James Ellroy: un’adolescenza ai margini del crimine
Esce in Italia a gennaio 2010 l’ultimo romanzo di James Ellroy, Il sangue è randagio (Mondadori, traduzione di Giuseppe Costigliola, titolo originale: Blood’s a rover). Quella che segue è un’intervista a James Ellroy fatta qualche tempo fa a Los Angeles. La scheda del libro si trova in fondo al testo.

James Ellroy intascò per il suo primo romanzo, Brown’s Requiem, tremilacinquecento dollari. Steve Erickson, suo biografo, racconta che il neo-scrittore saldò le mensilità arretrate dell’affitto, si comprò una Chevrolet del ‘64 e portò la sua ragazza fuori città per il fine settimana. Finiti i soldi, le chiese in prestito cinque dollari per un paio di hamburger e se ne andò da Los Angeles per trasferirsi nei sobborghi di New York e diventare uno dei più affermati autori di letteratura poliziesca contemporanea.
Un’adolescenza ai margini del crimine, quella di Ellroy. Prima la tragedia della madre, assassinata quando James aveva dieci anni (i fantasmi di quel lutto sono stati trasportati in Black Dahlia, il romanzo che lo ha assurto agli onori della notorietà internazionale), poi una saltuaria attività di piccola delinquenza: dai furtarelli nelle case degli amici a più impegnative ruberie con scasso.
Ellroy, quale impatto ha avuto questa sua pratica criminale nella sua professione di scrittore? «C’e’ un tema ricorrente nei miei romanzi: il furto con scasso. Io non ne ho fatti molti. I miei misfatti erano di tipo dilettantesco. Ero un maldestro e finivo per rubare oggetti marginali di nessun valore. L’eccitante era trovarsi dentro la casa di qualcuno, di immaginarne le abitudini, i vizi. A volte lo facevo solo per il piacere di guardarmi intorno e non toccare niente. E’ per questo che i miei libri sono pieni di ladri voyeur. Mi piace rivivere il brivido dell’effrazione sulla pagina».
Che tipo di accoglienza hanno avuto i suoi primi romanzi negli Stati Uniti? «A quel tempo non ero conosciuto. Alcuni critici erano infastiditi dalla violenza e dal sesso, ma in generale non e’ andata male. Brown’s Requiem e Clandestine entrarono in finale per premi letterari di categoria. Il terzo libro, Blood on the Moon, e’ diventato invece un film: Cop, con James Woods, nella parte del detective Lloyd Hopkins, il personaggio che e’ poi ripreso in Because the Night. Lloyd, badi bene, non e’ un eroe di tipo tradizionale, e’ solo un poliziotto che tenta di controllare il caos della propria vita mettendo ordine nel caos della vita degli altri».
Perche’ dopo quell’avventura ha deciso di abbandonare Lloyd Hopkins? «Volevo scrivere opere di più ampio respiro letterario, con radici storiche. Per anni ero stato ossessionato dalla vicenda della Black Dahlia – la donna uccisa, l’assassino mai scoperto – il cui collegamento con la morte di mia madre era evidente, e quello e’ diventato il mio libro successivo. Hopkins, in fondo, mi aveva annoiato».
Quali altri suoi romanzi sono stati portati sullo schermo? «Molti di loro sono opzionati come progetti, ma non so a che stadio siano. E neanche mi interessa. Come non mi interessa scrivere sceneggiature. Con Hollywood non ho niente da spartire».
Quali sono le sue abitudine di scrittura? «Sveglia alle otto. Lavoro fino all’una e mezzo. Palestra. Ancora due ore di lavoro nel tardo pomeriggio. Vita di famiglia, poi di nuovo lavoro dalle otto e mezzo alle undici di sera. Non so battere a macchina, scrivo a mano su blocchi di carta comune con una biro da due soldi, inchiostro nero. Le correzioni le faccio in rosso».
Tutti i suoi romanzi sono ambientati a Los Angeles. Come quelli della maggior parte degli autori di polizieschi. Perché quest’ossessione comune? «Colpa di Raymond Chandler. Lui ha dato il via alla moda. Io, poi, vengo da Los Angeles, ci ho vissuto 33 anni. Anche se la città che descrivo io è antitetica a quella di Chandler. C’era una bellezza intrinseca nella sua Los Angeles che non si ritrova assolutamente nei miei romanzi».
Le sue storie sono attraversate dal terrore. Qual é la differenza, ad esempio, con Stephen King? «Io non credo nel soprannaturale, di nessun tipo»
Lei ha detto, una volta, di scrivere per fare colpo sulla gente. E’ ancora così? «Assolutamente. Adoro il successo. Adoro fare colpo sulla gente. Scrivo, poi, perche’ ho storie da raccontare che bruciano dentro di me. Diventerei pazzo se non potessi metterle su carta».
Quando si è reso conto di essere un vero scrittore? «Dal primo momento. Anche se il mio Brown’s Requiem non fu un successo, sapevo che lo sarebbe stato il successivo e poi quello dopo, e poi quello dopo ancora».
Qual è stata la peggiore recensione che ha mai avuto? «Per The Big Nowhere, una critica del New York Times – una femminista, lesbica, radicale – ha scritto che ero fascista, razzista, antisemita. Che il signore l’abbia in gloria».
NOTA: A proposito di Ellroy date un occhiata anche a questo link: Il vicolo cieco dei vigliacchi

Scheda del libro Il sangue è randagio (fonte: ufficio stampa Mondadori)
Estate del ‘68. Dopo gli omicidi di Martin Luther King e Robert Kennedy, gli Stati Uniti sembrano sul punto di esplodere. Disordini, speculazioni politiche e teorie del complotto scuotono dalle fondamenta la stabilità sociale. Una squadra di sabotatori si prepara a creare disordini durante la convention del partito democratico a Chicago. Le organizzazioni di militanti afroamericani sono sul piede di guerra nel southside di Los Angeles. J. Edgar Hoover, capo dell’FBI, prepara drastiche contromisure. E il destino ha piazzato tre uomini in un punto nevralgico della Storia.
Dwight Holly, laureato a Yale, è l’uomo di fiducia di Hoover, incaricato di fomentare contrasti fra i gruppi del potere nero e ossessionato dalla figura di una comunista ebrea di nome Joan Rosen Klein. Wayne Tedrow, ex poliziotto e trafficante occasionale di droghe, lavora per il miliardario Howard Hawks alla costruzione di una rete di case da gioco nella Repubblica Dominicana. Il giovane Don Crutchfield, guardone e investigatore privato di mezza tacca, coinvolto in cose più grandi di lui.
È un destino crudele e inesorabile a intrecciare le loro vite, trascinate in un vortice troppo violento per poter resistere. Con al centro un unico fulcro attorno a cui tutto ruota: Joan Rosen Klein, la Dea Rossa, autentica femme fatale.
Ellroy attraversa un quadriennio infuocato della storia americana mescolando la crudezza di eventi realmente accaduti alle vicende di personaggi le cui esistenze minime sono la sintesi di un’epoca di corruzione e malaffare. In una progressione da tragedia greca, nessuno scampa a questa dimensione catastrofica: non i militanti radicali, tossici e corrotti, non le loro controparti inviate dal potere, un branco di assassini pervertiti e psicotici accecati dal delirio di onnipotenza.
Terza tappa di un viaggio cominciato con American Tabloid e proseguito con Sei pezzi da mille, Il sangue è randagio è un noir di rara profondità, spaventoso e magnetico, l’aspro ritratto di un mondo che ha perduto le linee di confine tra bene e male, giusto e ingiusto, dove nessuno può reclamare redenzione né tantomeno resurrezione.
I libri di James Ellroy sono disponibili qui.
