La scomparsa della sabbia

La casa delle scorribande sessuali dei Kennedy, Bob e John, non c’è più. Stava giù sulla spiaggia di Santa Monica, vicino al molo. Apparteneva a Peter Lawford, l’attore inglese che aveva sposato Jean, sorella del futuro presidente e che proprio perché attore e inglese era cordialmente detestato dal vecchio patriarca, Joe Kennedy.
Non c’è neanche più la casa accanto di Harold Lloyd, affittata, all’epoca, allo scrittore Dominick Dunne che si ricorda benissimo delle feste a cui il suo vicino Lawford lo invitava (ne ha scritto anche in un libro di memorie “The Way We Lived Then”, Crown editore). Era tutto un via vai di Frank Sinatra, di Sammi Davis Jr., di Dean Martin, di Marilyn Monroe.
Peter, ricorda Dunne, era il ragazzo tutto fare dei Kennedy. Il suo compito principale era quello di recuperare ragazze allegre per i fratelli allegri. La casa sulla spiaggia pare fosse anche tappezzata da microfoni spia messi lì dalla Mafia che voleva avere un’arma di ricatto da usare nei confronti dei fratelli Kennedy. Stando alle rivelazioni del parrucchiere di Marilyn, proprio alla casa sulla spiaggia pare ci sia stato uno scontro violento fra Marilyn e Bob poche ore prima che l’attrice fosse ritrovata cadavere nella sua casa di Brentwood, a 10 minuti di macchina da Santa Monica. Bob avrebbe minacciato di passare alle maniere forti se lei si fosse azzardata a rendere pubblica la sua storia con il fratello presidente.
Insomma, una casa piena di fantasmi, prospicente una delle più affascinanti spiagge del mondo, le cui acque, purtroppo, pur sprizzando una bellezza mozzafiato, sono irrimediabilmente contaminate. I filtri dei depuratori, infatti, non ce la fanno più a contenere la massa di scarichi che, dalle città dell’interno, si riversano a mare. Il nemico numero uno dei surfisti è il batterio invisibile “E.coli” che si insinua nell’intestino e nei canali auricolari dopo una giornata in ammollo; per non parlare di insetticidi e erbicidi che si sono ormai infiltrati nel fragile equilibrio della catena alimentare facendo strage di pesci e uccelli.
Le spiagge della California hanno acceso, da sempre, la fantasia della gente, influenzandone lo stile di vita e di comportamento, dettando persino regole di bellezza e salute. A Santa Monica l’industria del turismo cominciò ad organizzarsi nel 1872. Un albergo dell’epoca si faceva pubblicità con lo slogan: “Una settimana passata alla spiaggia ti allunga la vita di 10 anni”.
Alberto Arbasino, nel suo “Le muse a Los Angeles” (editore Adelphi) ricorda come anche le avanguardie italiche del dopoguerra, discendessero dai mari nostrani “a Malibu o nella più sceneggiata Muscle Beach sotto Santa Monica, frequentatissima dai surfisti tipo ‘Scandalo al sole’ e dai midnight cowboys aspiranti Ercoli o Titani da film di serie B”.
È all’inizio del secolo scorso che i primi grandi alberghi di lusso appaiono lungo la costa: il Del Coronado a San Diego, il Redondo Beach nella località omonima, il Potter a Santa Barbara e il Del Monte a Monterey. Un turismo ancora di elite, quello: mentre oggi, si calcola che siano oltre 30 milioni i visitatori delle spiagge della contea di Los Angeles.
Il sogno californiano cantato nel 1966 dai Mamas and Papas si allunga per 70 miglia di costa con, a nord, Leo Carrillo e poi, via via scendendo verso sud, con la sabbia bianca e finissima di Zuma, quella preferita da Elvis Presley, Point Dume, Paradise Cove, Surfrider County Beach nei pressi di Malibu, Topanga, Santa Monica, Venice, Marina del Rey. E poi ancora, verso il promontorio di Palos Verde, con Dockweiler, Manhattan Beach, Hermosa, Redondo, Torrance, Cabrillo e infine Long Beach.

A sovraintendere a questo paradiso, nella sola contea di Los Angeles, ci sono 115 bagnini a tempo pieno e 550 part time; per la cronaca, di questi, 15 sono docenti universitari, fra cui c’è Arthur Verge jr., storico di professione e bagnino d’estate, figlio di Arthur Senior, veterano dei guardiani della spiaggia, che era stato addetto alla protezione di John Kennedy, proprio quando l’allora presidente si avventurava fra le onde non ancora contaminate di Santa Monica, prospicenti la casa sulla spiaggia del cognato Peter Lawford. Ma non mancano avvocati, medici, vigili del fuoco e ufficiali dei Navy Seal, i reparti di incursori della marina militare che, tutti insieme, nella stagione estiva si esibiscono, in media, in circa dodicimila salvataggi a mare.
Questa è la buona notizia, la brutta è che, a seguito delle mareggiate scatenate dal Niño in questi ultimi anni, si è accentuato un inarrestabile fenomeno di erosione che rischia di portare le spiagge della California sull’orlo di una catastrofe ecologica: la sabbia bianca e finissima sta infatti inesorabilmente scomparendo dalle coste, tanto che lo Stato ha richiesto l’intervento dell’agenzia federale che gestisce le emergenze sul territorio. Già oggi, a Malibu, dopo le mareggiate dell’83, in alcuni punti, la sabbia è totalmente scomparsa, in certi tratti di costa la spiaggia si è abbassata di quattro metri e mezzo, le abitazioni a palafitta appoggiano direttamente sull’acqua e i gabbiotti dei bagnini sono finiti sul bordo della strada. Il fatto è, fanno notare gli esperti, che la fonte primaria di sabbia per le spiagge non è l’oceano, ma i fiumi che non riforniscono più la costa con i loro detriti soprattutto a causa delle dighe costruite a monte – senza contare, poi, i disastri dovuti allo sviluppo urbano lungo il Pacifico. I geologi stimano che, comunque, la costa si ritira fra i quindici e i sessanta centimetri l’anno, e anche di più a secondo delle condizioni climatiche. Nel corso degli anni molte spiagge sono persino state rimpinguate artificialmente con sabbia trasportata dalla base navale del porto di San Diego, ma l’esperimento fu sospeso quando, lì in mezzo, furono rinvenuti vecchi siluri e bombe d’aereo dimenticate: l’operazione fu giudicata troppo pericolosa.
Al di là del dispiacere estetico per questa lenta distruzione ambientale, le autorità locali sono preoccupate dei possibili risvolti economici negativi che potrebbero mettersi in moto in quanto le spiagge californiane portano alle casse locali un giro di dollari calcolato nell’ordine dei 10 miliardi e danno lavoro, direttamente e indirettamente, a oltre mezzo milione di persone.
Sarà, poi, un caso, ma dal panorama della costa, fra Malibu e Santa Monica, oltre alla sabbia, è scomparso anche il vecchio museo Getty, trasferitosi nel quartiere di Brentwood, su una collinetta sovrastante una delle più frequentate freeway cittadine. “Tornando dalle spiagge di Malibu e dei Beach Boys”, ricorda Arbasino “ci si fermava volentieri a fare polaroid spiritose del primo Getty Museum, la famosa Villa dei Finti Papiri, epitome allora del Kitsch più divertente e ridicolo”. Probabilmente, la maggiorparte dei surfisti locali non avrà neanche mai sentito parlare dell’esistenza di un Getty Museum. Tanto, poi, non deve arrivare un devastante Big One, il terremoto che cancellerà la California dalla faccia della terra? E allora di cosa ci preoccupiamo: della scomparsa della sabbia?