Il dipinto segreto di Leonardo (il vero Codice da Vinci) e il suo scopritore

Il segreto di Leonardo sta in un’intercapedine scoperta da uno scienziato italiano dell’Università di California nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze. Si tratta della Battaglia di Anghiari, il celebre murale di Leonardo scomparso 500 anni fa. Riportare alla luce l’affresco di Leonardo è un compito arduo (da un punto di vista tecnico e ancor più da un punto di vista burocratico) che si è dato, sin dagli anni Settanta, uno scienziato italiano, l’ingegner Maurizio Seracini, direttore di CISA3 (Centro di scienze interdisciplinari per le arti, l’architettura e l’archeologia dell’Università di California a San Diego). Come? Scopriamolo insieme a lui in questa intervista esclusiva, seguita dal video di una sua conferenza tenuta a UCSD su questa incredibile ricerca.
«Come sveleremo il segreto della Battaglia di Anghiari di Leonardo? Bella domanda». Sorride Maurizio Seracini, 60 anni, fiorentino, ingegnere biomedico, nel suo ufficio del CISA3, il Centro di scienze interdisciplinari per le arti, l’architettura e l’archeologia dell’Università di California a San Diego di cui è direttore. «Lo faremo mettendo la scienza al servizio dell’arte. Lo faremo con tecniche avanzatissime che quando se ne parlava trent’anni fa, quando studiavo qui, alla facoltà di ingegneria biomedica, avevano il sapore della fantascienza. Si vagheggiava di attivazione neutronica, di gammagrafia, di autoradiografia, oggi tecniche comuni. Lo faremo viaggiando virtualmente all’interno delle pareti del Salone dei 500. Lo faremo soprattutto con una sofisticatissima macchina per attivazione neutronica che abbiamo cominciato a mettere a punto nel 2008 con colleghi scienziati dei laboratori di fisica nucleare del centro di Los Alamos, quello dove negli anni Quaranta lavorò anche Enrico Fermi. Il progetto di questa apparecchiatura è poi stato portato avanti prima con colleghi dell’Univesità di Delft in Olanda e infine con ricercatori dell’Università di S.Pietroburgo, in Russia. Si tratta di una macchina che qualcuno ha soprannominato “sputa neutroni” che, in modo non invasivo, potrà dirci se dentro un muro, dietro a una parete, si nascondano elementi chimici associabili a pigmenti pittorici». Il muro di cui Seracini sta parlando è quello della sala del Gran Consiglio, in Palazzo Vecchio a Firenze, su cui Leonardo nel 1505 cominciò a dipingere la Battaglia di Anghiari e che andò “perso” nel 1563 allorché Giorgio Vasari rimodellò e riaffrescò la sala creando l’attuale Salone dei 500. È dagli anni Settanta che Seracini gli dà la caccia. Ma allora, anche il meglio che la scienza metteva a disposizione non era abbastanza.
Tutta colpa delle stelle. «Come sono finito io, ingegnere biomedico, a trovarmi coinvolto con Leonardo? Tutta colpa delle stelle, degli americani e dei sovietici che in quello scorcio di anni Sessanta si sfidavano a colpi di astronauti e astronavi alla ricerca di primati spaziali. Faccio parte della generazione cresciuta con il mito kennedyano della Nuova Frontiera, della conquista dello spazio. E già prima dello sbarco dell’uomo sulla Luna – prima di quell’agosto del 1969 – anch’io volevo essere della partita. Come? Sognavo di diventare astronauta. Per cui prendo e parto per gli Stati Uniti a studiare ingegneria aerospaziale all’Università del Kansas. Era l’anno 1967 e i miei genitori avevano perso tutti i loro beni durante l’alluvione di Firenze l’anno prima. Così, per mancanza di supporto finanziario, dopo meno di un anno devo tornare a Firenze. Ma non mi perdo d’animo. Mi metto a lavorare nella pasticceria di mio padre e due anni più tardi sono pronto a ripartire per l’Università della California a San Diego per studiare ingegneria biomedica, una nuova disciplina ancora sconosciuta in Italia, ma che coniugava due mie passioni: l’ingegneria e la medicina, appunto. Nonostante che alla fine del primo anno i miei risparmi finissero, riesco a mantenermi agli studi con borse studio e mi laureo nel 1973 “summa cum laude”. Continuo a studiare per il Dottorato di ricerca fino alla fine del 1974 quando sono richiamato in Italia per il servizio militare e, visto che devo stare in Italia, mi laureo in ingegneria elettronica all’Università di Padova dove mi iscrivo anche alla Facoltà di medicina. Nel frattempo però devo trovare qualcosa da fare. Ma cosa?»
Si può sbirciare dentro un muro? Sarà il caso a decidere. «In California avevo conosciuto il professor Carlo Pedretti, probabilmente il massimo esperto di Leonardo al mondo, docente di storia dell’arte presso l’Università della California a Los Angeles (UCLA) di cui, da studente, seguivo i corsi per mia personale passione. Lo incontro per strada a Firenze. Stava conducendo una ricerca su documenti relativi alla Battaglia di Anghiari. Mi chiede: secondo te, con il tipo di tecnologia non invasiva che stavi studiando a San Diego, non si potrebbe “sbirciare” sotto le pareti del Salone per cercare la Battaglia senza danneggiare gli affreschi di Vasari? In effetti a San Diego avevo avuto modo di studiare e fare esperienza sui primi ecografi e l’idea non era sbagliata: se potevamo “guardare” dentro un corpo umano perché non sotto uno strato di pittura? Il progetto mi affascina».
È il 1976 quando parte l’avventura. Insieme a Seracini lavora un restauratore americano, Travers Newton e un fisico dell’Università di California, John Asmus. I primi finanziamenti arrivano, grazie all’interessamento di Pedretti, dalla Kress Foundation. L’amministrazione comunale di Firenze assegna loro, come sede, una stanza in Palazzo Vecchio e fa montare un’impalcatura nel Salone dei 500.

Secondo la maggior parte degli studiosi, la Battaglia sarebbe andata irrimediabilmente perduta all’epoca della ristrutturazione vasariana. Eppure, faceva notare Pedretti, Vasari aveva fatto altrove trasformazioni architettoniche simili cercando di non distruggere eventuali opere d’arte esistenti. Nella chiesa di Santa Maria Novella, Vasari aveva avuto l’incarico di costruire un nuovo altare proprio a ridosso di una parte dell’affresco della Trinità di Masaccio: lui lo aveva salvato proteggendolo con una parete di mattoni e un’intercapedine. Avrebbe potuto mai Vasari distruggere un murale di Leonardo, seppure non terminato?

Leonardo contro Michelangelo. La Battaglia di Anghiari fu commissionata a Leonardo da Vinci nel 1504 dal gonfaloniere Pier Soderini per commemorare lo scontro del 29 giugno 1440 fra le truppe fiorentine alleate delle milizie pontificie di Papa Eugenio IV, che sconfissero presso Anghiari, nel territorio di Arezzo, le forze preponderanti del Duca di Milano, Francesco Maria Visconti. Nel contempo a Michelangelo Buonarroti fu chiesto di raffigurare la Battaglia di Càscina, avvenuta il 28 luglio 1364 tra le truppe pisane e quelle fiorentine, in cui queste ultime vendicarono la sconfitta subita pochi mesi prima. I due affreschi, che avrebbero dovuto essere alti 7 metri e larghi 17, realizzati su pareti fronteggianti, avrebbero concluso i lavori di costruzione della Sala del Maggior Consiglio della Repubblica di Firenze, su progetto di Fra’ Girolamo Savonarola, realizzati da Antonio da Sangallo. Il 4 maggio 1504 Pier Soderini anticipò a Leonardo 25 fiorini con un contratto che prevedeva un anno di tempo per finire il cartone preparatorio, senza comunque legare il disegno a nessuna preventiva autorizzazione. Per il cartone Leonardo adoperò 29 quaderni di fogli reali, 88 libbre di farina per impastarlo, tre teli di stoffa di lenzuolo per orlarlo. Terminato il cartone, Leonardo cominciò a dipingere nella sala del Gran Consiglio il 6 giugno 1505, data che è possibile stabilire grazie alla fortuita scoperta di due manoscritti rinvenuti nel 1967 nella Biblioteca Nazionale di Madrid.

Cerca trova. I lavori di ricerca dell’equipe di Seracini partirono subito col piede giusto. «Uno degli indizi più interessanti», racconta «venne alla luce non appena fu montato il ponteggio mobile nel Salone. Stavo studiando la battaglia di Marciana in Val di Chiana, l’affresco dipinto da Vasari sulla parete est nel 1563, quando mi trovai davanti a uno stendardo, retto da un fante dell’esercito fiorentino, che recava la scritta “Cerca trova”. Un’iscrizione che nessuno aveva mai documentato e, se per quello, probabilmente neanche mai visto perché era posta così in alto che non si riusciva a vederla neanche dalla balconata: bisognava proprio salire fin lassù. Un vessillo di battaglia? Un motto araldico? Improbabile che fosse l’unico senza nient’altro di simile in nessuna delle altre centinaia di bandiere affrescate in tutta la sala. La cosa da fare era verificarne innanzitutto l’autenticità prelevando un campione per controllare se si poteva considerarlo appartenere alla stessa epoca dello strato pittorico sottostante. Tutti i risultati combaciavano. Che il Vasari avesse voluto lasciare un messaggio per i posteri? Cerca il Leonardo perduto e lo troverai».

Il petroliere mecenate. Nel bel mezzo delle ricerche, ad interessarsi del progetto e a subentrare nei finanziamenti arrivò il petroliere Harmand Hammer, magnate della Occidental Petroleum, un anziano personaggio a dir poco singolare. Il classico americano che si è fatto da solo. A 22 anni, studente di medicina, aveva già guadagnato il suo primo milione di dollari e essendo quello il periodo della rivoluzione bolscevica, affascinato dai cambiamenti sociali in corso, comprò di sua iniziativa ambulanze e medicine e le spedì in Russia. Il gesto gli accattivò la simpatia di Lenin di cui divenne grande amico e che accordò a Hammer la possibilità di commerciare liberamente con la neo-nata Unione Sovietica. In questa sua veste, cinquant’anni dopo, Richard Nixon mise Hammer a capo del programma che avrebbe portato all’apertura politica fra le due superpotenze. Insomma, a parte questi risvolti sociali, Hammer era un grande appassionato d’arte: fra le altre cose nel 1980 acquisterà uno dei più importanti manoscritti di Leonardo, il cosiddetto Codice Leicester – dal nome dello storico proprietario, il conte di Leicester – in cui l’artista si occupava di studi di idraulica e di moti dell’acqua. Il Codice, nel frattempo ribattezzato Codice Hammer, fu a sua volta acquistato nel 1994 da Bill Gates che ne è tuttora il proprietario.
Tornando a noi, il fatto era che all’epoca, in quel 1976, da una parte la tecnologia non era abbastanza sofisticata da riuscire a rilevare un affresco nascosto sotto un muro, dall’altra Seracini e i suoi erano cani sciolti, né guelfi né ghibellini che per di più non stavano con nessun centro di potere cittadino. Di conseguenza la ricerca si interruppe e per il successivo quarto di secolo il progetto fu messo in freezer.
Il vero Codice da Vinci. Fast forward. Passano venticinque anni. «Si immagini una scena da film», dice Seracini. «Siamo nel mio ufficio in via dei Bardi a Firenze, sulla sponda sinistra dell’Arno. Entra un signore, in compagnia di Idanna Pucci, nipote del celebre Emilio lo stilista di grido degli anni Sessanta, che in un perfetto stile britannico si presenta: il mio nome è Guinness, Loel Guinness. Senza fronzoli e senza giri di parole dice che vuole riprendere la ricerca della Battaglia. Scoprirò poi che si tratta dell’erede della famiglia Guinness, produttrice di uno dei marchi di birra più famosi al mondo, nonché presidente del Kalpa, una società che si interessa di finanziare sofisticati progetti interdisciplinari a livello internazionale. E questo aveva attirato la sua attenzione». Per farla breve, sorvolando sugli inutili e perigliosi passaggi burocratici che ci portano ai giorni nostri, il progetto riparte.
Arriva Dan Brown. Bisogna però aprire una piccola, ma importante parentesi. Racconta Seracini: «Nel 2003 esce il romanzo di Dan Brown, “Il Codice da Vinci” che, all’epoca, io non leggo. Lo legge però una mia amica italiana che mi chiama dagli Stati Uniti: complimenti, dice. Complimenti, cosa? Sei nel libro di Dan Brown. In che senso? Come in che senso: si parla di te, sei uno dei personaggi del racconto, sei a pagina 202. Com’è che ero finito, involontariamente, nel libro di Dan Brown? Sempre per colpa, si fa per dire, di Leonardo. In questo caso dell’Adorazione dei Magi, l’opera che l’artista lasciò, incompiuta, a Firenze, nella casa di Amerigo Benci, quando nel 1482 si trasferì a Milano e che oggi è conservata alla Galleria degli Uffizi. Era accaduto che alla notizia di intraprendere un restauro su quest’opera, era nata una diatriba di chi era a favore e di chi era contrario, che aveva coinvolto, da un lato il sovrintendente ai musei fiorentini e dall’altro autorevolissimi personaggi a livello internazionale – da sir Ernst Gombrich a Carlo Pedretti, a James Beck. Tanto che la sovrintendenza decise di chiedermi di eseguire una approfondita campagna diagnostica al termine della quale sarebbe stata fatta una valutazione sull’opportunità o meno di procedere al restauro».
Quel Leonardo non è proprio Leonardo. Lo studio – che è stato il più approfondito mai eseguito su un’opera di Leonardo – mise in evidenza da un lato che il supporto ligneo del dipinto necessitava di un intervento di restauro e dall’altro che sarebbe stato troppo rischioso per l’integrità pittorica del quadro, procedere a una rimozione seppur parziale delle vernici ossidate che lo ricoprivano.«Nessuno però si aspettava che la pittura monocromatica che vediamo sull’Adorazione non fosse mai stata applicata da Leonardo, ma che si trattasse di aggiunte posteriori. L’esame sui campioni non lasciava adito a dubbio alcuno». Un terremoto. Fino ad allora non un singolo storico dell’arte aveva mai osato sollevare dubbi sulla paternità di Leonardo nella stesura del colore dell’Adorazione. Ma non solo. «Grazie agli esami di riflettografia ad infrarossi», continua Seracini «era emerso un meraviglioso disegno preparatorio, quello sì di mano di Leonardo, che aveva rivelato straordinari segreti, come la presenza di numerose figure di animali, cavalli, la mangiatoia, un piccolo elefantino e l’incredibile schizzo di una sorta di “battaglia per lo stendardo” che non ho potuto fare a meno di ricollegare al nucleo centrale che Leonardo aveva ideato proprio per la Battaglia di Anghiari. Del resto confortato anche da illustri pareri di storici dell’arte, come Antonio Natali, attuale direttore del Museo degli Uffizi. Comunque sia, il tutto è stato documentato in modo inoppugnabile in 2400 riflettogrammi. Certo, chissà come a qualcuno sia venuto in mente di cancellare alla vista proprio questi e altri bellissimi disegni. Forse una censura ecclesiastica? Non lo sapremo mai. Questo è probabilmente il vero Codice da Vinci. Nel nostro caso un vero mistero finalmente svelato».

Il silenzio delle istituzioni. Nonostante l’entità di una scoperta che cambiava la prospettiva degli studi sull’arte del Rinascimento dopo che generazioni di storici si erano erroneamente pronunciati sulla magia del “non finito”, dei colori, e della tecnica di Leonardo, i risultati delle indagini non furono resi pubblici. Almeno fin quando la notizia venne all’orecchio del corrispondente per l’Italia del New York Times che realizzò una dettagliatissima inchiesta dal titolo “The Leonardo cover up”, ovvero il Leonardo occultato. Inutile dire il caos sollevato in tutto il mondo. Giornali e televisioni di qua e al di là dell’Atlantico – a differenza dei media italiani – si mobilitarono per raccontare l’incredibile storia inviando redattori e troupe televisive a Firenze. «È a questo punto», ricorda Seracini «che entra in scena Dan Brown: legge l’articolo, capisce come con opportune iperboli, questa storia si sarebbe potuta trasformare nell’ennesimo mistero che avvolge Leonardo e mi inserisce nel suo libro. Certo, se lo avessi saputo in tempo magari avrei potuto spiegargli che in effetti non c’erano manovre occulte dietro questa scoperta e che il dipinto non era stato affatto nascosto nei depositi degli Uffizi dopo le mie indagini. Ma forse tutto questo a Dan Brown non interessava. Dopotutto stava scrivendo un romanzo e non un libro di storia. In ogni caso, le assicuro, fa un certo effetto ritrovarsi in un romanzo pieno di personaggi inventati».
Entra in scena l’Università di California. Ed eccoci arrivati all’ultima decisiva tappa di questa storia. Tappa che vede Maurizio Seracini tornare, in un certo senso, alle origini del suo racconto e cioè alla facoltà di ingegneria dell’Università di California a San Diego che, proprio sulla scia della ricerca della Battaglia di Anghiari e delle scoperte sull’Adorazione dei Magi, gli offre la possibilità di realizzare il progetto che sogna da una vita: creare un centro di ricerca nel campo dei Beni culturali. Nasce così il “Centro di scienze interdisciplinari per l’arte, l’architettura e l’archeologia” – abbreviato in CISA3 – di cui lo nominano direttore. Ed è così che ora, ad avallare il rigore scientifico della ricerca c’è una delle più importanti istituzioni universitarie al mondo. Chissà però se la burocrazia italiota, le guerre fra guelfi e ghibellini che ancora oggi, imperterrite, si combattono nella cerchia muraria del comune di Firenze, lascerà che questa volta la ricerca del murale di Leonardo sia finalmente portata a compimento.«Intanto un primo successo lo abbiamo avuto», dice Seracini. «Utilizzando una sofisticata apparecchiatura radar che ha rilevato proprio sulla fatidica parete est – quella del “Cerca trova” – un’intercapedine. Perché mai Vasari avrebbe creato un’intercapedine al momento della ristrutturazione, unica poi in tutto il Salone? È molto plausibile che, come nel caso di Masaccio, l’ipotesi più probabile è che lo abbia fatto per proteggere quello che resta del murale di Leonardo. Ma la tecnologia decisiva quella che potrà dire una parola definitiva sulla possibile presenza del murale di Leonardo è la strumentazione per eseguire analisi per attivazione neutronica di cui parlavo all’inizio del mio racconto».
Come funziona? «I neutroni sono particelle atomiche che possono attraversare corpi molto densi e spessi, come appunto una muratura e interagire con i nuclei degli elementi chimici con i quali entrano in collisione, generando sia raggi beta che si disperdono all’interno della parete, sia raggi gamma che possono ripassare la parete e venire acquisiti da rilevatori particolari. Esami spettroscopici associati alle energie specifiche dei raggi gamma rivelati, permettono di identificare quali elementi chimici abbiano generato questi raggi gamma. Con questa tecnica, dunque, se si spara un fascio di neutroni sulla parete del Vasari, questo riesce a passare non solo l’intonaco, ma tutti i materiali della parete stessa e a “leggere” i vari elementi chimici che la compongono. E se si ha – come effettivamente ora stiamo acquisendo – una campionatura di tutti i materiali che compongono il muro: dall’intonaco ai mattoni, alle pietre retrostanti, ai materiali pittorici usati da Leonardo per la Battaglia, deducibili dai documenti originali in cui questi sono elencati con pignola precisione, la macchina potrà dire, una volta per tutte, se lì sotto c’è il Leonardo perduto».
E ora lasciamo la parola a Maurizio Seracini, in questa sua conferenza tenuta all’Università di California a San Diego.
Tutto il mondo si interessa al lavoro di ricerca di Maurizio Seracini e della sua società, la Editech: negli Stati Uniti la più prestigiosa testata giornalistica televisiva del Paese, 60 minutes (network CBS) manda il suo più importante anchor man a intervistarlo; gli inglesi di Channel 4 inviano una troupe che vive in simbiosi con Seracini per settimane, mesi, spostandosi con lui da Firenze alla California e finendo col produrre un esplosivo documentario dal titolo The Da Vinci Detective.
In Italia è silenzio. Le istituzioni sono codardamente silenziose. Le reti televisive tricolori trasmettono solo programmi di cucina, quiz inframmezzati da balletti e notiziari taroccati per far piacere al miliardario che governa l’Italia. Chi può, scappa dal Paese, anche se solo televisivamente e in modo virtuale e si gode programmi come questi:
Parte Prima:
Parte seconda:
Una nota “storica” a margine di quest’intervista:
Flashback. Eravamo in tanti a voler fare gli americani. Io ero all’ultimo anno di liceo lingustico, Maurizio al primo di ingegneria: corso accademico fiorentino 1967/1968, tempo di caos. In quella stagione di demagogia scolastica, invece di frequentare assemblee e cortei, andavamo a studiare alla Biblioteca Nazionale, ascoltavamo long playing di Frank Sinatra e parlavamo di America, della conquista dello spazio, di cosa avremmo “sicuramente” fatto da grandi: io, il giornalista; lui, l’ingegnere aerospaziale. Una mattina il caos all’università fu peggiore del solito, all’orizzonte non si prospettava nulla di buono e Maurizio annunciò che sarebbe andato in America: Università del Kansas, prima, Università di California a San Diego, dopo. E partì. Per le vacanze di Natale e per quelle estive tornava a Firenze e raccontava dell’America, dell’efficienza che vi si respirava, della vita al campus, delle partite di pallavolo, del Vietnam, di Herbert Marcuse che insegnava nella sua università (io ne approfittai per farmi dedicare una copia di Man At One Dimension, L’uomo a una dimensione). Neanche dirlo che lo invidiavo. Ad ogni viaggio tornava più “americano” di prima, ma con un sottofondo di nostalgia da emigrato che io proprio non capivo: ma come, era al centro del mondo, studiava quello che aveva sempre sognato, una buona metà degli insegnanti erano premi Nobel e lui rimpiangeva Reggello e la sua casa di campagna? Maurizio si laureò cum laude in ingegneria biomedica: durante il cammino aveva abbandonato l’idea della conquista delle stelle ed era passato ad una specialità allora pressochè ignota sulle nostre sponde mediterranee. Aveva tutte le carte in regola per entrare nel club esclusivo dei cervelli in fuga, ma lui era titubante, straziato fra l’America e la sua Firenze. Firenze ebbe la meglio e lui decise di tornare. Io – che nel frattempo avevo perseverato nel rincorrere il sogno del giornalismo – decisi di partire. Destinazione California.
Questo avveniva alla fine degli anni Ottanta. Passano dieci anni e la storia si inverte. Io rientro in Italia e poco dopo a partire è Maurizio: destinazione California, Università di San Diego, la sua Alma Mater che lo richiama per un incarico prestigioso la cui storia è raccontata qui sopra. Neanche dirlo, Maurizio è Maurizio Seracini, l’ingegnere.