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Eco d’autunno. Ovvero mitogonia dell’uomo che sapeva troppo

30 luglio, 2010 | Commenta | Scritto da claudio | Categoria: Libri

Umberto Eco è un frattale. È «un oggetto geometrico che cambia aspetto a seconda dei luoghi d’osservazione. La sua personalità creatrice la si ritrova intatta in ciascuna delle varie attività che svolge». Così scrive chi, come il semiologo Paolo Fabbri, lo conosce bene, nella prefazione al libro Fenomenologia di Umberto Eco – indagine sulla nascita di un mito culturale contemporaneo – di Michele Cogo (edizioni Baskerville), altro semiologo della scuderia del Dams, sceneggiatore e scrittore bolognese.

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Il libro aprirà le danze autunnali in occasione del 30esimo anniversario dell’uscita di Il nome della rosa, festeggiato dallo stesso Eco con l’uscita di un suo nuovo romanzo, Il cimitero di Praga, annunciato nel bollettino delle novità Bompiani arrivato via mail a ridosso delle vacanze estive.

La storia? «Ingaggiato dai servizi segreti di mezza Europa, un cinico falsario ordisce trame, congiure, complotti, attentati che hanno, di fatto, orientato il percorso storico e politico del nostro continente. Un romanzo sulle pieghe più segrete e inconfessabili della politica di un Ottocento, che riverbera una luce inquietante sul tempo in cui viviamo». Fine. Non una riga, un aggettivo, un avverbio, un punto esclamativo in più. Dovremo attendere fino a ottobre per svelare il mistero.

L’Eco che Cogo racconta è soprattutto quello degli anni dell’esordio – dalla metà degli anni Cinquanta alla metà degli anni Sessanta, il momento fertile, in cui l’Italia del dopoguerra dà inizio all’industria culturale – della sua ascesa a intellettuale italiano vivente più conosciuto del pianeta.

Umberto Eco

Umberto Eco

«Eco è l’uomo che sapeva troppo, il dotto enciclopedico che ha anticipato l’avvento di Google e Wikipedia», sentenzia Paolo Fabbri nella sua prefazione intitolata Eco Qui Pro Quo.

In questo suo percorso formativo, Eco non è solo: fa parte di una generazione di intellettuali – che ha espresso il Gruppo 63 – che comprende figure come Gregotti, Gae Aulenti, Sanguineti, Balestrini, Scalfari, molto aggressiva rispetto alla precedente. Una generazione che, fa notare Fabbri, ha tuttora un ruolo culturale direttivo in quanto la generazione successiva ha perso il proprio turno svolazzando «tra utopie politiche, evasioni nella droga e dispersioni globalizzate».

E dire che Eco, per sua stessa ammissione, non credeva, come ricorda Fabbri, «di dire nulla di nuovo ma di fare il punto su un dibattito ormai maturo e invece prendeva di sorpresa i meno informati e azzeccava il punto d’incontro tra conservatori amareggiati e progressisti in tensione».

Anche per un’altra che lo conosce bene come la semiologa Isabella Pezzini, docente di Filosofia e Teoria dei Linguaggi all’Università di Roma, è vero che all’indomani della sua laurea in filosofia, nel 1954, con una tesi su san Tommaso, Eco non sospettava che di lì a una ventina d’anni sarebbe diventato il più famoso «uomo dei segni» italiano: era un giovane studioso di una disciplina assai più istituzionale, l’estetica. E per sua fortuna non rimase chiuso fra le mura universitarie: iniziò a collaborare con la Rai, poi con la casa editrice di Valentino Bompiani, infine con i giornali.

«Essere contemporaneo», annota ancora Fabbri «implica un’acuta sensibilità al momento opportuno. Non bastano gli intenti: ci vuole fortuna e tempismo, cioè la capacità di saper riconoscere l’occasione e acciuffarla al passaggio. Come prendere l’onda nel surf. Ecco, Eco è un golden surfer: prima d’ogni altro sa riconoscere le onde buone o far credere che esistano».

Ma, al di là, delle sue capacità professionali, com’è l’Umberto Eco quotidiano, oseremmo dire, casalingo? «È piemontese. È di quella generazione che lavora sempre. È un Grande Pendolare. È uno che a lavorare non si annoia», aveva scritto di lui Isabella Pezzini, impossibile, dunque, pensarlo casalingo lui che è, è stato, una superstar anche e soprattutto fra i suoi studenti. E a questo proposito Isabella ricorda di quando a Bologna ha dovuto cambiare aula perché l’Ufficio tecnico dell’Università non garantiva la resistenza dei pavimenti alla “massa compatta” di studenti che affollavano le sue lezioni.

«Il fatto di essere un vincente non ha mancato di attirargli sospetti e critiche. Che a ben guardare, per tutta la sua carriera si possono riassumere in un’accusa fondamentale: quella di aver mischiato il diavolo e l’acqua santa, la cultura popolare, “di massa”, a quella Alta. E soprattutto non solo di averlo fatto con profitto, ma di divertircisi anche».

Come quando aspettava al varco quel critico che, all’uscita di Il nome della rosa, gli fece notare che il romanzo intessuto com’era di citazioni, di riferimenti che spaziano da Sherlock Holmes a Aristotele, era “scritto a tavolino”. E lui gli rispose: «Certo, i romanzi si scrivono a tavolino. E dove sennò?».

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Leonardo Sciascia: il coraggio, l’impegno, la signora Maria e gli spaghetti alle vongole.

15 marzo, 2010 | Commenta | Scritto da claudio | Categoria: Interviste, Senza categoria, Storie

Immagino che l’avrete notato anche voi: le trasmissioni di cucina imperversano sulla televisione di Stato, ma anche, e forse di più, sul canale satellitare di Sky (immagino che anche Mediaset abbia la sua parte di cuochi, ma per evitare di inquinare il mio televisore nuovo di zecca ho programmato il telecomando in modo che salti automaticamente i canali di partito 4, 5 e 6).

Il mondo globalizzato che appare sugli schermi al plasma, nello splendore dell’alta definizione più o meno digitale, sembra riflettersi nel cibo e nel tourbillon di improbabili ricette transculturali. Sembra essere morbosamente ossessionato da pietanze più o meno esotiche, da salse, spezie e bombe caloriche che ti sfondano il fegato solo a sentirne parlare. Sembra essere passato dalle “vacanze intelligenti” di buona memoria a viaggi alla ricerca del Graal culinario. Anche volendo, durante lo zapping serale, pomeridiano o mattutino, è praticamente impossibile non imbattersi in una di queste trasmissioni.

Così, è stata la visione di un piatto di spaghetti alle vongole – apparso su non ricordo quale canale satellitare mentre saltabeccavo da un documentario sul medico del Fuhrer a un telefilm della serie Perry Mason – che mi ha riportato alla mente Leonardo Sciascia. E sua moglie, Maria Andronico.

Leonardo Sciascia con la moglie Maria Andronico

Rewind. È il novembre del 1977. All’inizio di quell’anno l’avventura politica di Leonardo Sciascia nel Partito comunista era finita con un divorzio non proprio amichevole (lo scrittore era stato eletto al consiglio comunale di Palermo, da indipendente, nelle liste del Pci nel giugno del ’75). Quasi a voler sottolineare la fine di un’utopia, di lì a poco avrebbe pubblicato il polemico Candido. Ovvero un sogno fatto in Sicilia.

Lo scrittore riprende così a viaggiare sempre più spesso fra Palermo e Parigi, come a voler rinsaldare i suoi legami con la cultura illuminista d’oltralpe. È durante uno di questi suoi spostamenti che lo intercetto a Milano, di ritorno dalla capitale francese. Ci eravamo sentiti al telefono (all’epoca le mail ce le sognavamo) e ci eravamo dati appuntamento al centralissimo hotel Manzoni di via Santo Spirito, un albergo che, pur situato nel cuore del quadrilatero della moda, aveva, almeno allora, un’anima intima e poco mondana che piaceva molto a Sciascia.

All’epoca abitavo a Firenze e anch’io prenotai al Manzoni. La sera dell’incontro decidemmo di continuare l’intervista, o quanto meno le chiacchiere sul suo passatempo preferito – costruire cornici – al ristorante. La scelta cadde su Bice, il celebre locale toscano di via Borgospesso, a pochi metri di distanza dall’albergo. Sciascia era un fedele habitué delle sorelle Mungai (una delle più famose dinastie di ristoratori toscani trapiantati a Milano): di Cesarina e del suo “Girarrosto” di corso Venezia e naturalmente di Bice, di cui amava il clima familiare e soprattutto la vicinanza al Manzoni.

Di quella cena ho netto il ricordo della signora Maria, e degli spaghetti alle vongole ordinate, con voluttà, da Sciascia, evidentemente memore di altri spaghetti alle vongole delibati da Bice. Quando il cameriere depositò il piatto fumante davanti all’autore di Todo Modo, la signora Maria, con tecnica evidentemente assodata nel tempo, se ne impossessò e pulì, con una velocità sorprendente e con una tecnica ancor più sbalorditiva, una ad una, tutte le vongole, togliendo la polpa dal guscio, e rimettendo dopo qualche attimo il piatto ancora caldo davanti al marito che, spenta la sigaretta (allora si poteva ancora fumare nei locali pubblici) attendeva il termine dell’operazione tenendo la forchetta a mezz’aria.

Leonardo Sciascia

Quella che segue è l’intervista fatta a Leonardo Sciascia – prima di quegli spagheti alle vongole – e pubblicata sul mensile Critica Sociale nel gennaio 1978 con il titolo “Sciascia, Candido, il coraggio, l’impegno”

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Oriana (Fallaci) ed io. Trent’anni fa.

14 marzo, 2010 | Commenta | Scritto da claudio | Categoria: Articoli, Interviste, Libri, Storie

Febbraio 1980. Sono passati trent’anni esatti. La casa editrice Rizzoli aveva da poco pubblicato il libro “Un uomo” che Oriana Fallaci aveva dedicato al suo compagno Alekos Panagulis, conosciuto nel 1974, l’uomo da lei più amato, leader della Resistenza greca contro l’allora regime dei colonnelli che morirà in un misterioso incidente stradale il 1 maggio 1976. La storia di Alekos verrà appunto raccontata dalla scrittrice fiorentina nel romanzo ”Un uomo” destinato a diventare un best seller.

Oriana Fallaci con Alekos Panagulis (Collezione privata Oriana Fallaci)

In quel febbraio del 1980 ero un fresco praticante assunto all’Editoriale del Corriere della Sera (si chiamava così allora). Nonostante la qualifica professionale di (apparente) neofita del mestiere (alle spalle avevo la pubblicazione di diversi libri e la partecipazine, nel 1975, alla nascita del primo quotidiano italiano in formato tabloid, stampato a Firenze, che purtroppo ebbe vita breve), ero stato nominato responsabile della pagina culturale del Corriere Medico, quotidiano nato da una costola del Corrierone. Si occupava del mondo della medicina e della scienza in generale (dai problemi sindacali, all’aggiornamento scientifico, alle scoperte). La pagina della cultura era un’oasi di pace e una fucina di idee solo perché non occupandosi di medicina non sottostava a pressioni politiche, pubblicitarie o semplicemente giornalistiche. C’erano, sì, i soliti medici scrittori che chiedevano di apparire sulle nostre colonne – che proprio in quei giorni passavano dal piombo alla fotocomposizione – ma venivano facilmente tenuti a bada.

Ogni uscita di un libro della Fallaci mandava in fibrillazione la casa editrice. Tutti i direttori venivano allertati per coprire l’evento al meglio. Alcuni venivano anche precettati per intervistare il “mostro sacro”. Compreso il mio direttore: Paolo Pietroni con cui, negli anni a seguire, condividerò l’avventura della rinascita di Amica, della nascita di Max (per cui mi manderà negli Stati Uniti come corrispondente), di Sette.

Quella mattina fatidica io arrivo in redazione soddisfatto di aver parcheggiato in via Solferino (già, allora, si poteva persino trovare posto davanti al Corriere e nelle strade adiacenti) e subito mi chiama Pietroni che, con aria distratta, butta lì che quel pomeriggio aveva qualcosa di estremamente importante da fare e che alle 15 non poteva andare a incontrare Oriana, come già organizzato. «Vacci tu» disse. Glielo feci ripetere. Lui ripetè: «Vacci tu».

L’unica cosa che mi venne in mente di replicare fu se era proprio importante il suo appuntamento. Lui bofonchiò qualcosa che assomigliava a “dentista” o forse era “dietista”. Poi riprese a leggere le carte che aveva davanti facendo così capire che il colloquio era finito. Tentai un’ultima disperata difesa: «Non ho con me il registratore». «Prendi un taxi», disse «e vai a casa a prenderlo». Non faceva una piega.

L’incontro era fissato per le 15 in casa editrice, in via Rizzoli. Corro a casa a recuperare il registratore e cercare di fissarmi in testa delle domande. Cosa diavolo avrei chiesto alla regina delle interviste, a quella che aveva infinocchiato l’Ayatollah Khomenei, che aveva innervosito Henry Kissinger, che poteva incontrare indifferentemente Indira Ghandi o Neil Armstrong, Mohammed Reza Pahalavi o Deng Xiao Ping, solo alzando la cornetta del telefono (all’epoca i cellulari erano fantascienza)?

«Un’intervista medica», si era raccomandato il direttore prima di sgusciare velocemente al suo appuntamento dal dentista o dalla dietista. Sì, certo, un’intervista medica.

Alle 15 spaccate ero in Rizzoli e ecco l’Oriana spuntare da uno di quei corridoio chilometrici del vecchio palazzo, quello che adesso è stato venduto e stanno buttando giù per farci, dicono, un centro commerciale.

Lei fiorentina, io quasi fiorentino, riusciamo a sintonizzarci parlando male di un amico comune. Nel senso che lei, chinandosi verso di me con aria cospratrice e soffiandomi un faccia una zaffata di fumo, se ne uscì con: «Quello stronzo è un agente della Cia». Ah, davvero, credevo fosse un professore universitario. «Certo, ma la John Hopkins è una copertura». Davvero? «Davvero». Altra zaffata di fumo. «Allora, cominciamo?». Sì, cominciamo. Meglio che cominciamo.

"Caro Castellaccio"

Quello che segue è dunque il testo dell’intervista pubblicata il 28 febbraio 1980 nelle pagine della cultura del Corriere Medico. Il titolo: “Una donna”.

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Philip Kerr: ritratto di scrittore scozzese nel suo interno

10 febbraio, 2010 | Commenta | Scritto da claudio | Categoria: Articoli, Interviste, Libri

Che fine ha fatto Philip Kerr? Scrive, direbbe il suo agente. In effetti se si dà un’occhiata alla sua produzione (cliccate qui) scrive e tanto. Peccato che non scriva più romanzi con Bernhard Gunther, detective privato le cui avventure si svolgono nella Berlino degli anni Trenta. Qui di seguito, un’intervista di qualche tempo fa.

Philip Kerr, courtesy El Mundo

“Esistono due tipi di libri: quelli che si devono leggere e quelli che si vogliono leggere” teorizza Philip Kerr, enfant prodige della narrativa d’avventura anglosassone, avvocato di formazione, pubblicitario di mestiere, scozzese di nascita. “Io scrivo quelli che la gente vuole leggere”. Semplice.

Philip Kerr è uscito allo scoperto nel 1989, pubblicando un insolito libretto, “Violette di marzo” che lo scaraventò nell’olimpo delle migliori giovani promesse inglesi. È la storia di un detective privato tedesco, Bernhard Gunther, che svolge la professione più antica della narrativa poliziesca nella Berlino anni Trenta, in una Germania che si appresta ad indossare la divisa nera delle SS e che, di lì a poco, sarebbe precipitata nell’abisso della guerra. Il successo è immediato. I romanzi diventano tre e vengono raccolti in un omnibus dal titolo “Berlino nera”. In Italia le storie di Bernie Gunther sono pubblicate dall’editore Passigli.

Bernhard Gunther è un detective che, in gioventù, ha combattuto sul fronte turco. Prima guerra mondiale. Croce di ferro al valore. Di seconda classe, proprio come quella del Führer. Anche perché la prima classe la davano praticamente solo a quelli che abitavano già al cimitero. Le similarità con Adolf Hitler, però, finivano lì.

Bernie era stato anche nella polizia, col grado di Kriminalinspektor, ma aveva lasciato la Kripo – la Kriminalpolizei – per diventare investigatore privato. Un lavoro ingrato nella Germania del Terzo Reich. Anche se lui il cappello di feltro grigio scuro lo portava proprio come quelli della Gestapo, con la falda anteriore più bassa di quella posteriore, in modo che coprisse gli occhi. Una tecnica imparata in polizia. Ma anche in questo caso le similarità finivano lì.

Herr Gunther si occupa di tutto ad eccezione dei divorzi. “La gente ha strane reazioni quando si tratta di corna”, dice. La sua specialità sono le persone scomparse e, neanche dirlo, con l’avvento al potere dei nazional socialisti”, i suoi affari hanno avuto un notevole miglioramento.

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Robert Harris e i fantasmi della storia

1 febbraio, 2010 | Commenta | Scritto da claudio | Categoria: Interviste, Libri

Robert Harris è uno scrittore inglese che di fantasmi della storia se ne intende. Ha cominciato la sua carriera di romanziere, nel 1992, con uno strepitoso “Fatherland”, in cui l’ombra del fantasma di Hitler si allunga su un’Europa che ha visto, nella seconda guerra mondiale, la vittoria della Germania nazista, i cui tentacoli si dipanano da Berlino verso Mosca, l’Inghilterra, la Francia, l’Olanda governate da regimi ossequiosi verso il Reich. L’azione – un’indagine in cui si intrecciano agenti della Gestapo e giornalisti americani, degna della migliore tradizione della detective story – si svolge a Berlino nel 1964, alla vigilia del settantacinquesimo compleanno del Fuhrer. Con questo libro, di cui sono state vendute quattro milioni di copie e ne è stato tratto un film televisivo prodotto dalla HBO, Robert Harris, all’epoca editorialista per il “Sunday Times” di Londra, è entrato a pieno titolo nel girone di serie “A” dei maestri della suspense, al fianco dei John Le Carre, dei Len Deighton, dei Martin Cruz Smith.

Rober Harris

Il fantasma di Hitler si allunga anche sul secondo romanzo di Harris, “Enigma” (del 1995). Il titolo prende nome dalla potente macchina crittografica in possesso dei nazisti che sembrava essere assolutamente inviolabile. “Enigma” racconta – dal punto di vista di uno degli scienziati coinvolti nel progetto, asserragliato nel leggendario quartier generale di Bletchley Park – la storia di  come gli alleati riuscirono a penetrare i codici segreti nazisti e a contribuire alla vittoria finale. Di questo libro ne sono state vendute un altro paio di milioni di copie che hanno permesso a Harris di abbandonare definitivamente il giornalismo per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura creativa e nello stesso tempo di trasferirisi con la famiglia – moglie e figli – in una casa di campagna, fuori dalla pazza folla di Londra.

Harris ha poi continuato a lavorare sui fantasmi. Con “Archangel”, si è confrontato con un altro fantasma della nostra storia recente, Iosef Stalin, il dittatore sovietico che, secondo Robert Harris si è macchiato di crimini sanguinari più efferati della sua controparte tedesca. “Archangel” è la storia di un ricercatore inglese, Fluke Kelso, in visita a Mosca in occasione di un convegno internazionale sulla gestione degli archivi storici che viene avvicinato da un vecchio militante che asserisce di aver assistito alla morte di Stalin e alla “copertura” organizzata da Lavrentij Pavlovic Berija, il lugubre capo della polizia segreta, che non solo avrebbe preso tempo nell’annunciare la morte del dittatore nel tentativo di consolidare il proprio potere, ma avrebbe fatto sparire un certo libretto nero appartenuto a Stalin su cui chissà quali misfatti, quali segreti furono registrati. E qui siamo su un terreno friabile: invenzione letterararia o realtà? Harris dà voce alle teorie che il libretto era esistito veramente e lancia alla ricerca il suo personaggio. Man mano che ci si inoltra nella lettura si scoperchia un mondo di intrigo che va ben al di là di quello becero, buzzurro e violento delle storie di mafia russa. Il libretto di Stalin porta diritto a un progetto di controllo del mondo che neanche Hitler, nei suoi momenti di delirio di potere aveva teorizzato.

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James Ellroy: un’adolescenza ai margini del crimine

28 gennaio, 2010 | Commenta | Scritto da claudio | Categoria: Articoli, Interviste, Libri

Esce in Italia a gennaio 2010 l’ultimo romanzo di James Ellroy, Il sangue è randagio (Mondadori, traduzione di Giuseppe Costigliola, titolo originale: Blood’s a rover). Quella che segue è un’intervista a James Ellroy fatta qualche tempo fa a Los Angeles. La scheda del libro si trova in fondo al testo.

James Ellroy (da Wikipedia)

James Ellroy intascò per il suo primo romanzo, Brown’s Requiem, tremilacinquecento dollari. Steve Erickson, suo biografo, racconta che il neo-scrittore saldò le mensilità arretrate dell’affitto, si comprò una Chevrolet del ‘64 e portò la sua ragazza fuori città per il fine settimana. Finiti i soldi, le chiese in prestito cinque dollari per un paio di hamburger e se ne andò da Los Angeles per trasferirsi nei sobborghi di New York e diventare uno dei più affermati autori di letteratura poliziesca contemporanea.

Un’adolescenza ai margini del crimine, quella di Ellroy. Prima la tragedia della madre, assassinata quando James aveva dieci anni (i fantasmi di quel lutto sono stati trasportati in Black Dahlia, il romanzo che lo ha assurto agli onori della notorietà internazionale), poi una saltuaria attività di piccola delinquenza: dai furtarelli nelle case degli amici a più impegnative ruberie con scasso.

Ellroy, quale impatto ha avuto questa sua pratica criminale nella sua professione di scrittore? «C’e’ un tema ricorrente nei miei romanzi: il furto con scasso. Io non ne ho fatti molti. I miei misfatti erano di tipo dilettantesco. Ero un maldestro e finivo per rubare oggetti marginali di nessun valore. L’eccitante era trovarsi dentro la casa di qualcuno, di immaginarne le abitudini, i vizi. A volte lo facevo solo per il piacere di guardarmi intorno e non toccare niente. E’ per questo che i miei libri sono pieni di ladri voyeur. Mi piace rivivere il brivido dell’effrazione sulla pagina».

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19 dicembre 1999: dieci anni fa, oggi (19 dicembre 2009), Macao diventava cinese. Cronaca di un giorno prima

19 dicembre, 2009 | Commenta | Scritto da claudio | Categoria: Articoli, Storie

Una settimana prima che la colonia portoghese di Macao venisse restituita alla Cina ero stato inviato dall’allora settimanale Amica (oggi mensile) a raccontare come si vivevano quegli ultimi giorni di “libertà”. Questa è la cronaca di quei giorni:

Maureen, cameriera del Dynasty, il ristorante cinese dell’hotel Mandarin Oriental di Macao è in stato di avanzata gravidanza. Come la sua collega Chan, cameriera del Cafe Girasol, quello che occupa metà della hall del Mandarin. Come Virginia, commessa del negozio aperto da Ermenegildo Zegna nello stesso albergo. Come centinaia di altre giovani donne qui a Macao dove i reparti maternità di ospedali e cliniche si preparano a fronteggiare un’ondata di nascite programmate prima del fatidico 20 dicembre prossimo. Entro quella data i nuovi arrivati potranno ancora godere del diritto alla cittadinanza portoghese e all’ambito passaporto comunitario.

Macao prima del passaggio alla Cina

Allo scoccare della mezzanotte del 19 dicembre 1999 si consumerà, infatti, l’ultimo grande evento politico e sociale del millennio: dopo 442 anni di sonnacchioso dominio portoghese, a Macao, sarà ammainata la bandiera lusitana, sarà issata la bandiera rossa stellata della Repubblica Popolare Cinese, si spareranno salve di cannone, salve di fuochi d’artificio, il vinho verde scorrerà a fiumi e 1000 uomini dei reparti speciali dell’armata rossa, abbattuta la simbolica sbarra di confine, nei pressi di Zhuahi, prenderanno posizione in città. E Macao tornerà, di fatto e di diritto, alla Cina. Come era accaduto con Hong Kong dove, apparentemente, in due anni e mezzo di gestione cinese le cose non sono molto cambiate.

Mancavo da quattro anni da Hong Kong: il nuovo aeroporto Chek Lap Kok è una piacevole ed efficiente sorpresa, l’autostrada di collegamento all’isola sprizza potenza e ricchezza; in città il traffico è sempre lo stesso, caotico, ma ordinato; le vetrine dei negozi traboccano di ogni ben di dio; i neon ammiccano come da cartolina (e pensare che Alberto Moravia, nel 1937, sulla Gazzetta del Popolo scriveva: “Hong Kong notturna è una delle città più buie che abbia mai veduto”); i grattacieli svettano come da brochure e il mercato azionario locale continua a dettare legge in questa parte di mondo. Certo, fa effetto vedere issata la bandiera cinese laddove prima sventolava la Union Jack dei reparti Gurkha.

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