricorda Crichton: «Quando <em>Andromeda</em> uscì, l’editore mi chiamò e mi disse: hai fatto un ottimo lavoro, è un buon libro, ma non ti deprimere per quello che succederà: venderemo si e no duemila copie e non so neanche se avremo una recensione».</p>
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		<title>Le Cine sono tante</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Dec 2009 21:54:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Le Cine sono tante: c’è quella di Pechino e c’è quella di Taiwan</strong>; c’è la Cina comunista e la Cina capitalista; c’è la Cina emergente di Shenzen e c&#8217;è la Cina di Hong Kong. C’è persino una Cina americana, ben adagiata nella baia di San Francisco, che è, poi, la più vecchia comunità cinese ospitata sul territorio americano e anche la più numerosa con, ufficialmente, 8500 residenti.</p>
<p>La storia d’amore e di emigrazione fra la Cina e l’America era cominciata intorno al 1840. Dapprima era solo per sfuggire alla carestia, poi per mettersi al riparo dalla guerra dell’oppio che insanguinava la madrepatria. Fin quando queste avanguardie scoprirono che il nuovo continente era affamato di manodopera fresca che contribuisse alla messa in opera della propria spina dorsale ferroviaria. E fu così che San Francisco divenne il porto di sbarco di frotte di cinesi diseredati desiderosi di ripagare con il proprio lavoro il paese che li ospitava. Nello stesso tempo San Francisco divenne il luogo dove affondare e ricostruire le proprie radici etniche.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-749" title="L'ingresso a Chinatown, San Francisco" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/800px-Tor_Chinatown_San_Francisco-450x300.jpg" alt="L'ingresso a Chinatown, San Francisco" width="450" height="300" /></p>
<p>L’area occupata dai nuovi immigrati divenne ben presto affollata e stipata né più né meno come le periferie delle città cinesi che si erano lasciate alle spalle. Quella che è oggi <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Grant_Avenue" target="_blank">Grant Avenue</a>, la strada principale di accesso a Chinatown, un bazar di straripante di souvenir cinesi, allora si chiamava Dupont Street ed era pattuggliata dai membri delle <em>tong</em>, le sette segrete formatesi intorno al 1870/80, dapprima per combattere le ondate di razzismo anticinese, poi trasformatesi in una vera e propria mafia dedita allo spaccio di oppio, al controllo della prostituzione, del gioco di azzardo e delle solite attività più o meno criminali.</p>
<p><span id="more-748"></span>Oggi, come allora, Grant Avenue sbuca su Portsmouth Square, il cuore pulsante di Chinatown, il primo storico insediamento cinese, all’epoca conosciuto come <em>Little Canton</em>, ma anche luogo significativo della storia civile americana perché questa era l’area dove, all’epoca dell’occupazione messicana, sorgeva il villaggio di Yerba Buena che fu conquistato e annesso agli Stati Uniti nel 1846 e da dove, due anni più tardi Sam Brannam, direttore e proprietario del primo giornale californiano, il <em>California Star</em>, annunciò la scoperta dell’oro dando così il via alla frenetica conquista dell’ovest.</p>
<p>Nel 1850, a San Francisco, erano censiti 787 cinesi. Due anni più tardi erano 20.025. Oggi come allora a Chinatown è fiorente l’industria della farmacopea stabilita dai primi emigranti a causa della mancanza di personale medico. Visitare uno di questi locali è un’esperienza da non mancare anche per il turista frettoloso e occasionale.</p>
<p>Per chi fosse interessato ad approfondire la storia dell’emigrazione cinese in America si consiglia una visita al locale <a href="http://www.chsa.org/" target="_blank"><em>Chinese Historical Society Museum</em></a> che si trova al 965 Clay Street. Non erano tempi facili, quelli. Scendete per Wentworth Alley e siete nella strada che un secolo fa era nota come <em>Salted Fish Alley</em>, il vicolo del pesce salato, dove &#8211; vista la mancanza di frigoriferi &#8211; si salava il pesce e lo si metteva a seccare sui tetti dei palazzi, così come le uova venivano conservate sotto sale per più di 40 giorni.</p>
<p>Chinatown è un set cinematografico naturale e non è un caso che qui siano stati girati tutti i film di Charlie Chan, ma è stato girato anche l’omonimo <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Chinatown_%28film%29" target="_blank"><em>Chinatown</em></a> di Roman Polanski con Jack Nicholson e Faye Dunaway. Il quartiere fa poi da sfondo regolare ai romanzi di Amy Tan ed è stato il set di un violentissimo episodio della serie <em>X-Files</em></p>
<p>La Chinatown che vedete oggi è, comunque, un’invenzione scenica pura e semplice. Già, perché le costruzioni “cinesi” del quartiere furono disegnate e costruite da architetti non cinesi dopo la terribile distruzione del terremoto e del conseguente incendio del 1906. Un uomo d’affari locale, tale Look Tin Eli, assunse architetti americani per ricostruire i palazzi come se fossero pagode fantasmagoriche come gli europei immaginavano che fossero i palazzi dove abitavano i cinesi. In pratica la Chinatown di oggi fu ricostruita come se fosse stata una Disneyland avanti lettera.</p>
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		<title>Studiare all’estero. Studiare a Oxbridge. Note a margine della polemica Celli</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Dec 2009 21:01:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Ma insomma, qual è la vera aristocrazia inglese: quella di sangue blu o quella neanche tanto sotterranea che si forma nelle scuole di élite del Regno Unito? Scuole che si chiamano Oxford e Cambridge, tanto per essere chiari, quelle dove è stata educata gran parte della classe dirigente del Paese. La domanda se la [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;"><strong>Ma insomma, qual è la vera aristocrazia inglese: quella di sangue blu o quella neanche tanto sotterranea che si forma nelle scuole di élite del Regno Unito?</strong><span> </span>Scuole che si chiamano <a href="http://www.ox.ac.uk/" target="_blank">Oxford</a> e <a href="http://www.cam.ac.uk/" target="_blank">Cambridge</a>, tanto per essere chiari, quelle dove è stata educata gran parte della classe dirigente del Paese. La domanda se la pongono, da sempre, gli stessi inglesi ed è stato argomento di una approfondita inchiesta dello storico quotidiano della domenica <a href="http://observer.guardian.co.uk/" target="_blank">The Observer</a>. Storico perché la sua prima edizione – domenicale, appunto – vide la luce nel lontano 1791 e questo suo affondare le radici nel passato gli permette di mettere becco – autorevole, se per questo – in una disputa che coinvolge la società, il futuro di migliaia di giovani e la stessa politica. Ma non solo. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-718" title="Oxbridge" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/12/schermata-2009-12-06-a-220001-436x300.png" alt="Oxbridge" width="436" height="300" /><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;">Già, perché l’argomento, al di là dei suoi risvolti accademici<span> </span>– in un’epoca di “<em>politically correct</em>” – è diventato una patata politicamente bollente soprattutto dopo il “caso Laura Spence”. Laura era una diciassettenne maturanda della Monkseaton Community High School, una scuola pubblca come tante, che, ai colloqui di ammissione del 2000, si vide respingere la domanda per entrare al Magdalen College di Oxford nonostante un curriculum scolastico trionfante, costellato dal massimo dei voti. Motivazione? «La ragazza non dimostra di avere le giuste qualità». La storia esplose inaspettata sui media britannici. Inaspettata perché fino ad allora era dato quasi per scontato che ad iscriversi a Oxbridge (parola composta con cui gli inglesi indicano in un tuttuno le due leggendarie università di Oxford e Cambridge, entrambe con alle spalle 750 anni di storia) fossero soltanto i figli di papà, quelli che vantano santi in paradiso, quelli che possono sfoggiare quarti di nobiltà, insomma, quelli socialmente giusti. Cosa diavolo voleva una Laura Spence qualsiasi che poi, per la cronaca, fu ammessa con tutti gli onori al corso di biochimica dell’Università americana di Harvard, che nella graduatoria delle istituzioni accademiche è considerata la prima al mondo, e dove, a scorno di Oxbridge, le fu persino assegnata una borsa di studio di 65mila sterline.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;"><span id="more-715"></span>A dichiarare guerra di classe contro questo sistema fu, all’epoca del “caso Laura Spence”, l’attuale Primo Ministro laburista Gordon Brown che allora ricopriva, nel governo Blair, la carica di Cancelliere dello Scacchiere, una sorta di nostro Ministro delle Finanze. Le parole scandite allora da Gordon Brown: «An absolute scandal», uno scandalo inaudito, risuonano ogni qualvolta si avvicina per gli studenti il tempo delle sessioni di colloqui per l’ammissione a Oxbribge e ripartono le polemiche sui meriti e i demeriti dei criteri di selettività da cui, se da una parte, deriverebbe l’eccellenza delle due istituzioni, dall’altra si rischierebbe di tenere lontani dalle selezioni candidati potenzialmente brillanti che neanche si presentano perché «tanto è inutile». Come è il caso, oggi, di Sadaf Aslam, di Natalie Webber, di Faith Oyerokun e di molti altri. «Quella è roba che si può permettere chi ha frequentato il college di Eton, non noi che veniamo da scuole pubbliche più o meno sconosciute», dicono. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;">Ma proviamo a leggere i dati della polemica attraverso i numeri forniti da una rigorosa ricerca condotta dal Sutton Trust, una fondazione filantropica presieduta da Sir Peter Lampl, il cui scopo è quello di fornire opportunità scolastiche a ragazzi provenienti da famiglie economicamente svantaggiate. Dall’indagine risulta che da Oxbridge sono usciti l’81 per cento dei magistrati e l’82 per cento degli avvocati di grido, il 45 per cento dei giornalisti “Grandi Firme”, il 34 per cento di politici di primo piano, fra ministri e leader dell’opposizione facenti parte dei cosiddetti “governi ombra”. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;">Se si considera che il 93 per cento dei liceali britannici frequenta scuole pubbliche, come accade, ci si chiede, che poco più del 50 per cento degli ammessi a queste università (54 per cento a Oxford, 57 a Cambridge) proviene da elitarie scuole private? La risposta è abbastanza semplice: le scuole private godono di privilegi economici che a loro volta permettono il reclutamento dei migliori insegnanti, la possibilità di usufruire di numerose e sofisticate risorse didattiche che, a loro volta, permettono di sfornare un maggior numero di studenti preparati per superare con facilità gli esami di ammissione delle più prestigiose università del Paese. E questa catena, ovviamente, si perpetua di padre in figlio: buone scuole, buoni risultati, buon ambiente sociale, buone università: la ruota continua. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;">«Sì, è vero. I dati riguardanti le professioni legali sono scioccanti», ammette Lee Elliot Major, capo ricercatore del Sutton Trust. «Il fatto è che i laureati di Oxbridge hanno un vantaggio competitivo che non ha prezzo: quello di conoscere la gente giusta. E soprattutto per fare carriera nel campo del giornalismo e della politica conta chi conosci». Eppoi c’è un altro vantaggio non contabilizzabile: a differenza dei comuni mortali, vivere all’interno della cittadella della classe che domani sarà quella che conta, permette di demistificare l’aura di impenetrabilità che l’avvolge. Aver condiviso il dormitorio con un futuro Primo Ministro e averlo visto in mutande, aiuta nella vita. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;">E su questo sono d’accordo sia Will Hutton &#8211; presidente della Work Foundation, organizzazione senza scopo di lucro improntata a far incontrare<span> </span>i diversi soggetti del mondo del lavoro, e ex direttore dell’Observer, per cui il sistema di interdipendenza che lega le scuole private al duopolio universitario di Oxbridge è un «passaporto sicuro per le alte sfere della società britannica» &#8211; sia<span> </span>l’ex ministro laburista dell’Educazione Charles Clarke, un ex Cambridge, che ha difeso da sempre l’elitarismo del sistema ribattendo al compagno di partito Gordon Brown che «elitismo non è una parolaccia e che, anzi, le elite hanno un importante ruolo nella società».</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;">Ruolo che spesso, in quelle istituzioni universitarie, viene svolto in modo sotterraneo, all’interno di società “segrete” come quella celebre degli Apostoli, fondata a Cambridge nel 1820, il gruppo più esclusivo ed elitario che si possa immaginare, paragonabile alla Skull and Bones, emanazione dell’università americana di Yale. Alla Società degli Apostoli sono appartenuti filosofi come Bertrand Russell e John Keynes, ma anche spie sovietiche come Guy Burgess e Anthony Blunt –<span> </span>che con Kim Philby, Donald MacLean e John Craincross formarono il cosiddetto gruppetto dei Cambridge Five, i cinque di Cambridge, una formidabile rete di spie che passò informazioni sensibili all’Unione Sovietica a partire dalla Seconda Guerra Mondiale fino agli anni Cinquanta. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; color: black;">Nel caso di Blunt la storia proseguì e si concluse nel novembre del 1979 quando un’allora imbarazzata Margaret Tatcher ammise davanti alla Camera dei Comuni l’appartenenza di Blunt allo spionaggio sovietico. Imbarazzata perché Sir Anthony Blunt era nientemeno che il curatore della collezione d’arte della Regina. </span><span style="font-size: 10pt;">Dal canto suo per Blunt il peggio non fu essere esposto al pubblico ludibrio, bensì essere privato del titolo nobiliare e essere costretto a dimettersi dalle prestigiose istituzioni culturali che dirigeva. Blunt l’intoccabile, Blunt il laureato di Cambridge era divenuto un paria. Quello stesso giorno il Primo Ministro Margareth Thatcher c<span style="color: black;">omunicò anche che a Blunt era stata garantita l’immunità in cambio di informazioni.<span> </span>E poi dicono che chi conosci non conta.</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt;"> </span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Il dipinto segreto di Leonardo (il vero Codice da Vinci) e il suo scopritore</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2009 21:15:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Il segreto di Leonardo sta in un&#8217;intercapedine scoperta da uno scienziato italiano dell’Università di California nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze. Si tratta della Battaglia di Anghiari, il celebre murale di Leonardo scomparso 500 anni fa. Riportare alla luce l’affresco di Leonardo è un compito arduo (da un punto di vista tecnico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-641" title="L'ingegner Maurizio Seracini analizza gli affreschi di Vasari nel Salone dei 500 in Palazzo Vecchio a Firenze. Foto Laila Pozzo" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/05/seracini1-340x300.jpg" alt="L'ingegner Maurizio Seracini analizza gli affreschi di Vasari nel Salone dei 500 in Palazzo Vecchio a Firenze, courtesy Laila Pozzo" width="340" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Il segreto di Leonardo sta in un&#8217;intercapedine scoperta da uno scienziato italiano</strong> dell’Università di California nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze. Si tratta della <em>Battaglia di Anghiari</em>, il celebre murale di Leonardo scomparso 500 anni fa. Riportare alla luce l’affresco di Leonardo è un compito arduo (da un punto di vista tecnico e ancor più da un punto di vista burocratico) che si è dato, sin dagli anni Settanta, uno scienziato italiano, l&#8217;ingegner Maurizio Seracini, direttore di <a title="Cisa3" href="http://cisa3.calit2.net/" target="_blank">CISA3</a> (<em>Centro di scienze interdisciplinari per le arti, l’architettura e l’archeologia dell’Università di California a San Diego</em>). Come? Scopriamolo insieme a lui in questa intervista esclusiva, seguita dal video di una sua conferenza tenuta a UCSD su questa incredibile ricerca.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-637"></span><strong>«Come sveleremo il segreto della Battaglia di Anghiari di Leonardo? Bella domanda»</strong>. Sorride Maurizio Seracini, 60 anni, fiorentino, ingegnere biomedico, nel suo ufficio del CISA3, il Centro di scienze interdisciplinari per le arti, l’architettura e l’archeologia dell’Università di California a San Diego di cui è direttore. «Lo faremo mettendo la scienza al servizio dell’arte. Lo faremo con tecniche avanzatissime che quando se ne parlava trent’anni fa, quando studiavo qui, alla facoltà di ingegneria biomedica, avevano il sapore della fantascienza. Si vagheggiava di attivazione neutronica, di gammagrafia, di autoradiografia, oggi tecniche comuni. Lo faremo viaggiando virtualmente all’interno delle pareti del Salone dei 500. Lo faremo soprattutto con una sofisticatissima macchina per attivazione neutronica che abbiamo cominciato a mettere a punto nel 2008 con colleghi scienziati dei laboratori di fisica nucleare del centro di Los Alamos, quello dove negli anni Quaranta lavorò anche Enrico Fermi. Il progetto di questa apparecchiatura è poi stato portato avanti prima con colleghi dell&#8217;Univesità di Delft in Olanda e infine con ricercatori dell&#8217;Università di S.Pietroburgo, in Russia. Si tratta di una macchina che qualcuno ha soprannominato &#8220;sputa neutroni&#8221; che, in modo non invasivo, potrà dirci se dentro un muro, dietro a una parete, si nascondano elementi chimici associabili a pigmenti pittorici». Il muro di cui Seracini sta parlando è quello della sala del Gran Consiglio, in Palazzo Vecchio a Firenze, su cui Leonardo nel 1505 cominciò a dipingere la Battaglia di Anghiari e che andò “perso” nel 1563 allorché Giorgio Vasari rimodellò e riaffrescò la sala creando l’attuale Salone dei 500. È dagli anni Settanta che Seracini gli dà la caccia. Ma allora, anche il meglio che la scienza metteva a disposizione non era abbastanza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutta colpa delle stelle. </strong>«Come sono finito io, ingegnere biomedico, a trovarmi coinvolto con Leonardo? Tutta colpa delle stelle, degli americani e dei sovietici che in quello scorcio di anni Sessanta si sfidavano a colpi di astronauti e astronavi alla ricerca di primati spaziali. Faccio parte della generazione cresciuta con il mito kennedyano della Nuova Frontiera, della conquista dello spazio. E già prima dello sbarco dell’uomo sulla Luna – prima di quell’agosto del 1969 – anch’io volevo essere della partita. Come? Sognavo di diventare astronauta. Per cui prendo e parto per gli Stati Uniti a studiare ingegneria aerospaziale all’Università del Kansas. Era l’anno 1967 e i miei genitori avevano perso tutti i loro beni durante l’alluvione di Firenze l’anno prima. Così, per mancanza di supporto finanziario, dopo meno di un anno devo tornare a Firenze. Ma non mi perdo d’animo. Mi metto a lavorare nella pasticceria di mio padre e due anni più tardi sono pronto a ripartire per l’Università della California a San Diego per studiare ingegneria biomedica, una nuova disciplina ancora sconosciuta in Italia, ma che coniugava due mie passioni: l’ingegneria e la medicina, appunto. Nonostante che alla fine del primo anno i miei risparmi finissero, riesco a mantenermi agli studi con borse studio e mi laureo nel 1973 “summa cum laude”. Continuo a studiare per il Dottorato di ricerca fino alla fine del 1974 quando sono richiamato in Italia per il servizio militare e, visto che devo stare in Italia, mi laureo in ingegneria elettronica all’Università di Padova dove mi iscrivo anche alla Facoltà di medicina. Nel frattempo però devo trovare qualcosa da fare. Ma cosa?»</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si può sbirciare dentro un muro? </strong>Sarà il caso a decidere. «In California avevo conosciuto il professor Carlo Pedretti, probabilmente il massimo esperto di Leonardo al mondo, docente di storia dell’arte presso l’Università della California a Los Angeles (UCLA) di cui, da studente, seguivo i corsi per mia personale passione. Lo incontro per strada a Firenze. Stava conducendo una ricerca su documenti relativi alla Battaglia di Anghiari. Mi chiede: secondo te, con il tipo di tecnologia non invasiva che stavi studiando a San Diego, non si potrebbe “sbirciare” sotto le pareti del Salone per cercare la Battaglia senza danneggiare gli affreschi di Vasari? In effetti a San Diego avevo avuto modo di studiare e fare esperienza sui primi ecografi e l’idea non era sbagliata: se potevamo “guardare” dentro un corpo umano perché non sotto uno strato di pittura? Il progetto mi affascina».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È il 1976 quando parte l’avventura</strong>. Insieme a Seracini lavora un restauratore americano, Travers Newton e un fisico dell’Università di California, John Asmus. I primi finanziamenti arrivano, grazie all’interessamento di Pedretti, dalla Kress Foundation. L’amministrazione comunale di Firenze assegna loro, come sede, una stanza in Palazzo Vecchio e fa montare un’impalcatura nel Salone dei 500.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-639" title="L'ingegner Maurizio Seracini nel Salone dei 500 in Palazzo Vecchio a Firenze" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/05/8-451x300.jpg" alt="L'ingegner Maurizio Seracini nel Salone dei 500 in Palazzo Vecchio a Firenze" width="451" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo la maggior parte degli studiosi, la Battaglia sarebbe andata irrimediabilmente perduta</strong> all’epoca della ristrutturazione vasariana. Eppure, faceva notare Pedretti, Vasari aveva fatto altrove trasformazioni architettoniche simili cercando di non distruggere eventuali opere d’arte esistenti. Nella chiesa di Santa Maria Novella, Vasari aveva avuto l’incarico di costruire un nuovo altare proprio a ridosso di una parte dell’affresco della Trinità di Masaccio: lui lo aveva salvato proteggendolo con una parete di mattoni e un’intercapedine. Avrebbe potuto mai Vasari distruggere un murale di Leonardo, seppure non terminato?</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-642" title="Copia della Battaglia di Anghiari, Rubens, courtesy Editech" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/05/battle_of_anghiari-422x300.jpg" alt="Copia della Battaglia di Anghiari, Rubens, courtesy Editech" width="422" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leonardo contro Michelangelo.</strong> La Battaglia di Anghiari fu commissionata a Leonardo da Vinci nel 1504 dal gonfaloniere Pier Soderini per commemorare lo scontro del 29 giugno 1440 fra le truppe fiorentine alleate delle milizie pontificie di Papa Eugenio IV, che sconfissero presso Anghiari, nel territorio di Arezzo, le forze preponderanti del Duca di Milano, Francesco Maria Visconti. Nel contempo a Michelangelo Buonarroti fu chiesto di raffigurare la Battaglia di Càscina, avvenuta il 28 luglio 1364 tra le truppe pisane e quelle fiorentine, in cui queste ultime vendicarono la sconfitta subita pochi mesi prima. I due affreschi, che avrebbero dovuto essere alti 7 metri e larghi 17, realizzati su pareti fronteggianti, avrebbero concluso i lavori di costruzione della Sala del Maggior Consiglio della Repubblica di Firenze, su progetto di Fra’ Girolamo Savonarola, realizzati da Antonio da Sangallo. Il 4 maggio 1504 Pier Soderini anticipò a Leonardo 25 fiorini con un contratto che prevedeva un anno di tempo per finire il cartone preparatorio, senza comunque legare il disegno a nessuna preventiva autorizzazione. Per il cartone Leonardo adoperò 29 quaderni di fogli reali, 88 libbre di farina per impastarlo, tre teli di stoffa di lenzuolo per orlarlo. Terminato il cartone, Leonardo cominciò a dipingere nella sala del Gran Consiglio il 6 giugno 1505, data che è possibile stabilire grazie alla fortuita scoperta di due manoscritti rinvenuti nel 1967 nella Biblioteca Nazionale di Madrid.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-646" title="La scritta &quot;Cerca Trova&quot;, courtesy Editech" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/05/cerca_trova-225x300.jpg" alt="La scritta &quot;Cerca Trova&quot;, courtesy Editech" width="225" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cerca trova</strong>. I lavori di ricerca dell’equipe di Seracini partirono subito col piede giusto. «Uno degli indizi più interessanti», racconta «venne alla luce non appena fu montato il ponteggio mobile nel Salone. Stavo studiando la battaglia di Marciana in Val di Chiana, l’affresco dipinto da Vasari sulla parete est nel 1563, quando mi trovai davanti a uno stendardo, retto da un fante dell’esercito fiorentino, che recava la scritta “Cerca trova”. Un’iscrizione che nessuno aveva mai documentato e, se per quello, probabilmente neanche mai visto perché era posta così in alto che non si riusciva a vederla neanche dalla balconata: bisognava proprio salire fin lassù. Un vessillo di battaglia? Un motto araldico? Improbabile che fosse l’unico senza nient’altro di simile in nessuna delle altre centinaia di bandiere affrescate in tutta la sala. La cosa da fare era verificarne innanzitutto l’autenticità prelevando un campione per controllare se si poteva considerarlo appartenere alla stessa epoca dello strato pittorico sottostante. Tutti i risultati combaciavano. Che il Vasari avesse voluto lasciare un messaggio per i posteri? Cerca il Leonardo perduto e lo troverai».</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-645" title="L'ingegner Maurizio Seracini davanti alla scrita &quot;Cerca Trova&quot;: un indizio lasciato da Vasari? courtesy Editech" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/05/photo_21-400x300.jpg" alt="L'ingegner Maurizio Seracini davanti alla scrita &quot;Cerca Trova&quot;: un indizio lasciato da Vasari? courtesy Editech" width="400" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il petroliere mecenate. </strong>Nel bel mezzo delle ricerche, ad interessarsi del progetto e a subentrare nei finanziamenti arrivò il petroliere Harmand Hammer, magnate della Occidental Petroleum, un anziano personaggio a dir poco singolare. Il classico americano che si è fatto da solo. A 22 anni, studente di medicina, aveva già guadagnato il suo primo milione di dollari e essendo quello il periodo della rivoluzione bolscevica, affascinato dai cambiamenti sociali in corso, comprò di sua iniziativa ambulanze e medicine e le spedì in Russia. Il gesto gli accattivò la simpatia di Lenin di cui divenne grande amico e che accordò a Hammer la possibilità di commerciare liberamente con la neo-nata Unione Sovietica. In questa sua veste, cinquant’anni dopo, Richard Nixon mise Hammer a capo del programma che avrebbe portato all’apertura politica fra le due superpotenze. Insomma, a parte questi risvolti sociali, Hammer era un grande appassionato d’arte: fra le altre cose nel 1980 acquisterà uno dei più importanti manoscritti di Leonardo, il cosiddetto <em>Codice Leicester</em> – dal nome dello storico proprietario, il conte di Leicester – in cui l’artista si occupava di studi di idraulica e di moti dell’acqua. Il Codice, nel frattempo ribattezzato <em>Codice Hammer</em>, fu a sua volta acquistato nel 1994 da Bill Gates che ne è tuttora il proprietario.<br />
Tornando a noi, il fatto era che all’epoca, in quel 1976, da una parte la tecnologia non era abbastanza sofisticata da riuscire a rilevare un affresco nascosto sotto un muro, dall’altra Seracini e i suoi erano cani sciolti, né guelfi né ghibellini che per di più non stavano con nessun centro di potere cittadino. Di conseguenza la ricerca si interruppe e per il successivo quarto di secolo il progetto fu messo in freezer.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il vero Codice da Vinci</strong>. <em>Fast forward</em>. Passano venticinque anni. «Si immagini una scena da film», dice Seracini. «Siamo nel mio ufficio in via dei Bardi a Firenze, sulla sponda sinistra dell’Arno. Entra un signore, in compagnia di Idanna Pucci, nipote del celebre Emilio lo stilista di grido degli anni Sessanta, che in un perfetto stile britannico si presenta: il mio nome è Guinness, Loel Guinness. Senza fronzoli e senza giri di parole dice che vuole riprendere la ricerca della Battaglia. Scoprirò poi che si tratta dell’erede della famiglia Guinness, produttrice di uno dei marchi di birra più famosi al mondo, nonché presidente del Kalpa, una società che si interessa di finanziare sofisticati progetti interdisciplinari a livello internazionale. E questo aveva attirato la sua attenzione». Per farla breve, sorvolando sugli inutili e perigliosi passaggi burocratici che ci portano ai giorni nostri, il progetto riparte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Arriva Dan Brown.</strong> Bisogna però aprire una piccola, ma importante parentesi. Racconta Seracini: «Nel 2003 esce il romanzo di Dan Brown, “<em>Il Codice da Vinci</em>” che, all’epoca, io non leggo. Lo legge però una mia amica italiana che mi chiama dagli Stati Uniti: complimenti, dice. Complimenti, cosa? Sei nel libro di Dan Brown. In che senso? Come in che senso: si parla di te, sei uno dei personaggi del racconto, <em>sei a pagina 202.</em> Com’è che ero finito, involontariamente, nel libro di Dan Brown? Sempre per colpa, si fa per dire, di Leonardo. In questo caso dell’Adorazione dei Magi, l&#8217;opera che l’artista lasciò, incompiuta, a Firenze, nella casa di Amerigo Benci, quando nel 1482 si trasferì a Milano e che oggi è conservata alla Galleria degli Uffizi. Era accaduto che alla notizia di intraprendere un restauro su quest’opera, era nata una diatriba di chi era a favore e di chi era contrario, che aveva coinvolto, da un lato il sovrintendente ai musei fiorentini e dall’altro autorevolissimi personaggi a livello internazionale – da sir Ernst Gombrich a Carlo Pedretti, a James Beck. Tanto che la sovrintendenza decise di chiedermi di eseguire una approfondita campagna diagnostica al termine della quale sarebbe stata fatta una valutazione sull’opportunità o meno di procedere al restauro».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quel Leonardo non è proprio Leonardo.</strong> Lo studio – che è stato il più approfondito mai eseguito su un’opera di Leonardo – mise in evidenza da un lato che il supporto ligneo del dipinto necessitava di un intervento di restauro e dall’altro che sarebbe stato troppo rischioso per l’integrità pittorica del quadro, procedere a una rimozione seppur parziale delle vernici ossidate che lo ricoprivano.«Nessuno però si aspettava che la pittura monocromatica che vediamo sull’Adorazione non fosse mai stata applicata da Leonardo, ma che si trattasse di aggiunte posteriori. L’esame sui campioni non lasciava adito a dubbio alcuno». Un terremoto. Fino ad allora non un singolo storico dell’arte aveva mai osato sollevare dubbi sulla paternità di Leonardo nella stesura del colore dell’Adorazione. Ma non solo. «Grazie agli esami di riflettografia ad infrarossi», continua Seracini «era emerso un meraviglioso disegno preparatorio, quello sì di mano di Leonardo, che aveva rivelato straordinari segreti, come la presenza di numerose figure di animali, cavalli, la mangiatoia, un piccolo elefantino e l’incredibile schizzo di una sorta di “battaglia per lo stendardo” che non ho potuto fare a meno di ricollegare al nucleo centrale che Leonardo aveva ideato proprio per la Battaglia di Anghiari. Del resto confortato anche da illustri pareri di storici dell’arte, come Antonio Natali, attuale direttore del Museo degli Uffizi. Comunque sia, il tutto è stato documentato in modo inoppugnabile in 2400 riflettogrammi. Certo, chissà come a qualcuno sia venuto in mente di cancellare alla vista proprio questi e altri bellissimi disegni. Forse una censura ecclesiastica? Non lo sapremo mai. Questo è probabilmente il vero Codice da Vinci. Nel nostro caso un vero mistero finalmente svelato».</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-638" title="L'ingegner Maurizio Seracini (da People Magazine)" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/05/20070702-750-100-276x300.jpg" alt="L'ingegner Maurizio Seracini (da People Magazine)" width="276" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il silenzio delle istituzioni.</strong> Nonostante l’entità di una scoperta che cambiava la prospettiva degli studi sull’arte del Rinascimento dopo che generazioni di storici si erano erroneamente pronunciati sulla magia del “non finito”, dei colori, e della tecnica di Leonardo, i risultati delle indagini non furono resi pubblici. Almeno fin quando la notizia venne all’orecchio del corrispondente per l’Italia del <em>New York Times</em> che realizzò una dettagliatissima inchiesta dal titolo “<a href="http://www.nytimes.com/2002/04/21/magazine/the-leonardo-cover-up.html?pagewanted=1" target="_blank"><em>The Leonardo cover up</em></a>”, ovvero il Leonardo occultato. Inutile dire il caos sollevato in tutto il mondo. Giornali e televisioni di qua e al di là dell’Atlantico – a differenza dei media italiani – si mobilitarono per raccontare l’incredibile storia inviando redattori e troupe televisive a Firenze. «È a questo punto», ricorda Seracini «che entra in scena Dan Brown: legge l’articolo, capisce come con opportune iperboli, questa storia si sarebbe potuta trasformare nell’ennesimo mistero che avvolge Leonardo e mi inserisce nel suo libro. Certo, se lo avessi saputo in tempo magari avrei potuto spiegargli che in effetti non c’erano manovre occulte dietro questa scoperta e che il dipinto non era stato affatto nascosto nei depositi degli Uffizi dopo le mie indagini. Ma forse tutto questo a Dan Brown non interessava. Dopotutto stava scrivendo un romanzo e non un libro di storia. In ogni caso, le assicuro, fa un certo effetto ritrovarsi in un romanzo pieno di personaggi inventati».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Entra in scena l&#8217;Università di California</strong>. Ed eccoci arrivati all’ultima decisiva tappa di questa storia. Tappa che vede Maurizio Seracini tornare, in un certo senso, alle origini del suo racconto e cioè alla facoltà di ingegneria dell’Università di California a San Diego che, proprio sulla scia della ricerca della Battaglia di Anghiari e delle scoperte sull’Adorazione dei Magi, gli offre la possibilità di realizzare il progetto che sogna da una vita: creare un centro di ricerca nel campo dei Beni culturali. Nasce così il “Centro di scienze interdisciplinari per l’arte, l’architettura e l’archeologia” – abbreviato in <em>CISA3</em> – di cui lo nominano direttore. Ed è così che ora, ad avallare il rigore scientifico della ricerca c’è una delle più importanti istituzioni universitarie al mondo. Chissà però se la burocrazia italiota, le guerre fra guelfi e ghibellini che ancora oggi, imperterrite, si combattono nella cerchia muraria del comune di Firenze, lascerà che questa volta la ricerca del murale di Leonardo sia finalmente portata a compimento.«Intanto un primo successo lo abbiamo avuto», dice Seracini. «Utilizzando una sofisticata apparecchiatura radar che ha rilevato proprio sulla fatidica parete est – quella del “Cerca trova” – un’intercapedine. Perché mai Vasari avrebbe creato un’intercapedine al momento della ristrutturazione, unica poi in tutto il Salone? È molto plausibile che, come nel caso di Masaccio, l’ipotesi più probabile è che lo abbia fatto per proteggere quello che resta del murale di Leonardo. Ma la tecnologia decisiva quella che potrà dire una parola definitiva sulla possibile presenza del murale di Leonardo è la strumentazione per eseguire analisi per attivazione neutronica di cui parlavo all’inizio del mio racconto».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come funziona? </strong>«I neutroni sono particelle atomiche che possono attraversare corpi molto densi e spessi, come appunto una muratura e interagire con i nuclei degli elementi chimici con i quali entrano in collisione, generando sia raggi beta che si disperdono all’interno della parete, sia raggi gamma che possono ripassare la parete e venire acquisiti da rilevatori particolari. Esami spettroscopici associati alle energie specifiche dei raggi gamma rivelati, permettono di identificare quali elementi chimici abbiano generato questi raggi gamma. Con questa tecnica, dunque, se si spara un fascio di neutroni sulla parete del Vasari, questo riesce a passare non solo l’intonaco, ma tutti i materiali della parete stessa e a “leggere” i vari elementi chimici che la compongono. E se si ha – come effettivamente ora stiamo acquisendo – una campionatura di tutti i materiali che compongono il muro: dall’intonaco ai mattoni, alle pietre retrostanti, ai materiali pittorici usati da Leonardo per la Battaglia, deducibili dai documenti originali in cui questi sono elencati con pignola precisione, la macchina potrà dire, una volta per tutte, se lì sotto c’è il Leonardo perduto».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E ora lasciamo la parola a Maurizio Seracini, in questa sua conferenza tenuta all&#8217;Università di California a San Diego.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="512" height="542" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/-jgiyRZTfgg&amp;hl=en&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="512" height="542" src="http://www.youtube.com/v/-jgiyRZTfgg&amp;hl=en&amp;fs=1" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutto il mondo si interessa al lavoro di ricerca di Maurizio Seracini </strong>e della sua società, la <a href="http://www.editech.com/" target="_blank">Editech</a>: negli Stati Uniti la più prestigiosa testata giornalistica televisiva del Paese, <a href="http://images.google.it/imgres?imgurl=http://www.calit2.net/images/articles/2008/seracini_safer_400.jpg&amp;imgrefurl=http://www.calit2.net/newsroom/article.php%3Fid%3D1279&amp;usg=__4Q3a15faYSq-owmcKaAmnagUVfo=&amp;h=300&amp;w=400&amp;sz=86&amp;hl=it&amp;start=4&amp;tbnid=hqJwBmMXb_77TM:&amp;tbnh=93&amp;tbnw=124&amp;prev=/images%3Fq%3Dmaurizio%2Bseracini%26gbv%3D2%26hl%3Dit%26safe%3Doff%26sa%3DG%26newwindow%3D1" target="_blank"><em>60 minutes</em></a> (network CBS) manda il suo più importante anchor man a intervistarlo; gli inglesi di Channel 4 inviano una troupe che vive in simbiosi con Seracini per settimane, mesi, spostandosi con lui da Firenze alla California e finendo col produrre un esplosivo documentario dal titolo <a href="http://www.divxturka.net/documentaries/404125-channel-4-da-vinci-detective-2009-a.html" target="_blank"><em>The Da Vinci Detective</em></a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In Italia è silenzio. Le istituzioni sono codardamente silenziose. </strong>Le reti televisive tricolori trasmettono solo programmi di cucina, quiz inframmezzati da balletti e notiziari taroccati per far piacere al miliardario che governa l&#8217;Italia. Chi può, scappa dal Paese, anche se solo televisivamente e in modo virtuale e si gode programmi come questi:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parte Prima:</strong></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="512" height="398" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/1TlfVjhwYaY&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="512" height="398" src="http://www.youtube.com/v/1TlfVjhwYaY&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p><strong>Parte seconda:</strong></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="512" height="398" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/pYO_2h3kVMM&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="512" height="398" src="http://www.youtube.com/v/pYO_2h3kVMM&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="text-decoration: underline;"><em>Una nota &#8220;storica&#8221; a margine di quest&#8217;intervista:</em></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Flashback.</strong><strong> </strong>Eravamo in tanti a voler fare gli americani. Io ero all&#8217;ultimo anno di liceo lingustico, Maurizio al primo di ingegneria: corso accademico fiorentino 1967/1968, tempo di caos. In quella stagione di demagogia scolastica, invece di frequentare assemblee e cortei, andavamo a studiare alla Biblioteca Nazionale, ascoltavamo long playing di Frank Sinatra e parlavamo di America, della conquista dello spazio, di cosa avremmo “sicuramente” fatto da grandi: io, il giornalista; lui, l’ingegnere aerospaziale. Una mattina il caos all’università fu peggiore del solito, all’orizzonte non si prospettava nulla di buono e Maurizio annunciò che sarebbe andato in America: Università del Kansas, prima, Università di California a San Diego, dopo. E partì. Per le vacanze di Natale e per quelle estive tornava a Firenze e raccontava dell’America, dell’efficienza che vi si respirava, della vita al campus, delle partite di pallavolo, del Vietnam, di Herbert Marcuse che insegnava nella sua università (io ne approfittai per farmi dedicare una copia di </em>Man At One Dimension<em>, L’uomo a una dimensione). Neanche dirlo che lo invidiavo. Ad ogni viaggio tornava più “americano” di prima, ma con un sottofondo di nostalgia da emigrato che io proprio non capivo: ma come, era al centro del mondo, studiava quello che aveva sempre sognato, una buona metà degli insegnanti erano premi Nobel e lui rimpiangeva Reggello e la sua casa di campagna? Maurizio si laureò </em><em>cum laude in ingegneria biomedica: durante il cammino aveva abbandonato l’idea della conquista delle stelle ed era passato ad una specialità allora pressochè ignota sulle nostre sponde mediterranee. Aveva tutte le carte in regola per entrare nel club esclusivo dei cervelli in fuga, ma lui era titubante, straziato fra l’America e la sua Firenze. Firenze ebbe la meglio e lui decise di tornare. Io &#8211; che nel frattempo avevo perseverato nel rincorrere il sogno del giornalismo &#8211; decisi di partire. Destinazione California.<br />
Questo avveniva alla fine degli anni Ottanta. Passano dieci anni e la storia si inverte. Io rientro in Italia e poco dopo a partire è Maurizio: destinazione California, Università di San Diego, la sua </em>Alma Mater<em> che lo richiama per un incarico prestigioso la cui storia è raccontata qui sopra. Neanche dirlo, Maurizio è Maurizio Seracini, </em>l&#8217;ingegnere<em>.</em></p>
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		<title>Il crepuscolo dei giornalisti</title>
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		<pubDate>Sun, 03 May 2009 16:19:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Si tratta del progetto di esame degli studenti del secondo anno del Master in Giornalismo a Stampa e Radiotelevisivo, presso l’Alta Scuola in Media e Comunicazione dell’Università Cattolica di Milano, iscritti al Corso di Tecniche di Impaginazione e Teorie del Desk,  che ho tenuto nell’Anno Accademico 2006/2007, con il coordinamento di Tino Mantarro e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><object width="530" height="520" data="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf?mode=embed&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Flight%2Flayout.xml&amp;documentId=090502203850-24228d89bd5847b8bb68fd4c9c2197f7&amp;docName=uno&amp;username=claudiocastellacci&amp;loadingInfoText=Uno&amp;et=1241366658068&amp;er=43" type="application/x-shockwave-flash"><param name="allowfullscreen" value="true" /><param name="menu" value="false" /><param name="src" value="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf?mode=embed&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Flight%2Flayout.xml&amp;documentId=090502203850-24228d89bd5847b8bb68fd4c9c2197f7&amp;docName=uno&amp;username=claudiocastellacci&amp;loadingInfoText=Uno&amp;et=1241366658068&amp;er=43" /><param name="flashvars" value="mode=embed&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Flight%2Flayout.xml&amp;documentId=090502203850-24228d89bd5847b8bb68fd4c9c2197f7&amp;docName=uno&amp;username=claudiocastellacci&amp;loadingInfoText=Uno&amp;et=1241366658068&amp;er=43" /></object></p>
<p><strong>Si tratta del progetto di esame</strong> degli studenti del secondo anno del Master in Giornalismo a Stampa e Radiotelevisivo, presso l’Alta Scuola in Media e Comunicazione dell’Università Cattolica di Milano,<em> </em>iscritti al <em>Corso di Tecniche di Impaginazione e Teorie del Desk, </em> che ho tenuto nell’Anno Accademico 2006/2007, con il coordinamento di Tino Mantarro e la collaborazione dell’art director Federico Mininni per l’impaginazione<em>. </em>Si tratta di un progetto iniziato in quell&#8217;Anno Accademico che prevede la pubblicazione dei risultati del corso in un fascicolo dal titolo progressivo. Il primo è stato “Uno”, appunto, “Due” è pubblicato più sotto. I testi degli studenti sono leggibili a schermo in formato <em>full screen</em> o scaricabili in Pdf.</p>
<div style="width: 530px; text-align: left;"><a href="http://issuu.com/claudiocastellacci/docs/uno?mode=embed&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Flight%2Flayout.xml" target="_blank">Open publication</a> &#8211; Free <a href="http://issuu.com" target="_blank">publishing</a> &#8211; <a href="http://issuu.com/search?q=university" target="_blank">More university</a></div>
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		<title>Architettura e cinema</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Apr 2009 18:55:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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La California si sogna. La California si vive. La prima grazie all’industria dell’illusione per eccellenza: il cinema; la seconda attraverso un’arte solida e concreta: l’architettura.
Hollywood fu inventata da una manciata di europei che si trasferirono in California agli inizi del secolo scorso: si chiamavano Zukor, Goldwyn, Lang, Lubitsch, Stroheim, così come europei erano anche gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-593" title="Courtesy Julius Shulman, Case Study House no. 22, architect Pierre Koenig, 1960" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/04/juliusshulman-192x300.jpg" alt="Courtesy Julius Shulman, Case Study House no. 22, architect Pierre Koenig, 1960" width="192" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La California si sogna. La California si vive. </strong>La prima grazie all’industria dell’illusione per eccellenza: il cinema; la seconda attraverso un’arte solida e concreta: l’architettura.<br />
Hollywood fu inventata da una manciata di europei che si trasferirono in California agli inizi del secolo scorso: si chiamavano Zukor, Goldwyn, Lang, Lubitsch, Stroheim, così come europei erano anche gli architetti che intorno alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale, si trasferirono sulle sponde del Pacifico e che con le loro opere finiranno col definire il concetto di “stile di vita californiano” come lo conosciamo noi oggi. L’architettura modernista capitanata da Walter Gropius, il fondatore del Bauhaus, la scuola che più segnerà la cultura occidentale della prima metà del secolo scorso troverà infatti un fertile terreno di diffusione in California, il laboratorio ideale dove poter tentare esperimenti sociali, economici, artistici che spesso, da nessuna altra parte al mondo, potrebbero avere una possibilità di sopravvivenza, tanto meno di sviluppo. <span id="more-599"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La contaminazione incrociata di cinema e architettura </strong>colpisce ancora producendo due interessanti libri: “Architecture and Film”, a cura di Mark Lamster (Princeton Press, 256 pagg. $ 24.95) che esamina l’effetto che l’industria cinematografica ha avuto sulla percezione dello spettatore degli spazi urbani e rurali d’America e  “Modernism Rediscovered” a cura di Pierluigi Serraino e Julius Shulman (Taschen, 575 pagg, $ 39.99), un viaggio attraverso opere spesso dimenticate di architetti più o meno famosi, più o meno di grido, che hanno comunque segnato un epoca irripetibile sia nella storia dell’architettura che in quella del costume. Il libro si avvale delle immagini tratte dall’archivio personale, messo insieme in 64 anni di lavoro, da Julius Shulman, ultranovantenne &#8211; anche lui di origini europee, figlio di emigrati russi &#8211; il cui nome è indissolubilmente legato alla storia della fotografia dell’architettura californiana. Per chi fosse comunque interessato ad avere un panorama completo delle opere dei capostipiti del modernismo stesso consigliamo di aggiungere alla lista della spesa un libro, sempre di Shulman, uscito anni fa da Rizzoli International, dal titolo “A Constructed View” dove si possono rivisitare le opere storiche di Koenig, Schindler, Soriano, Ellwood e degli altri grandi.<br />
Il libro di Serraino e Shulman copre cinque decadi, dagli anni Trenta ai Settanta, e illustra circa 300 progetti il cui centro emotivo e culturale è saldamente ancorato nella California del Sud, soprattutto a Los Angeles. Purtroppo molte delle abitazioni che si possono ammirare in questo prezioso volume sono andate perdute per sempre perché costruite prima che si sviluppasse nel pubblico una sensibilità culturale di conservazione e le esigenze del mercato finissero per vincere sulla nostalgia, sentimento non quotato e non ammesso alla borsa immobiliare. Un esempio per tutti l’abitazione che l’architetto Paul László aveva costruito per sé a Beverly Hills (1955), fornita persino di una monorotaia per trasportare la spesa del supermercato dalla rampa di accesso del garage fino in cucina.<br />
Sono comunque i progetti sopravvissuti, ancora rintracciabili, quelli più entusiasmanti per il lettore, come il complesso “Mutual Housing” di Brentwood degli architetti Quincy Jones, Whitney Smith e Edgardo Contini (1950) che riassume in sé tutti gli elementi dello stile di vita dell’America post bellica: terra costellata di gin tonic sorseggiati sul bordo della piscina da mariti che avevano le sembianze di Rock Hudson, da mogli modellate sullo stampino di Doris Day, da figli rispettosi, cani educati, station wagon supermolleggiate dalle code a punta. Uno stile di vita esportato in tutto il mondo proprio attraverso il cinema che sviluppa una sua architettura costruendo ciò di cui abbisogna sui propri set e la cui finzione a volte finisce con l’influenzare i progetti veri. L’appartamento da scapolo di Rock Hudson in “Pillow Talk” è copiato da un modello pre-esistente o è il set cinematografico a influenzare gli architetti che disegneranno appartamenti in quello stile con gadget acchiappa-ragazze incorporati?<br />
Il libro di Serraino e Shulman che apparentemente ha l’aspetto di un saggio di architettura, finisce con il trasformarsi in una guida alternativa ai segreti meglio conservati dalla California. A partire dalla casa che Quincy Jones &#8211; l’architetto non il cantante &#8211; si costruì per sé sulle colline di Hollywood (1946), al Tennis club di Palm Springs, sempre di Jones (1947) per arrivare al più recente Desert Museum di Palm Springs disegnato da William Clarks (1976).<br />
Ma che effetto fa il modernismo ad un architetto italiano cresciuto a pane e Rinascimento, a uno che per lavoro deve fare giornalmente i conti con i leggendari coniugi Eames o magari con l’ineffabile Koenig, oppure con il rigoroso Schindler? Pierluigi Bonvicini che costruisce, progetta, inventa da uno studio a due passi dalle spiagge del Pacifico aveva lasciato la Toscana dopo la laurea e dopo aver scritto un saggio – una delle rare pubblicazioni che fino a qualche anno fa circolassero su John Lautner, l’architetto, guarda caso, più amato dai cineasti di Hollywood perché le sue case “sono” Hollywood: i suoi progetti incarnano lo spirito di spettacolarità, di simbolo di peccato che si addice alle avventure di spie, agenti segreti, assassini e maliarde<br />
«Sfogliare questo libro, per me, è come sfogliare l’album di famiglia, sia per i miei rapporti personali con Julius Shulman che con molti degli architetti che vi si incontrano. Pur non avendo io aderito alla corrente del Modernismo, ne ho subito l’inevitabile fascino culturale, come ho subito l’influenza dello spirito e della cultura americana degli anni Cinquanta e Sessanta che sono stati formativi per il mio interesse verso l’America e la California in particolare. Devo dire che Serraino e Shulman riportano alla luce perle dimenticate e talvolta addirittura sconosciute del Modernismo con un linguaggio visivo singolarmente omogeneo. Il comun denominatore non è infatti solamente lo stile architettonico proposto, ma il punto di vista del fotografo che instaura, ogni volta, un rapporto quasi magico con l’architettura».<br />
Nostalgia di quei tempi? «No. Direi grande affetto. Quello che è certo è che così tanto è accaduto in così tanto poco tempo. Queste immagini che oggi rappresentano il passato allora erano il futuro. Il Modernismo in architettura è stato un elemento catalizzatore con cui si manifestavano le tendenze culturali e spirituali di un popolo emerso dagli eventi della seconda guerra mondiale con un rafforzato spirito pioneristico e idealista insieme».<br />
Quali sono gli elementi tecnici che caratterizzano questa corrente. «Le scelte tecnologiche e compositive degli architetti del Modernismo hanno le loro radici proprio in questi concetti di progresso e democrazia. L’uso innovativo di materiali come l’acciaio, il legno, il vetro, il cemento, sempre usati sottotono, oggi diremmo in modo minimalista e proiettati fiduciosamente come gesti allusivi verso nuovi orizzonti da definire, risponde alla convinzione di un progresso coadiuvato da tecnologie benefiche e liberatrici. L’eccezione che conferma la regola è la casa costruita da Richard Spencer a Malibu nel 1955 che, eludendo gli astrattismi della corrente, sembra quasi materializzarsi in una sorta di metaforico gabbiano appollaiato sulle sponde del Pacifico, pronto a spiccare il volo. Ma non è solo tecnica. L’organizzazione distributiva degli spazi, senza gerarchie, in un gioco continuo di pieni e vuoti danno origine a volumi architettonici ricchi di energia vitale. Ci pensi un attimo: non le sembra di essere calato all’interno di una struttura di quelle disegnate sulla tela da Piet Mondrian o da Paul Klee? E’ un leit-motiv che si ritrova nelle opere residenziali del modernismo di Neutra, di Charles e Ray Eames, di Soriano, di Quincy Jones».<br />
Lei come concilia la sua formazione classica con quest’esperienza<br />
«Ammetto di aver guardato al Modernismo con distaccata curiosità. La cultura italiana del dopoguerra a cui mi sono formato era ben diversa da quella americana della stessa epoca. C’erano anche lì idealismo e valori, ma alle spalle c’era tanta più sofferenza. A un europeo  questa realtà, pur essendo nata da radici comuni, sembra distante. Ma probabilmente è un effetto ciclico. I colleghi italiani dicono che i miei progetti americani sono distanti. Che ne so: sarà l’aria del Pacifico».</p>
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		<title>Manzanar</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Apr 2009 16:05:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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La temperatura oggi oscilla fra i 45 e i 48 gradi centigradi. Il traffico sulla statale 395, a est dell’altipiano della Sierra Nevada, nella California orientale, contea di Inyo, è praticamente inesistente: solo  locali e qualche turista che cerca refrigerio più a nord, a Mammoth Lake. Del campo di internamento di Manzanar, dichiarato monumento nazionale, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-full wp-image-581" title="Il campo d'internamento di Manzanar. Foto di Ansel Adams" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/04/manzanar-adams.jpg" alt="Il campo d'internamento di Manzanar. Foto di Ansel Adams" width="432" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La temperatura oggi oscilla fra i 45 e i 48 gradi centigradi. </strong>Il traffico sulla statale 395, a est dell’altipiano della Sierra Nevada, nella California orientale, contea di Inyo, è praticamente inesistente: solo  locali e qualche turista che cerca refrigerio più a nord, a Mammoth Lake. Del campo di internamento di Manzanar, dichiarato monumento nazionale, rimane una lapide, il bunker d’ingresso e un paio di altre costruzioni in pietra a forma di pagoda. Il resto è deserto. Nessuno si ferma qui. È troppo imbarazzante. Il campo fu costruito cinquant’anni fa, all’indomani dello scoppio della guerra fra Stati Uniti e Giappone, per internare chiunque lungo la costa dal Canada al Messico, avesse gli occhi a mandorla &#8211; americano o non americano. Manzanar era costituito da 504 baracche che, alla fine di ottobre del 1942, avrebbero ospitato 10.271 cosiddetti “sfollati”. Il calvario degli americani di origine giapponese era cominciato, ufficialmente, il 19 febbraio 1942, due mesi e mezzo dopo l’attacco di Pearl Harbour, quando il presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, firmò la circolare 9066 che ordinava, per necessità militare, l’internamento indiscriminato di tutti i “Japs” abitanti negli Stati prospicenti il Pacifico. Il fatto che molti di loro fossero ormai americani di seconda e terza generazione passò deliberatamente inosservato.  <span id="more-580"></span></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-582" title="Titoli dei giornali che annunciano l'istituzione dei campi di internamento per i giapponesi residenti in America" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/04/23-0309a.jpg" alt="23-0309a" width="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>14.490 civili &#8211; uomini, donne, bambini, anziani &#8211; furono rinchiusi in  campi della California</strong>, Utah, Arizona, Wyoming, Arkansas, le proprietà sequestrate, i titoli di studio annullati. Il carattere persecutorio della disposizione, che restò in vigore fino al 17 dicembre 1944, era accentuato dal fatto che nessuna sanzione di massa venne applicata, per esempio, ai giapponesi-americani residenti nelle isole Hawaii. Così come sulla costa orientale, a dispetto della violenta offensiva navale dei sottomarini del Reich, non ci fu nessuna forma di isteria collettiva nei confronti dei tedesco americani o degli emigrati italiani le cui rispettive nazioni erano pure in guerra con gli Stati Uniti. Furono, sì, arrestati, per prudenza spionistica, 857 tedeschi e 147 italiani sospettati di attività sovversive, ma per gli europei le ostilità finirono qui. Per i giapponesi, invece, dovevano ancora cominciare.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-583" title="Istruzioni per i giapponesi residenti in California" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/04/order.jpg" alt="order" width="350" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il provvedimento presidenziale entrò in vigore con forza di legge (numero 503) il 21 marzo 1942 </strong>nonostante lo stesso J. Edgar Hoover, direttore dell’F.B.I., avesse spedito al Ministro della Giustizia, Francis Biddle, un memorandum segreto di sei pagine in cui ridicolizzava la teoria del “complotto giallo” che ossessionava il comandante la regione militare del Pacifico, generale John Lesesne DeWitt. Le linee della corrente elettrica tranciate presso la diga di Booneville? Vacche di una vicina fattoria che andavano a grattarsi la schiena sui cavi. Il fuoco di segnalazione di Seattle? Un agricoltore che bruciava sterpaglie come faceva da vent’anni. Duemila cinquecento novantadue armi da fuoco trovate in possesso di giapponesi-americani? Certo, erano in un negozio e in un deposito entrambi autorizzati alla vendita, con tanto di licenza. La nota dell’F.B.I. non fu mai fatta pervenire alla Corte Suprema che, pressata dal governo, sentenziò che la deportazione era ammissibile perché il paese era in guerra.<br />
Il malanimo verso la comunità asiatica non era spuntato con Pearl Harbour, ma risaliva ad almeno 40 anni prima. Sotto la pressione di politici californiani, nel 1908, il Congresso degli Stati Uniti aveva passato una norma restrittiva che limitava l’immigrazione dal Giappone (poi vietata completamente nel 1924), e che, soprattutto, negava l’accesso alla cittadinanza e al possesso di proprietà terriere. Al di là del patriottismo di facciata il motivo era esclusivamente economico: già allora gli americani sentivano sul collo il fiato della competitività giapponese, anche se a quei tempi era ristretta all’agricoltura.<br />
In un rigurgito di demagogia spicciola ci fu chi chiese ai “Japs” di provare la lealtà alla nuova patria andando volontariamente in prigione. 82 giapponesi-americani aderirono alla richiesta e il 21 marzo 1942 si presentarono spontaneamente a Manzanar, primo di dieci campi ad aprire i battenti.<br />
Dieci giorni più tardi, il 31 marzo, le autorità militari  decisero che era tempo di abbandonare le maniere gentili. Tutti i giapponesi-americani residenti negli Stati della costa dovevano presentarsi ai centri di smistamento: destinazione sconosciuta, unico bagaglio permesso, gli effetti personali. Con un preavviso che andava da tre giorni a due settimane, fu ordinato di liquidare tutte le proprietà, case, auto, terre. Una manna per gli strozzini. La signora Tetsu Saito possedeva, prima della guerra, il Ruth Hotel di Los Angeles, un palazzo con 32 camere valutato seimila dollari dell’epoca. Quando ricevette l’ordine di evacuare le furono offerti trecento dollari, prendere o lasciare.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-584" title="Partenza per Manzanar" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/04/00190a-441x300.jpg" alt="Partenza per Manzanar" width="441" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È stato calcolato che gli internati abbiano perso &#8211; ai valori del 1945 &#8211; fra i 108 e i 164 milioni di dollari </strong>in mancati guadagni e fra i 41 e i 206 milioni di dollari in proprietà. Incalcolabile l’effetto sul capitale umano: perdita di educazione, di lavoro, di pratica professionale. 10.271 persone furono deportate a Manzanar. 18.800 a Tule Lake, California, 18.000 a Poston, Arizona, 13.400 a Gila RIver, Arizona, 11.100 a Heart Mountain, Wyoming, 9,900 a Minidoka, California, 8.600 a Jerome, Arkansas, 8.500 a Rohwer, Arkansas, 8.300 a Topaz, Utah, 7.600 a Granada, Colorado. La maggior parte di loro vi rimarrà fino al settembre 1945. Alcuni usciranno nel 1943 per arruolarsi, volontari, nel 442esimo e 100esimo Battaglione, due unità create apposta per i giapponesi-americani. Siccome la fiducia non era però troppa, fino al momento del combattimento le reclute vennero addestrate con armi di legno. Una volta sul campo di battaglia, in Europa, 18.143 soldati appartenenti ai due reparti furono decorati al valor militare: nessun altro reggimento dell’esercito degli Stati Uniti aveva mai ricevuto così tanti onori.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-585" title="Il centro del campo di Manzanar" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/04/manzanar_flag-389x300.jpg" alt="Il centro del campo di Manzanar" width="389" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel1980 il Congresso degli Stati Uniti istituì una commissione d’inchiesta </strong>che giunse alla conclusione che, in quel 1942, il governo aveva mentito sapendo di mentire: la necessità militare di internare la popolazione civile era sempre stata totalmente inesistente. Così, dopo otto anni di discussioni e distinguo, il 10 agosto 1988 l’allora presidente Ronald Reagan firmò l’atto di contrizione che, insieme alle scuse della nazione, decretava lo stanziamento di 1,25 milioni di dollari (il Congresso ne ha aggiunti 320 perché era stato sbagliato il conto degli “sfollati”) da distribuirsi ai circa ottantamila sopravvissuti: in pratica 20mila dollari a testa. Una cifra simbolica, che non ripagherà mai gli oltre 60mila internati morti prima delle scuse ufficiali.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-586" title="Pianta del campo di Manzanar" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/04/6a02458r-500x186.jpg" alt="Pianta del campo di Manzanar" width="500" height="186" /></p>
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		<title>We live in the internet world.</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Mar 2009 16:55:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Si tratta del progetto di esame degli studenti del secondo anno del Master in Giornalismo a Stampa e Radiotelevisivo, presso l&#8217;Alta Scuola in Media e Comunicazione dell’Università Cattolica di Milano, iscritti al Corso di Tecniche di Impaginazione e Teorie del Desk,  che ho tenuto nell&#8217;Anno Accademico 2007/2008, con il coordinamento [...]]]></description>
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<p><strong>Si tratta del progetto di esame</strong> degli studenti del secondo anno del Master in Giornalismo a Stampa e Radiotelevisivo, presso l&#8217;Alta Scuola in Media e Comunicazione dell’Università Cattolica di Milano,<em> </em>iscritti al <em>Corso di Tecniche di Impaginazione e Teorie del Desk, </em> che ho tenuto nell&#8217;Anno Accademico 2007/2008, con il coordinamento di Laura Silvia Battaglia, la collaborazione dell&#8217;art director Federico Mininni e di Diwani Fatatis per l&#8217;impaginazione<em>. </em>Si tratta di un progetto iniziato nell&#8217;Anno Accademico 2006/2007 che prevede la pubblicazione dei risultati del corso in un fascicolo dal titolo progressivo. Il primo è stato &#8220;Uno&#8221;, questo è &#8220;Due&#8221;, forse ci sarà un &#8220;Tre&#8221;, semprechè ci sia la volontà dell&#8217;Università di reperire microfinanziamenti per il progetto stesso. Qui di seguito troverete il testo dell&#8217;introduzione al progetto che ha visto la partecipazione di Vittorio Sabadin (La Stampa) e Ricardo Alvarez (Rcs). I testi degli studenti sono leggibili e scaricabili dal Pdf.<span id="more-556"></span></p>
<p><strong>La notizia aveva preso un po’ tutti alla sprovvista:</strong> entro il 2013 il <em>New York Times</em>, la Bibbia del giornalismo mondiale, così come lo conoscevamo – con i suoi dorsi, il suo inchiostro che ti impiastricciava le mani, le sue inchieste, i suoi premi Pulitzer – avrebbe chiuso i battenti.<br />
La fonte del quotidiano israeliano <em>Haaretz</em> che aveva lanciato la notizia, era più che attendibile trattandosi di Arthur Sulzberger, l’editore dello stesso <em>New York Times</em>, intervistato durante il <em>World Economic Forum</em> di Davos del 2007 e ripresa dai media di tutto il mondo. Diceva Sulzberger a Eytan Avriel: «I really don’t know whether we’ll be printing the <em>Times</em> in five years, and you know what’ I don’t care, either. Internet is a wonderful place to be and we’re leading there» («Non so davvero se stamperemo il <em>Times</em> fra cinque anni, e sa che cosa’ Neppure mi interessa. Internet è un luogo meraviglioso per starci e lì siamo i primi»).<br />
Ma cosa aveva detto esattamente Sulzberger. Vediamolo da questo estratto tratto dall’articolo di <em>Haaretz</em> (<em>New York Times publisher: Our goal is to manage the transition from print to internet</em> – By Eytan Avriel) pubblicato giovedi 8 febbraio 2007:</p>
<p><span style="color: #333333;"><em><strong>Despite his personal fortune and impressive lineage, Arthur Sulzberger</strong>, owner, chairman and publisher of the most respected newspaper in the world, is a stressed man. Why would the man behind </em>The New York Times <em>be stressed? Well, profits from the paper have been declining for four years, and the Times company’s market cap has been shrinking, too. Its share lags far behind the benchmark, and just last week, the group Sulzberger leads admitted suffering a $570 million loss because of write offs and losses at the </em>Boston Globe<em>. Given the constant erosion of the printed press, do you see </em>The New York Times <em>still being printed in five years?<br />
«I really don’t know whether we’ll be printing the </em>Times<em> in five years, and you know what? I don’t care either», he says. Sulzberger is focusing on how to best manage the transition from print to Internet. </em>The New York Times<em> has doubled its online readership to 1.5 million a day to go along with its 1.1 million subscribers for the print edition.<br />
Sulzberger says </em>The New York Times<em> is on a journey that will conclude the day the company decides to stop printing the paper. That will mark the end of the transition. It’s a long journey, and there will be bumps on the road, says the man at the driving wheel, but he doesn’t see a black void ahead. Asked if local papers have a future, Sulzberger points out that </em>The New York Times<em> is not a local paper, but rather a national one based in New York that enjoys more readers from outside, than within, the city. Classifieds have long been a major source of income to the press, but the business is moving to the internet.<br />
Sulzberger agrees, but what papers lose, Web sites gain. Media groups can develop their online advertising business, he explains. Also, because Internet advertising doesn’t involve paper, ink and distribution, companies can earn the same amount of money even if it receives less advertising revenue. Really? What about the costs of development and computerization? «These costs aren’t anywhere near what print costs», Sulzberger says. «The last time we made a major investment in print, it cost no less than $1 billion. Site development costs don’t grow to that magnitude». </em>The New York Times<em> recently merged its print and online news desks. Did it go smoothly, or were there ruffled feathers? Which team is leading the way today? «You know what a newspaper’s news desk is like? It’s like the emergency room at a hospital, or an office in the military. Both organizations are very goal-oriented, and both are very hard to change», Sulzberger says. Once change begins, it happens quickly, so the transition was difficult, he says. «But once the journalists grasped the concept, they flipped and embraced it, and supported the move». That included veteran managers, too. How are you preparing for changes to the paper that are dictated by the Internet? «We live in the Internet world. We have, for example, five people working in a special development unit whose only job is to initiate and develop things related to the electronic world – Internet, cellular, whatever comes. The average age of readers of </em>The New York Times<em> print edition is 42, Sulzberger says, and that hasn’t changed in 10 years. The average age of readers of its Internet edition is 37, which shows that the group is also managing to recruit young readers for both the printed version and Web site. Also, the </em>Times<em> signed a deal with Microsoft to distribute the paper through a software program called Times Reader, Sulzberger says. The software enables users to conveniently read the paper on screens, mainly laptops. «I very much believe that the experience of reading a paper can be transfered to these new devices».<br />
Will it be free? «No, if you want to read </em>The New York Times<em> online, you will have to pay». In the age of bloggers, what is the future of online newspapers and the profession in general? «There are millions of bloggers out there, and if the Times forgets who and what they are, it will lose the war. We are curators, curators of news. People don’t click onto </em>The New York Times<em> to read blogs. They want reliable news that they can trust», he says.</em></span></p>
<p><strong>Parole che facevano impallidire persino le previsioni</strong> – da molti ritenute eccessive – che il professor Philip Meyer (facoltà di giornalismo all’Università della Carolina del Nord) aveva fatto nel suo libro <em>The Vanishing Newspaper</em>, secondo cui l’ultima copia cartacea del <em>New York Times</em> sarebbe stata acquistata nel 2043. Sulla scia di quelle previsioni il settimanale economico inglese <em>The Economist</em> aveva lanciato, all’epoca, un’inchiesta uscita nell’edizione del 24 agosto 2006 dal titolo inquietante: <em>Who killed the newspapers.</em> Eccone un estratto:</p>
<p><span style="color: #333333;"><em><strong>Newspapers are now an endangered species.</strong> The business of selling words to readers and selling readers to advertisers, which has sustained their role in society, is falling apart. Of all the “old” media, newspapers have the most to lose from the internet. Circulation has been falling. In his book </em><em>The Vanishing Newspaper, Philip Meyer calculates that the first quarter of 2043 will be the moment when newsprint dies in America as the last exhausted reader tosses aside the last crumpled edition.<br />
Newspapers have not yet started to shut down in large numbers, but it is only a matter of time. Over the next few decades half the rich world’s general papers<br />
may fold. Jobs are already disappearing. According to the Newspaper Association of America, the number of people employed in the industry fell by 18% between 1990 and 2004. Tumbling shares of listed newspaper firms have prompted fury from investors. In 2005 a group of shareholders in Knight Ridder, the owner of several big American dailies, got the firm to sell its papers and thus end a 114-year history. This year Morgan Stanley, an investment bank, attacked The New York Times Company, the most august journalistic institution of all, because its share price had fallen by nearly half in four years.<br />
Having ignored reality for years, newspapers are at last doing something. In order to cut costs, they are already spending less on journalism. Many are also trying to attract younger readers by shifting the mix of their stories towards entertainment, lifestyle and subjects that may seem more relevant to people’s daily lives than international affairs and politics are. They are trying to create new businesses on- and offline. And they are investing in free daily papers, which do not use up any of their meagre editorial resources on uncovering political corruption or corporate fraud.<br />
A new force of “citizen” journalists and bloggers is itching to hold politicians to account. The web has opened the closed world of professional editors and reporters to anyone with a keyboard and an internet connection. For hard-news reporting—as opposed to comment—the results of net journalism have admittedly been limited. Most bloggers operate from their armchairs, not the frontline, and citizen journalists tend to stick to local matters. But it is still early days. New online models will spring up as papers retreat. Such as one non-profit group, NewAssignment.Net which plans to combine the work of amateurs and professionals to produce investigative stories on the internet.</em></span></p>
<p><strong>Attualmente i lettori del New York Times supererebbero di poco il milione,</strong> ma quelli del suo sito web sono raddoppiati in pochi mesi e hanno già superato il milione e mezzo. A decidere la definitiva transizione sul web, secondo Sulzberger, sarà come abbiamo visto dall’intervista rilasciata a <em>Haaretz</em>, l’elemento che preme di più a ogni editore: i costi. Per esempio «Gli annunci pubblicitari su Internet sono più facili da gestire: ce ne saranno di meno, ma non dovremo sopportare i costi di carta, stampa e distribuzione per farli arrivare al pubblico e gli utili saranno gli stessi». Per questa ragione il <em>New York Times </em>non seguirà la strategia di riduzione dei formati adottata dai giornali europei, che richiede l’acquisto di nuove costose rotative, per puntare direttamente all’obiettivo finale: il web.</p>
<p><strong>Cambiare o morire</strong>. Su questo argomento, a fine gennaio 2007 usciva in Italia <em>L’ultima copia del New York Times</em> (Donzelli editore), un libro inchiesta di Vittorio Sabadin, giornalista di lungo corso che ha guidato la redazione della Stampa per circa vent’anni e ne ha curato anche le trasformazioni tecnologiche e grafiche, un libro che ogni giornalista dovrebbe adottare come <em>livre de chevet</em>, un libro che soprattutto i manager editoriali di nuova generazione – quelli master Bocconi, quelli ex McKinsey, quelli che tortellini e carta stampata tanto sono la stessa cosa – dovrebbero leggere a voce alta, la sera, prima di andare a letto.<br />
I guai per il <em>New York Times</em> sono venuti seriamente a galla nell’autunno del 2006. A quell’epoca, ricorda Sabadin, il giornale «riduceva le previsioni dei propri introiti di oltre il 30 per cento e il glorioso <em>Boston Globe</em>, chiudeva l’anno con la peggiore performance della sua storia, dovuta, secondo gli analisti, al fatto che ormai quasi l’80 per cento delle case di Boston avevano un collegamento a Internet a banda larga. Mentre i giornali americani annunciavano l’ennesimo calo di copie vendute, il numero dei visitatori ai loro siti Internet cresceva del 25 per cento, i siti web del mondo superavano i 100 milioni, registrando un incremento del 100 per cento in meno di due anni, e il motore di ricerca Google, realizzato con 10.000 dollari presi in prestito da un emigrato russo, Sergey Blin, dichiarava il sorpasso nella raccolta pubblicitaria in Gran Bretagna della televisione Channel 4, la seconda del Paese».<br />
E ancora: «La sfida si è spostata altrove: sulle nuove tecnologie di comunicazione<br />
esistenti e in arrivo, sulla concorrenza dei giornali gratuiti apparsi in ogni città, sulla conquista del tempo del lettore, sul rinnovamento dei formati e dei contenuti. La gente che vuole restare informata non ha mai vissuto un momento più felice: ha ora a disposizione la più vasta offerta di media della storia dell’umanità, una combinazione di rotative del XIX secolo, di radio e tv del XX e di siti web e blog del XXI. Saranno i sistemi più vecchi a doversi adattare e a cambiare. Cambiare o morire».</p>
<p><strong>La prefazione del libro di Sabadin è affidata a Gianni Riotta</strong>, che nonostante sia l’attuale direttore del <em>TG1</em>, è un giornalista di lunga tradizione di carta stampata. Scrive Riotta che se e quando il giornale di carta sparirà dalle nostre vite sarà un giorno triste, ma attenzione «la rivoluzione nel sapere non è mai tecnologica, è sempre di contenuti» e che, comunque, sarà vera rivoluzione solo quando saremo capaci di creare nuovi contenuti per internet. E ancora: attenzione, quello che muta è, sì, la fine dell’autorità – sempre meno le voci centrali hanno autorevolezza – ma questa perdita di centralità suscita anche molti rischi: «un’informazione destituita di credibilità, capace di sostenere persino che gli ebrei hanno minato le Torri Gemelle o che c’è un complotto ad ogni angolo del mondo».<br />
Cambiare o morire, scrive, appunto, Sabadin. E a cambiare è anche un altro grande giornale americano: il <em>Los Angeles Times</em>. È lo stesso Sabadin a scrivere per il suo giornale (26/1/2007) che «Dopo il <em>Guardian</em> e il <em>Daily Telegraph</em> a Londra, anche il <em>Los Angeles Times</em> ha deciso il grande passo: da ora in avanti pubblicherà le notizie sul proprio sito web quando gli articoli sono pronti, senza aspettare di stamparli sull’edizione su carta del giorno dopo. La decisione, presa dal nuovo direttore Jim O’Shea, e dall’editore e amministratore delegato David Hiller, punta a risollevare le sorti di uno dei principali giornali americani, da tempo in crisi. La nuova filosofia illustrata dal direttore («Break it on the web, expand on it in print»), mira a servirsi di Internet per la diffusione delle notizie<br />
quando queste accadono e dell’edizione su carta per una più approfondita analisi, attraverso commenti e inchieste». Il <em>Los Angeles Times</em> ha altresì unificato le redazioni web e la redazione principale per creare una newsroom multimediale dalla quale i contenuti giornalistici vengono ora riversati verso il pubblico su piattaforme diverse: telefonini, iPods, Internet, video e carta. «Tra i grandi giornali», scrive ancora Sabadin, «a decidere per primo che le storie prodotte dal giornale sarebbero finite prima sul web che sull’edizione cartacea, è stato il direttore del <em>Guardian</em>, Alan Rusbridger. La decisione, che causò scandalo e critiche, sta cominciando a trovare i primi autorevoli imitatori».<br />
Per spiegare la differenza fra giornalismo su carta e su web, Sabadin, nel suo libro, cita Crawford Kilian, un esperto di editoria americano che ha immaginato un ottimo paragone per spiegare questa differenza: «produrre un giornale su carta è come muoversi lungo una strada per andare dal punto A al punto B. Possiamo vedere quello che sta vicino alla strada, ma il nostro obiettivo principale è di arrivare a destinazione in tempo. Organizzare le stesse notizie sul web è come sorvolare la strada in elicottero, cosa che ci consente di vedere anche i dintorni e di atterrare dove vogliamo. Ogni articolo non deve descrivere solo la strada, ma deve avere anche link di approfondimento che ci portino nei dintorni, consentendoci di fermarci nei luoghi che ci sembrano più interessanti e ai quali la strada principale non conduce».</p>
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		<title>Surfin&#8217; Usa</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Mar 2009 21:02:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Trestle è la “Spiaggia”. Quella con la esse maiuscola, la spiaggia d’elezione dei surfisti californiani, l’unica dove le onde possono raggiungere i 5 metri d’altezza. È una spiaggia difficile. Difficile soprattutto da raggiungere, perché è circondata da Camp Pendleton, la più grande base dei marines di tutti gli Stati Uniti. La spiaggia è, anzi, territorio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><img class="aligncenter size-medium wp-image-435" title="Ed Schlegel presenta al governatore della California Arnold Schwarzenegger una tavola da surf con centinaia di firme a favore della salvaguardia delle spiagge di San Onofre e Trestle. Photo courtesy Brian Alper. © Brian Alper." src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/arnold-surf-289x300.jpg" alt="Ed Schlegel presenta al governatore della California Arnold Schwarzenegger una tavola da surf con centinaia di firme a favore della salvaguardia delle spiagge di San Onofre State e Trestles. Photo courtesy Brian Alper. © Brian Alper." width="289" height="300" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Trestle è la “Spiaggia”. Quella con la esse maiuscola, la spiaggia d’elezione dei surfisti californiani,</strong> l’unica dove le onde possono raggiungere i 5 metri d’altezza. È una spiaggia difficile. Difficile soprattutto da raggiungere, perché è circondata da Camp Pendleton, la più grande base dei marines di tutti gli Stati Uniti. La spiaggia è, anzi, territorio militare affittato allo Stato di California con un contratto ventennale rinnovabile. C’è un solo accesso e dal sentiero lungo un paio di chilometri che porta all’oceano è facilissimo sconfinare in territorio militare e finire regolarmente arrestati. Una volta finì in manette persino la figlia dell’allora presidente Richard Nixon che aveva la casa lì vicino. <span id="more-434"></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p><object width="530" height="400" data="http://www.youtube.com/v/k1FaflUn4Co&amp;hl=en&amp;fs=1" type="application/x-shockwave-flash"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/k1FaflUn4Co&amp;hl=en&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Trestle è anche la spiaggia immortalata in una delle più famose canzoni dei Beach Boys, “<em>Surfin’ Usa</em>”, </strong>incisa nel 1963 due anni prima che ci costruissero, praticamente davanti, una minacciosa centrale atomica. Ma all’epoca erano in pochi ad essere consci dei pericoli delle radiazioni e della contaminazione delle acque: quello che preoccupava i surfisti erano le continue schermaglie con i Marines e la paura che se si fossero schierati ufficialmente contro la costruzione della centrale, sarebbero stati definitivamente scacciati dalla “loro” spiaggia. Già, infatti, la storia della spiaggia di Trestle è storia di schermaglie continue fra i ragazzi del surf e i militari.<br />
La prima battaglia scoppiò quando il comandante della base ebbe la poco felice idea di far recintare la spiaggia e di controllarne l’accesso con un cancello. La risposta dei surfisti non si fece attendere: misero a ferro e fuoco il parcheggio, sbarbarono tutti i cartelli di divieto e ne fecero un falò: per poco non furono ridotte in cenere anche le traversine della linea ferroviaria che passa lì accanto, infatti Trestle, letteralmente, vuol dire “cavalletto”, “ponticello” e indica, appunto, il ponticello rialzato sulla spiaggia su cui passa la linea ferroviaria che collega Los Angeles a San Diego, parallela all’oceano e all’autostrada.<br />
Le cose, poi, peggiorarono quando Richard Nixon fu eletto presidente degli Stati Uniti: la sua tenuta californiana di San Clemente, conosciuta anche come la &#8220;Casa Bianca dell’ovest&#8221;, confinava proprio con la spiaggia di Trestle e quando Nixon arrivava in vacanza, tutta la zona veniva blindata dai militari e dal servizio segreto anche se, ironia, fu proprio grazie all’interessamento di Nixon che fu stipulato l’accordo fra militari e civili per l’uso della spiaggia.<br />
Oggi Trestle fa parte del complesso statale di San Onofre, altro nome storico nella storia delle spiagge californiane, il luogo dove, agli inizi del secolo scorso, si e’ sviluppata la cultura surfistica locale importata dalle Hawaii, le isole del Pacifico dirimpettaie della California. È per questo che sulla spiaggia di Trestle, proprio di fronte alla centrale nucleare, è stato piantato un totem e delle palme: per ricordare le radice hawaiane del surf  e ingraziarsi gli dei del mare.</p>
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		<title>JFK: il caso è (davvero) chiuso?</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Mar 2009 15:14:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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E se Lee Harvey Oswald fosse veramente l’attentatore solitario di John Fitzgerald Kennedy, il 35esimo presidente degli Stati Uniti assassinato a Dallas, Texas, il 22 novembre 1963? E se quarantotto ore dopo Jack Ruby avesse veramente ucciso Oswald in un momento di follia vendicativa? Insomma, e se avesse ragione il tanto deprecato rapporto Warren e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="530" height="420" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/TpicOfFajNE&amp;hl=en&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="530" height="420" src="http://www.youtube.com/v/TpicOfFajNE&amp;hl=en&amp;fs=1" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>E se Lee Harvey Oswald fosse veramente l’attentatore solitario di John Fitzgerald Kennedy,</strong> il 35esimo presidente degli Stati Uniti assassinato a Dallas, Texas, il 22 novembre 1963? E se quarantotto ore dopo Jack Ruby avesse veramente ucciso Oswald in un momento di follia vendicativa? Insomma, e se avesse ragione il tanto deprecato rapporto Warren e dietro gli angoli bui del mistero del secolo non ci fosse alcun complotto?<br />
Questa la tesi “rivoluzionaria” sostenuta da Gerald Posner, ex avvocato passato al giornalismo investigativo, in “<em>Case Closed</em>”, Il caso è chiuso, un volume di 608 pagine edito da Random House.<span id="more-423"></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><img class="aligncenter size-medium wp-image-427" title="John e Jacqueline Kennedy arrivano a Dallas, Texas, il 22 novembre 1963" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/kennedys_arrive_at_dallas_11-22-63-301x300.jpg" alt="John e Jacqueline Kennedy arrivano a Dallas, Texas, il 22 novembre 1963" width="301" height="300" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Da quel novembre del ‘63</strong>, nei soli Stati Uniti, sono usciti qualche migliaio di libri che dibattono l’argomento: la stragande maggioranza deride le conclusioni a cui era arrivata la commissione d’inchiesta governativa guidata dall’allora capo della Corte Suprema, Earl Warren e sposa la tesi del complotto dietro al quale ci sarebbe ora la CIA, ora l’FBI, poi la mafia, poi i cubani anticastristi. A volte Oswald fa parte della congiura, a volte è una vittima innocente, o è un eroe che ha invano tentato di salvare il presidente. Raramente è l’assassinio solitario.<br />
Certo è che i retroscena biografici dei personaggi chiave coinvolti nella vicenda non aiutano a fare chiarezza: Lee Harvey Oswald era un ex marine filo comunista che, a 19 anni, nel bel mezzo della guerra fredda, cerca asilo politico in Unione Sovietica e dopo aver assaggiato le delizie del socialismo reale strepita fin quando non lo fanno ritornare negli Stati Uniti; Jack Ruby era un  proprietario di night con sotterranee connessioni mafiose, omosessuale, patriota dichiarato, ebreo non praticante, ma apparentemente ossessionato dall’idea che forze oscure volessero gettare la colpa dell’assassinio sulla comunità ebraica di Dallas.<br />
Buffo, come dopo tutto questo tempo, nonostante giornali, televisione, libri abbiano tenuta calda l’attenzione del pubblico, certi dettagli fondamentali dell’inchiesta si siano persi per strada. Un po’ per pigrizia, un po’ per assecondare questo o quel complotto. Ed è per sgombrare il campo da tutte le forzature, le inesattezze, le partigianerie, che Gerald Posner si è posto un compito ingrato: ripercorrere, passo passo, l’inchiesta ufficiale alla luce di nuove verifiche, nuove testimonianze: straordinaria quella rilasciata da Yuri Nosenko, l’ex alto funzionario del KGB passato all’occidente nel gennaio del 1964 che, a suo tempo, aveva, seguito la pratica per la richiesta di Oswald di asilo politico a Mosca. A parte rarissime eccezioni, nessuno prima di Posner era mai riuscito a parlare con Nosenko e soprattutto a raccogliere tutte quelle informazioni. E il risultato è un manuale del perfetto investigatore, scritto in tono secco, senza la sbavatura di un aggettivo di troppo, dove anche le note a piè di pagina sono fonte di interesse. Un grande omaggio alla memoria di John Kennedy. In pratica, quello che il rapporto Warren avrebbe dovuto essere e non è stato.<br />
<strong>Allora, il caso è veramente chiuso? </strong><br />
«No, al di là del titolo ambizioso non ho l’arroganza di possedere la verità. Ho solo voluto fare chiarezza sui fatti, ripulirli dalla stratificazione del tempo e delle inesattezze».<br />
<strong>Come è nata l’idea di “<em>Case Closed</em>”? </strong> «Sono sempre stato un lettore accanito di libri che sposavano la teoria del complotto e ad un certo punto mi sono accorto che troppo spesso uno contraddiva l’altro, non su tesi generiche, ma su fatti specifici. Così ho pensato di mettere da parte i cosiddetti documenti storici e di ripartire con l’indagine da zero. Il risultato è un libro basato su informazioni primarie e non su degli “hanno detto” e “hanno scritto”. Non pretende, ripeto, di avere la verità assoluta, ma è da raccomandarsi prima di intraprendere qualsiasi altra lettura sul caso Kennedy. Il lettore avrà a disposizione uno strumento per giudicare l’attendibilità o meno di certe prove che si pretendono di spacciare per storiche».<br />
<strong>Lei prende seriamente in esame l’ipotesi di un coinvolgimento della mafia nell’assassinio, mentre non sembra dare molto peso alle teorie del complotto governativo. </strong><br />
«Non ho mai pensato che il governo fosse coinvolto. È gente troppo inefficiente. Se mai qualcuno fosse riuscito ad organizzare un complotto del genere non sarebbe riuscito a tenerlo segreto per 30 giorni, si figuri per 30 anni. L’unica eventuale pista seria mi sembrava quella della mafia, a causa dei legami con Jack Ruby».<br />
<strong>In pratica lei dice che c’è stato un insabbiamento e un tentativo di inquinamento delle prove ma solo in relazione all’inettitudine di FBI e CIA? </strong><br />
«Assolutamente. L’FBI ha incasinato l’inchiesta. Hanno distrutto un appunto di Oswald per cercare di minimizzare  i contatti che avevano avuto con lui. La CIA se la faceva sotto all’idea che la commissione Warren scoprisse e rendesse pubblica l’alleanza stopulata con la mafia con l’obiettivo di uccidere Fidel Castro. Viene da ridere pensando che una delle più popolari teorie vedrebbe la CIA e la mafia complottare contro Kennedy. Ma se lo immagina: da tre anni e mezzo cercavano di far fuori Castro e non ne azzeccavano una. Vorrei stendere un velo pietoso sul tentativo di rifilargli sigari esplosivi. Sembravano la Banda Bassotti. E si vorrebbe far credere che, all’improvviso, con precisione inaudita, uccidono il presidente degli Stati Uniti e insabbiano le prove in modo tale che per 30 anni sono riusciti a sfuggire a cani mastini di investigatori».<br />
<strong>Lei descrive Oswald come uno molto attento ai dettagli. L’attentato di Dallas sembra invece un episodio estemporaneo. Come lo spiega? </strong><br />
«Kennedy è un bersaglio assolutamente casuale. Se Oswald fosse stato a Mosca, probabilmente il bersaglio sarebbe stato Nikita Kruscev. Questa per lui era un’occasione per azzoppare il sistema, per dare uno schiaffo a uno di questi due paesi &#8211; gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica &#8211; che ormai odiava e disprezzava perché avevano deluso le sue aspettative. Il caso vuole che Kennedy gli attraversi la strada. Certo non è una missione suicida. Se ci fosse stata un minimo di sicurezza nel palazzo, se i suoi colleghi avessero fatto, come al solito, colazione sparpagliati nei diversi piani del deposito di libri, Oswald avrebbe ripreso il fucile e se ne sarebbe ritornato a casa. L’attentato è talmente improvvisato che Oswald arriva sul posto con solo 4 colpi nel caricatore invece dei sei che poteva contenere. Più abborracciato di così. E poi, guardi, il 26 settembre quando Kennedy decide di visitare Dallas, Oswald è in viaggio verso Città del Messico dove cerca disperatamente di ottenere dall’ambasciata cubana un visto per l’isola. Se i cubani  lo avessero accontentato, la strada di Oswald non avrebbe mai incrociato quella di Kennedy. E quando torna a Dallas, in ottobre, non c’è ombra di contatti con nessuno. Oswald non incontra nessuno, non telefona a nessuno, non parla con nessuno se non con la moglie. In 30 anni di indagini non è mai emerso niente. E se non ci sono contatti non c’è complotto».<br />
<strong>Sapremo mai la verità? </strong><br />
«Dopo 30 anni di pasticci chi crede più al governo. Se domani rendessero pubblici, senza censura alcuna, tutti i documenti dell’inchiesta e non si trovasse traccia di complotto, ci sarebbe sempre qualcuno che direbbe: hanno distrutto le prove».<br />
<strong>In tutta questa storia la famiglia Kennedy è sempre rimasta nell’ombra, in silenzio. Perché? </strong><br />
«I Kennedy sono la più potente &#8211; direi l’unica vera dinastia politica in America. Hanno il paese e la stampa dalla loro parte. Il silenzio, secondo me, indica che anche loro non credono ci sia molto di più di Lee Harvey Oswald dietro la morte del presidente. In caso contrario ci sarebbero stati i fuochi d’artificio e le assicuro delle teste sarebbero cadute».</p>
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		<title>La scomparsa della sabbia</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Mar 2009 16:34:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Storie]]></category>
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		<description><![CDATA[

La casa delle scorribande sessuali dei Kennedy, Bob e John, non c’è più. Stava giù sulla spiaggia di Santa Monica, vicino al molo. Apparteneva a Peter Lawford, l’attore inglese che aveva sposato Jean, sorella del futuro presidente e che proprio perché attore e inglese era cordialmente detestato dal vecchio patriarca, Joe Kennedy.
Non c’è neanche più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><img class="aligncenter size-medium wp-image-400" title="Santa Monica, il molo" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/santa-monica-291x300.jpg" alt="Santa Monica, il molo" width="291" height="300" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>La casa delle scorribande sessuali dei Kennedy, Bob e John, non c’è più.</strong> Stava giù sulla spiaggia di Santa Monica, vicino al molo. Apparteneva a Peter Lawford, l’attore inglese che aveva sposato Jean, sorella del futuro presidente e che proprio perché attore e inglese era cordialmente detestato dal vecchio patriarca, Joe Kennedy.<br />
Non c’è neanche più la casa accanto di Harold Lloyd, affittata, all’epoca, allo scrittore Dominick Dunne che si ricorda benissimo delle feste a cui il suo vicino Lawford lo invitava (ne ha scritto anche in un libro di memorie “<em>The Way We Lived Then</em>”, Crown editore). Era tutto un via vai di Frank Sinatra, di Sammi Davis Jr., di Dean Martin, di Marilyn Monroe. <span id="more-392"></span><strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Peter, ricorda Dunne, era il ragazzo tutto fare dei Kennedy. </strong>Il suo compito principale era quello di recuperare ragazze allegre per i fratelli allegri. La casa sulla spiaggia pare fosse anche tappezzata da microfoni spia messi lì dalla Mafia che voleva avere un’arma di ricatto da usare nei confronti dei fratelli Kennedy. Stando alle rivelazioni del parrucchiere di Marilyn, proprio alla casa sulla spiaggia pare ci sia stato uno scontro violento fra Marilyn e Bob poche ore prima che l’attrice fosse ritrovata cadavere nella sua casa di Brentwood, a 10 minuti di macchina da Santa Monica. Bob avrebbe minacciato di passare alle maniere forti se lei si fosse azzardata a rendere pubblica la sua storia con il fratello presidente.<br />
Insomma, una casa piena di fantasmi, prospicente una delle più affascinanti spiagge del mondo, le cui acque, purtroppo, pur sprizzando una bellezza mozzafiato, sono irrimediabilmente contaminate. I filtri dei depuratori, infatti, non ce la fanno più a contenere la massa di scarichi che, dalle città dell’interno, si riversano a mare. Il nemico numero uno dei surfisti è il batterio invisibile “E.coli” che si insinua nell’intestino e nei canali auricolari dopo una giornata in ammollo; per non parlare di insetticidi e erbicidi che si sono ormai infiltrati nel fragile equilibrio della catena alimentare facendo strage di pesci e uccelli.<br />
Le spiagge della California hanno acceso, da sempre, la fantasia della gente, influenzandone lo stile di vita e di comportamento, dettando persino regole di bellezza e salute. A Santa Monica l’industria del turismo cominciò ad organizzarsi nel 1872. Un albergo dell’epoca si faceva pubblicità con lo slogan: “Una settimana passata alla spiaggia ti allunga la vita di 10 anni”.<br />
Alberto Arbasino, nel suo “<em>Le muse a Los Angeles</em>” (editore Adelphi) ricorda come anche le avanguardie italiche del dopoguerra, discendessero dai mari nostrani “a Malibu o nella più sceneggiata Muscle Beach sotto Santa Monica, frequentatissima dai surfisti tipo ‘<em>Scandalo al sole</em>’ e dai midnight cowboys aspiranti Ercoli o Titani da film di serie B”.<br />
È all’inizio del secolo scorso che i primi grandi alberghi di lusso appaiono lungo la costa: il Del Coronado a San Diego, il Redondo Beach nella località omonima, il Potter a Santa Barbara e il Del Monte a Monterey. Un turismo ancora di elite, quello: mentre oggi, si calcola che siano oltre 30 milioni i visitatori delle spiagge della contea di Los Angeles.<br />
Il sogno californiano cantato nel 1966 dai Mamas and Papas si allunga per 70 miglia di costa con, a nord, Leo Carrillo e poi, via via scendendo verso sud, con la sabbia bianca e finissima di Zuma, quella preferita da Elvis Presley, Point Dume, Paradise Cove, Surfrider County Beach nei pressi di Malibu, Topanga, Santa Monica, Venice, Marina del Rey. E poi ancora, verso il promontorio di Palos Verde, con Dockweiler, Manhattan Beach, Hermosa, Redondo, Torrance, Cabrillo e infine Long Beach.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-401" title="Gabbiotto dei Lifeguard" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/gabbiotto-291x300.jpg" alt="Gabbiotto dei Lifeguard" width="291" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A sovraintendere a questo paradiso,</strong> nella sola contea di Los Angeles, ci sono 115 bagnini a tempo pieno e 550 part time; per la cronaca, di questi, 15 sono docenti universitari, fra cui c’è Arthur Verge jr., storico di professione e bagnino d’estate, figlio di Arthur Senior, veterano dei guardiani della spiaggia, che era stato addetto alla protezione di John Kennedy, proprio quando l’allora presidente si avventurava fra le onde non ancora contaminate di Santa Monica, prospicenti la casa sulla spiaggia del cognato Peter Lawford. Ma non mancano avvocati, medici, vigili del fuoco e ufficiali dei Navy Seal, i reparti di incursori della marina militare che, tutti insieme, nella stagione estiva si esibiscono, in media, in circa dodicimila salvataggi a mare.<br />
Questa è la buona notizia, la brutta è che, a seguito delle mareggiate scatenate dal Niño in questi ultimi anni, si è accentuato un inarrestabile fenomeno di erosione che rischia di portare le spiagge della California sull’orlo di una catastrofe ecologica: la sabbia bianca e finissima sta infatti inesorabilmente scomparendo dalle coste, tanto che lo Stato ha richiesto l’intervento dell’agenzia federale che gestisce le emergenze sul territorio. Già oggi, a Malibu, dopo le mareggiate dell’83, in alcuni punti, la sabbia è totalmente scomparsa, in certi tratti di costa la spiaggia si è abbassata di quattro metri e mezzo, le abitazioni a palafitta appoggiano direttamente sull’acqua e i gabbiotti dei bagnini sono finiti sul bordo della strada. Il fatto è, fanno notare gli esperti, che la fonte primaria di sabbia per le spiagge non è l’oceano, ma i fiumi che non riforniscono più la costa con i loro detriti soprattutto a causa delle dighe costruite a monte &#8211; senza contare, poi, i disastri dovuti allo sviluppo urbano lungo il Pacifico. I geologi stimano che, comunque, la costa si ritira fra i quindici e i sessanta centimetri l’anno, e anche di più a secondo delle condizioni climatiche. Nel corso degli anni molte spiagge sono persino state rimpinguate artificialmente con sabbia trasportata dalla base navale del porto di San Diego, ma l’esperimento fu sospeso quando, lì in mezzo, furono rinvenuti vecchi siluri e bombe d’aereo dimenticate: l’operazione fu giudicata troppo pericolosa.<br />
Al di là del dispiacere estetico per questa lenta distruzione ambientale, le autorità locali sono preoccupate dei possibili risvolti economici negativi che potrebbero mettersi in moto in quanto le spiagge californiane portano alle casse locali un giro di dollari calcolato nell’ordine dei 10 miliardi e danno lavoro, direttamente e indirettamente, a oltre mezzo milione di persone.<br />
Sarà, poi, un caso, ma dal panorama della costa, fra Malibu e Santa Monica, oltre alla sabbia, è scomparso anche il vecchio museo Getty, trasferitosi nel quartiere di Brentwood, su una collinetta sovrastante una delle più frequentate freeway cittadine. “Tornando dalle spiagge di Malibu e dei Beach Boys”, ricorda Arbasino “ci si fermava volentieri a fare polaroid spiritose del primo Getty Museum, la famosa Villa dei Finti Papiri, epitome allora del Kitsch più divertente e ridicolo”. Probabilmente, la maggiorparte dei surfisti locali non avrà neanche mai sentito parlare dell’esistenza di un Getty Museum. Tanto, poi, non deve arrivare un devastante Big One, il terremoto che cancellerà la California dalla faccia della terra? E allora di cosa ci preoccupiamo: della scomparsa della sabbia?</p>
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		<title>Un giorno alla spiaggia</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Mar 2009 16:32:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Cielo azzurro. Oceano azzurro. Palme schierate. Bagnini in posizione. Salvagenti  allineati. A Huntington Beach, la capitale riconosciuta del surf californiano, un’altra giornata alla spiaggia può cominciare. Arrivano le prime borse da ghiaccio. Si stendono gli asciugamani. Un frisbee si incrocia con un gabbiano in volo che si secca dell’intrusione. Un paio di tiri di palla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><img class="aligncenter size-medium wp-image-408" title="Omaggio a Kahanamoku, padre del surf" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/surf-457x300.jpg" alt="Omaggio a Kahanamoku, padre del surf" width="457" height="300" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Cielo azzurro. Oceano azzurro. Palme schierate. Bagnini in posizione. Salvagenti  allineati. </strong>A Huntington Beach, la capitale riconosciuta del surf californiano, un’altra giornata alla spiaggia può cominciare. Arrivano le prime borse da ghiaccio. Si stendono gli asciugamani. Un frisbee si incrocia con un gabbiano in volo che si secca dell’intrusione. Un paio di tiri di palla ovale, tanto per scaldarsi, ed è già tempo di sfoderare le tavole da surf: le onde a ridosso del molo cominciano a levarsi.<br />
Travis Wilkerson, 26 anni, surfista praticante, guarda con invidia  gli amici in acqua. Oggi, armato di macchina fotografica, teleobiettivo e treppiede, sta facendo delle riprese per una lezione del suo corso di laurea in scienze della comunicazione. Spiega che, per un qualche misterioso motivo geofisico, misterioso almeno per lui, le onde che si formano in quel tratto di oceano sono le migliori che si possono trovare lungo tutta la costa della California del sud, roba da manuale del perfetto surfista.<span id="more-389"></span><br />
<strong>Ascoltare Travis, che con l’occhio incollato sul mirino della macchina </strong>segue le varie esibizioni sulla cresta delle onde, è come usufruire di una telecronaca privata in diretta. Borbotta: “Oggi Bubba non è in forma. Guarda come sta rigido. Bubba è quello là con la muta Quiksilver. Naki invece sembra più sciolto del solito. Ha uno stile a metà fra Shane Beschen e i fratelli Lopez, anche se è niente in confronto al modo di prendere le onde di Bruce Irons”. Gli crediamo sulla parola. Parla e scatta. Noi ascoltiamo e scattiamo.<br />
Racconta che, alla vigilia dell’estate, qui a Huntington, è accaduto l’impensabile: l’amministrazione comunale si è trovata a corto di bagnini e ha rischiato di non riuscire a trovare gente che coprisse il fabbisogno. Racconta che il suo amico Mike Eich, uno che da vent’anni addestra i “lifeguard” ad affrontare le acque non amichevoli dell’Oceano Pacifico, era esterrefatto e fuori dalla grazia di dio. Una decina di aspiranti ha dovuto essere salvata durante la prima prova di nuoto che prevede la circumnavigazione del molo, un totale di mezzo miglio, ottocento metri circa. A una ragazza avvenente e procace aveva chiesto quale fosse la sua esperienza in fatto di nuoto e lei, senza fare una piega, ha risposto: nessuna, ma guardo spesso “<em>Baywatch</em>” è sto bene in bikini. Mike voleva mettersi a piangere. Il risultato è stato che dei 129 aspiranti solo 22 hanno passato il test. Comunque il problema non riguarda solo Huntington, ma si sta un po’ diffondendo ovunque nelle contee della California del sud che si affacciano sull’oceano. Gli 11 dollari l’ora con cui sono pagati i bagnini durante la stagione estiva, non bastano più a mantenersi a scuola durante la stagione invernale, per cui finisce che i ragazzi cercano impieghi più lucrativi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Certo non è più il 1963, </strong>anno in cui i Beach Boys, il complesso musicale che voleva essere la risposta californiana al dilagare dei britannici Beatles, incisero la leggendaria “<em>Surfin’ Usa</em>”, motivo musicalmente orecchiabile da godersi con il tetto dell’auto abbassato, il vento nei capelli e le cui parole erano più che altro un elenco in stile Pagine Gialle delle più famose spiagge della California del Sud, da Del Mar, a Trestle, a Manhattan. Da allora molto è cambiato, ma, per assurdo, niente è cambiato.<br />
Manhattan, per la cronaca non è New York, ma è un centro turistico-balnear-surfistico appena a sud dell’aeroporto internazionale di Los Angeles e sopra al promontorio di Long Beach. E’ da qui che comincia il nostro viaggio alla ricerca dell’onda perfetta, sulle tracce di quel fenomeno unico e irripetibile che, in California, gravita intorno alla cultura della spiaggia.<br />
La prima impressione è che la razza sovrana di surfisti biondi, alti, carnagione chiara ma abbronzata, fianchi stretti, muscoli dorsali sviluppati come branchie, sia scomparsa o, comunque, in avanzato stato di estinzione. Di certo ormai è l’eccezione. La maggior parte della fauna, qui come dappertutto, è latino-americana, scura di pelle, tarchiata e vistosamente tatuata. Molti sono orientali. Rarissimi i neri. I principianti li riconosci per il mezzo surf con la punta tagliata. Si allenano a riva. Quelli bravi sul serio, invece, stanno sui “<em>longboard</em>”, le tavole lunghe di origine polinesiana.<br />
La spiaggia è affollata per il fine settimana. In Italia sarebbe il caos, qui vige il silenzio. Nessuno urla, nessuna mamma schiamazza dietro a bambini che squittiscono. La Jeep del servizio di vigilanza, pattuglia, con rigoroso impegno, il tratto di spiaggia assegnato, mentre dal gabbiotto azzurro sbiadito il bagnino di turno non toglie gli occhi di dosso alla gente in mare, con o senza la tavola da surf. Ogni tanto, attraverso l’altoparlante, abbaia degli ordini a bagnanti indisciplinati. E per un po’ è di nuovo calma piatta.<br />
Il paese, al di là della spiaggia, è esattamente quello che ci si aspetta. Casette basse, giardinetti, bandiere a stelle e strisce, negozi di camicie hawaiane, pub scoppiettanti di voci, risate, dove scorre birra a fiumi. A Hermosa Beach, come dappertutto lungo la costa, la gente non cammina, ma scivola sui pattini o si caracolla sugli skateboard, versione popolar-metropolitana su rotelle del surf oceanico. Il ritrovo dei locali, lo “Sharkeez”, non lo puoi mancare. È a metà della zona pedonale che porta alla spiaggia, è un’esplosione di allegria e birra, un ingorgo di teste rasate e scottate dal sole, di tette che esplodono in reggiseni di almeno due taglie più piccole, di ragazzini brufolosi infagottati in vestiti di almeno sei taglie più grandi e scarpe da circo. Già, perché la moda nei negozi da uomini è rigorosamente “XXL”, extra extra large; in quelli da donne “XXS”, extra extra small. Gli uni coprono, le altre scoprono.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lungo la costa corre la leggendaria strada statale “<em>Uno</em>”, </strong>conosciuta anche per le sue iniziali: “PCH”, <em>Pacific Coast Highway</em>. Una volta tagliato il promontorio di Long Beach, dribblato il porto commerciale e le raffinerie, la “<em>Uno</em>” riprende a costeggiare l’oceano. Per essere informati sul tempo che farà sulla spiaggia ci si sintonizza sui 162.55 Mhz nella zona di Los Angeles e sui 162.40 nell’area di San Diego, mentre il canale della Guardia costiera è sui 2670 Mhz. In primavera, estate e autunno le trasmissioni sono alquanto monotone: bel tempo, sole, sole, sole.<br />
La città di Huntington che all’inizio degli anni Sessanta ospitava ben tre associazioni di surfisti, è stata praticamente rasa al suolo – addio casette, addio architettura vernacolare di cui restano rari esempi qua e là – e ricostruita con un unico obiettivo in mente: speculazione edilizia. Tutto è nuovo, tutto è uguale, tutto è finto, tutto odora di fast food. Persino il leggendario molo di palafitte è stato cementificato. Ruby’s, il diner in stile American Graffiti che si stagliava sulla cima del molo, è stato rifatto come un autogrill d’autostrada. Fortunatamente non è stata toccata la spiaggia e il ricordo nostalgico di tempi che non ritorneranno si può ancora trovare nel mondo virtuale di internet.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da quando, nel 1920, Duke Kahanamoku, originario di Waikiki, </strong>vincitore di 3 medaglie d’oro alle olimpiadi del 1912 e surfista di livello internazionale, lasciò le Hawaii per trasferirsi a Huntington, le spiagge e le onde di questo villaggio entrarono di prepotenza nella leggenda. Qui si è tenuto il primo campionato di surf della costa del Pacifico. Qui, dal 1970, si tengono i campionati americani di surf.<br />
Se a Duke va il merito di aver reso popolare questo sport &#8211; e di averlo reintrodotto alle Hawaii, dopo che i missionari lo avevano proibito &#8211; fu però George Freeth, pure lui sbarcato da queste parti dalle stesse isole del Pacifico, il primo a introdurre il surf in California. Poi furono i tempi di Bob Simmons, un audace scavezzacollo, le cui uniche proprietà erano una Ford sedan del 1937 e una tavola da surf. Simmons sviluppò lo <em>spoon nose</em>, l’incurvatura della tavola che serve a evitare di immergersi in picchiata. Fu anche il primo surfista a usare l’impugnatura a corda. Un giorno, mentre volava sul suo surf a Windansea Beach a La Jolla, Simmons fu sopraffatto da un’onda troppo grande. La sua tavola da surf approdò da sola sulla spiaggia. Era il 27 settembre 1954.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Più sotto, siamo in Orange County, la contea degli aranci </strong>– da non credere che fin dopo l’ultima guerra qui tutto era letteralmente coperto da aranceti e ora la gente non sa neanche perché la distesa di cemento in cui vive abbia questo nome. Ecco la ricca Newport Beach, roccaforte repubblicana nel cui porticciolo è ancorata una folla di yacht oceanici di quelli che si vedono solo nelle riviste patinate delle sale d’aspetto dei dentisti. In un isoletta del porto interno, protetto dalla penisola di Balboa, abitava John Wayne. La stessa sabbia delle spiagge di Balboa trasuda ricchezza, bellezza, imponenza. È il tramonto e per chilometri e chilometri ci siamo solo noi e una famiglia di Los Angeles che, attirata dalla sterminata attrezzatura fotografica che ci trasciniamo dietro, si ferma a fare due chiacchiere.<br />
Sul promontorio di Dana Point la “<em>Uno</em>” corre fianco a fianco della ferrovia che scende fino a San Diego. Si passa San Capistrano e si arriva a San Clemente, residenza estiva dell’allora presidente Nixon, la cui casa di vacanza prospicente l’oceano era conosciuta come “la Casa Bianca sul Pacifico”. Il libraio del paese racconta che potevi sempre sapere quando Nixon era in città perché con lui arrivavano due navi da guerra che attraccavano praticamente davanti casa. Il problema era che la paranoia per la sua sicurezza finiva per coinvolgere anche le attività delle spiagge circostanti, soprattutto quella ambita e confinante di San Onofre che, per di più, siccome costeggiava la base dei Marines di Camp Pendleton finiva con l’essere regolarmente chiusa ai civili.<br />
Ironia, fu proprio Nixon, alla fine del suo mandato presidenziale, a volere che fosse garantito al pubblico il libero accesso alla spiaggia e, nel 1976, fece passare una legge che demilitarizzava sei miglia di splendida costa: quella a nord conosciuta come “Surf Beach”, quella al centro “Trestles Beach” e quella a sud “San Onofre Bluffs”. Unico neo di questo tratto di spiaggia è la presenza di una cupa centrale nucleare costruita nel 1965, anni di delirio di potenza atomica, che, sì, dà luce e corrente a un bel po’ di gente, ma con quali rischi non è dato sapere. Non dimentichiamo che anche di Chernobyl dicevano che era sicura; anche di Three Mile Island dicevano che era sicura. Qui l’unica cosa sicura è che la stupidità umana non ha confini.<br />
Dal canto loro, comunque, i surfisti sono felici così e continuano beatamente a cavalcare le onde antistanti l’incubo nucleare. Ma nonostante l’apparente tregua fra militari e civili, i rapporti umani fra le due fazioni non sono mai stati ricuciti. E se sulla spiaggia di San Onofre, per legge, tutto funziona liscio, la tensione si è spostata in città, a Oceanside, il primo grande centro abitato al confine sud della base dei Marines dove l’atmosfera ostile, la cultura della violenza, la respiri nell’aria.<br />
I Marines li riconosci subito: ammassi di muscoli che quelli di Schwarzenegger sono da dilettanti, teste minacciosamente rasate, tatuaggi persino sui lobi delle orecchie, girano con i fuori strada e i pick-up più grandi che si possano immaginare con, ben in vista, il loro stemma con il motto “<em>Semper Fidelis</em>”. E non è un caso che Oceanside, nonostante si affacci sul mare, abbia un’aria così cupamente metropolitana e una popolazione in stile Bronx. Ma basta allontanarsi di poche miglia a sud per ricadere nel mondo assolato, rilassato e amichevole della cultura surfistica californiana.<br />
A Solana Beach si incontra forse l’unica spiaggia non sabbiosa della California, ma ci si rifà a un tiro di schioppo con le dune di Del Mar, con la spiaggia sterminata di Torrey Pines prima di raggiungere la meta finale del nostro viaggio, La Jolla dove tutto è di una bellezza da cartolina: la gente, la spiaggia, il tramonto.<br />
Prima di ripartire incrociamo il sogno di ogni surfista: una Mercury 1946 con le fiancate in legno, per questo soprannominata “Woody”, un auto che era nata come camioncino da trasporto, ma visto che chi la doveva usare per quello scopo riusciva a caricarci ben poco, venne abbandonata per altri modelli. La “Woody” però aveva due caratteristiche fondamentali per i surfisti: costava pochissimo perché nessuno la voleva e il suo tetto sembrava fatto apposta per trasportare le lunghe tavole da surf, proprio come quelle con cui il proprietario della nostra “Woody”, non più giovanissimo, va in giro. Non male come vita. Già, dice lui: “Non bisogna ascoltare quelli che dicono che non si può vivere di solo surf”. Lei vive facendo il surfista? “Scherza. Io faccio l’architetto”.</p>
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		<title>La guerra fotografica del soldato Avery</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Mar 2009 16:27:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il problema furono i piccioni. Accidenti a loro: neanche uno, uno, che avesse ritrovato la strada di casa. Fu per la sbadataggine di quei pennuti che tutta la documentazione fotografica della prima ondata dello sbarco anglo-americano in Normandia, il 6 giugno 1944, è andata persa. Probabilmente finirono impallinati, probabilmente finirono arrostiti, probabilmente a causa della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il problema furono i piccioni. </strong>Accidenti a loro: neanche uno, uno, che avesse ritrovato la strada di casa. Fu per la sbadataggine di quei pennuti che tutta la documentazione fotografica della prima ondata dello sbarco anglo-americano in Normandia, il 6 giugno 1944, è andata persa. Probabilmente finirono impallinati, probabilmente finirono arrostiti, probabilmente a causa della potenza di fuoco scatenata dalla flotta alleata, persero l’orientamento e chissà dove finirono.<br />
Fatto sta che un solo rullo fotografico si salvò. E non grazie ai piccioni. Ma solo perché un tale capitano Herman Wall fu prematuramente ferito a una gamba e reimbarcato per la terra ferma. Prima di entrare in sala operatoria, il capitano Wall, nonostante fosse mezzo moribondo e mezzo dissanguato, afferrò un chirurgo e gli consegnò una macchina fotografica che qualcuno durante lo sbarco gli aveva affidato e che lui aveva tenuto stretta a sè tutto quel tempo. “Dottore”, disse “deve consegnare subito queste foto al 162esimo Signal Corps. Il medico non sapeva neanche cosa fosse il Signal Corps, ma quelli erano tempi in cui non ci si facevano troppe domande. Chiamò un motociclista e gli ordinò di volare al 35 di Davey Street, un palazzo di cinque piani proprio di fronte al mitico Claridge’s dove a ricevere il motociclista ci sarebbe stato un sottufficiale, il sergente maggiore Sid Avery. Il sergente Avery, preso in consegna il rullo fotografico lo fece immediatamente sviluppare e, di lì a poco, le prime immagini del D-Day venivano rilanciate sulla stampa di tutto il mondo libero.<span id="more-384"></span><br />
<strong>Fino allo scoppio della guerra Sid Avery era stato un aspirante fotografo</strong> che aveva imparato i trucchi della camera oscura da zio Max che viveva ad Akron, Ohio, dove anche Sid era nato. “Avevo sette anni, era sotto Natale e zio Max doveva fotografare una fabbrica di gomme. Mi chiese se, dopo, volevo andare con lui in camera oscura. Io non sapevo neanche cosa fosse una camera oscura. Così mi ritrovai in una stanza illuminata da una fioca lampadina gialla con vassoi pieni di acqua su dei tavoli a cui arrivavo soltanto salendo su uno sgabello. E lo zio Max immerge delle carte bianche nelle vasche e all’improvviso i fogli si trasformano in fotografie. Pura magia. Non esagero a dire che quella sera la mia vita prese una svolta decisiva. Sarei diventato fotografo anch’io”.<br />
A ritardare la strabiliante carriera fotografica di Sid Avery che, negli anni Cinquanta, diventerà uno dei più ricercati fotografi della Hollywood degli anni d’oro, ci si mette la seconda guerra mondiale.<br />
“Io non sono un guerriero, lo sai. Non ho mai avuto l’anima del soldato. Nello sbarco in Normandia mi ci sono trovato per caso. Io sono un fotografo, uno che lavorava con Stanlio e Ollio e che, all’improvviso, si ritrova a fianco del generale Eisenhower nella più grande operazione bellica mai organizzata dai tempi di Alessandro il Macedone”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’anno era il 1940 </strong>e l’America si preparava a ristrutturare il proprio esercito chiamando alle armi tutti i giovani più o meno abili. Sid fu fra i primi ad essere chiamato. “Ricevetti nella posta una lettera che mi diceva che ero stato scelto per servire la Patria e che dovevo presentarmi il tal giorno nel tal posto. Lì mi chiesero cosa facevo nella vita civile e io risposi: il fotografo. Mi impacchettarono e mi spedirono a Fort McArthur per insegnarmi a rifare il letto, lucidare le scarpe, farmi il nodo alla cravatta e, occasionalmente, saltare le siepi. Quando furono certi che sapevo fare tutta questa roba mi dissero che ero stato assegnato al 162esimo Signal Photo Company di stanza a Little Rock, Arkansas, la prima unità dell’esercito che si occupava di propaganda militare. Ringraziai il cielo perchè almeno avrei fatto qualcosa che sapevo fare”.<br />
“Quando arrivai alla stazione di Little Rock l’ufficiale che smistava il personale mi gelò: non c’è nessuna 162esima Signal Photo Company qui. E io che faccio? Per il momento ti assegniamo ad un reparto di artiglieria in attesa che si scopra cosa diavolo è questo 162esimo. Fu così che finii fra i “Big Guns”, come i ragazzi chiamavano i cannoni. Rimasi là per tre o quattro settimane fin quando giunse la chiamata dalla mia compagnia. Vennero a prendermi con una jeep, erano in sei ed erano praticamente tutta la compagnia. Erano tutti graduati: ufficiali, sergenti, caporali, tutta gente di carriera, gente che aveva vissuto tutta la loro vita in divisa. Io ero l’unico soldato semplice, Private Avery. Tutti volevano darmi ordini: lo chef, in cucina, voleva che pelassi patate e cipolle; il sergente dell’approvvigionamento voleva che lo aiutassi a consegnare brande, materassi, cuscini a tutta la caserma; il sergente furiere voleva che lo aiutassi in ufficio e quello addetto ai servizi che scavassi dei canali intorno alle baracche che se si fosse messo a piovere a dirotto l’acqua avrebbe potuto scorrere via. Cominciavo a non poterne piu’.<br />
Fortunatamente, piano, piano, cominciò ad arrivare altra gente e i lavori cominciarono a diluirsi. La 162esima compagnia arrivò ad avere tre o quattrocento militari divisi in varie specialità: scrittori &#8211; alcuni erano sceneggiatori hollywoodiani &#8211; fotografi, stampatori esperti di camera oscura, proiezionisti. La maggior parte arrivava da Los Angeles ed ognuno nel suo campo, erano tutti grossi professionisti. Di lì a poco fui promosso al grado di sergente e, dopo neanche qualche mese, passai sergente maggiore. Giravo con tutta una serie di strisce sulle maniche della giacca e pensavo che, per me, il tempo della naja stava per finire. Mi mancava solo un mese a lasciare l’esercito. Ero sovraeccitato. Quando una mattina, una domenica di Dicembre, mentre stavamo giocando a volleyball, uno dei ragazzi che era rimasto alle tende corse verso di noi gridando come un forsennato. “Hanno attaccato Pearl Harbor. I gialli hanno attaccato Pearl Harbor”. “Chi diavolo è Pearl Harbor?”, chiesi. Non avevo alcuna idea di cosa stesse parlando. “Hanno attaccato le Hawaii”. Addio congedo. Era l’inizio della fine&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8220;Quella stessa mattina il comando scelse cinque di noi</strong> e ci spedirono immediatamente a New York assegnati alla redazione di “<em>Life</em>” perchè imparassimo l’abbici del lavoro redazionale, che tipo di storie richiedevano i giornali, che tipo di fotografie dovevamo fornire, perché il nostro compito sarebbe stato quello di documentare la guerra. Lavorammo in camera oscura, in redazione ed infine fummo assegnati, come assistenti, ai fotografi di Life. Io finii con Alfred Eisenstadt e il mio primo incarico fu di accompagnarlo all’accademia militare di West Point. Eisenstadt era uno con un caratterino che te lo raccomando: una volta, pensando di fargli un favore, andai a recuperargli una macchina fotografica che lui aveva lasciata in un’altra stanza. Mi assalì con il suo inconfondibile accento tedesco urlandomi: non toccare la mia Roloflex”.<br />
“Alla fine di quest’ultimo addestramento venimmo caricati sulla Queen Mary e spediti in Inghilterra. Fu un viaggio durissimo. La Queen Mary era attrezzata per portare poco più di un migliaio di passeggeri e noi eravamo in mille e ottocento questo voleva dire che in ogni cabina adibita ad ospitare due persone ce ne stavano dieci o quindici. Persino la piscina fu riempita di amache, le amache spuntavano dappertutto. Il peggio era che l’Atlantico brulicava di sottomarini tedeschi a caccia di navi e convogli da affondare e la Queen Mary era il boccone piu’ appetibile. E purtroppo la Marina non poteva assegnarci dei caccia di scorta sulla rotta e così eravamo in balia di noi stessi. Sì, avemmo un minimo di supporto aereo per le prime centinaia di miglia in mare aperto, ma era tutto quello che umanamente il comando militare poteva fare. E come se non bastasse beccammo la più grande tempesta che la Queen Mary avesse mai dovuto affrontare nella storia della sua esistenza. La nave era scossa come da un martello d’acciaio. Tutto e tutti venivamo sbattuti contro le pareti, oggetti e uomini. Io e altri quattro militari fummo gli unici a non soffrire il mal di mare e per sopravvivere ci guardammo bene dall’andare sottocoperta per via dell’odore di vomito che ormai aveva appestato ogni angolo della nave. Ci sistemammo a prua, dormendo lì, bevendo acqua e mangiando nient’altro che cracker. A tre o quattrocento miglia dalla costa inglese le cose cominciarono ad andare meglio e soprattutto arrivò la scorta aerea che ci indirizzò verso il porto di Grinnick in Scozia. Ricordo che quando misi piede a terra pensai che eravamo sbarcati in uno studio cinematografico della MGM. Tutto era così perfetto che non credevo ai miei occhi. Credevo di essere piombato in un film. Da lì ci spedirono a Londra e io fui incaricato di scegliere la sede per il quartier generale. Così, mappa alla mano andai diretto a occupare un palazzo di cinque piani che stava proprio di fronte al Claridge’s al 35 di Davey Street. I problemi piu’ grossi non li avevamo con i bombardamenti tedeschi, ma con l’indolenza degli inglesi. Questi non facevano altro che fare colazione, fare la siesta per il tè, per i biscotti, per quello e per quell’altro. I tedeschi ci bombardavano e quelli bevevano tè. La compagnia era costretta a stare nelle baracche in attesa che gli operai inglesi si ingozzassero di pasticcini e si decidessero a lavorare. Alla fine se dio volle riuscimmo a entrare in possesso del palazzo. Io avevo il comando delle operazioni e coordinavo un centinaio di uomini che lavoravano nei laboratori, ventiquattro ore su ventiquattro divisi in tre turni”.<br />
“Il materiale delle altre compagnie Signal Photo &#8211; la 163, 164, 165  e 166esima &#8211; sparse nei diversi teatri di guerra convergeva su di noi a Londra per essere poi rimesso in circolazione sui giornali. La mia vita era tutta lì. Sviluppare, stampare, spedire, controllare, gestire, l’intera baracca. Fin quando un giorno fui chiamato da funzionari dell’intelligence che mi dissero che avrebbero avuto bisogno di me per una missione segretissima per cui avrei ricevuto il massimo grado di security clearance. Praticamente lo stesso tipo di accesso ai documenti segreti di quello del generale Eisenhower. Io cominciai a preoccuparmi: come potevo incastrare i crucchi stando seduto nel mio ufficetto a sviluppare fotografie?&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8220;Tutto quello che devi fare è costruire una mappa, dissero. </strong>Una mappa? Già. Della Normandia. Dovrai procurarti tutte le guide turistiche possibili e immaginabili, tutti i depliant che regalano alle stazioni di servizio, tutti gli atlanti geografici che usano a scuola, dovrai sapere dove sono alberghi, ponti, incroci, chiese, fontane. Tutto. Sulla base di questo materiale dovrai ricostruire la piu’ precisa e perfetta mappa della Normandia. E posso sapere perché proprio la Normandia. I due tizi con l’impermeabile bianco e il bavero alzato mi guardarono in silenzio, poi, visto che ero stato appena promosso al massimo grado di segretezza, dissero: perché è lì che sbarcheremo in Europa.<br />
“Fu così che iniziò l’operazione D-Day. Al laboratorio cominciarono ad arrivare quintali di materiale, da ogni parte e con ogni mezzo, compresi i piccioni viaggiatori. Fu allertata la resistenza francese e le informazioni che avemmo sul terreno dello sbarco erano così dettagliate che avremmo potuto ricostruire la Normandia da quest’altra parte del canale.<br />
Eppoi arrivò il giorno fatale. Assieme al generale Eisenhower, al primo ministro inglese Wiston Churchill, al presidente degli Stati Uniti, ero uno dei pochissimi che conosceva la data e i dettagli dello sbarco. Una responsabilità immensa. Cosa ricordo di quella mattina? Poco. Ricordo che nessuno dei piccioni viaggiatori che avrebbero dovuto riportare indietro le pellicole con le immagini dello sbarco tornò indietro. Se non fosse stato per quel capitano ferito che riportò indietro un rullino oggi non avremmo niente per documentare il primo giorno dello sbarco”.</p>
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		<title>Topanga Canyon</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Mar 2009 16:24:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[California]]></category>
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		<description><![CDATA[I figli dei figli dei fiori abitano a Topanga Canyon, California. Sono annidati sulla collina omonima che sovrasta l’Oceano Pacifico a metà strada fra Santa Monica e Malibu. Sono oltre diecimila, anche se gli indirizzi ufficialmente registrati sono solo tremila. Topanga non è neanche una municipalità, è solo un codice postale nella mappa della California [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>I figli dei figli dei fiori abitano a Topanga Canyon, California. </strong>Sono annidati sulla collina omonima che sovrasta l’Oceano Pacifico a metà strada fra Santa Monica e Malibu. Sono oltre diecimila, anche se gli indirizzi ufficialmente registrati sono solo tremila. Topanga non è neanche una municipalità, è solo un codice postale nella mappa della California e un codice postale neanche illustre come il 90210 di Beverly Hills. Con Beverly Hills divide, però, il truce primato di aver ospitato Charles Manson e i seguaci della setta che da lui prende nome. A Beverly Hills, Manson e i suoi avevano trucidato Sharon Tate, allora moglie del regista Roman Polanski; a Topanga, avevano torturato e ucciso un meno noto musicista di nome Gary Hinnman con cui Manson e compagni avevano condiviso una casa sulla collina. Il motivo? Hinnman si era rifiutato di finanziare una scampagnata di Manson e compagni alla Valle della Morte.<br />
Il dottor Gerald Haig, psichiatra, residente di Topanga dal lontano 1963, fondatore del celebre Istituto Esalen, di Big Sur e dell’Istituto per lo Sviluppo Umano, di Topanga – il corrispettivo adulto delle comuni giovanili – ci tiene a mettere in chiaro che nonostante Manson e i suoi siano sempre stati considerati degli hippies, Manson non fosse altro che uno psicopatico che viveva ai margini del  movimento dei figli dei fiori.<span id="more-381"></span><br />
<strong>Il fatto è che la bellezza di Topanga</strong>, il suo isolamento &#8211; nonostante la vicinanza immediata a Los Angeles – hanno sempre fatto da calamita per gli artisti, le anime libere, ma anche per i balordi irrecuperabili. Ed è per questo fascino di comunità eterogenea, con punte di estremo snobismo metropolitano e  sciattume rurale, che a Topanga hanno affibbiato il soprannome di “Greenwich Village delle colline”, dal nome del quartiere degli artisti di New York.<br />
A Topanga gli anni Sessanta non sono mai finiti. Agli hippies sono subentrati i neo-hippies che, però, a differenza dei predecessori sono meno etichettabili. Poco o niente sanno di controcultura, si riempiono la bocca di parole d’ordine come amore e pace senza, comunque, averne assimilato le radici profonde. A dire il vero più che far parte del movimento hippie, fanno parte del movimento new age, anche se il termine “movimento” è, in questo caso, probabilmente ambizioso perché la new age è un’entità amorfa e i suoi stessi seguaci sono decisamente confusi su dove tirare la linea di confine. New age e neo-hippie sono due movimenti che finiscono col sovrapporsi e che si connotano a secondo del territorio. Se sei a Sedona, Arizona e vai scalzo, con gonna a fiori o jeans sdruciti e T-shirt scolorita fai parte della new age, se val scalzo con gonna a fiori o jeans sdruciti e T-shirt scolorita a Topanga sei un neo-hippie. Potere del contesto culturale e geografico.<br />
I neo-hippie-new-age sono lontani mille miglia dal movimento di protesta hippie targato anni Sessanta. Questi nuovi arrivati sono solo massaggi e danze, meditazione e poesia, avvistamenti di oggetti volanti non identificati e teosofia, cristalli e piramidi, filosofia indiana e religioni pre-cristiane, psicologia transpersonale e magia acquatica, energia alternativa e riciclaggio delle lattine. Le comuni oggi si chiamano “intentional communities”, comunità intenzionali. Solo l’esteriorità del modo di vivere è la stessa: abitazioni immerse nella natura, condizioni igieniche ai limiti del Bangladesh, la mia casa è la tua casa.<br />
Poi ti chiedi come viva questa gente visto che, parcheggiate, lungo la strada, accanto a sacchi maleodoranti di spazzatura ci sono Jaguar coupè decappottabili, Porsche Carrera e altri simboli del capitalismo rampante che per gli hippie degli anni Sessanta sarebbero stati oggetti blasfemi. Ma poi ti informano che il 23 per cento degli abitanti di Topanga guadagna più di 150mila dollari l’anno – poco meno di 300 milioni di lire – mentre la media generale è sugli 84mila dollari l’anno – sui 150 milioni di lire. Non male per una comunità di gente che quando chiedi, scusi lei cosa fa nella vita? ti risponde: “Ballo e insegno yoga” (Michelle Broussard). “Medito e faccio danze sacre”. Danze sacre? “Sì, danze sacre” (Dina Fraboni). “Studio cultura tibetana” (Chandra Easton). “Dipingo e scrivo poesie” (Ildiko Sinnappan). Ci può fare un esempio di poesia che scrive lei? E Ildiko recita: “<em>Green</em>. Verde. <em>I live on the hill of purple and green,</em> vivo su una collina purpurea e verde, <em>where some aspire but few have seen where birds coo, soaring in fast flight</em>, dove alcuni desiderano vivere, ma pochi hanno visto dove gli uccelli tubano, volando veloci, <em>where the coyotes laugh</em>, dove i coyote ridono, <em>and howl into the night</em>, e ululano nella notte, <em>and the crickets chirp and sing for our hearts delight, </em>e i grilli cinguettano e cantano per la gioia dei nostri cuori.”   Tutto qui? “Ci sarebbe anche “<em>Liquid dreams</em>”, sogni liquidi. Sentiamo. “<em>Past the magic of night where lay dreams of fright,</em> passata la magia della notte dove vivono i sogni di paura, <em>shadows cast away rainbow threads of light bring bright dawn of day</em>, le ombre gettano via i fili di luce dell’arcobaleno portando l’alba del giorno, <em>streaming promise and hope where all the colors twirl and sway</em>, trascinando promessa e speranza dove tutti i colori piroettano e oscillano”. Mai pubblicato qualcosa? Ildiko mi guarda con la sua faccia d’angelo, il sorriso dolce come il miele: no, certo che no. Che razza di domande fai, mi fulmina Stacy, divertita dal fatto che avessi potuto pensare che le poesie si scrivono per essere pubblicate. Già, qui siamo a Topanga. My fault. Colpa mia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Stacy è Stacy Gordin, la nostra guida di Topanga.</strong> La nostra producer. Il nostro filtro con la comunità hippie. Stacy si definisce una neo hippie, ma con distacco. Ha 26 anni, vive a Topanga dal 1993, divide la casa con Jay, studente di filosofia che si sta specializzando in agopuntura, è fidanzata con Felix, indiano dell’India, genio del computer – tra le altre cose è quello che ha disegnato e istallato il network di comunicazione dello studio cinematografico Sony-Columbia – e che si è ritirato da queste parti perché ha scoperto che il livello della scuola di Topanga è più alto che nei dintorni e voleva che i figli frequentassero un buon ambiente.<br />
Naturalmente Stacy ha fatto tutto quello che un post hippie deve fare: viveva a Parigi dove imbiancava le pareti per conto di un pittore di murali e decide di andare a cercare la verità in India dove gira un documentario sui bambini monaci del Tibet vivendo per 6 masi n un monastero, insegnando inglese e studiando lingua e filosofia tibetana. Rientrata a Topanga, che poi non dista così tanto in linea d’aria da Hollywood, si è messa a lavorare come produttrice cinematografica. E nel suo lavoro è bravissima.<br />
Jay Treat è il suo roommate, quello con cui divide le spese della casa. Dice: &#8220;ho 27 anni e sono nato in Minnesota. Sono in California da 8 anni e a Topanga da 2 e mezzo. Sono laureato all’università di San Diego con una tesi di filosofia comparata, sul filo che unisce l’induismo, il buddismo e la cristianità che io ho indicato nel misticismo. Dopo la scuola me ne sono andato in India per toccare con mano la definizione sperimentale di misticismo – ovvero “l’esperienza diretta con l’assoluto, il divino” – perché sentivo di essere pieno di conoscenze accademiche puramente sperimentali. Il fatto è che dopo otto mesi in India mi sono accorto che ero dovuto andare la’ per capire che non avrei avuto bisogno di andare in India. Mi accorsi che tutto quello di cui avevo bisogno era già in me, cosa che è vera per ognuno di noi. Tornato negli Stati Uniti, ero senza il becco di un quattrino e angosciato di capire cosa fare della mia vita: è così che ho cominciato a studiare massaggio. Finito il corso, non ero ancora soddisfatto e sono passato a studiare agopuntura e medicina erbaria cinese. Frequento il college di Santa Monica e avrò finito l’anno prossimo, nel 2000, data fatidica. L’agopuntura era quello che mancava al mio curriculum: mi permette di entrare in contatto con l’intera persona, corpo, mente e spirito. Cerco di passare più tempo possibile a Topanga, sia a sedere sulla terrazza davanti a casa, sia che vada in giro a cercare erbe locali, su per la collina. C’è qualcosa di imperscrutabile in Topanga che me la fa sentire “casa” anche se sono nato a più di tremila chilometri da qui. È l’unico posto nella zona di Los Angeles che abbia un così forte senso della comunità, forse grazie alla sua geografia e al fatto che ci siano solo un paio di negozi e un campo di calcio. A proposito, sai che  il calcio è una parte importante dell’attività sociale di Topanga?”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche il semaforo ha una parte importante nelle relazioni sociali dei topanghesi.</strong> Già, perché l’anno scorso i residenti neo-hippie della comunità si sono praticamente scannati sull’opportunità di far mettere un semaforo lungo il Topanga Canyon Boulevard, la strada che taglia la comunità da sud a nord, all’incrocio con la locale scuola elementare. Roba di normale amministrazione in una normale comunità: chi non vorrebbe un semaforo davanti a una scuola? Già, ma Topanga non è un posto normale. Gli oppositori del semaforo strillavano che  il governo voleva snaturare la vera natura libertaria di Topanga che non può essere regolata da luci rosse, gialle o verdi. E che l’arrivo del semaforo, a Topanga, avrebbe segnato l’inizio della fine del dominio della controcultura. Il fatto era che, negli ultimi anni, su quel Canyon il traffico è aumentato del 40 per cento in quanto Topanga è praticamente la scorciatoia per raggiungere, da Malibu, la San Ferdinando Valley e viceversa e qualche genitore ha cominciato a preoccuparsi che qualcuno stendesse sull’asfalto i loro figli. Il fatto che i neo hippie vedessero il semaforo come un simbolo della repressione governativa poteva fregare di meno. Gli addetti alla manutenzione stradale dissero che era la prima volta, a memoria d’uomo, nella storia del loro dipartimento, che qualcuno aveva protestato contro l’istallazione di un semaforo. Negli anni Sessanta gli hippies protestavano contro la guerra in Vietnam, oggi protestano contro i semafori. La loro unica giustificazione è l’amore per lo splendido isolamento del loro pezzo di montagna e per il loro giornale locale, “<em>The Messenger</em>” che esce due volte la settimana, il cui compito è quello di mitizzare la controcultura locale.  Il giornale ha circa 1800 abbonati che pagano 13 dollari per ricevere il foglio che ha sede nell’unico mall di Topanga, fra lo studio di yoga e un negozietto di oggetti da regalo. Fra i soci proprietari del giornale c’è Ian Brody, inglese, corrispondente del Times di Londra da Seattle che, anni fa, ha investito nell’impresa diecimila dollari e che lascia ai suoi direttori il più ampio spazio di trattare gli argomenti che più piacciono. I preferiti sono gli avvistamenti di dischi volanti.<br />
Il nostro giro alla ricerca dello stile di vita dei neo-hippie di Topanga continua. Stacy ci porta al negozio di moda locale dove si vendono reliquie del passato prossimo e dove, se mai ti si dovesse fermare la macchina, è il posto a cui rivolgersi per l’assistenza meccanica. Confesso di non aver voluto approfondire questo lato del business. Un cartello invita a non far entrare cani perché all’interno ce ne sono già due, di razza carlina. Al soffitto sono appese grandi farfalle. Fiona Nagel, la direttrice del negozio, spiega che sono di gran moda: farfalle finte e pavoni veri sono il massimo dello chic a Topanga. Fiona è neozelandese, viso d’angelo, accento del Sud Pacifico, è sposata a un olandese. Lei non è mai stata in Olanda, lui non è mai stato in Nuova Zelanda. Zero pari. Fiona è stata una modella e si vede. Anche lei neo hippie? No, dice, le piace l’aria campestre di Topanga. Le ricorda la Nuova Zelanda.<br />
Ci spostiamo sul  lato musicale dei residenti di Topanga. Ecco MJ (si pronuncia <em>emgei</em>), look da guru, anima zingara, batterista, folk singer è il co-fondatore della prima scuola indipendente di musica e danza di Los Angeles, Sangeet. MJ si è esibito un po’ dappertutto, con i più grandi nomi della musica mondiale. La sua enfasi è sull’aspetto spirituale e di guarigione della musica e per questo colleziona musiche di cerimonia e di devozione di ogni parte del mondo. La sua carriera commerciale, quella con cui si mantiene, comprende invece tre colonne sonore da film: “Omaha”, “Killers”e “Just add love”. Attualmente sta registrando con un gruppo chiamato “Artificial Intelligence” (legato alla Dreamworks) che sarà, dicono gli esperti, il successo dell’estate. MJ è anche il coordinatore dei gruppi folk americani che si riuniranno per il primo raduno mondiale, a marzo dell’anno 2000, in Australia. MJ suonerà, poi, per il 30esimo anniversario di Woodstock. Perché Topanga? “Perché è vicino a Los Angeles e così posso lavorare nei ghetti, con ragazzini delle gang per cercare di tirarli fuori dal circolo vizioso della loro vita”.<br />
L’altro musicista famoso a Topanga è Kim Carroll, irlandese, di Cork. Vive in un camioncino in affitto rasformato in abitazione, su uno spuntone di roccia su cui è difficilissimo arrivare. E dire che lui si è portato dietro anche il pianoforte su cui sono appoggiati spartiti di Bela Bartok, sonate di Beethoven e invenzioni di Bach. Kim compone pezzi per orchestra, ha al suo attivo 15 dischi, è stato chitarrista con Michael Jackson, ha suonato con i Men at Work. Tutto questo nei due anni che vive a Topanga. “Il posto mi porta fortuna”, dice. “Ero a Los Angeles, avevo finito i soldi, non sapevo cosa fare. Presi un autobus che mi portò giù lungo l’oceano e sono salito a Topanga a piedi, una scalata. Ho dormito nel parco. Avevo il biglietto di ritorno per l’Irlanda ma non volevo tornare, non volevo ricadere nella routine da cui ero scappato. Adesso l’Irlanda è un posto dove c’è più vita, anche musicale, e posso andarci senza angosce, ma solo perché so che posso ritornare qui quando voglio”. Sulla porta di ingresso della casa-camioncino un cartello, in gaelico, annuncia “One Hundred Welcomes”, cento benvenuti.<br />
La padrona di casa di Kim abita nella casa accanto. Si chiama Marcia e vive nel canyon da 29 anni. Si è costruita la casa da sola e ne ha viste di cotte e di crude. Forse per questo non vuole parlare. Però si lascia fotografare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E poi, a Topanga, c’è la casa dei Marvin,</strong> appollaiata su sessanta acri, sulla punta di Tuna Canyon, che Louis B. Marvin aveva acquistato nel 1957 e reso popolare fra il movimento hippie anni Sessanta. È stata battezzata “Moonfire”. Il posto è raggiungibile solo col fuoristrada. Il corpo principale della casa – diciamo, il salotto buono – è stato realizzato all’interno di una cisterna in disuso. Dentro c’è di tutto: dalle sedie appartenute a Liberace a tonnellate di marmi che arrivano da un convento di suore; da pezzi recuperati in teatri in disuso a vetri colorati. Barbara Marvin ci vive con i figli Louis Lewis IV, che si occupa del giardino e tiene a bada i cactus che hanno la tendenza a invadere i vialetti, Henze Louise, aspirante ballerina che oggi è in compagnia dell’amica del cuore, Rebecca Boyle – vestono uguale e a volte è difficile distinguerle. Rebecca fa l’attrice, vorrebbe interpretare Lady Godiva in una prossima produzione di David Ross. Cos’hai fatto prima? “Sono apparsa in un video con gli Smushing Pumpkins”. Sorride e se ne va mentre entra Maximillian, il più piccolo della tribù Marvin. L’aria generale è un filo annoiata. Chiediamo: cosa fanno i ragazzi nella vita? Risponde Barbara: “Lunghe passeggiate in giardino, costruiscono cose, conducono un’esistenza naturale. La bellezza di Topanga è così forte che non abbiamo televisione, vogliamo essere isolati dai mezzi di comunicazione di massa. Niente computer. Siamo strettamente vegetariani. Gli animali che girano per la proprietà sono un simbolo di compassione”. Anche Barbara scrive poesie. Ce ne regala una senza titolo: “Time we do not believe in. Tempo in cui non crediamo. Magic is our way to superimpose one pattern upon another. La magia è il nostro modo di sovrapporre uno strato sull’altro. Timelessness is to enjoy a landscape of rare ecstasy. L’assenza di tempo ti fa godere di un panorama di rara estasi. The visual flight of butterflies rise to consumate love in a sense of oneness with the sun.Il volo delle farfalle sorge per consumare l’amore in un senso di unità con il sole. Thrill of gratitude, genius is simply human fate, watching the wonderful, wonderful, wonderful of every God creation. Brividi di gratitudine, il genio è semplicemente il fato umano che osserva l’aspetto meraviglioso di ogni creatura di Dio.<br />
Scendiamo di nuovo in città e incontriamo Megan e Willow Geer Alsop, sorelle che, neanche dirlo, studiano arte e recitano. Il padre delle ragazze ha appena finito di girare un film, “After Romeo”, dopo Romeo, e gli attori sono la famiglia al completo. Stasera, da qualche parte, c’è la prima. Vogliamo andare? No, grazie, abbiamo appuntamento con Sarah e Courtney. Sarah Wadsorth è inglese. È da un anno a Topanga e anche i suoi genitori si sono trasferiti in zona, dove possiedono una casa. Attività? Yoga, dipingo, fotografo, surf. Faccio solo quello che mi diverte, cerco di lavorare il meno possibile. Voglio fare cose mie. Mi interessano i film 8 millimetri”. Come sei messa con il permesso di soggiorno? “Non so, ci pensa il mio avvocato”. Ecco questa è una bella differenza fra gli hippies anni Sessanta e i neo-hippie. I neo hippie hanno l’avvocato che fa le carte per loro. Gli altri avrebbero mandato la burocrazia al diavolo perche “The answer, my friend, is blowing in the wind”, perché la risposta, amico mio, soffia nel vento. Ma i tempi cambiano. L’amica, Courtney, è californiana, di Calabasas, un ghetto di lusso periferico. Dice: “Topanga non è molto diversa da Calabasas, ma qui mi piace di più lo stile di vita. Studio musica, flauto, chitarra, percussioni, scrivo testi per canzoni pop rock”. Eppoi? “Eppoi niente”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Che giorno è oggi?”</strong>, chiede Stacy. Mercoledi, perché? “Perché oggi dovrebbe essere luna piena”. Cosa c’entra la luna piena. “Perché oggi è una coincidenza astrale che non si ripeterà per i prossimi 20 anni, è l’ultima del secolo. E le dee della terra onorano questo giorno”. Le dee della terra? Non voglio sapere altro. È così che finiamo a casa di Star (Oakland) dove è in corso una cerimonia di pittura del corpo a cui partecipano le amiche Azura (Farren) e Jenna (Sillarch) e un numero non precisato di figli e figlie. Star, 33 anni, è la madre di Carmell e Zumbe, 7 e 6 anni. Professione? Energy worker &#8211; come dire? &#8211; lavora l’energia del corpo. E poi fa massaggi. Ecco questa è un’altra caratteristica di Topanga. Se non fanno gli artisti fanno massaggi. A volte fanno tutti e due. Oggi Star è ispirata e ci dice: “Nella vita si devono sostenere e proteggere gli amici, la famiglia. La vita è esperienza. Si vive per la propria anima. È importante toccarsi. Toccare i propri figli, stare in comunione con loro, stare a casa con loro. Le scelte della vita devono essere basate sulle relazioni e sulla crescita. Le cose materiali non contano. Parla molto con la gente. Sii importante, ma soprattutto sii te stesso”.<br />
Jenna ha 29 anni e insegna “conflict resolution”, come risolvere i conflitti, in una scuola privata della zona. Il resto del tempo fa yoga. Perche’ vive a Topanga? “Topanga è il lato spirituale di Los Angeles. Qui c’è libertà e nessuno ti giudica. Essere hippie oggi non riguarda il mondo della ribellione bensì quello della spiritualità. Siamo contro il materialismo”. Azura non ama rivelare l’età. Vive nel canyon da 10 anni, ha una figlia, ma non un marito. Fa l’attrice e la musicista. Ama la gentilezza, le risate, l’arte. Dice: “Comminiamo tutti insieme sulla strada della verità”.<br />
È stata una lunga giornata. Ma non si può lasciare Topanga senza una sosta al ristorante del villaggio: The Inn of the Seventh Ray, la locanda del settimo raggio. E non si può certo perdere il piatto forte, le lasagne new age: lasagne vegeteriane ripiene di spinaci, ricotta, pesto di basilico e funghi. Ci vuole stomaco, ma si sopravvive. Stacy suggerisce l’insalata della casa: il condimento, si legge sul menu, è una ricetta segreta del maestro alchimista Saint Germain. Chissà se l’ufficio d’igiene ne è al corrente. Tanto oggi è mercoledi. Luna piena. Qualcuno avvisterà sicuramente un disco volante. Qualcuno danzerà. Qualcuno suonerà le percussioni. Qualcuno si dipingerà il corpo. Qualcuno scriverà poesie. Domani è un altro giorno. Ma a Topanga sarà lo stesso giorno.</p>
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		<title>Muscle Beach</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Mar 2009 16:22:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Richie La Montagne fa il pugile. A dispetto del nome e della professione, sembra stonare sulla pedana della palestra all’aperto di Muscle Beach, qui a Venice, California. Paragonato ai due neri che, accanto, si allenano ai pesi, Richie sembra un fuscello roseo più che un campione della federazione pugilistica a stelle e strisce.
La palestra, gestita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="530" height="400" data="http://www.youtube.com/v/QUrORq61VQw&amp;hl=en&amp;fs=1" type="application/x-shockwave-flash"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/QUrORq61VQw&amp;hl=en&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Richie La Montagne fa il pugile.</strong> A dispetto del nome e della professione, sembra stonare sulla pedana della palestra all’aperto di Muscle Beach, qui a Venice, California. Paragonato ai due neri che, accanto, si allenano ai pesi, Richie sembra un fuscello roseo più che un campione della federazione pugilistica a stelle e strisce.<br />
La palestra, gestita dall’amministrazione pubblica, sulla passeggiata lungo l’oceano è il luogo di ritrovo dei body builders locali e di passaggio che, per una modesta tassa di iscrizione annuale, circa centomila lire, o giornaliera, poco più di cinquemila lire, mettono in mostra i muscoli per la gioia delle macchine fotografiche dei turisti, ma soprattutto con la speranza che un produttore cinematografico li scopra e li renda famosi come Arnold Schwarzenegger e, a suo tempo, Franco Columbo, entrambi assidui frequentatori di Muscle Beach negli anni Settanta.<span id="more-379"></span><br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A dire la verità Richie La Montagne è già stato scoperto da Hollywood.</strong> Aspetta solo che esca “Flawless” il film che ha girato con Robert De Niro. Nel frattempo deve volare  a Roma per un combattimento. Richie non si separa mai dal telefono cellulare e dal ricerca persone, che tiene legato a una scarpa, perché non si sa mai che il suo agente lo cerchi con l’offerta della sua vita: cinematografica, pugilistica, radiofonica, fotografica, quel che sia, purche’ sia un’offerta. Qui, a Los Angeles, tutti, indistintamente, sognano che squilli il telefono.<br />
Anche Darrell Hunt e Chyna McCoy, due neri con muscoli come colline toscane, aspettano un’offerta. Sono disposti a fare di tutto, meglio se sul grande schermo di un cinema. Il cellulare è bene a portata di mano nella borsa, accanto al cambio di maglietta, creme, asciugamano, cuffie per ascoltare musica e merenda rigorosamente a base di germogli di soia spettinati, spremute di carote dubbiose e merendine non identificate.<br />
Oggi c’è anche John Zimmerman, quello con i tatuaggi, il beniamino delle turiste giapponesi che, in certi momenti, fanno la coda per farsi fotografare accanto a lui, mentre si aggrappano ai suoi bicipiti da Braccio di Fierro, mentre lo toccano come un oggetto misterioso. “Non mi dispiace che mi chiedano di essere ritratte insieme a me”, dice. “L’unica cosa che chiedo è che non mi interrompano durante un’allenamento: poi sono tutto per loro”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-396" title="Muscle Beach, Venice, California" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/muscle-beach-370x300.jpg" alt="Muscle Beach, Venice, California" width="370" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Certo, Muscle Beach non è quella di una volta.</strong> Gli atleti professionisti non frequentano più la palestra all’aperto, ma li trovi soltanto nei club esclusivi come il Gold’s Gym o il World and Powerhouse, lontani da occhi indiscreti e dall’intrusione di troupe televisive dei più svariati paesi del mondo. Jason Kozma, residente del quartiere, vincitore di numerose gare locali di bodybuilding per giovanissimi, confessa che, spesso, si sente come un animale allo zoo. “Abbasso i pesi e mi ritrovo l’obiettivo di una macchina fotografica o una cinepresa sparata sugli occhi”. È il prezzo della fama. Del luogo, di Muscle Beach, naturalmente.<br />
Già, perché quella piccola spianata di cemento, dietro alle palme, alle spalle della sabbia fine del Pacifico, è, per eccellenza, il simbolo dei bodybuilders del mondo. E, mai come oggi l’amministrazione pubblica ci tiene alla sua immagine visto l’alto numero di turisti che continua ad attrarre, stagione dopo stagione. Nel 1990 il posto fu completamente rifatto con un investimento di circa un miliardo di lire: l’area della palestra ingrandita, comprati nuovi attrezzi, sistemata una gradinata per il pubblico. Ma, da allora, la campagna abbonamenti langue. Gli iscritti annuali non superano i 200, la metà di quelli che si contavano prima della ristrutturazione. Solo gli ingressi giornalieri sono in aumento. Con cinquemila lire, infatti, puoi farti vedere sollevare pesi accanto a veri bodybuilders. E la cifra vale bene una foto ricordo.<br />
Il fatto è che, con la ristrutturazione, il prezzo dell’abbonamento è più che raddoppiato; chi non poteva permetterselo se ne è andato e chi poteva permetterselo, con una piccola aggiunta, preferisce frequentare le palestre vere, al chiuso, dove trova una maggiore scelta di macchine. Oggi, infatti, i bodybuilders non vogliono solo scolpire i muscoli, ma anche mantenere il corpo in forma e per questo necessitano di tutta una serie di esercizi aerobici che, a loro volta, hanno bisogno di macchine che non possono essere istallate all’aperto, a Venice, perché il salmastro dell’oceano le distruggerebbe senza pieta’.<br />
Ma le cose non sono cambiate solo dai tempi di Schwarzenegger-prima-della-fama. Sono cambiate soprattutto dai tempi della prima Muscle Beach, anno 1934, quando in giro gli svaghi erano pochi, lo spettro della guerra era all’orizzonte e l’America era ancora un paese felice. A Santa Monica, e nella contigua Venice, la gente aveva il sole, il mare e tanta fantasia E così, in un angolo di spiaggia, a sud del molo, un gruppo di giovani che condivideva l’amore per la ginnastica prese a ritrovarsi di sabato e di domenica per allenarsi e esibirsi gratuitamente. Gare familiari e muscoli innocenti.<br />
Glenn Sandby, presidente dell’associazione “Muscle Beach”, ricorda che tutto cominciò nel 1934, appunto, quando due amici, Paul Brewer e Jimmy Pfeiffer convinsero l’amministrazione comunale a istallare sulla spiaggia degli attrezzi ginnici e una piattaforma. Da un giorno all’altro quell’angolo di Santa Monica divenne il luogo di incontro di ginnasti, acrobati, lottatori. Cominciarono a tenersi concorsi di bellezza improvvisati: Miss e Mister Muscle Beach. Foto d’epoca ritraggono, fra la folla, un ingenuo Johnny Weismuller, il più noto Tarzan cinematografico. Chi altri c’era? “Gente comune”, dice Sandby. “Gente come Pudgy e Bruce. Relna e suo fratello Paul. Johnny Collins e Pat Taylor. Louie e Carol Lee. La famiglia Ferges. Whitey e Dolores, due rosse fantastiche. Patsy Taylor e il trio Knox, grandi giocolieri”.<br />
Muscle Beach fu chiusa e smantellata nel 1959 a seguito dell’arresto di due sollevatori di pesi con l’accusa di oltraggio al pudore. Il fatto è che il nome restò nel cuore e nella mente della gente e con il restauro del molo di Santa Monica, la rimessa in funzione della ruota panoramica, la ricostruzione della giostra con i cavalli, anche Muscle Beach è stata ripescata dall’oblio della burocrazia. Perché, come dice Glenn Sandby: “Il tempo, l’oceano, le autorità potranno cancellare, cambiare, trasformare questo angolo di California, ma ci sarà sempre una Muscle Beach nel cuore della gente”.</p>
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		<title>Pregate che settembre arrivi presto</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 16:07:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-281 aligncenter" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px;" title="Martha's Vineyard" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/marthas-240x300.jpg" alt="Martha's Vineyard" width="240" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il sabato, dalla scogliera potevi vedere Ray dipinger</strong>e, ricorda  Ralph Gaines, capitano della Santa Maria, una goletta tre alberi adibita al trasporto dei villeggianti, ancorata nel porticciolo di Edgartown, la città capoluogo di Martha’s Vineyard, isola-gioiello della costa dell’est degli Stati Uniti, a sud della celebrata penisola di Cape Cod, spiaggia prediletta della Boston che conta.  Ralph si chiedeva sempre se un giorno o l’altro sarebbe finito anche lui in uno dei prestigiosi acquarelli di Ray Ellis, proprio come Bartolomeo, il nipote e compagno di giochi di Ralph che lo zio, famoso pittore e illustre residente dell’isola, aveva ritratto mentre pescava.<br />
Durante le vacanze estive, loro, i ragazzi, andavano alla scogliera portandosi dietro scatole di giornaletti, quelli che Ralph aveva metodicamente messo da parte durante i mesi di scuola: “La mamma non voleva che noi bambini ci distraessimo dalle incombenze scolastiche con le avventure dell’<em>Uomo Mascherato</em> e <em>Superman</em>”.<br />
Bartolomeo era stato battezzato in ricordo di Bartolomeo Gosnold, l’esploratore inglese che aveva scoperto, nel maggio del 1602, l’isola di Martha’s Vineyard. La leggenda dice che il nome Martha sarebbe che quello di  Martha Judde Golding, suocera e munifica finanziatrice della spedizione di Gosnold, probabilmente l’unica suocera al mondo ad avere ricevuto un onore simile.<span id="more-280"></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-282 aligncenter" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px;" title="I Kennedy a Hyannis Port" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/52bd0468e8ef412794c89d67394f16b92-400x277.jpg" alt="I Kennedy a Hyannis Port" width="400" height="277" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Judy aveva l’incarico di vegliare sui ragazzi.</strong> Judy, si diceva, era imparentata con i Kennedy. Che andava a cena a casa di Joe, il patriarca. Ma questo era tutto quello che le donne dicevano prima di abbassare gli occhi. Gli uomini alzavano le sopracciglia e facevano un gesto d’intesa con la testa. Con gli anni i ragazzi di allora scoprirono che gli sguardi abbassati erano per Janet Des Rosier, cugina alla lontana o forse solo amica di Judy, una delle numerose amanti di Joe la cui storia è venuta alla luce nel volume <em>The Sins of the Father</em> di Ronald Kessler.<br />
Le prodezze sessuali dei due avvenivano spesso a bordo del Marlin, lo yacht a due motori che Joe aveva comprato nel giugno del ‘52, e si dipanavano nelle acque antistanti Hyannis Port, fra l’isola di Martha’s Vineyard  e quella di Nantucket, ancora più a est, verso le acque aperte dell’Atlantico. “Sai le volte che abbiamo visto il Marlin”, ricorda Ralph. “Era una barca possente che ispirava soggezione, come il vecchio Joe”.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-283 aligncenter" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px;" title="John Kennedy a bordo del Marlin" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/59b957e89176446d98e4bbe6824bc69e2-207x300.jpg" alt="59b957e89176446d98e4bbe6824bc69e2" width="207" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I Kennedy avevano, da sempre, bazzicato la zona. </strong>Il loro feudo è lì a nord, a Hyannis Port, sulla penisola di Cape Cod, stato del Massachussetts, di cui John Fitzgerald era senatore quando &#8211; era la fine degli anni Cinquanta &#8211; si era lanciato alla scalata vittoriosa della Casa Bianca. Martha’s Vineyard era, come dire, loro terreno di caccia personale. Ted ha finito addirittura col legare il suo nome all’incidente stradale di Chappaquiddick &#8211; all’estrema punta sudorientale dell’isola &#8211; in cui aveva perso la vita Mary Jo Kopechne.<br />
A Martha’s Vineyard nessuno si elettrizza per un nome altisonante. Tutti sono vicini di casa di tutti. La gente &#8211; politici, attori, pescatori, rock star -  la vedi in pantaloncini corti, maglietta, sandali Bierkenstock, la incontri giù dal ferramenta che filosofeggia sulle punte da trapano e le qualità pseudo mistiche dei chiodi al titanio, la trovi al negozio di articoli da pesca che discute di lenze, ami, canne da altura. Si seccano molto a sentir dire che qui abitano solo attori come Michael J. Fox, Glenn Close, Meryl Streep, cantanti come Carly Simon, Billy Joel, modelle come Christie Brinkley, registi come Spike Lee, politici come l’ex segretario di Stato Henry Kissinger, l’ex ministro della difesa Robert McNamara, giornalisti mitici come Walter Cronkite e Barbara Walters o editori stellari come Katherine Graham, proprietaria del <em>Washington Post</em>.<br />
Nella trappola degli stereotipi c’era caduto persino il <em>New York Times</em> all’epoca della prima visita del presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, nell’agosto del 1993. Un editoriale al vetriolo aveva accusato il presidente di avere scelto deliberatamente un luogo di vacanza imbottito di politici, star del cinema, della canzone, miliardari. La gente dell’isola era insorta e il <em>Times</em> era stato costretto a fare marcia indietro affermando che la vera gente di Martha’s Vineyard è fatta di pescatori, agricoltori, bottegai, professionisti, lavoratori come tutti gli altri; che, sì, ci sono personaggi famosi, ma che non si tratta di uno zoo hollywoodiano.<br />
Sono circa 16.000 i residenti regolari di Martha’s Vineyard. D’estate si sfiora lo zero in più, nel senso che sono centomila e passa gli entusiasti che da ogni parte del paese fanno rotta sulla popolare località. Il bello è che, nonostante l’affollamento, l’isola mantiene le sue caratteristiche di privacy, di silenzio, di grande civiltà e soprattutto il record di non avere un solo cartello stradale di stop e limiti di velocità feroci. I locali li riconosci, comunque, perché hanno incollato sul paraurti posteriore delle loro auto l’adesivo che dice: <em>pregate che settembre arrivi presto.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em></em></p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-296 aligncenter" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px;" title="John e Jacqueline Kennedy assistono a una regata davanti a Martha's Vineyard" src="http://www.claudiocastellacci.com/wp-content/personaluploads/2009/03/7ce300df211b45879756ecbaa845c10f1-298x300.jpg" alt="John e Jacqueline Kennedy assistono a una regata davanti a Martha's Vineyard" width="298" height="300" /></p>
<p><em></em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Neanche dirlo che, in alta stagione (comincia il 4 di luglio in concomitanza con la festa dell’indipendenza) </strong>chi voglia avventurarsi con la propria automobile sull’isola deve prenotare i 45 minuti di traversata del traghetto con discreto anticipo. Fino al pubblicizzato sbarco dell’inquilino della Casa Bianca e della reclamizzata gita in yacht con la dinastia Kennedy al completo, compresa di Jacqueline Onassis, uscita per l’occasione dallo splendido isolamento di Gay Head, la compagnia traghettatrice assicurava il trasporto a chiunque si presentasse all’imbarcadero di Woods Hole, all’estrema punta meridionale di Cape Cod, entro le 2 del pomeriggio. Ci si poteva mettere due ore o dieci, ma si arrivava. Dopo, Per &#8220;colpa&#8221; di Clinton, tutto è stato rivoluzionato.<br />
E come se non fosse bastato, nell’agosto del 1994, da una goletta battente bandiera di Sua Maestà britannica, era sbarcata a Martha’s Vineyard persino Sua Altezza Serenissima la principessa di Galles, meglio conosciuta nelle cronache anoressiche come Lady Diana. Fortunatamente, per la tranquillità di tutti, la principessa era subito scomparsa in una residenza appena fuori il villaggio di Tisbury, noto per essere sede della locale chiesa congregazionale e di un grande magazzino che ha sempre allettanti offerte speciali di materiale elettrico.<br />
Martha’s Vineyard può vantare, come qualsiasi signora della buona società, connessioni sia letterarie che cinematografiche: a Edgartown, nella strada che si chiama “Acqua del sud” (South Water Street) si trova la casa del capitano Valentine Pease, comandante la baleniera sulla quale lo scrittore Herman Melville fece il suo primo e unico viaggio di ricognizione letteraria prima di scrivere <em>Moby Dick</em>;  mentre la sensazione di “già visto”, che il visitatore riceve al primo impatto con il panorama dell’isola è dovuta alla pellicola spielberghiana <em>Lo squalo</em>: nel film Martha’s Vineyard interpretava la parte dell’isola di Amity.<br />
Non manca neanche un tocco funebre: nella pace campestre del cimitero di Abels Hill accanto alla tomba della scrittrice Lillian Hellman,è sepolto l’attore John Belushi, indimenticato <em>Blues Brother</em> : era solito ripetere che soltanto a Martha’s Vineyard riusciva a passare un’intera notte di sonno. Ora ci riposa per sempre.</p>
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