Gli extraterrestri si manifestano soprattutto di mercoledi.

Gli extraterrestri si manifestano soprattutto di mercoledi. Ma qui, sulla statale 375, a nord di Las Vegas, gli omini verdi con le antenne non disdegnano anche altri giorni della settimana. Non è un caso che questa strada a due corsie sia stata ribattezzata “The Extraterrestrial Highway“, con tanto di decreto del governatore dello stato del Nevada e relativa folcloristica cerimonia pubblica a cui parteciparano qualche attore, un paio di politici locali e un bel numero di sosia di Elvis Presley appositamente arrivati da Las Vegas.Un battesimo, questo, mirato ad aiutare l’economia fantasma della città di Rachel, l’unico insediamento umano – 99 anime – lungo la 375. Economia che si divide fra il “Little A-le-inn” (il piccolo alieno) motel, ristorante e bar di Pat e Joe Travis e il “Centro di ricerche Area 51″, la roulotte dove Glenn Campbell vende magliette, cartoline, cianfrusaglie e tutto quanto fa ufologia. Già, perché la 375 costeggia la base militare supersegreta – l’”Area 51″, appunto – dove i teorici della cospirazione globale e i fan della serie televisiva “X-Files” sono certi sia conservato il corpo o i corpi di esseri extraterrestri e della loro nave spaziale che sarebbe naufragata qui, alla periferia di Las Vegas, alla fine degli anni Cinquanta. E a riprova che questa zona che non sarebbe nuova agli incontri ravvicinati citano le leggende indiane che parlano di luci non identificate che, da sempre, si sarebbero manifestate qui intorno.

Questa notte le uniche luci che si sprigionano, come un’aura nebbiosa da dietro la collina, sono quelle lontane di Las Vegas che creano uno strano effetto ottico in questa parte del deserto dove il cielo è una calotta nera trapuntata di stelle e dove l’unica altra luce artificiale è quella dei fari della Jeep. Fluorescenze dalle suggestioni aliene che ben si adattano anche al fatto che sessantacinque miglia più a nord, lungo l’interstatale 95, che corre parallela all’Extraterrestrial Highway, c’è il famigerato “Nevada Test Site”, tempio all’imbecillità umana camuffata da patriottismo, l’area dove, fra il 1951 e il 1962, furono condotti ben 1100 test di armi nucleari, di cui 126 nell’atmosfera. Forse è così che, a colpi di radiazioni, Las Vegas è diventata una città che non ha uguali al mondo.A riprova, proprio mentre attraversiamo questo deserto contaminato, su National Public Radio, la stazione radio pubblica, sta andando in onda un dibattito su Las Vegas. Le telefonate che arrivano sono del tipo di quella di Kevin che dice di essere nativo di Vegas – come la chiamano familiarmente i locali – di aver frequentato l’università del Nevada, ma che nessuno prende sul serio la sua laurea e che la gente con cui parla gli chiede sempre in quale albergo viva. Lui si secca molto di quest’ignoranza diffusa sulle qualità accademiche della sua “alma mater” e poi, che diamine, lui non vive in un hotel, anche se gli piacerebbe molto.Poi chiama Patrick, da Lansing nel Michigan, dice che lui va a Vegas dal 1987 e che la trova esaltante, ma che l’ultima volta c’erano troppe famiglie, troppi bambini e chiede che fine ha fatto la città del peccato costruita a misura di adulti.
Eppoi chiama Colleen da Seattle: è stata a Las Vegas tre settimane prima, il suo fidanzato le aveva chiesto di sposarlo, ma lei aveva cose più importanti da fare, fin quando lui le ha detto che avrebbe potuto sposarli un sosia di Elvis Presley, categoria che va forte in città.Lei accettò, ma per qualche motivo non riuscirono a trovare un Elvis libero. Allora l’agenzia matrimoniale rilanciò con la proposta di un matrimonio al drive-in. Così Colleen e il fidanzato noleggiarono una decappottabile e via al drive-in. Il conduttore in studio chiede: ma durante la cerimonia tenevate il motore acceso? Sì, ma poi abbiamo dovuto spegnerlo. La cosa più seccante è stata che per firmare le carte siamo dovuti scendere dalla macchina e questo ha un po’ incrinato lo stile della cerimonia. Poi a me era venuta fame e avrei voluto un cheeseburger, ma a quel drive-in non c’erano cheeseburger. Prima del break pubblicitario il conduttore fa notare che sono passate ben tre settimane e Colleen è ancora felicemente sposata. Un record per Vegas. Pubblicità.

Un altro record locale è il numero di camere d’albergo disponibili: al momento in cui scrivimo sono 121.000, un’enormità, uno sproposito, ma che grazie a un’aggressiva politica di marketing sono quasi sempre occupate. Come questo giovedi sera in cui arriviamo in città senza aver prenotato, fiduciosi che in molossi alberghieri da duemila e passa camere l’uno come il Bellagio, o Treasure Island, o New York-New York, un buco per dormire si trovi. Ebbene no. Solo grazie a un computer che fornisce la situazione alberghiera della contea in tempo reale, ci offrono uno degli ultimi posti disponibili in città in un motel stile commesso viaggiatore, lontano dalle luci dello Strip, ma l’alternativa è dormire in auto o guidare per otto ore di fila fino a Los Angeles. Ed è così che scopriamo “l’altra Vegas”, quella della gente normale, dei non-turisti. Ceneremo persino in un vero ristorante e non in un buffet. Già, perché nella Las Vegas delle luci al neon, dei casino, degli alberghi sfavillanti, una delle tante esche lanciate ai turisti, per poi accalappiarli col gioco d’azzardo, sono appunto i buffet che per una miseria, pochi dollari, fra i 4 e i 10, ti lasciano mangiare tutto quello che vuoi – pizze, polli, insalate, minestre, frittate – quanto vuoi, per quanto tempo vuoi.
Per la cronaca, il buffet più caro della città è quello servito al Bellagio, 15 dollari per il pranzo e 20 per la cena; quello politicamente più impegnato è il Garden Court Buffet del riaperto Main Street Station, dove un pezzo dell’odiato muro di Berlino è stato istallato nei gabinetti con il non tanto sottinteso scopo di orinarci sopra; mentre uno dei buffet più a buon mercato è quello del “Fiesta” dove a colazione ci si può abbuffare per 3 dollari e 95 centesimi. Quest’offerta di cibo a buon mercato, in pratica sovvenzionata dal gioco d’azzardo, è una vera manna per tutta quella numerosissima e variegata umanità che vive ai margini di quest’opulenza al neon. È un fatto che decine di migliaia di immigrati latino-americani hanno abbandonato le periferie ghetto di Los Angeles per trasferirsi in massa qui a Las Vegas dove l’offerta di lavoro nel campo dell’edilizia e in quello dei servizi è sterminata.
Ogni volta che spunta un nuovo grande albergo, poi, si riversa in città una nuova ondata di gente alla ricerca della terra promessa. E dal 1990 a oggi, di costruzioni c’è stata sovrabbondanza: dal Luxor all’MGM Grand, dal Paris al Bellagio, dal New York-New York al Mandala Bay. Ognuno di questi mega casino impiega più di 5000 lavoratori in turni che coprono le ventiquattro ore, con stipendi che superano i dieci dollari l’ora: un sogno per chi arriva da Los Angeles. Unico obbligo richiesto è quello di avere i documenti di residenza in regola e che ci si sottoponga ad un controllo di polizia. Ed è grazie a questi minimi adempimenti che le autorità riescono a mantenere i livelli di criminalità ben al di sotto dello standard della vicina California.Un’ironia per una città che è stata praticamente inventata da Benjamin Siegel, il gangster conosciuto come “Bugsy”, alla cui biografia Hollywood aveva dedicato, nel 1991, un film interpretato da Warren Beatty e Annette Bening. All’epoca di Bugsy, si era alla metà degli anni Quaranta, Las Vegas era un paesotto insignificante di 12.000 abitanti (oggi supera il milione con una crescita di 50.000 unità l’anno) che vivacchiava nel niente del deserto del Nevada.
Il gioco d’azzardo vi era stato legalizzato il 19 marzo 1931. Bugsy Siegel era stato inviato dalla mafia nuovaiorchese a controllare i territori dell’ovest e lì s’invaghisce dell’idea di un magnate locale, Billy Wilkerson, che voleva ricreare a Las Vegas la stessa atmosfera che si respirava nei locali del Sunset Strip a Los Angeles. Bugsy convince i suoi partner – Meyer Lansky e Lucky Luciano – a investire in quello che lui definì il più lussuoso hotel del mondo, che dovrà nascere a Las Vegas, appunto, e che sarà battezzato “The Flamingo”. Il 26 dicembre 1946, sebbene il Flamingo non fosse ancora terminato, Siegel, che aveva bisogno di nuovo denaro liquido per terminare il progetto, decise di aprirlo ugualmente al pubblico.
Per l’occasione furono scritturati Jimmy Durante, Tommy Wonder, Xavier Cugat e la sua orchestra, ma la serata fu un disastro: le stanze non erano finite e gli ospiti che dovevano arrivare da Los Angeles disertarono a causa del tempo cattivo.Nella sua prima settimana di attività il Flamingo perse 300.000 dollari e quindici giorni dopo fu definitivamente chiuso per riaprire al termine dei lavori, il primo marzo 1947, ribattezzato “The Fabulous Flamingo”. Purtroppo per Siegel i soci nuovaiorchesi avevano perso la pazienza con lui e il 20 giugno di quello stesso anno decisero di terminare l’esperimento: Bugsy fu fatto fuori mentre leggeva il giornale a casa della sua fidanzata, a Beverly Hills. Ironia, da allora l’albergo cominciò a generare profitti e divenne una miniera d’oro, aprendo la strada alla Las Vegas sognata proprio da Bugsy, quella che conosciamo tutti noi. Il Flamingo che, per l’esattezza storica, non fu il primo, ma il terzo casino ad apparire sullo Strip – cinque anni prima era stato, infatti, costruito “El Rancho Vegas” a cui era seguito “The Last Frontier” – è oggi di proprietà del gruppo Hilton, dispone di 3530 stanze il cui prezzo oscilla fra i 79 e i 300 dollari e le sue luci notturne sono probabilmente la preda preferita delle macchine fotografiche di turisti di mezzo mondo.