Browse > Home / Archive: marzo 2010

| Iscriviti al Feed RSS

Leonardo Sciascia: il coraggio, l’impegno, la signora Maria e gli spaghetti alle vongole.

15 marzo, 2010 | Commenta | Scritto da claudio | Categoria: Interviste, Senza categoria, Storie

Immagino che l’avrete notato anche voi: le trasmissioni di cucina imperversano sulla televisione di Stato, ma anche, e forse di più, sul canale satellitare di Sky (immagino che anche Mediaset abbia la sua parte di cuochi, ma per evitare di inquinare il mio televisore nuovo di zecca ho programmato il telecomando in modo che salti automaticamente i canali di partito 4, 5 e 6).

Il mondo globalizzato che appare sugli schermi al plasma, nello splendore dell’alta definizione più o meno digitale, sembra riflettersi nel cibo e nel tourbillon di improbabili ricette transculturali. Sembra essere morbosamente ossessionato da pietanze più o meno esotiche, da salse, spezie e bombe caloriche che ti sfondano il fegato solo a sentirne parlare. Sembra essere passato dalle “vacanze intelligenti” di buona memoria a viaggi alla ricerca del Graal culinario. Anche volendo, durante lo zapping serale, pomeridiano o mattutino, è praticamente impossibile non imbattersi in una di queste trasmissioni.

Così, è stata la visione di un piatto di spaghetti alle vongole – apparso su non ricordo quale canale satellitare mentre saltabeccavo da un documentario sul medico del Fuhrer a un telefilm della serie Perry Mason – che mi ha riportato alla mente Leonardo Sciascia. E sua moglie, Maria Andronico.

Leonardo Sciascia con la moglie Maria Andronico

Rewind. È il novembre del 1977. All’inizio di quell’anno l’avventura politica di Leonardo Sciascia nel Partito comunista era finita con un divorzio non proprio amichevole (lo scrittore era stato eletto al consiglio comunale di Palermo, da indipendente, nelle liste del Pci nel giugno del ’75). Quasi a voler sottolineare la fine di un’utopia, di lì a poco avrebbe pubblicato il polemico Candido. Ovvero un sogno fatto in Sicilia.

Lo scrittore riprende così a viaggiare sempre più spesso fra Palermo e Parigi, come a voler rinsaldare i suoi legami con la cultura illuminista d’oltralpe. È durante uno di questi suoi spostamenti che lo intercetto a Milano, di ritorno dalla capitale francese. Ci eravamo sentiti al telefono (all’epoca le mail ce le sognavamo) e ci eravamo dati appuntamento al centralissimo hotel Manzoni di via Santo Spirito, un albergo che, pur situato nel cuore del quadrilatero della moda, aveva, almeno allora, un’anima intima e poco mondana che piaceva molto a Sciascia.

All’epoca abitavo a Firenze e anch’io prenotai al Manzoni. La sera dell’incontro decidemmo di continuare l’intervista, o quanto meno le chiacchiere sul suo passatempo preferito – costruire cornici – al ristorante. La scelta cadde su Bice, il celebre locale toscano di via Borgospesso, a pochi metri di distanza dall’albergo. Sciascia era un fedele habitué delle sorelle Mungai (una delle più famose dinastie di ristoratori toscani trapiantati a Milano): di Cesarina e del suo “Girarrosto” di corso Venezia e naturalmente di Bice, di cui amava il clima familiare e soprattutto la vicinanza al Manzoni.

Di quella cena ho netto il ricordo della signora Maria, e degli spaghetti alle vongole ordinate, con voluttà, da Sciascia, evidentemente memore di altri spaghetti alle vongole delibati da Bice. Quando il cameriere depositò il piatto fumante davanti all’autore di Todo Modo, la signora Maria, con tecnica evidentemente assodata nel tempo, se ne impossessò e pulì, con una velocità sorprendente e con una tecnica ancor più sbalorditiva, una ad una, tutte le vongole, togliendo la polpa dal guscio, e rimettendo dopo qualche attimo il piatto ancora caldo davanti al marito che, spenta la sigaretta (allora si poteva ancora fumare nei locali pubblici) attendeva il termine dell’operazione tenendo la forchetta a mezz’aria.

Leonardo Sciascia

Quella che segue è l’intervista fatta a Leonardo Sciascia – prima di quegli spagheti alle vongole – e pubblicata sul mensile Critica Sociale nel gennaio 1978 con il titolo “Sciascia, Candido, il coraggio, l’impegno”

Continua a leggere »

Tags: ,

Oriana (Fallaci) ed io. Trent’anni fa.

14 marzo, 2010 | Commenta | Scritto da claudio | Categoria: Articoli, Interviste, Libri, Storie

Febbraio 1980. Sono passati trent’anni esatti. La casa editrice Rizzoli aveva da poco pubblicato il libro “Un uomo” che Oriana Fallaci aveva dedicato al suo compagno Alekos Panagulis, conosciuto nel 1974, l’uomo da lei più amato, leader della Resistenza greca contro l’allora regime dei colonnelli che morirà in un misterioso incidente stradale il 1 maggio 1976. La storia di Alekos verrà appunto raccontata dalla scrittrice fiorentina nel romanzo ”Un uomo” destinato a diventare un best seller.

Oriana Fallaci con Alekos Panagulis (Collezione privata Oriana Fallaci)

In quel febbraio del 1980 ero un fresco praticante assunto all’Editoriale del Corriere della Sera (si chiamava così allora). Nonostante la qualifica professionale di (apparente) neofita del mestiere (alle spalle avevo la pubblicazione di diversi libri e la partecipazine, nel 1975, alla nascita del primo quotidiano italiano in formato tabloid, stampato a Firenze, che purtroppo ebbe vita breve), ero stato nominato responsabile della pagina culturale del Corriere Medico, quotidiano nato da una costola del Corrierone. Si occupava del mondo della medicina e della scienza in generale (dai problemi sindacali, all’aggiornamento scientifico, alle scoperte). La pagina della cultura era un’oasi di pace e una fucina di idee solo perché non occupandosi di medicina non sottostava a pressioni politiche, pubblicitarie o semplicemente giornalistiche. C’erano, sì, i soliti medici scrittori che chiedevano di apparire sulle nostre colonne – che proprio in quei giorni passavano dal piombo alla fotocomposizione – ma venivano facilmente tenuti a bada.

Ogni uscita di un libro della Fallaci mandava in fibrillazione la casa editrice. Tutti i direttori venivano allertati per coprire l’evento al meglio. Alcuni venivano anche precettati per intervistare il “mostro sacro”. Compreso il mio direttore: Paolo Pietroni con cui, negli anni a seguire, condividerò l’avventura della rinascita di Amica, della nascita di Max (per cui mi manderà negli Stati Uniti come corrispondente), di Sette.

Quella mattina fatidica io arrivo in redazione soddisfatto di aver parcheggiato in via Solferino (già, allora, si poteva persino trovare posto davanti al Corriere e nelle strade adiacenti) e subito mi chiama Pietroni che, con aria distratta, butta lì che quel pomeriggio aveva qualcosa di estremamente importante da fare e che alle 15 non poteva andare a incontrare Oriana, come già organizzato. «Vacci tu» disse. Glielo feci ripetere. Lui ripetè: «Vacci tu».

L’unica cosa che mi venne in mente di replicare fu se era proprio importante il suo appuntamento. Lui bofonchiò qualcosa che assomigliava a “dentista” o forse era “dietista”. Poi riprese a leggere le carte che aveva davanti facendo così capire che il colloquio era finito. Tentai un’ultima disperata difesa: «Non ho con me il registratore». «Prendi un taxi», disse «e vai a casa a prenderlo». Non faceva una piega.

L’incontro era fissato per le 15 in casa editrice, in via Rizzoli. Corro a casa a recuperare il registratore e cercare di fissarmi in testa delle domande. Cosa diavolo avrei chiesto alla regina delle interviste, a quella che aveva infinocchiato l’Ayatollah Khomenei, che aveva innervosito Henry Kissinger, che poteva incontrare indifferentemente Indira Ghandi o Neil Armstrong, Mohammed Reza Pahalavi o Deng Xiao Ping, solo alzando la cornetta del telefono (all’epoca i cellulari erano fantascienza)?

«Un’intervista medica», si era raccomandato il direttore prima di sgusciare velocemente al suo appuntamento dal dentista o dalla dietista. Sì, certo, un’intervista medica.

Alle 15 spaccate ero in Rizzoli e ecco l’Oriana spuntare da uno di quei corridoio chilometrici del vecchio palazzo, quello che adesso è stato venduto e stanno buttando giù per farci, dicono, un centro commerciale.

Lei fiorentina, io quasi fiorentino, riusciamo a sintonizzarci parlando male di un amico comune. Nel senso che lei, chinandosi verso di me con aria cospratrice e soffiandomi un faccia una zaffata di fumo, se ne uscì con: «Quello stronzo è un agente della Cia». Ah, davvero, credevo fosse un professore universitario. «Certo, ma la John Hopkins è una copertura». Davvero? «Davvero». Altra zaffata di fumo. «Allora, cominciamo?». Sì, cominciamo. Meglio che cominciamo.

"Caro Castellaccio"

Quello che segue è dunque il testo dell’intervista pubblicata il 28 febbraio 1980 nelle pagine della cultura del Corriere Medico. Il titolo: “Una donna”.

Continua a leggere »

Tags: ,