19 dicembre 1999: dieci anni fa, oggi (19 dicembre 2009), Macao diventava cinese. Cronaca di un giorno prima
Una settimana prima che la colonia portoghese di Macao venisse restituita alla Cina ero stato inviato dall’allora settimanale Amica (oggi mensile) a raccontare come si vivevano quegli ultimi giorni di “libertà”. Questa è la cronaca di quei giorni:
Maureen, cameriera del Dynasty, il ristorante cinese dell’hotel Mandarin Oriental di Macao è in stato di avanzata gravidanza. Come la sua collega Chan, cameriera del Cafe Girasol, quello che occupa metà della hall del Mandarin. Come Virginia, commessa del negozio aperto da Ermenegildo Zegna nello stesso albergo. Come centinaia di altre giovani donne qui a Macao dove i reparti maternità di ospedali e cliniche si preparano a fronteggiare un’ondata di nascite programmate prima del fatidico 20 dicembre prossimo. Entro quella data i nuovi arrivati potranno ancora godere del diritto alla cittadinanza portoghese e all’ambito passaporto comunitario.

Allo scoccare della mezzanotte del 19 dicembre 1999 si consumerà, infatti, l’ultimo grande evento politico e sociale del millennio: dopo 442 anni di sonnacchioso dominio portoghese, a Macao, sarà ammainata la bandiera lusitana, sarà issata la bandiera rossa stellata della Repubblica Popolare Cinese, si spareranno salve di cannone, salve di fuochi d’artificio, il vinho verde scorrerà a fiumi e 1000 uomini dei reparti speciali dell’armata rossa, abbattuta la simbolica sbarra di confine, nei pressi di Zhuahi, prenderanno posizione in città. E Macao tornerà, di fatto e di diritto, alla Cina. Come era accaduto con Hong Kong dove, apparentemente, in due anni e mezzo di gestione cinese le cose non sono molto cambiate.
Mancavo da quattro anni da Hong Kong: il nuovo aeroporto Chek Lap Kok è una piacevole ed efficiente sorpresa, l’autostrada di collegamento all’isola sprizza potenza e ricchezza; in città il traffico è sempre lo stesso, caotico, ma ordinato; le vetrine dei negozi traboccano di ogni ben di dio; i neon ammiccano come da cartolina (e pensare che Alberto Moravia, nel 1937, sulla Gazzetta del Popolo scriveva: “Hong Kong notturna è una delle città più buie che abbia mai veduto”); i grattacieli svettano come da brochure e il mercato azionario locale continua a dettare legge in questa parte di mondo. Certo, fa effetto vedere issata la bandiera cinese laddove prima sventolava la Union Jack dei reparti Gurkha.
Fa anche effetto notare che, qui, nel mare del sud della Cina, i gabbiani siano tornati. La notizia avrebbe fatto piacere a Ian Fleming, il creatore di James Bond, che quando esattamente quarant’anni fa era sbarcato dal Comet della Boac, l’allora compagnia di bandiera inglese, che in 26 ore e una manciata di scali – Beirut, Bahrein, Nuova Delhi, Bangkok – lo aveva aviotrasportato da Londra a Hong Kong, la prima cosa che notò fu, appunto, la totale assenza di gabbiani in quello specchio di mare che, una volta, pullulava, non solo di gabbiani, ma di pirati e avventurieri.
Il suo ospite – Hugh Barton, potente taipan locale – gli spiegò che i gabbiani, noti spazzini del mare, dalle loro parti, latitavano perché dovevano vedersela con la sterminata e affamata comunità cinese che viveva, come ai tempi di Suzie Wong, a bordo di miseri sampan, giù nella baia, e che non si lasciava certo dietro briciole di alcunché di commestibile .
A Macao, cinquanta minuti di aliscafo da Hong Kong, i gabbiani, invece, non se ne sono mai andati. C’è sempre stato spazio per tutti, nonostante la colonia portoghese, insignificante appendice di territorio cinese, sia, statisticamente parlando, il comprensorio più densamente popolato al mondo. Un tocco di tolleranza mediterranea che qui si rispecchia nella vita di tutti i giorni, anche oggi, a ridosso del passaggio dei poteri dal Portogallo alla Cina.
Un passaggio che si preannuncia, tutto sommato, morbido, senza le asperità che segnarono per gli inglesi la riconsegna di Hong Kong. Ma anche se, apparentemente, qui a Macao, le relazioni con Pechino sono rose e fiori, gli amministratori che si preparano a lasciare la colonia qualche apprensione ce l’hanno. A parte la formalità del mantenimento del portoghese come una delle lingue ufficiali del territorio, la principale preoccupazione riguarda gli oltre 100.000 cinesi di Macao in possesso di passaporto europeo che Pechino si rifiuta di riconoscere perché, per loro, i cinesi possono solo essere cinesi e non qualcos’altro. L’unica eccezione la fanno per i circa 8000 macanesi, i residenti di sangue misto che, siccome non sono di sangue puro, che si tengano pure il passaporto portoghese.
E questo al presidente Jorge Sampaio non va molto a genio anche perché, a differenza dell’Inghilterra, il Portogallo ha sempre garantito diritto di piena cittadinanza agli abitanti delle proprie colonie. Tanto che, all’epoca del suo viaggio in Cina nello scorso marzo, Sampaio aveva ventilato un possibile boicottaggio della cerimonia di passaggio dei poteri. Ma, alla fine, tutto sembra essere stato appianato dalla visita in ottobre del presidente cinese Jiang Zemin a Lisbona. Nelle tappe precedenti del suo tour europeo – Londra e Parigi – aveva firmato importanti accordi commerciali facendo intendere ai portoghesi che, in caso di aperta offesa, la Cina avrebbe potuto benissimo scaricare dalla lista dei partner gli ex padroni di Macao. La mossa e la diplomazia hanno ottenuto l’effetto desiderato e Sampaio non solo ha messo la sordina alla paternale di rito che tutti fanno ai cinesi sui diritti umani e la pena di morte, ma ha confermato la sua presenza a Macao e persino concesso che, prima della data fatidica, un’avanguardia di tecnici militari cinesi, seppure disarmati, entri in città per coordinare il successivo spiegamento di forze alla mezzanotte e un minuto del 19 dicembre.
Ufficialmente, i reparti speciali entreranno in città per mantenere l’ordine pubblico che, da quattro anni a questa parte sembra essere sfuggito di mano alla polizia. La città è stata letteralmente sconvolta dalle faide interne alla mafia locale – le famigerate triadi cinesi – che gravitano intorno alla principale risorsa economica della colonia: il gioco d’azzardo. Chi sgozzando, chi mitragliando, chi piazzando bombe, tutti stanno cercando di trarre il massimo dei profitti prima dell’arrivo dei castigamatti, ma soprattutto di trovarsi in pole position allo scadere, nel 2001, dei diritti di gestione dei casino – oggi saldamente nelle mani monopoliste della STDM (Sociedade de Tourismo e Diversoes de Macau) società controllata da Stanley Ho, 77 anni, uno degli uomini più ricchi e potenti del mondo.
I problemi con le triadi cominciarono nel 1996, quando la polizia di Hong Kong, volendo riconsegnare ai cinesi una città pulita, lanciò una durissima repressione, spingendo le organizzazioni criminali fuori dalla città: non avendo altro posto dove andare, queste si trasferirono a Macao. Lo stesso avvenne, per altri motivi, a Taiwan, dove la polizia di Taipei fece pulizia e le briciole finirono di nuovo qui. Il quadro si completa con la poco scaltra mossa portoghese di aver rinunciato a mantenere un esercito a Macao – fu ritirato nel 1976, dopo che nel ’66 e nel ’74 il Portogallo che non sapeva cosa farsene della colonia, aveva cercato invano di restituirla ai cinesi che, in quel momento, però, non erano politicamente pronti a riprendersela. I portoghesi, da allora, fanno affidamento solo sulla polizia locale per mantenere l’ordine, ma con il clima di rilassatezza mediterranea che si respira qua, non ci vuole un genio a capire che è facilissimo cadere preda della corruzione.
Così per ovviare al problema della corruzione nelle carceri, il governatore portoghese, generale Vasco Joaquim Rocha Vieira, stanco di avere detenuti con telefoni gsm , televisioni a colori, donnine allegre in cella, ha chiamato ad affiancare le 260 guardie carcerarie locali – una media di una guardia ogni 3 prigionieri – novanta ex appartenenti ai reparti speciali britannici dei Gurkha. A loro il compito di sorvegliare ospiti ad alto rischio, come Wan Kuok-koi, detto “Broken Tooth”, dente rotto, capo della triade 14K, rinchiuso nella prigione dell’isola di Coloane, la più appartata, la più verde, la più umana delle due isolette che fanno parte del territorio di Macao.
Sfortunatamente per le triadi anche Pechino è decisa a voler mettere le mani sui redditi prodotti dal gioco d’azzardo nei 10 casino di Macao che sarà, sì, un passatempo per debosciati capitalisti, ma genera talmente tanto denaro – il 60 per cento delle entrate fiscali, qualcosa come più di mille miliardi di lire – che persino gli ideologi osservanti del Partito Comunista Cinese hanno gesuiticamente chiuso prima uno, poi anche l’altro occhio e hanno deciso di mantenere in vita il passatempo. Almeno per i prossimi 50 anni, in cui Macao, come Hong Kong, sarà governata con lo slogan di “un paese due sistemi”: il paese è, naturalmente, la Cina, i due sistemi sono quello comunista e quello capitalista.
La gente comune, quella senza tanti grilli democratici in testa, vede di buon occhio la prossima gestione cinese. La madrepatria, la Cina, è sempre una madre, è il ritornello che si sente da queste parti, e una madre si prende sempre cura dei suoi figli. Il Portogallo non è mai stato un vero padre, tutt’al più un patrigno. Un patrigno bonario, ma che, diciamo la verità, è stato menefreghisticamente assente, ha chiuso più di un occhio sulla corruzione dilagante e non ha saputo gestire correttamente il tasto delicato della sicurezza. Non sono riusciti a gestire neanche i ristoranti portoghesi che, indistintamente, hanno in cucina cuochi cinesi. L’unica vera presenza lusitana qui, è il vino che scorre a fiumi, ma per quello i portoghesi non devono impegnarsi molto: lo caricano sui container e lo spediscono.
La gente ne ha abbastanza degli ammazzamenti, dei regolamenti di conti fra bande che hanno dato una batosta mica da ridere al turismo non solo internazionale, ma anche a quello ricchissimo, locale, da Hong Kong che ha cominciato a disertare Macao. Certo i membri delle triadi si ammazzano fra di loro e si guardano bene dal molestare i turisti, ma non è piacevole sapere che dietro l’angolo può esplodere una bomba, una rissa o una sparatoria. Prendi ieri, lunedi 25 ottobre, scoppia una bomba in un ristorante di Zhuahi, l’agglomerato urbano al di là della sbarra di confine: due morti, una cameriera di 21 anni e un bambino di 8, quattordici i feriti gravi. La polizia cinese non ha dubbi che si tratti di un regolamento di conti fra triadi rivali, ma la coincidenza inquietante è che sia avvenuta all’indomani delle dichiarazioni del vice ministro cinese per la sicurezza, Tian Qiyu, che aveva promesso il pugno di ferro nellla repressione del crimine di confine.
Con la gestione cinese, le cose non potranno andare che meglio, si dice a Macao, dove l’unico rimpianto è che saranno abolite le feste portoghesi, ma in compenso ci si aspetta più sicurezza: la Cina sa come trattare le teste calde. Già, in Cina non fanno tanti discorsi, come quando hanno messo le mani su un gangster di Hong Kong, Cheung Tze-keung, conosciuto col soprannome di “Big Spender”, lo spendaccione, arrestato nella provincia cinese di Guangdong. Lo spendaccione fu portato davanti a un tribunale speciale, condannato, ricondannato nell’appello più veloce del mondo, trascinato dall’aula di tribunale nel cortile adiacente e fucilato.
E così, eccoci qui a Macao a cercare di capire gli umori e le tendenze di un micromondo sull’orlo della resa politica, militare, culturale. Insomma, andrà, poi, tutto così bene? “Macao è sopravvissuta per più di quattro secoli, sfidando tifoni e uragani con la flessibilità di un bambù: sono sicuro che ancora una volta il vento soffierà dalla nostra parte”, dice Gary Ngai, direttore della Fondazione cino-latina, uno dei personaggi culturalmente più in vista della città, che è stato, fra le tante cose, l’interprete di Mao Tse-tung, che ha conosciuto Ciu En-lai, che parla correntemente otto lingue e con un’altra manciata non se la cava neanche male – ma tutto questo lo scopriremo più tardi, quando la conversazione si sposterà dall’ufficio al ristorante, davanti a un piatto di “tacho cozido”, specialità della cucina macanese che Gary si è offerto di introdurre ai nostri palati occidentali per far capire esattamente cosa si intende quando a Macao si usa, così spesso, il termine “fusion”, fusione, miscuglio, minestrone. Di razze, di lingue, di cucina, appunto.
Miscela che si ritrova dappertutto, anche nell’arte contemporanea macanese. Prendi Carlos Marreiros, architetto, urbanista, uomo politico leader dell’organizzazione “Macau Sempre” le cui opere – trionfo su tela di “East meets West”, oriente che si sposa con l’occidente – sono esposte al nuovo museo d’arte diretto da Ung Vai Meng, anche lui pittore e grafico di grande forza, nel cui ufficio sono esposte opere di altri artisti fusion come Jorge Smith, nato in Mozambico, madre cinese e padre mezzo cinese e mezzo zimbabwese, con nonna di Macao e studi a Lisbona: Jorge di mestiere fa il direttore vini e cibo dell’hotel Mandarin Oriental di Macao. Scopriremo che molti artisti e scrittori locali gravitano e lavorano intorno al mondo dei grandi alberghi e delll’industria turistica, come Annabel Jackson, inglese trapiantata a Hong Kong, direttore delle pubbliche relazioni del Mandarin Oriental di Hong Kong che è la più famosa columnist gastronomica locale, autrice di libri sulla cucina vietnamita, su quella di Macao, fra cui il recente “Macau on a plate”, Macao su un piatto (Roundhouse Asia), che aiuta a capire le sfumature della cultura artistica, letteraria, sociale, architettonica macanese che, come scrisse Alberto Moravia all’indomani di un suo viaggio, qui “è leggera, quasi commestibile. I capitelli ricciuti delle case sembrano di gialla crema, le colonne rosei savoiardi inzuppati nel sugo di lampone, le facciate zuccherose e stucchevoli, cassate siciliane. Ma dopo la tetraggine del granito e della rispettabilità di Hong Kong, questa pasticceria architettonica è un sollievo”.
Moravia scriveva quegli appunti nel 1937. Sessantadue anni dopo, possiamo confermare che poco o niente è cambiato. In più sono spuntate tracce dell’anima sportiva di Macao, una passione recente: sull’Avenida de Amizade, sul lungomare davanti allo specchio d’acqua dove una volta atterravano i clipper della Pan American, c’è, per esempio, la “torre di controllo” che viene attivata in occasione dell’annuale gran premio automobilistico di formula tre che, come a Montecarlo, si corre per le vie cittadine. E qui, nel 1990 hanno corso Mika Hakkinen e Michael Schumacher che una foto d’epoca esposta al locale museo del Grand Prix, ritrae abbracciati e sorridenti. E poi c’è la foto del podio di quell’anno: primo Schumacher, secondo Mika Salo, terzo Eddie Irvine. David Coulthard avrebbe corso solo l’anno dopo, e invece della foto c’è, comunque, la sua auto, accanto a quella di Schumacher. Però, com’è piccolo il mondo.