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Studiare all’estero. Studiare a Oxbridge. Note a margine della polemica Celli

6 dicembre, 2009 | Scritto da claudio | Categoria: Articoli, Storie

Ma insomma, qual è la vera aristocrazia inglese: quella di sangue blu o quella neanche tanto sotterranea che si forma nelle scuole di élite del Regno Unito? Scuole che si chiamano Oxford e Cambridge, tanto per essere chiari, quelle dove è stata educata gran parte della classe dirigente del Paese. La domanda se la pongono, da sempre, gli stessi inglesi ed è stato argomento di una approfondita inchiesta dello storico quotidiano della domenica The Observer. Storico perché la sua prima edizione – domenicale, appunto – vide la luce nel lontano 1791 e questo suo affondare le radici nel passato gli permette di mettere becco – autorevole, se per questo – in una disputa che coinvolge la società, il futuro di migliaia di giovani e la stessa politica. Ma non solo.

Oxbridge

Già, perché l’argomento, al di là dei suoi risvolti accademici – in un’epoca di “politically correct” – è diventato una patata politicamente bollente soprattutto dopo il “caso Laura Spence”. Laura era una diciassettenne maturanda della Monkseaton Community High School, una scuola pubblca come tante, che, ai colloqui di ammissione del 2000, si vide respingere la domanda per entrare al Magdalen College di Oxford nonostante un curriculum scolastico trionfante, costellato dal massimo dei voti. Motivazione? «La ragazza non dimostra di avere le giuste qualità». La storia esplose inaspettata sui media britannici. Inaspettata perché fino ad allora era dato quasi per scontato che ad iscriversi a Oxbridge (parola composta con cui gli inglesi indicano in un tuttuno le due leggendarie università di Oxford e Cambridge, entrambe con alle spalle 750 anni di storia) fossero soltanto i figli di papà, quelli che vantano santi in paradiso, quelli che possono sfoggiare quarti di nobiltà, insomma, quelli socialmente giusti. Cosa diavolo voleva una Laura Spence qualsiasi che poi, per la cronaca, fu ammessa con tutti gli onori al corso di biochimica dell’Università americana di Harvard, che nella graduatoria delle istituzioni accademiche è considerata la prima al mondo, e dove, a scorno di Oxbridge, le fu persino assegnata una borsa di studio di 65mila sterline.

A dichiarare guerra di classe contro questo sistema fu, all’epoca del “caso Laura Spence”, l’attuale Primo Ministro laburista Gordon Brown che allora ricopriva, nel governo Blair, la carica di Cancelliere dello Scacchiere, una sorta di nostro Ministro delle Finanze. Le parole scandite allora da Gordon Brown: «An absolute scandal», uno scandalo inaudito, risuonano ogni qualvolta si avvicina per gli studenti il tempo delle sessioni di colloqui per l’ammissione a Oxbribge e ripartono le polemiche sui meriti e i demeriti dei criteri di selettività da cui, se da una parte, deriverebbe l’eccellenza delle due istituzioni, dall’altra si rischierebbe di tenere lontani dalle selezioni candidati potenzialmente brillanti che neanche si presentano perché «tanto è inutile». Come è il caso, oggi, di Sadaf Aslam, di Natalie Webber, di Faith Oyerokun e di molti altri. «Quella è roba che si può permettere chi ha frequentato il college di Eton, non noi che veniamo da scuole pubbliche più o meno sconosciute», dicono.

Ma proviamo a leggere i dati della polemica attraverso i numeri forniti da una rigorosa ricerca condotta dal Sutton Trust, una fondazione filantropica presieduta da Sir Peter Lampl, il cui scopo è quello di fornire opportunità scolastiche a ragazzi provenienti da famiglie economicamente svantaggiate. Dall’indagine risulta che da Oxbridge sono usciti l’81 per cento dei magistrati e l’82 per cento degli avvocati di grido, il 45 per cento dei giornalisti “Grandi Firme”, il 34 per cento di politici di primo piano, fra ministri e leader dell’opposizione facenti parte dei cosiddetti “governi ombra”.

Se si considera che il 93 per cento dei liceali britannici frequenta scuole pubbliche, come accade, ci si chiede, che poco più del 50 per cento degli ammessi a queste università (54 per cento a Oxford, 57 a Cambridge) proviene da elitarie scuole private? La risposta è abbastanza semplice: le scuole private godono di privilegi economici che a loro volta permettono il reclutamento dei migliori insegnanti, la possibilità di usufruire di numerose e sofisticate risorse didattiche che, a loro volta, permettono di sfornare un maggior numero di studenti preparati per superare con facilità gli esami di ammissione delle più prestigiose università del Paese. E questa catena, ovviamente, si perpetua di padre in figlio: buone scuole, buoni risultati, buon ambiente sociale, buone università: la ruota continua.

«Sì, è vero. I dati riguardanti le professioni legali sono scioccanti», ammette Lee Elliot Major, capo ricercatore del Sutton Trust. «Il fatto è che i laureati di Oxbridge hanno un vantaggio competitivo che non ha prezzo: quello di conoscere la gente giusta. E soprattutto per fare carriera nel campo del giornalismo e della politica conta chi conosci». Eppoi c’è un altro vantaggio non contabilizzabile: a differenza dei comuni mortali, vivere all’interno della cittadella della classe che domani sarà quella che conta, permette di demistificare l’aura di impenetrabilità che l’avvolge. Aver condiviso il dormitorio con un futuro Primo Ministro e averlo visto in mutande, aiuta nella vita.

E su questo sono d’accordo sia Will Hutton – presidente della Work Foundation, organizzazione senza scopo di lucro improntata a far incontrare i diversi soggetti del mondo del lavoro, e ex direttore dell’Observer, per cui il sistema di interdipendenza che lega le scuole private al duopolio universitario di Oxbridge è un «passaporto sicuro per le alte sfere della società britannica» – sia l’ex ministro laburista dell’Educazione Charles Clarke, un ex Cambridge, che ha difeso da sempre l’elitarismo del sistema ribattendo al compagno di partito Gordon Brown che «elitismo non è una parolaccia e che, anzi, le elite hanno un importante ruolo nella società».

Ruolo che spesso, in quelle istituzioni universitarie, viene svolto in modo sotterraneo, all’interno di società “segrete” come quella celebre degli Apostoli, fondata a Cambridge nel 1820, il gruppo più esclusivo ed elitario che si possa immaginare, paragonabile alla Skull and Bones, emanazione dell’università americana di Yale. Alla Società degli Apostoli sono appartenuti filosofi come Bertrand Russell e John Keynes, ma anche spie sovietiche come Guy Burgess e Anthony Blunt – che con Kim Philby, Donald MacLean e John Craincross formarono il cosiddetto gruppetto dei Cambridge Five, i cinque di Cambridge, una formidabile rete di spie che passò informazioni sensibili all’Unione Sovietica a partire dalla Seconda Guerra Mondiale fino agli anni Cinquanta.

Nel caso di Blunt la storia proseguì e si concluse nel novembre del 1979 quando un’allora imbarazzata Margaret Tatcher ammise davanti alla Camera dei Comuni l’appartenenza di Blunt allo spionaggio sovietico. Imbarazzata perché Sir Anthony Blunt era nientemeno che il curatore della collezione d’arte della Regina. Dal canto suo per Blunt il peggio non fu essere esposto al pubblico ludibrio, bensì essere privato del titolo nobiliare e essere costretto a dimettersi dalle prestigiose istituzioni culturali che dirigeva. Blunt l’intoccabile, Blunt il laureato di Cambridge era divenuto un paria. Quello stesso giorno il Primo Ministro Margareth Thatcher comunicò anche che a Blunt era stata garantita l’immunità in cambio di informazioni. E poi dicono che chi conosci non conta.

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